The gravel breaker (Il sogno di Jebel)

Jebel era accovacciata ai bordi di un mucchio di pietre, una parte di queste era di piccole dimensioni, le altre piuttosto grandi. Aveva un martello tondo in mano, un martello con l’impugnatura di legno e la testa metallica. La mano sinistra teneva ferma la pietra mentre la destra la colpiva. Era una gravel breaker: una spacca pietre.
Dietro di lei si vedevano cumuli di pietre già pronte o da frantumare e altri gravel breakers, per lo più donne con i loro bambini, che spaccavano pietre anche loro. Sul fondo una serie di capannoni grigi.
Jebel avrebbe ricevuto alcuni dollari di paga per la quantità di lavoro eseguito. Era un lavoro duro e spesso doveva interromperlo perché le faceva male il braccio e le venivano le vesciche alle mani. Stava imparando ad usare il martello anche con la sinistra, all’inizio aveva fatto molta fatica, ma migliorava.
Era qui dall’alba, fra poco avrebbe fatto molto caldo e lei aveva la bimba con sé e doveva allattarla. Il mucchietto di stracci che la conteneva era accanto a lei, coperta da un telo per ripararla dal sole.
Jebel abitava vicino al fiume, alla periferia della città di Juba, la capitale del Sud Sudan, e ci voleva quasi un’ora da dove si trovava, alle pendici del Jebel Kujur, la montagna di Juba, per giungere alla sua capanna e un’altra buona mezz’ora per andare al fiume a prendere l’acqua.
Si alzò e prese la bimba per allattarla, si sarebbe messa in cammino subito dopo aver ricevuto la paga per il suo lavoro. Era molto magra, quasi emaciata, come la maggior parte della popolazione del Sud Sudan. Appariva molto giovane, doveva avere meno di vent’anni.
Suo marito, l’uomo a cui era stata ceduta adolescente, era rimasto ucciso in uno dei tanti raid tribali per il controllo della terra, del petrolio o dell’acqua.
Lei e la bimba si erano rifugiate, con altri profughi, in un campo di assistenza internazionale. Sua figlia aveva circa un mese, durante la fuga non si trovava cibo e lei non aveva mangiato per giorni.
La vita al campo era stata un incubo, iniziava la stagione delle piogge e tutto era bagnato, sempre, ma si erano presi cura di loro. Jebel aveva voluto per la bimba lo stesso nome della dottoressa che le aveva curate. Al campo non si stancava mai di osservarla mentre lavorava. Non sapeva che le donne potessero essere così belle e importanti!
E aveva scoperto la radio. All’inizio non capiva bene il linguaggio e di che cosa parlassero, ma pian piano aveva imparato a comprendere i discorsi e a distinguerli. Era tutto nuovo per lei.
Ascoltava le notizie sul Sud Sudan. La gente aveva votato un referendum, per l’indipendenza dal Sudan, poco più di un anno prima, nel luglio del 2011, dopo decenni di devastazioni, guerre e guerriglie, Juba era diventata la capitale del Sud Sudan, il nuovo Stato a maggioranza cristiana.
Porto fluviale sul Nilo Bianco, affluente del Nilo, Juba contava al momento più di un milione di abitanti. Nel 2005 ne vivevano meno di duecentomila. Le organizzazioni umanitarie lanciavano continui allarmi: Juba rischiava la catastrofe umanitaria!
Una volta al mese Jebel tornava al campo per la visita a Maja e visitavano anche lei. Tutt’e due erano state inserite in un programma alimentare per un anno. Dovevano prendere degli integratori ogni giorno, quando li finivano era tempo di tornare per il controllo e per il rifornimento.
Un piccolo mucchietto di proteine che le manteneva in vita. Quel giorno, o all’indomani, doveva recarsi al centro. A volte ci andava prima dello scadere della visita, si sedeva in un angolo e ascoltava la radio.
Si avviò verso i capannoni e, dopo una breve sosta, s’inoltrò lungo il sentiero che la portava in direzione della sua capanna. Si vedevano poveri rifugi disseminati ovunque, più che altro erano canne piantate nel terreno tenute insieme da legacci di ogni tipo, con sopra, per tetto, qualsiasi cosa e un pezzo di stoffa, quando esisteva, al posto della porta.
La capanna di Jebel aveva una stuoia all’entrata e una per terra che fungeva da giaciglio. Sul pavimento di terra rossa, appoggiata alle canne, si trovava una brocca per l’acqua, un paio di utensili e un cesto.
Nel cesto si vedevano delle stoffe dai colori vivaci, un paio grandi per lei, alcune piccole per Maja e pochi altri indumenti.
Jebel aveva mangiato una ciambella di cereali all’alba, nient’altro. Sarebbe passata al mercato, per comprare qualcosa, prima di scendere al fiume. Lavò Maja, con i residui dell’acqua che c’era nella brocca, e la cambiò. Al fiume si sarebbero lavate meglio.
La dottoressa le aveva raccomandato di lavarsi le mani ogni volta che poteva! Si sdraiò sulla stuoia con la bimba accanto a sé e la guardò con tenerezza.
Maja era una bimba buona, sorrideva e cominciava a emettere piccoli suoni. Aveva poco più di sei mesi. Lei si sentiva bene. Non si era mai sentita così felice! Il solo fatto di poter andare al campo per il controllo della bimba, una volta al mese, la faceva stare tranquilla.
Quando arrivava, le lasciavano ascoltare la trasmissione che a lei piaceva: “La voce della Donna” di Radio Sudan, condotta da un’associazione umanitaria. Il programma era rivolto alle donne, ai problemi che ogni giorno dovevano affrontare e alle gravi discriminazioni sociali a cui erano sottoposte. Le intervistavano e le aiutavano a raccontare la loro storia. Più dell’80% delle donne del Sud Sudan non sapeva né leggere né scrivere.
Lei non aveva mai sentito queste cose prima, ma le conosceva per averle subite e vissute.
Oggi si rendeva conto del cambiamento e non voleva altri padroni. Stava bene con la sua bimba e voleva stare con lei.
A Juba mancava tutto, c’era tutto da fare, da edificare. Avevano bisogno di molta ghiaia per le strade e per le costruzioni. E lei poteva guadagnare qualche soldo spaccando pietre. Era giovane, avrebbe lavorato ancora tanti anni. Doveva solo stare attenta a non farsi male…
Si addormentarono per qualche tempo. Prima di uscire Jebel si cambiò e si avvolse in un telo di stoffa colorata, era longilinea con lineamenti decisi ma belli, i capelli crespi, corti.
Mise Maja nella sacca sulle spalle, la brocca per l’acqua sulla testa e uscì. Si sarebbe fermata al mercato che si trovava in una spianata lungo la strada.
Il Sud Sudan era una grande terra rossa arsa dal sole, dove vivevano migliaia di persone che andavano in tutte le direzioni. Si trovavano poche strade e pochi sensi di marcia. Inoltre, da quando il paese era indipendente, tutto costava almeno il doppio.
Il mercato era avvolto nella polvere, quando passava una macchina o una mototaxì, sollevava terra in grande quantità. Il panorama era, se possibile, ancor più desolante.
Qualche capannone qua e là, gente seduta per terra che vendeva povere cose, banchetti colorati con merce di tutti i tipi ai lati della strada, bambini che giocavano in mezzo alle immondizie bruciate. Su tutto il mercato aleggiava un odore acre e sgradevole, impastato di polvere e fumo che rendeva l’aria irrespirabile.
Jebel si guardò intorno in cerca di qualcosa da mangiare per cena e per l’indomani. Ai lati della strada cumuli di rifiuti esalavano miasmi di ogni genere, diede un’occhiata nei vari mucchi per vedere se in mezzo ci fosse finito del cibo ancora usabile, ma non trovò niente. Comprò la solita schiacciata di cereali e qualche dattero. Domani avrebbe cercato delle foglie commestibili lungo il fiume.
Imboccò un sentiero laterale, meno trafficato e polveroso e si diresse verso un’ansa del fiume, dove la gente del luogo si recava a prendere l’acqua. Lungo il sentiero il panorama era sempre lo stesso, qualche spiazzo con povere capanne tra gli alberi, qualcuno che lavorava un pezzo di terra o accudiva qualche animale.
Al fiume s’incontrò con altre donne, gli uomini ci venivano di rado. Si vedevano soprattutto donne e bambini! Era un momento sereno. Le donne parlavano e i bimbi giocavano. Alcune di loro erano poco più che bambine e avevano già un figlio o due.
Jebel si mise a chiacchierare intanto che si lavava,  lavava il suo telo e quello di Maja. Maja era felice di trovarsi in mezzo ad altri piccoli e sorrideva. Dopo aver giocato con lei per qualche momento, Jebel la prese in braccio, se la strinse nella fascia sulle spalle, riempì la brocca di acqua pronta per intraprendere la via del ritorno.
Cambiò ancora direzione. Il percorso era più lungo ma le piaceva camminare di là. Lo faceva quasi tutti i giorni. A metà strada si fermò davanti a una costruzione piuttosto brutta, lunga e bassa, era una delle poche case in giro! A Jebel piaceva stare là a guardare la casa. Ogni volta che passava si fermava fuori dalla recinzione e guardava a lungo, sorridendo, i bambini e le bambine che giocavano nel cortile.
I bambini indossavano indumenti simili a un divisa: camicia color panna e gonna o pantaloni blu. Spesso parlava con loro e con gli adulti che vedeva. Le avevano detto che era una scuola. Un luogo dove s’imparava a leggere e scrivere. La dottoressa, al campo, le diceva sempre che doveva imparare a leggere, che doveva andare a scuola e mandare Maja a scuola, ma non c’erano molte scuole nel Sud Sudan. E neanche molti insegnanti, lei non ne aveva mai sconosciuti.
Oggi voleva parlare con qualcuno, avrebbe aspettato di vedere uno dei grandi. Ma non venne nessuno e Jebel, alla fine, se ne andò. Mancava circa un’ora al tramonto, il tempo giusto per arrivare alla sua capanna, prima che diventasse buio.
Sarebbe ritornata domani o un altro giorno. Lei aveva un desiderio grande: voleva chiedere che cosa doveva fare per imparare a leggere e mandare Maja  a scuola quando sarebbe diventata più grande.

Giovanna Rotondo Stuart

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9 Pensieri su &Idquo;The gravel breaker (Il sogno di Jebel)

  1. Gravel breaker, il sogno di Jebel
    Spaccato di vita africana interessante, esotico e purtroppo anche molto reale.
    Imparare a leggere in quei posti,equivale a una vita migliore, non per forza una vita bella. Comunque un sogno.
    Nel nostro mondo occidentale, dove saper leggere è un diritto acquisito, spesso lo dimentichiamo.

  2. ho collegato, inevitabilmente, la tua attività di “spacca pietre” con quella di Jebel, trovando elementi di contatto: per Jebel è un sopravvivere alla vita, mentre il fossile, in un certo senso, sopravvive alla morte e in questo ha più d’una affinità con la parola scritta (il cerchio poi si chiude con la protagonista che sogna che lei stessa, o almeno la figlia, possa imapare a leggere e scrivere). la narrazione scorre intensa e disegna con tratto “rotondo” (eh, non potrebbe essere altrimenti) la realtà di una vita comunque densa di senso, nonostante sia confinata ai margini sfruttati e depressi dell’impero mercantile globale. soprattutto, emerge tridimensionale l’umanità di Jebel (bellissima la descrizione del suo legame tattile con Maja) che surclassa in fatto di *ricchezza* qualsiasi facoltoso abitante dell’altro mondo. come elementi migliorabili, a mio avviso è un po’ carente il piano olfattivo (che per contro è spesso il più evocativo) e forse si poteva aggiungere qualche dialogo o comunque qualche passaggio in cui far sentire direttamente al lettore la viva voce di Jebel. eniuei, my compliments: altra prova della tua notevolissima capacità affabulatoria.
    : )

    • Ho pensato ai dialoghi, ma questo racconto l’avevo inteso come una bozza per una storia lunga. Non la scriverò mai, probabilmente. Senza falsa modestia, posso dire di non sentirmi brava abbastanza per una cosa così, mi piacerebbe! Giovanna

  3. una bella storia, donna e bimba sulla via del riscatto, in un paese che conosco bene. Sono stata nel 2009 a Turalei,a nord di Juba, vicino al fronte di guerra di Abiey, come volontaria e osservatrice in un ospedale che ora è stato travolto dalla guerra. Che incredibili coincidenze, Giovanna, sei stata lì anche tu?

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