Nascita e morte di Vegana

1. Nascita di Vegana

Vegana guarda orgogliosa la bandiera che viene issata, per la prima volta, alta, sul pennone, Oggi si festeggia la nascita e il simbolo di una nuova nazione: un grande cerchio con intorno la scritta “Together”. All’interno del cerchio un girotondo con mammiferi e altri animali. E il nuovo nome “Vegana”, come il suo, scritto in alto. Il Presidente sta finendo il discorso, ci sono tutte le componenti del governo in carica, la folla partecipa attenta:
“In questo giorno, per noi così importante, ho il piacere di presentarvi la madrina della cerimonia, un’altra Vegana. La prima creatura nata tra noi, al tempo del nostro esodo”.Vegana saluta la folla, sorride commossa, tra le prime file intravede la sua famiglia:
“Sono felice dell’esperienza che sto vivendo insieme a tutti voi. Mi sento onorata di portare lo stesso nome del paese in cui viviamo, che voi avete fondato e fatto diventare come io lo conosco ora. Da piccola, mio nonno mi portava spesso con sé a visitare le città e le comunità che stavano nascendo. Mi raccontava la storia coraggiosa e affascinante del vostro viaggio. La ricerca di un rifugio più compatibile con la filosofia di vita che avevate in mente. Le vostre fatiche sono state premiate!”
“Come tutti voi sapete”, riprende il Presidente, “siamo sbarcati qui, nell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda. Ci abbiamo impiegato più di tre anni a trasportare i membri delle nostre associazioni che avevano deciso di trasferirsi a vivere in questa terra. Oggi, dopo averla colonizzata, le abbiamo scelto un nuovo nome: “Vegana”.
La gente si era appassionata alla scelta del nome, aveva prevalso lo stesso nome che i suoi genitori le avevano imposto, come speranza futura, nuova, quando era nata, 25 anni fa, pensa Vegana, guardandosi intorno, felice.
La sua famiglia di origine veniva dall’Europa. I suoi genitori erano emigrati, appena sposati, in un progetto di trasferimento collettivo alla ricerca di un luogo in cui vivere, meno caotico della vecchia Europa. Vivere senza che il profitto economico sovrastasse ogni etica e ci fosse rispetto per la natura intorno e per qualsiasi creatura vivente.
Lei era stata la prima nata sulla nuova terra!
Le persone incominciano a raccogliersi in gruppi informali. Si salutano, qualcuno, dal palco comunica ai presenti:
“Sono state allestite aree di rinfresco in tutta l’Isola, oggi sarà una giornata di festa memorabile”.
Alcuni dei presenti circondano Vegana, la salutano, la baciano:
“Vegana, a presto, ci vediamo domani”.
“Vegana, vieni con noi”?
“Non posso, sto aspettando Andrew…”
“Ciao, Vegana”.
“Mamma, papà, avete visto Andrew?”
“No, non l’abbiamo visto, Vegana ti fermi con lui o vuoi che vi aspettiamo?”
“No, probabilmente andremo da qualche parte, se riusciremo a trovare un luogo tranquillo”.
Vegana si guarda intorno alla ricerca del suo amico per alcuni minuti:
“Ciao, bella fanciulla, finalmente ti trovo!” un giovane le si avvicina.
“Andrew, sei riuscito ad assistere alla cerimonia?”
“Si, uno spettacolo da ricordare”.
“Bella vero? La nostra nuova terra!” sussurra lei pensosa.
“Non per me… siete voi i nuovi arrivati”, risponde ironico Andrew.
“Noi siamo nate insieme. Sono commossa!” mormora Vegani.
“Le due Vegane della mia vita!” conclude Andrew, riferendosi alla sua ragazza e al paese in cui vivono e che da oggi porta lo stesso nome.
I due si abbracciano contenti di vedersi. Andrew è di statura sopra la media, con un sorriso simpatico. Vegana sembra la protagonista di una favola. Tutti e due sono nati in South Island, ma gli antenati di Andrew vi si sono insediati un paio di secoli prima, Vegana è alla prima generazione.
“Mi fermo fino a domani”.
“Stai da noi?” gli chiede lei.
“No so ancora, perché non ce ne andiamo insieme, da qualche parte, per qualche ora?”
“Va bene. Dove vuoi”.
“Andiamo a cena?”
“Si, ma lontano da qui. Altrimenti ci troviamo troppa gente”.
“Potremmo fare una passeggiata. E’ una giornata meravigliosa”.
“Mi piacerebbe molto”.
“Conosco un ristorante tranquillo, non lontano”.
Si avviano, tenendosi per mano, e, dopo una mezz’ora di cammino, giungono nei pressi di un locale semplice e accogliente, decidono di sedersi in giardino. E’ un bel pomeriggio di inizio estate e la temperatura è mite. Mentre cammina e chiacchiera con Andrew, Vegana ripercorre con la mente la storia della sua gente. Una storia che il nonno non si stanca mai di raccontare e lei di ascoltare.

2.  La terra, un trentennio prima

All’inizio del terzo millennio, verso il 2023 circa, le condizioni di vita del pianeta non godevano di buona salute. I dati erano a dir poco inquietanti: la voracità umana stava letteralmente saccheggiando il pianeta. Si distruggevano intere foreste ed ecosistemi per dare spazio a coltivazioni usate per la produzione di cereali e soia per alimentare animali che sarebbero stati a loro volta malmenati e torturati in allevamenti intensivi, o per prodotti che distruggevano l’ambiente ma rendevano finanziariamente. Scarsa era l’attenzione alla terra e ai suoi abitanti, la legge del profitto economico imperava su qualsiasi altra considerazione.
Ci voleva molta acqua per produrre un chilo di carne e molti metri quadri di foresta, i gas prodotti dalle deiezioni animali e la desertificazione producevano variazioni climatiche devastanti.
La terra ospitava più o meno otto miliardi di persone ed era un gigantesco allevamento: bovini, suini, ovini e quant’altro, senza contare il pollame! Il tutto superava, e di gran lunga, le reali necessità alimentari di coloro che avevano accesso alle proteine animali: l’uso era superiore al bisogno, e, soprattutto, si sarebbe potuto sprecare e consumare molto meno a beneficio di tutti, anche di quei molti che avevano scarso accesso ai beni primari.
Il consumo di acqua stava raggiungendo livelli non più sostenibili, migliaia di persone dovevano fare lunghi percorsi per trovare l’acqua. Le multinazionali si impossessavano e brevettavano di tutto, dalle riserve d’acqua ai prodotti alimentari. Molta acqua, inoltre, viaggiava nei prodotti alimentari sotto forma di bibite e simili.
Le risorse della terra incominciavano a scarseggiare. Le turbolenze climatiche erano tali per cui non si potevano fare programmi sui raccolti e l’inclemenza atmosferica portava a perderne ogni anno una buona parte. Si coltivava sempre di più in gigantesche serre e si usavano ibridi e prodotti geneticamente modificati in tutti i campi. Per non parlare delle acque dei mari e degli oceani, inquinate e con molta vita marina estinta o in via di estinzione.
La situazione stava diventando invivibile, l’effetto serra catastrofico, la forbice sociale aumentava invece di diminuire, pochi si arricchivano in maniera devastante a scapito di una moltitudine di poveri.
Inoltre, gli allevamenti intensivi, per produrre una massiccia quantità di carne, lavoravano come una catena di montaggio su creature viventi – sensibili al dolore e alla sofferenza – in condizioni di crudeltà inconcepibile.
In quegli anni incominciarono ad apparire manifesti provocatori pensati da Vegani, Vegetariani e Amici degli Animali. Il primo manifesto portava la scritta:
“Chi Mangio Oggi?”
L’immagine, sconvolgente, di quello che a prima vista sembrava un bimbo tagliato a fette e messo in una vaschetta del supermercato, fece infuriare molti carnivori.
Le provocazioni continuarono con manifesti che mostravano corpi di uomini, donne e animali tagliati a fette e messi in mostra come prodotti alimentari in vendita, con la scritta:
“Preferisci la coscia o la spalla?”, oppure: “Io non mangio cadaveri!” E, spesso:
“Oggi mi mangio il cane o il gatto?”, con sequenze inguardabili sulle terribili torture inflitte agli animali negli allevamenti, durante il trasporto o la macellazione.
I nonni di Vegana furono tra gli ideatori della campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e indurla a mangiare meno proteine animali e più proteine vegetali, ad avere più rispetto per le creature viventi e a non commerciarle e sfruttarle in modo indegno.
Presto si identificarono in Carnivori coloro che mangiavano carne più di due volta la settimana. In seguito sarebbero stati chiamati Cannibali: le loro abitudine conducevano alla distruzione della terra.
A questa campagna di sensibilizzazione venne data grande risonanza con incontri pubblici, articoli, conferenze e molta informazione sui mass media. Si voleva, oltreché provocare, far pensare. Non si chiedeva di non mangiare carne, di non essere onnivori, si chiedeva più controllo, più rispetto, più etica. Una semplice limitazione per il bene collettivo e individuale, oltretutto, conoscendo le complicazioni e i danni alla salute causati da un’alimentazione troppo ricca di proteine animali, poteva essere un recupero non solo ambientale ma anche un risparmio finanziario: meno malattie, meno spese. E c’era la speranza che abolendo la crudeltà dalla catena alimentare con più considerazione per questi nostri sfortunati amici terrestri di altre razze, avrebbe migliorato gli esseri umani.
Si voleva dare un messaggio che portasse al risparmio delle risorse della terra e al rispetto per tutte le creature che l’abitavano.
Il nonno le raccontava di quanto le loro iniziative causassero le ire di alcuni potenti. Le sedi delle loro Associazioni venivano prese di mira e vandalizzate di frequente; in alcune circostanze avevano temuto per la loro stessa incolumità!
E spesso le descriveva la scena di quando aveva avanzato l’ipotesi, ai suoi amici e soci, di cercare un altro luogo in cui vivere. La sua era stata una battuta di spirito, diventata, in seguito, un vero e proprio programma per un progetto di esodo:
“Ieri, in pieno giorno, in diversi punti del paese, sono stati lanciati sassi contro le vetrina dei nostri negozi”.
“Un’azione intimidatoria…”
“Sì, sappiamo tutto, è intervenuta la Polizia”.
“Sta accadendo con troppa frequenza!”
“Siamo stati avvertiti. Le varie lobbies non intendono sottostare a campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro le loro speculazioni e i loro guadagni. Sono gruppi di potere, possono diventare pericolosi, se noi continueremo con i nostri programmi”.
“Non ci lasceremo ricattare, né intimorire, non smetteremo!”
“Bisogna emigrare, la vita sta diventando impossibile”.
“Ma dove? Il mondo, come si dice, è diventato un villaggio”.
“Non c’è scampo! Si sta distruggendo tutto a una velocità incredibile. La terra, presto, non avrà più risorse”.
“Ma sarà così ovunque, impossibile sfuggire: i danni ambientali sono oramai globali”.
“Me ne rendo conto, tuttavia, non potendo andare nello spazio, possiamo cercare sulla terra alcune arre più accettabili di altre, ce ne sono ancora, per adesso, almeno, e preferisco tentare di fare qualcosa intanto che aspettiamo la Tragedia Universale”.
Fu la molla. Un segnale, qualcosa che tutti volevano accadesse.
Nei giorni a venire, Tommaso e Sara, i nonni di Vegana, e alcuni amici, incominciarono a pensare e a discutere seriamente un’eventualità del genere. I loro figli, Carlo e Luigi, si appassionarono all’idea di creare un mondo diverso. Tutti facevano progetti…
Decisero di mettere la proposta di Tommaso, Presidente dell’Associazione Vegetariana, in calendario per una libera discussione: ipotizzare un programma che prevedesse la possibilità di trasferire, in un’altra parte del pianeta, un gruppo numeroso di persone.
Più di ogni altra cosa bisognava verificare se ci fosse ancora un luogo, sulla vecchia terra, in grado di accoglierli, un luogo dove avrebbero provato a vivere in maniera più semplice e naturale.

3. Andare, sì… ma dove?

“Avverto una certa ansia di concludere i punti all’ordine del giorno, per continuare con un argomento che appassiona tutti: “se, come e dove andare”. Suggerirei di proceder nella discussione, per alzata di mano, come al solito, uno alla volta, per non fare confusioni, qualcuno alla fine tirerà le somme e concluderà, cercando di mettere insieme i vari interventi”.
“Va bene Tommaso, ma dobbiamo prima capire di che cosa vogliamo discutere, altrimenti perdiamo tempo!”
“Sono d’accordo con Andrea. Qual’è la proposta?” chiese Ania, l’avvocato del gruppo, era lei ad occuparsi degli aspetti legali e a dirimere le controversie dell’Associazione.
“E’ questo il punto, non c’è una proposta. Dobbiamo elaborarla insieme. Avevo accennato, come battuta, alla possibilità di cercare un luogo, semmai ce ne fosse uno, dove espatriare e vivere secondo la nostra etica, perché non tentare? almeno parliamone!” rispose Tommaso serio.
“Vuoi dire noi, come comunità?”
“Sì, quella parte che accetterà la sfida!”
Per qualche istante il silenzio divenne protagonista:
“Un’utopia”.
“Può sembrare tale, ma abbiamo strumenti, conoscenze e tecnologie”.
“Non dimenticate i pionieri del passato. Loro sì che andavano allo sbaraglio, per loro muoversi era un’avventura, un’incognita, molto spesso senza ritorno, ma andavano comunque. Noi sappiamo tutto o quasi di ogni luogo, abbiamo mezzi rapidi per viaggiare, possiamo muoverci velocemente da un posto all’altro e tornare quando vogliamo”.
“No, non è impossibile: ci sono ancora delle aree poco sfruttate e sconosciute, da qualche parte, bisogna trovare quelle a noi più congeniali e andare a visitarle”.
“Posta in questi termini, sembra la cosa più semplice del mondo”.
“Senza dubbio non lo sarà, ma è un’impresa possibile: la ricerca di un futuro migliore per noi e i nostri figli. Non in un altro pineta, ma sulla vecchia terra!”
“Ci vuole una divisione dei compiti e un gruppo di studio. Inizialmente ci preoccuperemo del luogo o dei luoghi. In seguito definiremo la portata dell’operazione. Chi si offre?” concluse Tommaso.
Tutti alzarono la mano.
“Dobbiamo dividerci i compiti. Di ogni area individuata si studierà tutto ciò che sarà possibile sapere: caratteristiche dell’area, clima, densità abitativa, infrastrutture, collegamenti con il resto del mondo, tipo di governo e religione”.
“Andrea, sei la dimostrazione che le proposte nascono dall’Assemblea. Sì, ci divideremo i continenti e ne studieremo la morfologia e la storia. Possiamo definire, da subito, chi studia che cosa”.
L’operazione venne compiuta in pochi minuti, tutti aderirono con entusiasmo all’iniziativa.
“Bene, la seduta è aggiornata alla settimana prossima, con il compito di portare notizie su luoghi, climi e governi” concluse.
In seguito, Tommaso si rivolse ad Ania: “lascio la parola al nostro avvocato, la quale ci relazionerà sull’esito della riunione avuta con le Autorità. I gravi episodi intimidatori avvenuti nei nostri riguardi, negli ultimi tempi, non devono essere sottovalutati. Noi tutti crediamo siano stati pilotati dai grandi interessi. Seguirà la lettura del comunicato stampa e la sua diffusione attraverso i mass media a chiusura di questa storica riunione”.
“Più o meno tutti siete a conoscenza”, incominciò Ania, “degli episodi di violenza avvenuti contro le nostre sedi e contro le persone. Alcuni dei nostri associati sono stati aggrediti e picchiati al punto da dover ricorrere a cure mediche e persino a ricoveri ospedalieri. C’è stata la promessa, da parte delle Autorità, di vigilare sulla nostra sicurezza e incolumità, anche se non è ben chiaro come lo faranno: non ci possono scortare, siamo in troppi, né mettere guardie fuori dalle nostre attività o luoghi di lavoro, ma hanno promesso che intensificheranno la sorveglianza.
Inoltre, vi leggerò il comunicato che abbiamo compilato alla presenza delle altre Associazioni, in una riunione straordinaria a cui ho partecipato con Sara: un Appello contro la violenza!
Non possiamo correre il rischio che la situazione ci sfugga di mano, che qualcuno dei nostri, stanco di subire, reagisca contro chi ci aggredisce. Al nostro Appello verrà data grande risonanza sui mass media: tg, radio, comunicati stampa, web, manifesti, ecc.:
Appello
Gli Amici degli Animali e della Terra, Le Associazioni Vegetariane e Vegane ribadiscono il rifiuto a qualsiasi tipo di violenza. Chiedono alle autorità e ai cittadini di vigilare sull’incolumità di coloro che lottano pacificamente per migliorare le condizioni di vita della Terra che ci ospita tutti. Chiedono ai loro collaboratori di non abbassare la guardia, di difendersi dalla violenza, ma di non praticarla se provocati. Ogni forma di lotta per il miglioramento della vivibilità del Pianeta e delle sue creature dovrà essere deciso collegialmente, come previsto dal nostro Statuto.

4. La decisione!

Una settimana dopo alla riunione erano in tanti. Si esaminarono gli esiti del comunicato stampa, che aveva avuto grande risonanza e riscosso le simpatie e l’approvazione di molti cittadini per il suo tono non violento. Dopo i vari commenti, si tornò a parlare dell’argomento che stava a cuore a tutti. Tommaso, in qualità di Presidente dell’Associazione, prese la parola:
“Sono emozionato per quanto stiamo decidendo. Ci stiamo avviando verso una strada senza ritorno, tutti insieme saremo protagonisti della Storia, la nostra storia! Non ci saranno nostalgie, non lasceremo le persone a noi care, ma le porteremo con noi e costruiremo le nostre nuove città. Ci vorrà una vita intera!”
Innanzitutto si decise come procedere. Sarebbe stata nominata una commissione che avrebbe viaggiato e relazionato sui luoghi scelti, indicato perplessità o idoneità circa un’area piuttosto che un altra. Dovevano esserci varie competenze nell’ambito del gruppo che sarebbe partito ad esplorare i luoghi stabiliti, e avere abboccamenti con le Autorità.
Tra le aree prese in visione, la preferita era l’Isola del Sud in Nuova Zelanda, poi Australia e Mongolia. Se Nuova Zelanda e Australia presentavano organizzazioni e infrastrutture, non così la sterminata Mongolia:
“Le costruiremo noi”, disse Sara che era medico, “soprattutto gli ospedali”. Sarà la nostra prima occupazione”.
“La nostra preoccupazione primaria sarà reperire cibo per tutti. Pur coltivando la terra, praticando l’artigianato e lo scambio dei prodotti, nell’immediato non ci sarà sufficiente cibo, dovremo scambiare e comprare molto, ma dovremo anche vendere ciò che produrremo, altrimenti non ce la faremo”.
“Sì, bisognerà studiare un metodo di city planning and living che preveda guadagni e sufficienti introiti da subito. Sarà necessario pensare a scambi e baratti e, in quell’ottica, definire confini e vicinanze.”
“Stiamo divagando. Questi argomenti li affronteremo e svilupperemo in un secondo tempo, quando avremo deciso il dove e il come. Per ora dobbiamo discutere sulla Commissione di esperti che dovrà definire l’abitabilità dei luoghi e la possibilità di fondare piccole comunità autosufficienti”, tagliò corto Tommaso.
“E’ importante che la Commissione sia la stessa per relazionare con lo stesso criterio i vari luoghi”, la proposta veniva da Andrea.
“Non penso sia necessario, anche se possiamo decidere di procedere in questi termini. Non stiamo facendo un paragone tra un’area e l’altra. Dobbiamo avere dei criteri di valutazione che devono definire la vivibilità dei luoghi in base a: acqua, clima, densità abitativa, governo, religione. Più che lo stesso metro di giudizio, dobbiamo confrontarci sulle opportunità, se le troviamo, se ci sono e in che misura e quali sono le problematiche”. L’obiezione fu accolta di buon grado perché di buon senso.
L’aspetto finanziario fu l’altro nodo da risolvere: come inquadrarlo? Chi pagava cosa? Una questione molto delicata! La scelta doveva essere assolutamente democratica e accontentare tutti.
“Non possiamo lasciare la gestione di un progetto così delicato alle singole iniziative, ci devono essere dei parametri uguali per tutti: si deve poter affrontare un’impresa di questo tipo senza l’ansia e l’angoscia dei costi e partecipare se ritenuti idonei”.
“Si, ma come risolviamo la gestione dei fondi?”
“Con delle offerte libere, aperte a tutti, ci sarà un modulo computerizzato a cui si potrà avere accesso per donare in maniera assolutamente anonima. Ci saranno diversi gruppi di supervisori e tesorieri che controlleranno quanto verrà dato e come verrà speso”.
“Nessuno dovrà pagare per il viaggio e l’insediamento. Le spese saranno sostenute dalle Associazioni”.
Dopo varie discussioni si trovò l’accordo, un buon accordo. Si dovevano raccogliere fondi. Ci sarebbero state libere offerte e lasciti, sia nell’ambito delle varie Associazioni sia da parte di privati cittadini che volessero contribuire, anche minimamente, all’ iniziativa.
I viaggi e gli insediamenti sarebbero stati supportati dalla collettività, chi avesse aderito al programma di espatrio, avrebbe venduto i suoi beni personali e contribuito, con una parte del ricavato, all’impresa.
I criteri di scelta dei luoghi dove insediarsi erano stati fissati: il desiderio di tutti era di emigrare in aree dove poter creare un sistema di vita più ecocompatibile e libero, pur nel pieno rispetto delle regole.
Dopo altri giorni di riunioni e discussioni iniziarono i preparativi. Furono confermate alcune zone scelte inizialmente. La sterminata Mongolia in Asia Orientale, la Nuova Zelanda e L’Australia in Oceania, erano tra queste. Ci fu una selezione molto severa: i partecipanti al progetto dovevano essere convinti e credere in ciò che stavano per fare. Si decise di dividere le aree secondo i gruppi di residenza, per non disperdersi troppo e mantenere unite le comunità. Le famiglie non dovevano essere divise, se non per pochissimo tempo. Presto i nuovi pionieri si sarebbero trovati a ricominciare la loro esistenza.

5. La nuova Terra

Un gruppo, molto numeroso, di cui facevano parte i genitori di Vegana, proveniente dall’Europa meridionale, scelse il sud della Nuova Zelanda, South Island: una delle isole più grandi del mondo, la dodicesima, tra le meno popolose, e vi s’insediarono. Un’ operazione di esodo complessa e costosa. Ci vollero diversi anni, ma finalmente ce la fecero!
L’insediamento a South Island si svolse senza incidenti con gli abitanti del luogo, né si ebbero mai, negli anni a venire, manifestazioni di violenza o intolleranza. Il processo d’integrazione fu spontaneo e condiviso.
Nell’arco di un decennio molti dei Carnivori tra i nativi divennero Vegani o Vegetariani o Onnivori. Altri lasciarono l’Isola del Sud e si spostarono all’isola del Nord, ritenendola più congeniale al loro modo di essere. Vegetariani e Vegani di North Island, a loro volta, si spostarono a South Island.
L’isola del Sud presto giunse ad avere un unico governo composto da tre movimenti politici: I Vegetariani erano il gruppo maggioritario, gli Onnivori, il secondo e i Vegani, il terzo, non molto numeroso quest’ultimo gruppo, ma comunque ben inserito nelle politiche del paese. Insieme decidevano e programmavano pacificamente il loro futuro.
Gli Onnivori rientravano in un programma voluto e gestito da loro stessi, in cui si stabiliva la quantità di carne che avrebbero ricevuto ogni mese, proveniente da bestie allevate e curate con attenzione. Non si sentivano per nulla diversi, erano inseriti in un grande progetto che li legava all’ambiente e alla terra. La loro scelta li gratificava e la difendevano con convinzione e rigore.
Da subito, l’agricoltura e l’allevamento degli animali per il consumo di latte o di uova, erano apparsi vitali per la sopravvivenza del gruppo. Le mucche pascolavano e ruminavano com’era giusto che facessero, il pollame viveva libero in recinti spaziosi, alla luce del sole, non veniva ingozzato e si usavano mangimi del tutto naturali. Non esistevano allevamenti o produzioni intensive. Si producevano vegetali in serra e fuori e ogni tipo di cereale e leguminosa. Tutti contribuivano al benessere collettivo. Anche gli studenti servivano nelle comunità agricole alcune ore al giorno o alla settimana, secondo l’età e le necessità scolastiche.
C’era molta tolleranza e rispetto degli uni verso gli altri. Il desiderio più grande dei nuovi abitanti era di uniformare il paese in un tipo di sviluppo etico e sostenibile e perseguirlo.
Qualche anno dopo, la proposta di cambiare nome all’isola che li ospitava fu accolta da tutti con entusiasmo; erano consapevoli delle loro fatiche, questo li faceva sentire ancora più legati al luogo che avevano scelto per vivere. Più di dieci milioni di cittadini di South Island cercarono e votarono, con passione e convinzione, un nome nuovo per la nascita della loro nuova nazione.
Finalmente non ci sarebbero state più confusioni tra le due isole! North Island era la Nuova Zelanda insieme alle isole minori intorno, South Island avrebbe avuto un nome nuovo: Vegana.
Vegana e Nuova Zelanda erano, da quel giorno, due nazioni separate con usi e costumi diversi.

6. Andrew e Vegana

Vegana ricordava la sua infanzia: lei era stata la prima nata della nuova terra e pur non conoscendo altre realtà, oltre a quella in cui viveva, aveva vissuto la sua storia come un privilegio e voleva essere all’altezza di quanto le avevano raccontato e di quanto aveva ricevuto.
Era stata una bimba dolce, tenera e affettuosa, una meraviglia portarla in giro. Ascoltava qualsiasi storia con interesse e faceva domande pertinenti. Era una brava scolara e crescendo era diventata molto bella.
Andrew aveva visto Vegana per la prima volta a una festa sportiva. Lei, allora, era una bimbetta di sei o sette anni. Lui ne aveva una decina: era un ragazzo vivace e molto sveglio. A quel tempo le ragazzine non lo interessavano più di tanto, tuttavia aveva provato simpatia per quella bimba con le treccine, di aspetto esile e dolce e l’aveva salutata:
“Ciao… tu chi sei?” le aveva chiesto.
“Io sono Vegana e tu?”.
“Che buffo nome. Pensa se i miei genitori mi avessero chiamato Vegetariano o Carnivoro” rispose lui ridendo.
“A me piace molto” rispose lei, per nulla offesa, “sono la prima bambina nata su questa terra, tra quelli che sono venuti dalla lontana Europa, alcuni anni fa”.
“Immaginavo. Ciao, devo andare, ci vedremo prima o poi”.
“… non mi hai detto come ti chiami”
“Andrew”.
Era passato circa un anno da quel giorno quando Andrew, che si era recato in una fattoria con i suoi genitori, vi trovò la stessa bimba che aveva incontrato alle gare sportive, la riconobbe subito:
“Ma io ti conosco” le disse, fermandosi a guardarla, “tu sei Vegana. Come stai? Hai incominciato a mangiare carne?”
“No,” rispose lei, arrossendo, si sentiva un poco presa in giro da quel ragazzo dall’aria simpatica e scanzonata di cui si ricordava vagamente.
“Che cosa stai facendo” gli chiese lui, non aspettandosi risposta.
“Sono qui con Celestino, il mio caprone” rispose lei seria.
“E com’è che l’hai chiamato Celestino?”
“Dal colore dei suoi occhi”.
“Oh, vero… e stai qui con lui?”
“Gli faccio un poco compagnia”. rispose lei sorridendo.
“Sei buffa, ma il caprone è simpatico, chissà quante storie vorrebbe raccontarti”. Disse, e si chinò a a baciarla sui capelli, andandosene.
S’incontrarono per caso un paio di volte ancora e c’era sempre una battuta spiritosa da parte di Andrew:
“Come sta Celestino, il tuo caprone?” le chiese un giorno. “Ha imparato a parlare?”
“No, ma sorride quando mi vede” gli rispose lei convinta.
Finché un giorno si trovarono a frequentare la stessa scuola:
“Ciao Vegana, ti chiami ancora Vegana, vero?” le chiese Andrew sorridendo.
“Sì, certo” rispose lei seria, “quello è il mio nome e mi piace sempre”.
“Devo dire che piace anche a me”. disse lui e la bacio su una guancia. “E mi piaci anche tu, ci vediamo…”.
Da quel giorno si videro spesso, frequentavano lo stesso Istituto in classi diverse: lei era all’inizio, lui quasi alla fine del ciclo di studi. Quando s’incontravano, si fermavano a salutarsi o, se erano in strada, camminavano insieme per un tratto, chiacchierando contenti e spensierati.
Un sentimento profondo li univa, e, pur non avendone mai parlato, sapevano che sarebbe stato per sempre.
Quando per Andrew arrivò il tempo di andare all’università, aveva deciso di studiare medicina, le disse: “Ci sposeremo appena avrò finito, o quando tu vorrai e spero che lo vorrai, non potrei vivere altrimenti. Ho capito che sei l’altra metà della mia vita la seconda volta che ti ho visto insieme al caprone Celestino. Puoi portarlo a vivere con noi, se vuoi”.
Andrew diceva le verità più profonde nel modo più semplice possibile, ma lui era così e Vegana lo sapeva.

7. Vegana

Andrew e Vegana giungono al loro ristorante, un luogo tranquillo, tra gli alberi.
“Andrew, ci sediamo in giardino, va bene?”
“Sì, beviamo qualcosa, prima di cenare?”
“Volentieri. Ordina ciò che vuoi. Mi va bene tutto, soprattutto dell’acqua!”
Andrew ride e le accarezza lievemente i lunghi capelli biondi. La guarda e le parla con grandissimo affetto e molto riguardo.
“Raccontami l’esodo della tua famiglia. Ogni tanto ne parliamo, ma non nei particolari! Oggi è un giorno speciale per tutti noi”, dice.
“La nostra storia fa parte della Storia, ormai. Mio padre e mio nonno son venuti prima, insieme ad altri, a esplorare e preparare il terreno, vedere come si sarebbero potute trasportare tante persone e metterle insieme in nuove comunità”.
“Direi che furono addirittura geniali. Mi chiedo come fecero a spostare, nutrire e organizzare il lavoro in comunità così numerose e costruire tutto?”, la interrompe Andrew.
“Sì, dovettero pensare al lavoro, alla scuola, vivere intanto che si costruiva, si coltivava e si creava lavoro. Parlare con le Istituzioni del luogo. Scelsero South Island per i loro insediamenti. La maggior parte della popolazione viveva a North Island perché il clima è più favorevole”.
“La loro fortuna fu che il governo di allora aveva capito la situazione. Il deterioramento mondiale era sotto gli occhi di tutti!” continua lui.
Già nei libri di testo si raccontava la storia di quel meraviglioso esodo! A quei tempi La Nuova Zelanda era una nazione quasi defilata, ma non lo sarebbe rimasta per molto. Il Governo di allora ebbe il merito di capire che poteva diventare un’opportunità per il paese, accogliere le comunità vegetariane e vegane, aiutando i richiedenti asilo con facilitazioni di ordine burocratico e promesse di collaborazione per il futuro.
Andrew ascolta incantato le parole di Vegana, come sempre. Anche lui si sentiva orgoglioso della sua appartenenza alla comunità:
“Oggi assistiamo alla nascita di Vegana, South Island non esiste più. Molti sono diventati convinti Vegetariani e continuano a diventarlo. La storia è andata a pennello: la Nuova Zelanda è a Nord. Qui siamo a Vegana! Un Nuovo Mondo! Incredibile!” esclama convinto
“Era il 2023 quando mio nonno venne qui la prima volta! Da bambina mi portava sulla sua jeep a visitare le città: quelle già esistenti e quelle che si erano formate o si stavano formando”.
“Lui ebbe un grande ruolo, lo si può considerare il padre di questa Nuova Terra!” le fa eco Andrew.
“Anche la nonna ebbe il suo ruolo. Volle la cittadella ospedaliera, quella in cui tu lavori. Il nonno era un architetto all’avanguardia, contribuì molto alla creazione delle nuove comunità: “Vedi, qui c’era un grande allevamento di ovini; offrimmo all’impresa un prezzo alto per comprare quest’area e li convincemmo a trasferirsi a Nord con il loro lavoro” mi raccontava. “Abbiamo cercato di fare delle belle case, autosufficienti, con materiali ecologici. Abbiamo sempre costruito scuole, centri di comunicazioni, biblioteche virtuali e cartacee. Ci siamo inventanti anche delle industrie”. Lui era un fervente urbanista e credeva nella città ideale, non amava le interminabili periferie squallide e invivibili: riteneva il contatto con la natura inalienabile”.
“Mi ricorda vagamente l’esperienza dei Kibbuts Israeliani di un secolo fa”, mormora Andrew, quasi a se stesso.
“Sì, all’inizio dovevano dividere tutto. Era inevitabile, non sarebbero sopravvissuti, altrimenti. Verso il Sud della Nuova Zelanda ci fu un movimento consistente ed organizzato, ma anche il Nord dell’Australia ebbe un importante insediamento, in quegli anni. E uno grandissimo in Mongolia, la grande e sterminata Mongolia, mi incuriosisce sapere come sono riusciti a sopravvivere lontani da tutto, dovremmo visitarli. Ci andremo, spero, dopo aver completato il mio dottorato a Harvard”.
“Sì, sono nate intere città, soprattutto in questo continente, ma anche in Mongolia. Probabilmente erano i luoghi più idonei”.
“Scelsero paesi con vaste superfici e clima accettabile, sempre vicino a fonti d’acqua. A Vegana non c’erano più di tre milioni di abitanti, allora. Siamo diventati circa dieci, per una superficie molto vasta, più di 150 mila metri quadri!”
“Quando ci sposiamo?” chiede Andrew e aggiunge divertito:
“Mi rendo conto che come Onnivoro non godo i favori della tua famiglia, ma sono pronto a qualsiasi metamorfosi pur di sposarti”.
Vegana ride:
“Quasi Giulietta e Romeo! Il problema non si pone, si pone quello dell’etica e del rispetto di tutte le creature viventi. Noi non siamo gli unici “sapiens” del pianeta, tutti gli animali hanno, come gli esseri umani il feeling dell’amore, pensa ai mammiferi”.
“Io sono un mammifero e ti amo. Se vuoi libererò tutte le mucche e i ruminanti del mondo per te. I tuoi desideri sono i miei”.
“Non scherzare. Presto partirò per completare i miei studi in Antropologia, lo sai. Ho ricevuto un invito dall’Università di Harvard, Usa. Dovrò studiare molto e fare ricerca. Non ti ho mai nascosto nulla”, risponde Vegana con quel suo modo fermo e appassionato, “e vorrei tanto che tu venissi con me”.
“Lo so. Ma spero sempre. Harvard è molto distante, ignota, fredda. Un luogo affollato. Lontano. Difficile venire, ma… verrò! Qui siamo in una piccola oasi, la vita nel resto del mondo sta diventando sempre più pericolosa, invivibile”.
“Ma è una Università prestigiosa! Ho questo desiderio di vedere e fare. Tornerò se troverò un clima soffocante. Se riuscirai ad abbandonare i tuoi amati pazienti, viaggeremo insieme. Sarà bello.”
“Quando?”.
“Fra qualche giorno. Dovrò partire fra un paio di settimane. Non voglio lasciarti, ma potremmo sposarci con una cerimonia semplice e tu potresti venire con me, o raggiungermi appena avrai sbrigato i problemi burocratici. E lavorare intanto che io studio, sai bene che non avresti problemi professionali”.
“Ti ringrazio, lasciami riflettere fino a domani, vuoi?” ma sa che non potrà lasciarla.
Le prende la mano e gliel’accarezza. Stanno in silenzio per qualche minuto, uniti da una grande affinità intellettuale e sentimentale.
Di li a poco, voci e rumori li distolgono dai loro pensieri. Una confusione improvvisa e insolita per quei luoghi. Tra gli alberi, nella strada tranquilla fino a pochi minuti prima, s’intravede un gruppo di ragazzotti urlanti: forse stranieri, forse ubriachi. Gridano, lanciano oggetti, urlano parole minacciose, sparano.
Qualcosa colpisce Vegana alla nuca… violentemente. Lei rimane immobile, i suoi meravigliosi occhi stupefatti. Andrew si alza di scatto, la prende tra le braccia, la solleva piano, con estrema cura, come si fa con un bimbo che dorme, appoggia il viso sulla sua spalla e la stringe a sé con tenerezza infinita, disperato.

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