Prefazione di Marcello Girone Daloli

 

Vorrei presentare la testimonianza di un amico, un amico che ancora non conosco bene e con il quale mi sento di condividere interessi profondi: l’introduzione a un suo libro. Un libro interessante anche per la breve presentazione che fa di una religione, l’Islam, una religione che la maggior parte di noi conosce poco e spesso mi lascia perplessa. Ma, soprattutto, per il suo richiamo all’’Essenza della Vita: noi tutti la cerchiamo, chi più, chi meno. C’è chi la cerca in un oggetto nuovo, o nel possedere qualcosa in più e si accontenta così. Noi umani, in genere, aspiriamo a far parte di un mondo più scintillante del nostro: l’avere di più e potere di più è un’aspirazione umana e noi ammiriamo il potere e la ricchezza e chi lo detiene. Pochi si rispecchiano nell’Essenza dell’altro, se l’Altro è altro da noi e non è nella nostra sfera sociale. E questo non perché non vogliamo, ma perché è faticoso specchiarsi in qualcuno che ha meno di noi, spesso molto meno, e condividere con lui. Quando lo facciamo, lo facciamo con le briciole del nostro benessere.

da “Fuori c’è forza 5” Prefazione di Marcello

Sàdaka, così in Marocco i Berberi pronunciano un fondamentale concetto espresso dal pensiero religioso di ogni tempo e luogo. Sadaqah, in arabo letteralmente indica “giustizia” e indica il dono, la carità,  la benevolenza. Il mio amico Paolo Urizzi, che mi ha mostrato l’Islam, mi spiega che può essere un sorriso o qualsiasi gesto che dona il bene di cui fai partecipe un altro. Il Corano, come tutti i testi che invitano l’uomo a vivere una vita degna del suo compito, ci invita a farci portatori di Sàdaka, strumento della beneficenza divina. Attraverso il nostro dono è Allah che dona. Noi tutti riceviamo da Allah e ci facciamo suo tramite con la beneficenza, quindi è anche ricevere il dono e questo mi è successo. Sulla catena montuosa dell’Atlante, che dai quattromila metri giunge al deserto del Sahara e si allunga fino all’oceano Atlantico, questa parola sacra è stata la mia vera forma di comunicazione verbale per molti giorni. Vi era anche un gesto, per me nuovo, che suggellava gli sguardi profondi che incontravo. Dopo aver salutato, Salam Alaykum, “salute a voi”, si baciava la propria mano che aveva stretto l’altra mano. Il significato era chiaramente lo stesso che baciare la mano dell’altro.

Il mio viaggio in arabo è la Siyaha, che indica un viaggiare per turismo che tuttavia nel Corano è un viaggio nell’anima. “Dietro i testi Sufi più elevati”, mi spiega Paolo, “c’è il vissuto più profondo. La Siyaha sulla cima della montagna”. Mi sono sentito una specie di sannyasi indiano, anche se il sannyasi ha preso i voti, un pellegrino, com’è stato in altri luoghi. Allah, Dio, lo Spirito, o come preferiamo chiamare l’Essenza di vita, per alcuni interiore, per altri esteriore, io non la conosco. Ho portato con me su quelle montagne, nel deserto e in riva all’oceano un solo libro che parla di Lui, di Noi, Il Pellegrino Cherubico, il capolavoro di un portavoce della mistica cristiana dal secolo XIIIesimo al XVIIesimo, Angelus Silesius, in cui si legge: “Lo spirito è come l’essenza. Il mio spirito è come l’essere: presagisce l’essenza da cui in origine e al principio è uscito” (II,156).

L’origine, il principio di tutto, l’Om, il Verbo è presagito dal mio spirito, da quello che i filosofi chiamano Io superiore, che è l’Essenza stessa, l’Essere appunto. Questo forse, ogni tanto, lo intravedo, mi sembra di riconoscerlo tra le tante proiezioni mentali che mi distraggono.

Prima di mandare alla stampa quel che segue ho intrapreso questo viaggio nella bellezza di persone, luoghi e riflessioni che, dai monti dell’Atlante al deserto del Sahara, mi hanno scosso in profondità. Ho ritrovato quel nettare che ha confermato i nobili pensieri dei saggi che tanto mi appassionano. Sàdaka, non mi servivano altre parole per offrire un piccolo dono a una donna appesantita da un enorme sacco di erba sulla schiena che sale su sentieri di montagna quasi sempre con ciabatte rotte. Per dirle che non era un mio dono, ma era già suo, lo era da sempre, perché la nostra Origine, la nostra Essenza è identica. Un sorriso, unico, che dice tutto, che ci unisce tutti.

Certo è più facile attuarlo lontano dalla quotidianità, tra culture diverse da quelle conosciute, ma è un primo passo, un inizio per imparare ad accogliere, ad apprezzare l’altro. L’arte credo stia nell’osservare in profondità e sapersi connettere: carpire, ammirare e prendere esempio dalla bellezza dell’altro – se non riusciamo a vederlo è un nostro limite. C’è sempre! – e abbracciare, tollerare e comprendere, prendere con sé, la sua miseria. Credo sia questa la via maestra che conduce alla Condivisione, alla Comprensione che siamo Uno in tutti.

Ringrazio, quindi, l’Essenza, per l’esempio di tanti, di tutti.

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