Le rondini

 

Ecco le Rondini!
Stanno arrivando
le vediamo laggiù.
Volano basso
sono stanche,
si riposeranno
in fila sui fili
dell’alta tensione.
E’ bello rivedervi
Care amiche.
Troverete
i vostri nidi
sotto le tettoie,
li abbiamo
custoditi
per voi.
Presto
nasceranno
i nuovi rondinini.
Vi aspettavamo.
Ben tornate!

Il bottone rosa

Michele non aveva voluto nessuno alla stazione, non gli piacevano le scene patetiche. Andava solo al Nord.  A Milano! Il treno era partito con il solito ritardo, ma a lui proprio non importava. Si era seduto all’unico posto vuoto del suo vagone, il suo, vicino alla porta del corridoio. Di striscio, dall’altra parte,  verso il finestrino, aveva notato una ragazza che, a prima vista, sembrava non avere ancora vent’anni. Non si era preoccupato di guardare gli altri passeggeri. Se n’era uscito dallo scompartimento poco tempo dopo.

Sentiva un malessere profondo in tutto il corpo, faceva fatica a stare seduto, gli mancava l’aria. Era presto, avevano viaggiato meno di un’ora. Prevedeva una lunga notte insonne. Aveva tentato di leggere ma non era riuscito a concentrarsi. Le parole gli scivolavano via. “Quando sarò stanco di stare in piedi mi siederò in qualche angolo, anche sul  pavimento o mi cercherò un altro posto”, pensò. Il treno era abbastanza pieno ma non affollato e non avrebbe più avuto fermate intermedie fino ad Ancona. Ogni posto libero avrebbe potuto essere scambiato con quello prenotato.

Non era il posto il suo problema, né i suoi compagni di viaggio a cui non era minimamente interessato. Ma la sua realtà di precario, una  realtà faticosa quella del precario… piena di rabbia e frustrazioni! Era diretto in una città che non conosceva  e dove non conosceva nessuno, neanche per sentito dire, solo il nome di un paio di associazioni. Doveva fare qualcosa, trovare qualcosa da fare abbastanza in fretta.  Non aveva molte disponibilità finanziarie.

Si mise a passeggiare su e giù,  a piccoli passi, per allentare la tensione e la stanchezza. Intanto che si muoveva,  vide qualcosa sul pavimento, anzi, l’aveva guardato  due o tre volte prima di notarlo. Una cosina chiara, non era una pezzo di carta, lo sfiorò con la punta della scarpa… un piccolo oggetto. Si chinò per vederlo meglio, “qualcuno ha perso un bottone”, lo raccolse. Un bottone abbastanza grande, rosa. Certamente appartenente a un indumento femminile. Lo rigirò più volte, guardandolo: un bottone rosa, liscio, lucido, con quattro buchi nel mezzo; appariva molto ornamentale.

Senza dubbio era caduto da un indumento leggero, doveva essere di  una donna giovane, si sentì un po’ stupido. Le donne oggi vestivano abiti colorati e originali soprattutto da anziane. Le sue amiche e le sue sorelle erano spesso abbigliate con jeans e cose nere o scure. Ma aveva un grande bisogno di sentirsi meno disperato, di pensare a un futuro più roseo. Quel bottone senza valore gli sembrava la scarpetta di Cenerentola!

”Chissà, magari  mi porterà fortuna”, più sollevato, lo mise in una tasca. Era tempo di riposare un poco, incominciava ad albeggiare. Se ne ritornò al suo posto e ripensò a un programma per il suo arrivo a Milano. La ragazza, “graziosa a guardarla meglio”, che aveva intravisto qualche ora prima,  sonnecchiava con la bocca semiaperta.

“Devo trovare un luogo per dormire, una pensioncina o un B&B”,  ripeté a se stesso per l’ennesima volta, “o forse sarebbe meglio se mi cercassi prima una Parrocchia”. Aveva la lettera di referenze del suo Parroco, l’aveva voluta sua madre, gliel’aveva piegata e messa con cura nella carta d’identità! Sì, avrebbe girato le parrocchie finché non avesse trovato qualcuno disposto a dargli delle indicazioni.  E, su questo pensiero, si appisolò.

Si svegliò ad Ancona, erano arrivati quasi in orario. La ragazza seduta dall’altra parte, verso il finestrino, si stava preparando per scendere e raccoglieva le sue cose, “piccolina e minuta”, lei si sentì osservata e gli  sorrise, anche lui  abbozzò un  sorriso.

Michele salì sul Freccia Bianca, la coincidenza per Milano in attesa di partire sul binario opposto, e non si preoccupò di andare a cercare il suo posto, aveva tempo. L’avrebbe fatto quando tutti gli altri si fossero seduti. Viaggiava con uno zaino voluminoso e pesante. Aveva messo qualche cambio e una giacca a vento perché al Nord fa freddo, gli dicevano tutti… capita che faccia freddo anche d’estate. Bé,  fra poco avrebbe constatato di persona!

Il treno incominciò a muoversi,  prese velocità in breve tempo e dopo dieci minuti si trovò fuori dall’area della stazione. ”Fra poco non vedrò più il mare”,  una vita senza mare era difficile da immaginare per lui, ma non voleva che gli venisse il magone un’altra volta. Pensò al suo bisnonno che se n’era andato a cercar lavoro in un lungo viaggio, a quei tempi senza ritorno, al di là dell’oceano.  Lui avrebbe potuto prendere il treno, o un aereo, in qualsiasi momento per tornare a casa.

Non c’era lavoro dalle sue parti: ce n’era solo di un certo tipo e lui non lo voleva. Sapeva di non essere intraprendente, ma era determinato. Si rendeva conto che se avesse aspettato troppo a lungo sarebbe rimasto fuori dal circuito del lavoro, come tanti giovani del sud che lui stesso conosceva. Doveva andare oltre la soglia di casa, inventarsi qualcosa. Si ricordò del bottone che aveva trovato, lo prese per guardarlo: stava diventando magico per lui! Forse era stato smarrito da quella giovane che era seduta nel suo scompartimento e che aveva visto salire anche sul Freccia Bianca. Chissà da dove veniva.  Fantasticò un poco, “deve essere italiana”, avrebbe voluto chiederle se avesse perso lei il bottone. Era l’unica donna  che aveva notato nei pressi in cui l’aveva trovato. Forse avrebbe dovuto chiederglielo, forse.

Sospendendo la ridda dei pensieri, andò a cercare il suo posto e si accomodò.  Mancavano un paio d’ore all’arrivo a Milano. Il tempo era volato. “Mangerò qualcosa, almeno non avrò fame e, una volta arrivati, prenderò un caffè”, si disse. Tirò fuori la Mappa di Milano e diede un’occhiata veloce, quasi a ripassare la lezione. Se chiudeva gli occhi vedeva l’impianto della città davanti a sé!

Prese lo zaino, non sapeva cosa c’era nel pacchetto che gli aveva preparato sua madre. Ci trovò della frutta tagliata e pronta per essere consumata, un paio di pagnottone ripiene di verdure, formaggio e prosciutto e un paio di bottigliette d’acqua. “Ce n’è abbastanza anche per stasera”. Incominciò ad aggredire una delle pagnotte,  una ragazza, seduta di fronte a lui, lo guardava sorridendo:

-Buona colazione…

-Ha preparato tutto mia madre… posso offrirti un po’ di frutta?

-Ho già mangiato qualcosa.  Grazie.

Michele la guardò con più attenzione:

-Ma tu sei la ragazza che era seduta nello scompartimento dell’Intercity, da Lecce.  Io sono Michele. Vado a Milano.

-Anch’io. Sì, ti ho visto sul Lecce/Ancona… ti ho osservato camminare su e giù per il corridoio, sembravi agitato.

-E lo ero, lo sono anche adesso,  mi sono dato una regolata!

-Che cosa vai a fare a Milano?  se posso chiedere…

-Cosa vuoi che vada a fare un figlio di mamma come me?

L’essersi già visti sull’altro treno li faceva sentire meno   estranei, avevano qualcosa in comune e, come tutti i giovani, si trattavano con familiarità.

-Non so,  il turista, vai all’Università… a trovare degli amici.

-Magari! Vado a cercar lavoro. Ho finito la scuola d’Arte due anni fa e non sono riuscito a trovare nulla. Ho lavoricchiato in nero qua e là, null’altro. Devo tentare altre strade. Andrei  in capo al mondo, pur di lavorare.

-La solita tragedia…

-In futuro, se riuscirò a mantenermi, riproverò a studiare. Mi piacerebbe frequentare una scuola come il DAMS di Bologna o Brera a Milano.

-Ti piace l’arte…

-Sì, i miei farebbero ancora sacrifici per farmi continuare, ma sono io che non voglio. Ho anche due sorelle più piccole. Mia madre è una precaria della scuola. Solo mio padre ha un posto fisso. Come vedi, non c’è da scialare.  Stiamo bene insieme e io proprio non me ne volevo andare e neanche i miei volevano che partissi.  Adesso vado su. Faccio come il mio bisnonno che è andato in America.  Bé,  non voglio fare lo strappalacrime, poi, non è come andare in America… posso ritornare a casa quando voglio…

Tacque pensieroso,  aveva detto tutto, tutto di un  fiato, si sentì arrossire e si vergognò un poco:

-Scusami, non volevo.

-Sembra la storia dei miei nonni paterni. Anche loro sono venuti in su dopo la guerra e si sono fermati.

-Di dove sono?

-Di Nardò…

-No, non è possibile, mia madre è di Nardò.  Mi sembra incredibile…

-E’ proprio vero che il mondo è piccolo! Magari si conoscono anche…  Noi viviamo a Milano. Io abito con i miei genitori e ho una sorella più grande. I miei nonni sono ritornati a Nardò. Avevano comprato una casetta e ci tornavano in vacanza tutti gli anni. Alla fine si sono fermati. La vita è più facile in un piccolo centro quando si è anziani, penso.

-Mia madre ha molti parenti a Nardò… forse si conoscono per davvero.  In che parte di Milano abiti?

-Verso S.Siro.

Michele guardava la ragazza seduta di fronte a lui cercando di non farsi notare, gli piaceva molto! Lei non gli aveva detto come si chiamava e lui non osava chiederglielo. Era sempre stato un tipo riservato. Era carina, sottile, aveva i capelli chiari, lineamenti regolari.  “Deve avere più o meno la mia età. Chissà se studia o lavora”.

-E tu?

-Io? Intendi dove dormirò? Non lo so! Mi devo trovare un posto per dormire.  Ho qualche indirizzo.  Qualcosa troverò.

Si sentiva  imbarazzato e confuso  “spero che non pensi che sia un poco di buono”,  la ragazza si rese conto del disagio di lui e, con un sorriso semplice, gli disse:

-A proposito, io sono Anna.

Se ne stettero in silenzio qualche minuto. Lui pensava alla sua famiglia. Sapeva che ci sarebbe stata sempre, che sarebbe potuto ritornare a casa in qualsiasi momento, era la sua àncora, la sua sicurezza, il suo porto! Non voleva pensare al futuro.  La cosa lo fece sentire meglio. Si mise a cercare un indumento, nell’abbigliamento della ragazza, da cui si fosse potuto staccare il bottone. “Non posso chiederle se ha perso un bottone rosa. Non potrei restituirglielo. Se è suo, spero che non le manchi”, era diventato importante per lui. Era il suo portafortuna!

-Prendi spesso il treno?

-Si, mi sento più indipendente. Non ho bisogno di farmi portare all’aeroporto o di farmi venire a prendere. A Lecce ho la coincidenza subito per Nardò e viceversa.  E posso decidere all’ultimo momento. Non prendo la cuccetta perché non mi piace, mi viene la claustrofobia a stare chiusa in uno spazio così esiguo. E non sai mai con chi ti tocca dividere lo scompartimento…

-Anch’io ho preferito prendere il treno, almeno per questa volta. Volevo arrivare al mattino e avere tutta la giornata davanti.

Il Freccia Bianca stava rallentando la sua corsa, ancora pochi minuti e sarebbero entrati nella stazione Centrale di Milano.  Michele cercava di darsi un contegno, non voleva far trasparire il suo dispiacere nel salutare la ragazza. Stava pensando a come chiederle di rivederla, senza apparire indiscreto.

Cercò di raffigurarsi, sapeva di avere un aspetto gradevole. L’aspetto di un ragazzo come tanti! Indossava blue jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Non aveva segni particolari: era di statura regolare con occhi e capelli castano scuri. “Chissà come mi vede”. In quel mentre, lei gli parlò, pensierosa:

-Se vuoi ti do l’indirizzo della trattoria/pizzeria dove lavoro il venerdì sera   e tutto il giorno sabato, chiedi di Lorenzo, il padrone. Ti può indicare dove andare o darti qualche consiglio. Il posto si chiama Nord/Sud. Ti do il bigliettino. Dì a Lorenzo che ti manda Anna. Io gli telefonerò. Puoi venire a trovarmi, se vuoi, se hai nostalgia di casa… se senti il bisogno di parlare con qualcuno che viene, in parte, dalle tue parti…

Lui la guardava allibito, non riusciva a credere alle sue orecchie, non riusciva neanche a sentire bene. Gli girava la testa  per l’emozione…

-Sono un bravo ragazzo!

Lo disse d’impulso, come a rassicurarla e, anche se l’abito non fa il monaco,  l’aspetto e il sorriso del bravo ragazzo lui, in quel momento, ce li aveva proprio.

Giovanna Rotondo Stuart

Omaggio a Ipazia

di Giovanna Rotondo

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Ipazia D’Alessandria, Raffaello, Musei Vaticani,1510

Ipazia: verso il cielo è rivolto ogni tuo atto! (Pallada, poeta greco)
Se potessi essere qualcuno nel passato,  sceglierei lei, Ipazia! Ho sempre avuto una grande ammirazione per questa donna  scienziata/filosofa sulla quale molto è stato scritto e detto.
Mi ricorda the “All Round Man” l’uomo universale del Rinascimento, solo che è una donna vissuta molti secoli prima!
Ipazia nasce ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 e viene  barbaramente uccisa nel 415, per compiacere il Vescovo Cirillo, o su suo mandato, non è dato di sapere con certezza, anche se  alcuni storici lo ritengono responsabile di quell’assassinio efferato.
Questo è quanto scrive Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica Libro VII, cap 15, pg 67 col 769:
“Tale fatto comportò una non piccola ignominia sia a Cirillo, sia alla Chiesa alessandrina. Infatti dalle istituzioni dei cristiani sono totalmente estranee le stragi e le lotte e tutte le cose di tal fatta”.
La Chiesa non si è mai pronunciata al riguardo e il vescovo Cirillo verrà fatto Santo qualche secolo dopo. Gli esecutori, di cui si conosceva l’identità, non sono mai stati puniti. Perché? A causa del fatto che Ipazia fosse una donna, una scienziata e per di più pagana? E come tale non degna, secondo i fanatici del tempo, di adeguata giustizia?
Anni fa avevo scritto delle poesie su Ipazia giovane. La immaginavo come me: occhi e capelli scuri, figura aggraziata. Me la raffiguravo che leggeva sempre, molto seria e, quando raramente sorrideva, il suo viso si illuminava.
Avrei voluto essere una detective o una storica per indagare su di lei, alcuni ci hanno provato, non so con quali risultati: so che è stato girato un film a nome Agorà, sulla sua vita. Non  lo vedrò, non voglio perdere l’immagine che mi sono creata di questa bella figura femminile.
Ogni donna che abbia dato un contributo alle arti o alle scienze, ogni pensatrice, merita la nostra più grande stima e ammirazione, sia per il coraggio che ha dimostrato nel manifestare se stessa, sia  per le difficoltà che, senza dubbio, avrà incontrato lungo il cammino.
Mi sono chiesta come mai, per millenni, le donne sono state relegate a ruoli inferiori.
C’è voluta la maternità, la cura dei figli, il lavoro e l’organizzazione solitaria del menage familiare e lavorativo, per farmi comprendere le difficoltà di funzioni multiple! E questo in un mondo in cui la condizione femminile si va affermando, seppur con fatica e solo in una parte di esso!
Ovviamente è stato facile per gli uomini emarginare le donne a figure subalterne, con qualche bieca dissertazione sulla loro intelligenza, impurità o altro, giustificati da motivi religiosi immaginati da visionari per desiderio di dominio e da pazzi e ignoranti. E lo è tutt’ora.
Ipazia viene introdotta alle materie scientifiche da suo padre, Teone, Matematico e Filosofo. Lui stesso scrive, nell’intestazione del III libro del suo commento al sistema matematico di Tolomeo: “Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”.
Lei non è solo filosofa, ma anche  astronoma e letterata. Un suo testo, pubblicato all’epoca, sul moto degli astri: Canone Astronomico, viene accolto dalla Comunità Scientifica con grande ammirazione.
Altre sue opere vanno distrutte nell’incendio appiccato dai cristiani alla più prestigiosa biblioteca del mondo antico, quella di Alessandria d’Egitto. La biblioteca conteneva dai 500.000 agli 800.000 volumi. Molti di essi, pregevoli ed unici, saranno persi per sempre!
Oltreché astronoma di grandi capacità,  Ipazia è molto apprezzata nello studio della filosofia.
Si è guadagnata la cattedra del padre e ha molti seguaci e sostenitori che vengono da paesi lontani pur di assistere alle sue lezioni, tanto grande è la sua fama e la sua bravura.
Ci sono testimonianze di un grande filosofo cristiano, suo contemporaneo, Socrate Scolastico, che parla e scrive  di lei come la terza Caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino.
A quanto mi risulta, non era sposata, né siamo a conoscenza di suoi eventuali amori. Il rigore della mente  era la guida alla sua esistenza, in un epoca in cui una donna poteva essere uccisa, o accusata di stregoneria perché colta, intelligente o scienziata.
Mi piace fantasticare che in alcuni momenti della sua vita, quando guardava il cielo per studiare le stelle o coltivava la bellezza del pensiero, Ipazia  abbia, per qualche istante,  palpitato per  uno dei suoi discepoli e composto dei versi per lui: “Studieremo insieme/le vie del cielo/Noi due/Tenendoci per mano”.
Tuttavia non era quella la sua strada, né i tempi le avrebbero permesso di percorrerla ma è bello pensarlo.
Sinosio, che diviene in seguito vescovo di Cirene, le scrive lettere in cui si rivolge a Lei come alla luce della sua vita, madre, sorella, amica, maestra… e che cos’era questo se non un grande amore?
Un amore in incognito, mascherato da un’infinità di parole da cui traspare il grande desiderio di viverle accanto. In un altro periodo storico, forse sarebbero vissuti insieme, avrebbero potuto lavorare insieme.
Ipazia è una donna pubblica: divide il suo sapere con tutti coloro che sono interessati ad apprendere. Una donna democratica.  L’Alessandria d’Egitto in cui si muove  è considerata la culla del sapere d’Oriente, ma i tempi stanno cambiando.
Il cristianesimo,  diventato la religione di stato, porta con sé tutte le contraddizioni e il potere che avrebbe poi mantenuto per secoli.
E se nella colta Alessandria pagana c’è qualche timida apertura verso le donne, soprattutto grazie a Ipazia, non così tra il nuovo che avanza, in guerra feroce contro qualsiasi altra forma di religione o di conoscenza.
E’ del 391 l’editto di Teodosio che incita i cristiani alle persecuzioni anti pagane.
Lei non può suscitare ammirazione per la sua bellezza fisica, ma solo per la grandezza del suo intelletto! La sua uccisione, barbara per il modo in cui avviene e barbara per il semplice motivo che avviene, indigna.
Cirillo, divenuto Vescovo di Alessandria nel 412, si sente minacciato da questa fulgida creatura che professa la filosofia e il pensiero razionale, l’opposto della fede. Non può né permetterlo né accettarlo! L’invidia per la grandezza di Ipazia lo rode e, forte dell’Editto Teodosiano, si circonda di masnade di monaci; i famigerati  Parabolani, di fatto una sua milizia privata: bigotti, ignoranti e violenti che mettono la città a ferro e fuoco.
La fragilità umana difende con crudeltà e fanatismo qualsiasi credo, spesso con l’alibi di una vita meno sofferente, ma di fatto come atto di potere e di controllo!
Dopo che Ipazia viene uccisa, la città perde la sua tradizione di centro della cultura, per sempre. Sono convinta che sia l’assassinio di Ipazia, sia l’incendio alla Biblioteca di Alessandria, abbia rimandato l’Umanità indietro di mille anni e l’abbia relegata in un lungo medioevo da cui, forse, non è ancora uscita.
A tutt’oggi siamo testimoni di grandi manifestazioni di potere, intolleranza e fondamentalismo: la distruzione di opere d’arte, come i Buddha millenari della valle di Bamyan; i crolli di Pompei, per incuria e corruzione; le razzie compiute nelle biblioteche a scopo di lucro e molto altro.
Per non parlare  delle grandi disuguaglianze sociali che  si continuano a perpetrare nel mondo!
Nella ricerca del potere, mantenere nell’ignoranza i popoli, a incominciare dalle donne, sono certamente disegni voluti e premeditati.
Ipazia è la prima martire laica conosciuta: non appartiene a nessuna dottrina, ma alla  bellezza del pensiero umano e non c’è nulla di più grande!
L’unica speranza è il futuro: ci vorrà ancora tempo per entrare in un mondo diverso, in cui l’uguaglianza di genere e non solo, divenga realtà.
Un mondo in  cui le religioni siano amorevoli e misericordiose e vissute come un fatto privato; dove il potere serva per colmare i bisogni e le necessità dei popoli e non sia un mero esercizio di prevaricazione e arricchimento.
Abbiamo oltrepassato la soglia di “1984”, siamo oltre “Brave new world”. Indubbiamente varcheremo altri orizzonti, con molte  sorprese, speriamo positive,  per tutta l’umanità.

Giovanna Rotondo Stuart