Dialogo tra Norma Jean e Marilyn

La stanza è in penombra, s’intravede un letto, una figura femminile sdraiata, immobile. Sembra dormire. Si odono dei mormorii strascicati:

“Ho freddo, ho tanto freddo. Non posso muovermi, Norma dove sei?”
“Sono qui con te, bambina mia, come sempre”.
“Mi sento male, ho i brividi…”
“Vuoi parlare un poco?”
“Sì, mi sento così sola… ”
“Farei qualsiasi cosa per aiutarti, Marylin, lo sai”.
“Lo so Norma, tu sei la mia coscienza e io non ti do mai ascolto”.
“Ne abbiamo parlato tante volte: non dovevi diventare Marilyn, dovevi rimanere Norma Jean. Oggi saresti una signora piacente, un po’ sovrappeso forse, magari con dei marmocchi”.
“Sarebbe stato bello”!
“Ma ero io a volere dei bambini…”
“Norma, ci ho provato anch’io”
“Forse, ma guardati perché l’hai fatto ancora? Questa volta non avrai scampo”.
“Devo telefonare subito al mio medico, chiamarlo…”
“A che scopo? Per farti dare delle altre pillole? Ne hai già prese tante!”
“Ti prego non mi tormentare. Ho fatto quello che ho potuto, anzi, di più, c’è stato un momento in cui ho pensato di poter essere felice”.
“Si, hai lavorato tanto e studiato tanto. Lo meritavi. Ma dentro di te sei rimasta Norma Jeane. La tua insicurezza è devastante”.
“Che cosa dovevo fare? Non riesco ad essere ciò che non sono. E mi sento braccata. Sempre! E adesso? Dimmi adesso cosa posso fare”?
“Nulla, non ho consigli da darti. Puoi soltanto morire! Si, mi sembra un buona via di uscita. Molti ti rimpiangeranno. Ti ricorderanno bella…  bella e patetica nella tua infinita solitudine. E lo eri!”
“Perché usi il passato? Non sono più bella?”
“Il tuo aspetto fisico è terribile: i tuoi capelli sono secchi e radi, la tua pelle grigiastra e piena di rughe. Troppe pillole e troppo alcol ti hanno devastata!”
“Ma sono sempre Marylin!”
“Si la tua immagine, benché tu non ci sia più. Non sei più tu. Impasticcata e ubriaca dalla mattina alla sera. Per la maggior parte del tempo non sai quello che fai, né ciò che dici. Ci vuole un esercito per metterti in piedi”.
“Non essere crudele con me. Non avevo scelta se volevo andare avanti. Perché sono schiava di tutte quelle pillole?”
“E l’alcol dove lo metti? Persino quando sei andata a ritirare Il Golden Globe eri ubriaca, così ubriaca che non è stato possibile trasmetterti mentre ritiravi il premio. Mi sono vergognata terribilmente”.
“Anch’io mi sono vergognata. Ero terrorizzata da tutto quel pubblico… Mai avrei pensato di arrivare a tanto successo: bevevo per farmi coraggio”.
“Uno dei riconoscimenti più importanti al mondo… Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per arrivarci! Povera, povera Marilyn”.
“Ti prego, Norma, non rimproverarmi, sono già stata punita abbastanza”.
“E io con te, non ci hai mai pensato a me, vero?”
“Non avevo tempo, dimmi che cosa devo fare, Norma, me l’hai sempre detto, questa volta ti ascolterò!”
“Meglio farla finita. Prima che ti uccidano gli altri. Tu hai incominciato a farlo tanti anni fa… non opporre resistenza, rilassati!”
“Vorrei un po’ di tenerezza, un po’ di amore. Norma tu lo sai, sei la mia parte migliore, ti porto dentro di me, ti parlo. Ho sempre avuto amore e tenerezza nel mio cuore”.
“Sono io che ho sempre avuto amore e tenerezza, Marylin, tu eri troppo ambiziosa per lasciarti andare…  io non ci tenevo a diventare una celebrità!”
“Se qualcuno potesse accarezzarmi, scaldarmi, mi sentirei meglio. Sto male, tanto male, Norma. Sento di essere alla fine”.
“Chiudi gli occhi piccola mia, pensa a qualcosa che possa aiutarti a star meglio”.
“Ricordo quella volta che la mamma mi portò al parco. Era una bella giornata di sole, lei mi prese tra le braccio e mi accarezzò a lungo, con dolcezza, e mi strinse a sé tutto il pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento ancora le sue carezze”.
“Si, mi ricordo di quel giorno, fu l’ultima volta. Aveva l’aria così affaticata, ma io ero troppo felice di vederla per rendermene conto: era il mio compleanno! Mi strinsi a lei tutto il pomeriggio. Anche lei era sola e malata”.
“E’ stata la causa maggiore delle miei paure, dei miei complessi. Doveva darmi in adozione!”
“Ha fatto tutto quanto ha potuto, non riusciva a pensare di non vederti più”.
“E’stato difficile tirarsi fuori da quella vita randagia, tutte quelle famiglie che mi hanno ospitato”.
“Tuttavia sei stata brava: eri bella e determinata. Hai studiato, sei diventata famosa”.
“E infelice. Nessuno mi ha veramente amato, per quale ragione?”
“Hanno tentato… troppo difficile. Il successo non l’ha permesso! L’alcol e i barbiturici non l’hanno permesso e tu stessa non l’hai voluto”.
“Non ricordo più l’inizio”.
“Hai incominciato presto a impasticcarti. Oggi non ce la fai più a rispettare i tuoi impegni di lavoro”.
“Ma ho sempre lavorato tanto… ”
“Dovresti lavorare adesso. Raccogliere quello che hai seminato. Ma non sei più professionale: sempre in ritardo, sempre ubriaca…”
“Ti prego, Norma, ti prego non infierire. Ero paralizzata dalla timidezza e dalla paura. Non riuscivo a farcela da sola: avevo bisogno di aiuto”.
“Hai scelto l’aiuto peggiore: la dipendenza. Mi meraviglio come tu abbia retto tanti anni in quelle condizioni! Sei intelligente, sensibile. Avresti potuto essere un mostro di bravura”.
“Volevo essere colta, all’altezza delle situazioni. Avevo paura di sbagliare, soprattutto quando dovevo parlare in pubblico, recitare. Per quello mi impasticcavo e arrivavo in ritardo: non riuscivo a muovermi.
“Quando hai cantato: “Happy Birthday, Mr President”, eri intensa e bellissima. Avresti dovuto accontentarti! Hai avuto il desiderio e l’ambizione di voler far parte di un mondo che non ti appartiene”.
“Ma non sono io che l’ho cercato, quel mondo è venuto a cercarmi”.
“Dovevi incassare il tuo successo. Essere discreta. Curarti. Cambiare stile di vita. Dovevi essere tu a volerlo per riuscire, adesso è tardi. Ti sei logorata e sei andata avanti per la tua deriva. Una deriva amara!”
“Tu non capisci, io ci ho creduto veramente, ma loro non mi hanno voluta. Non mi hanno ritenuto all’altezza”.
“Te l’ho detto tante volte: dentro di te sei rimasta Norma Jean. Io sono una ragazza fragile, insicura, romantica e desidererei tanto avere una famiglia. Per diventare Marylin hai dovuto prendere pillole per tutto: dormire, lavorare, svegliarti. Anche per far l’amore”.
“Sì, mi sono trovata al centro di un mondo scintillante”.

“A cui non hai mai voluto rinunciare neanche per amore”.

“E’ vero!”

“Non sei stata in grado di scegliere il marito o l’amante giusto, neanche il medico o la donna di servizio”.

“Né il marito né l’amante e neanche lo psichiatra… Perché? Eppure non sono peggiore di altri”.
“No, non lo sei, mia Marilyn”.
“Ho sperato che funzionasse con Joe e poi con Arthur…”
“Non hai lottato abbastanza… con Joe hai preferito la tua carriera, lo sai, te l’ho detto tante volte. Lui ti amava davvero, non voleva dividerti con mezzo mondo. Io sarei rimasta con lui per tutta la vita. Mi avrebbe protetto, amato… ero felice quando l’ho sposato e non avrei mai divorziato”.
“Sì, Norma Jean, tu lo eri, ma non io. Con Miller ci ho creduto, volevo avere un figlio da lui”.
Era troppo diverso da te, da me. Un intellettuale, non ha capito le tue difficoltà. Neanche io capivo lui”.
“Se avessi avuto un figlio da stringere al cuore… ”
“Ma non l’hai avuto, almeno sei sicura che non sarà stato infelice”.
“Sarebbe stato bello. l’avrei amato tanto! Ho freddo, Norma, tanto freddo… Mi sento così rigida, non riesco a rilassarmi. Forse dovrei coprirmi…”
Addio, Marilyn…

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4 Pensieri su &Idquo;Dialogo tra Norma Jean e Marilyn

  1. altro racconto molto ben scritto. ma allora non è un caso…
    : )
    bello lo speculare, il non detto che sta dietro al “Non riesco ad essere ciò che non sono”, ovvero, “non riesco ad essere neanche ciò che sono”, comunicato tra le righe dalla doppiezza del personaggio impegnato in un dialogo interiore tra due diverse manifestazioni di sé.
    nel finale, forse non è necessario l’addio (suona un poco retorico, anche perché sappiamo come va a finire, no?). magari una chiusa più aperta e surreale in cui norma si rimbocca le coperte da sola poteva bastare.
    (“non riuscivo a muovervi” è un refuso o è una spersonalizzazione voluta in seconda plurare?)

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