Incontro con la poesia di Alda Merini

Il 21 marzo, nella ricorrenza della nascita di Alda Merini, si è inaugurata la Prima Edizione del Premio di Poesia Casa Museo Alda Merini, organizzato dalla Casa Editrice “La Vita Felice”. Nello Spazio Casa Museo di via Magolfa è stata ricordata, con letture delle sue opere, la vita intensa e sofferente, tuttavia “bellissima” della poetessa. Un evento che, si spera, continuerà negli anni a venire.

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Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenare tempesta.

Lo spazio Casa Museo di Ada Merini si trova nel cuore dei Navigli la prima via a sinistra del Naviglio Grande, in una bella zona tranquilla.

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Casa Museo di Ada Merini in via Magolfa

Alda Merini nacque a Porta Genova in via Mangone, e visse la parte più importante della sua vita poco distante, a Porta Ticinese.
La casa della sua infanzia venne distrutta in un terribile bombardamento, quando lei era una ragazzina dodicenne, sua madre era incinta. Si ritrovarono senza nulla. un’esperienza pesante per tutta la famiglia che si rifugiò in Piemonte, posso alcuni parenti, per qualche tempo:

Fratello, perché chiamarti fratello
se eri soltanto un amico,
un amico piccino piccino
che tenevo per mano
Abbiamo perso insieme
il cuore più grande del mondo:
nostra madre che cantava
nei giorni di primavera.

Dopo essere ritornata a Milano, verso la fine degli anni Quaranta si trovò, ragazzina sedicenne, a frequentare persone più anziane di lei e già importanti sulla scena della cultura italiana. Incontrò lo scrittore Giorgio Manganelli, una figura importante per la sua formazione, con cui ebbe una tormentata relazione. In quel periodo manifestò i primi segni di disturbo mentale – “le ombre nella mia mente” come diceva – e venne curata, con l’aiuto di Manganelli, che l’amava molto, da psicanalisti illustri come Cesare Musatti e Franco Fornari.
Scriverà Alda Merini di Giorgio Manganelli:
“Fu il mio primo amore, fu grande amore. Era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare…”.

Purtroppo, per ragioni familiari e per non aver superato l’esame di ammissione al Liceo Manzoni, non aveva potuto continuare gli studi a cui teneva molto, e questo non l’aveva aiutata.
All’inizio degli anni Cinquanta furono pubblicate le sue prime raccolte di versi che ebbero un’accoglienza notevole. Per lei si scomodarono personaggi di grande valore come Pier Paolo Pasolini che la definì, affettuosamente, “la ragazzetta milanese”, in un articolo da lui scritto per la rivista “Paragone”. Inoltre, alcune sue poesie erano state pubblicate in Antologie prestigiose come “Poetesse del Novecento”.

Si sposò, nel 1954, con Ettore Carniti, tuttavia la vita famigliare si presentò complicata, anche per il lavoro del marito, panettiere e sindacalista, che cercò di coinvolgerla in un’ attività che la teneva lontana dalla sua vocazione, e non resse il ritmo.
In quegli anni, tra un ricovero in manicomio e l’altro, nacquero le sue quattro figlie che non poté allevare. Il dolore per la loro mancanza non l’abbandonerà mai:
“La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ti puoi staccare, ma da un figlio non riesci”.

Rimasta vedova nel 1983, si sposò una seconda volta con un medico-poeta di Taranto, Michele Pierri, molto più anziano di lei, trasferendosi in quella città. Era un periodo difficile, lei sentiva troppo sola e lui apprezzava le sue poesie e la curava. Rimase vedova dopo alcuni anni. Un episodio doloroso che la porterà a vivere un’altra terribile esperienza in un manicomio del luogo. Dei suoi ricordi manicomiali scriverà versi sconvolgenti:

“Fummo lavati e sepolti, odoravamo di incenso. E dopo, quando amavamo, ci facevano gli elettrochoc, perché, dicevano, un pazzo non può amare nessuno”.

Si possono dire molte cose di Alda Merini, parlare della malattia, della sua grande solitudine, del malessere che l’accompagnava, ma è importante leggere i suoi scritti, le sue poesie. Nonostante gli anni bui, ha avuto una produzione vastissima. Ciò che colpisce sono le immagini e il senso di sofferenza che alcuni suoi versi trasmettono.

Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.

Fino al 2009, anno della sua morte, visse a Ripa Ticinese, in un piccolo appartamento di ringhiera, poco distante da dove era nata, nel 1931. Trascorse gran parte della sua esistenza tra il Naviglio Grande, il vicolo dei Lavandai e Porta Ticinese: luoghi che amò e ai quali dedicò bellissimi versi.

Il Naviglio mi vuole anche di notte
Le osterie
Donna che passi e vai nelle taverne
La donna che vende i numeri al lotto
la lavandaia
la verduriera

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Ricostruzione della camera studio di Alda Merini nella Casa Museo

Verso la fine degli anni Ottanta era solita frequentare il bar libreria Chimera, punto d’incontro di molti artisti, tra cui Aldo Busi, un bar che stava aperto fino a notte inoltrata e lei ci passava le sue serate fino a tardi. Tra i suoi versi si scoprono verità profonde:

Il mio passato
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacchè non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante

Aveva l’abitudine di scrivere versi dappertutto: sulle pareti, sulle sedie del bar, su pezzi di carta. Faceva omaggio delle sue poesie a chi le parlava o andava a trovarla.

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Negli ultimi anni della sua vita era diventata un personaggio pubblico, ed era invitata dappertutto. Le erano stati conferiti anche premi importanti tra cui il Librex Montale nel 1993 e il Premio Viareggio nel 1996.

A Eugenio Montale

I tuoi acini d’oro,
i limoni perduti
nel grembo di altre donne
che ti hanno solo sognato.
Capita anche a me, Maestro,
di aver fatto l’amore
con quelli
che non ho mai conosciuto

Emanuela, Barbara, Flavia e Simona, le sue quattro figlie, hanno scritto di lei una testimonianza toccante.

A tutti i giovani io raccomando:
aprite i libri con religione;
non guardateli superficialmente, perché in essi è racchiuso il coraggio dei nostri padri;
soprattutto amate i poeti: essi hanno vangato per voi la terra per tanti anni, non per costruire tombe o simulacri, ma altari. Pensate che potete camminare su di noi come dei grandi tappeti e volare con noi oltre la triste realtà quotidiana.

E questi misteriosi e bellissimi versi che descrivono il del lavoro dei poeti:

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Giovanna Rotondo

Addio alla famiglia Sora

Ci sono momenti irrinunciabili. Uno di questi è stata la cerimonia  di oggi, 2 aprile 2016,  che ha avuto luogo nella Chiesa di San Giuseppe, al Caleotto di Lecco, officiata dal Parroco Don Giuseppe.  Un saluto a Vanna Sora, ultima a lasciarci della sua famiglia. Non eravamo  in molti, ma tutti coinvolti e commossi. E’ stata una cerimonia toccante! Don Giuseppe ha trovato le parole che ognuno di noi portava nell’animo, parole umane e grandi come tale è la Misericordia e l’Amore di quel Dio in cui lui crede:

ogni essere umano deve trovare l’infinito che ha dentro di sè. 

Il saluto, a ricordo di Vanna e di tutta la famiglia Sora, che Gianfranco Scotti ha letto all’inizio della Messa,:

Cara Vanna, ti diamo oggi l’ultimo saluto e te lo diamo qui, in questa chiesa dove sessantacinque anni fa tuo padre Orlando aveva lasciato un segno mirabile della sua arte, un affresco possente, testimonianza di un magistero pittorico esemplare, un dipinto colmo di suggestioni, di richiami, di straordinaria forza espressiva. Te ne sei andata dopo una lunga vita spesa con intelligenza, con la curiosità che contraddistingueva ogni tua manifestazione del pensiero, una vita sempre all’insegna di una autonomia difesa con convinzione e con coraggio. Te ne sei andata solo due giorni dopo tua sorella Anna, che viveva lontana, oltreoceano, che io ricordo giovane e gioiosa, estroversa, comunicativa, che aveva seguito nei suoi verdi anni la vocazione del teatro. Una famiglia di artisti la tua, tuo padre, tuo fratello Riccardo, tua sorella, tuo nonno Dante Bertini. Una famiglia che si è legata nell’arco di cinquant’anni alla città di Lecco, qui dove tuo padre ha esercitato la sua arte, ha interpretato il paesaggio, ha impreziosito tante case, tanti edifici con dipinti e affreschi che rimangono nel patrimonio artistico e culturale della comunità lecchese. Tu vivevi a Milano ma a Lecco, tornavi spesso. Qui avevi antiche amicizie, qui avevi condotto i tuoi studi classici, qui tante volte tuo padre ti aveva dipinto in memorabili ritratti assieme ai tuoi fratelli e alla tua dolcissima mamma. Qui tornavi assiduamente per visitare tuo fratello Riccardo, prima nella sua casa e poi al Ricovero. Ti lamentavi di questa incombenza ma era solo un riflesso del tuo carattere brusco, diretto, tetragono al sentimentalismo. Nei confronti di Riccardo avevi invece un affetto profondo, autentico, protettivo e l’hai seguito e aiutato fino ai suoi ultimi giorni. Ricordo quando arrivavi a Lecco e ci si vedeva per un aperitivo, e la conversazione era sempre piacevole, i tuoi argomenti mai banali, le tue osservazioni sulla vita, sulle persone di cui condividevamo la conoscenza, sempre improntate a una correttezza che non escludeva la sottolineatura di lati divertenti, di debolezze umane che sono parte della fisionomia di ciascuno di noi. Ricordo molti giorni d’estate passati sul lago o ai Piani dei Resinelli nell’antico e ospitale Roccolo degli amici Aroldo e Mariadele. Ricordo la felicità che si leggeva nei tuoi occhi per queste ore trascorse fra amici, spensieratamente, semplicemente. Negli ultimi anni ti sei adoperata con generosità per far conoscere ed amare l’opera di tuo padre, del quale a volte parlavi con giudizi severi, ma della cui arte andavi fiera, ne conoscevi il valore profondo, l’evoluzione sorprendente che l’aveva portato a sperimentare linguaggi tanto diversi fra loro, nell’arco di oltre mezzo secolo di quotidiano, assiduo lavoro, un lavoro che teneva molto dell’artigianato e tuo padre amava considerarsi artigiano, nel senso più nobile e storico del termine. Riposerai in questa città che ti ha visto bambina e giovane donna, in quest’angolo di Lombardia adagiato fra lago e monti, in questo paesaggio che hai amato a dispetto di ciò che spesso affermavi, e cioè che per Lecco non provavi affetto, ma questo altro non era che una benevola, scoperta contraddizione, perché a te piaceva assumere posizioni controcorrente, così come amavi confrontarti con i punti di vista degli altri, sostenendo con grande vigore le tue ragioni. Con la tua scomparsa, si chiude un capitolo importante nella storia della nostra città, un capitolo scritto dalla tua famiglia, senza clamori, senza protagonismi, ma con quella discrezione e quello stile che abbiamo imparato a conoscere in tanti anni di affettuosa frequentazione. Grazie Vanna della tua amicizia, della tua vicinanza, della tua simpatia. E’ un ringraziamento che ti rivolgo sicuro di interpretare anche i sentimenti di tutti coloro che qui, oggi, sono presenti per testimoniare la loro amicizia e la loro gratitudine.

Versione definitiva-2.jpgOrlando Sora, affresco, 1951, Chiesa Del Caleotto

Versione definitiva-23.jpgOrlando Sora, Autoritratto con Vanna e Anna, 1937, olio su tela

addio a Vanna e Anna.jpgArticolo di Gianfranco Scotti su la Provincia di Lecco del 26 marzo 2016

Un momento di grande sensibilità e di partecipazione, momento di raccoglimento nel luogo giusto. E’ stato bello! Un ricordo che ci accompagnerà.

Giovanna Rotondo Stuart