Le dimissioni dell’ultimo papa

Un articolo di Giuseppe Leone al libro di Marco Vannini. Una recensione interessante che vi raccomando di leggere. Vi farà riflettere.

SILONE, MARCO VANNINI
e le dimissioni dell’Ultimo Papa

Marco Vannini, filosofo studioso di mistica, nel prologo del suo scritto All’ultimo Papa, Lettere sull’amore, la grazia e la libertà, Il Saggiatore 2015, indirizzate a Papa Benedetto XVI all’indomani delle sue dimissioni dal soglio di San Pietro nel 2013, scrive che “le dimissioni di Celestino V nel 1294 furono una cosa ben diversa” (12). Non v’è dubbio che eventi di questo genere, per di più se capitati a distanza di secoli l’uno dall’altro e per l’unicità che li distingue, perdano il nome di storia e con esso anche il diritto alla comparazione.
Non so se furono una cosa ben diversa anche nella rivisitazione che ne fece Ignazio Silone nel 1968, in pieno clima conciliare, dedicando all’umile frate francescano L’avventura d’un povero cristiano, un romanzo adattato per le scene pochi mesi dopo con la regia di Valerio Zurlini.
E sempre Vannini, ancora nel prologo, cercando fra le questioni vecchie e nuove della Chiesa quelle che più plausibilmente avrebbero convinto Benedetto XVI a lasciare il vertice della Santa Istituzione, esclude che siano state “le beghe e gli intrighi curiali”, che poi del resto, sono fastidi presenti da sempre e per nulla nuovi; o la vicenda della pedofilia, neppure essa meritevole della palma delle novità, perché ecclesiastici donnaioli – scrive – pedofili, sodomiti ci sono sempre stati e la letteratura di ogni tempo ha puntualmente informato i suoi lettori, talvolta anche dilettandoli. Ma neanche l’episodio delle carte trafugate dal segretario-maggiordomo è stato un evento tale da scuotere una navicella che ha corso ben altri mari e affrontato ben altre tempeste. E anche altri problemi più seri, come quello del celibato dei preti o del sacerdozio femminile, non sono nuovi, né tali da turbare più di tanto un’istituzione abituata a pensare in termini di secoli, se non di millenni (12-13).
Non esclude, invece, dopo aver anche ricordato che “la principale fatica intellettuale di Benedetto XVI negli anni del suo pontificato è stata la redazione di una vita di Gesù, il cui ultimo volume precede, non casualmente, di pochi mesi le sue dimissioni”, che “il vero dramma di Ratzinger riguardi il venir meno dei fondamenti storici della fede”, se è vero che “il pontefice, di cui sono ben noti i risultati della ricerca scientifica, non poteva onestamente credere alle storie bibliche, sa benissimo che sono invenzioni la Genesi, le storie dei Patriarchi, l’Esodo … la nascita di Gesù, il concepimento verginale, così come buona parte dei miracoli evangelici, ivi compresa la stessa resurrezione” (13).
Per cui “far passare il cristianesimo da mitologia a conoscenza dello spirito nello spirito deve essergli apparso un compito quasi impossibile, o tale comunque da richiedere forze molto superiori a quelle di un vecchio papa” (13).
La Chiesa, secondo il filosofo, parla di umanesimo solo perché … non sa più parlare di Cristo come Dio … Essa non capisce che la divinità di Cristo significhi la divinità dell’uomo; non lo capisce perché non ha l’esperienza che dà senso a questa affermazione: la morte dell’anima e la scoperta dello spirito. La chiesa ha ridotto Gesù a un rabbi, a un profeta, dissolvendo così il cristianesimo nell’ebraismo e distruggendolo in quanto tale (199).
Ratzinger – conclude il filosofo – non ha ceduto all’Anticristo, né ha predicato un Cristo uomo, profeta di una religione sociale … Seguace di Agostino, non ha mai abbandonato il cammino dell’interiorità per quello dell’esteriorità e per non scandalizzare il gregge, di cui era pastore, ha preferito ritirarsi, in silenzio, come il “solo che va verso il solo” (199-200).
E come se tutte queste argomentazioni non bastassero ancora per rendere chiara la posizione di Benedetto XVI, Vannini ricorda anche il discorso che il Papa pronunciò a Ratisbona il 12 settembre 2006, col quale difendeva appassionatamente l’eredità filosofica greca, il Logos, in un momento in cui il biblicismo sempre più predominante nella chiesa annulla il cristianesimo come religione della ragione, riducendolo così a una variante debole dell’ebraismo (14).
Dunque, secondo Marco Vannini, il professor Ratzinger “non è stato messo fuori servizio”, ma si è ritirato volontariamente per non partecipare a “feste dell’asino di nessun tipo”, un motivo di più per cui qui il filosofo si rivolge a lui come all’ “ultimo papa”, in un senso nobile, con profondo rispetto” (15).
Anche “Silone”, interessandosi a Celestino V, “postula”, per dirla con Claudio Marabini, “un cristianesimo demitizzato e sciolto dai legami temporali, frusta le gerarchie, afferma che l’utopia è il rimorso della chiesa, indica nella Storia e nella Profezia la sua natura “bipolare”. Celestino è il campione di una forza genuina, che sgorga dalla parola stessa di Gesù. E la chiesa, com’è dipinta nel dramma e com’è incarnata in certi cardinali e particolarmente in Bonifacio, è l’esatto pendant ideologico del partito politico, è un partito essa stessa, che chiede ai suoi seguaci il prezzo altissimo dell’anima” (VIII).
Autodefinendosi socialista senza partito e cristiano senza chiesa, Ignazio Silone ammetterà quanto dell’utopia e del gesto di Celestino riviva nella sua esperienza di “uomo onesto, solitario, che disse no alla storia”, proponendosi di combatterla in nome della coscienza, come Celestino V che ha imparato a sue spese che è difficile essere papa e rimanere un buon cristiano (137), fino a preannunciare così il suo abbandono: “Io Celestino, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale, e per obbligo dì coscienza, come pure per indebolimento fisico, per difetto di dottrina e per la cattiveria del mondo … con tutto l’animo e liberamente mi dimetto dal Pontificato …” (153).
Non si può, da queste parole, non riconoscere che alla base delle dimissioni di questo Celestino V siloniano e di questo Benedetto XVI di Vannini vi sia un “caso” di coscienza. Come Celestino V, per lo scrittore abruzzese, si dimette per difendere la purezza evangelica del cristianesimo delle origini, così Benedetto XVI si ritira per non tradire i suoi principi agostiniani e la tradizione greca. E ancora, come Celestino è stato messo alle strette dalla sua coscienza, che non poteva sopportare “le infami denominazioni di eserciti cristiani, guerre cristiane, persecuzioni cristiane e altre ignominie del genere” (202), così anche Benedetto – e lo riconosce lo stesso Vannini – si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto per le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito (14).
Vannini non lo dice espressamente, ma riesce ugualmente a far intendere che la Chiesa di Papa Francesco è proprio la Chiesa che Ratzinger ha rifiutato di dirigere.

Giuseppe Leone

L’articolo è stato pubblicato sul numero di agosto della rivista letteraria Issuu 

Marco Vannini
All’ultimo Papa.
Lettere sull’amore, la grazia e la libertà.
Il Saggiatore, Milano 2015.
Euro 17.00. Pp. 208.

Ignazio Silone
L’avventura d’un povero cristiano.
Mondadori, Milano 2010.
Euro 9.00. Pp. 236.

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