MESSAGGIO Del PAPA sulle questioni del “Fine Vita”

Una lettera su cui sono d’accordo… non un messaggio sul “fine vita” ma sulla sofferenza, sul rispetto e la dignita di morire senza quell’accanimento terapeutico che nulla ha a che vedere con la vita. Giovanna

MESSAGGIO DEl PAPA AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA “WORLD MEDICAL ASSOCIATION” SULLE QUESTIONI DEL “FINE-VITA”

[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco

 

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Ricordando Aroldo Benini Gianfranco Scotti sulla Provincia di Lecco

Lo ricordo anch’io Aroldo, con molto affetto, era una persona che ammiravo e qualche volta temevo per quel suo modo di individuare ed evidenziare le mie incoerenze. Quella che sono diventata, lo devo anche a lui. Mi manca la sua cultura , il suo spirito acuto, la sua grande coerenza. E manca alla città. Giovanna

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La Provincia di Lecco, un articolo di Silvia Golfari

Lo spettacolo nasce dal libro “Non è colpa di Pandora La zona d’ombra delle dipendenze” e dalla bozza, “Non ti azzardare a chiamarlo gioco lecito” soprattutto la parte che richiama alle responsabilità di chi ci governa.  Vi ripropongo la bozza che avrei voluto trasformare in spettacolo. E vi invito a  INDIGNARVI!

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Non ti azzardare a chiamarlo gioco lecito: bozza di Giovanna Rotondo

Il gioco come viene definito dall’Enciclopedia Treccani:

Esercizio singolo o collettivo a cui si dedicano bambini o adulti, per passatempo, svago, ricreazione, è anche pratica consistente in una competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali, e il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro, dipende in maggiore o minore misura dall’abilità dei contendenti e dalla fortuna.
Un’attività fondamentale per gli esseri viventi.
Ci sono giochi di terra, di aria, di acqua: si gioca a casa, a scuola, con il lego, a calcio, a basket, con gli amici, si gioca a tombola, a carte e molto ancora. Ci sono giochi sportivi per diletto e per professione.

Ma veniamo al nostro gioco: il gioco d’azzardo!
Azzardo viene dall’arabo az-zahr e significa dado. Il gioco con i dadi è la più antica forma di gioco d’azzardo che si conosca ed è legato al caso.
La posta in gioco di solito era il denaro, la casa e, qualche volta… la vita stessa. Anche le scommesse sono una parte importante del gioco d’azzardo ed era legale scommettere già nell’antica Roma, ma i romani scommettevano solo nei giorni dedicati alla dea bendata, la dea Fortuna…
Durante i secoli il gioco d’azzardo ha avuto molte trasformazioni e sembianze, talvolta osteggiato o proibito, altre ammesso in cambio del pagamento di una gabella o tassa. Nel medioevo veniva circoscritto alle baratterie o taberne, considerati luoghi del malaffare, in seguito sono nati i casinò e le bische, quest’ultime considerate illegali.

Illusione di guadagni facili per i poveri e gli imbroglioni, passatempo per i ricchi, il gioco d’azzardo ha spesso mutato le condizioni delle persone dal benessere alla povertà. La letteratura ci racconta le tragedie di chi non ne controlla gli effetti.
In alcuni giochi di abilità si riesce a barare. I barattieri di buona memoria erano quei gestori del malaffare, bari e truffatori, che Dante colloca all’Inferno.
I bari, quando colti in flagrante, subivano pene severissime e, nell’America del Far West, venivano impiccati. Si può barare nel gioco d’azzardo se in quel gioco è richiesta una certa dose di abilità.
Con le moderne macchine tecnologiche non c’è nessuna possibilità di interazione, persino il calcolo delle percentuali di vincita è incalcolabile: sono regolate da algoritmi! Ovviamente un programma che permette anche di vincere, una vincita ogni tanto consente di guadagnare molto da quell’automa che gioca, un’automa che se ne sta lì seduto straniato davanti alla macchina, le dita sui tasti, gli occhi fissi in attesa e che, alla fine… perde sempre, nonostante capiti che qualche volta gli si conceda un premio!
Un gioco senza interlocutori: soli contro il banco, soli davanti a una macchina, un gratta e vinci, una lotteria, una scommessa e quant’altro. Un gioco che si paga in anticipo e da cui non si può sfuggire né barare: il gioco delle slot, il gioco delle videolottery, quello delle bische legali e clandestine… il gioco d’azzardo tecnologico!

Benvenuti, o dovremmo dire malvenuti? nel paese del gioco d’azzardo gestito dallo stato.
Pardon, non si dice gioco d’azzardo ma gioco “lecito”. Il gioco “lecito” gestito dallo stato biscazziere è la seconda industria per fatturato di questo paese.
Benvenuti o, dovrei dire, fuggite da quel paese il cui Stato è un Pusher!
Pusher: colui che spinge i soggetti più deboli alla dipendenza.
Mio padre è un pusher, mia madre è una pusher i miei genitori sono pusher Lo Stato, che mi è padre e madre, è il mio pusher.
Sì, lo stato guadagna sulla mia pelle! Mette in gioco la mia vita, mi spinge a giocare. Più io gioco, più lui incassa, le lobbies incassano!
Le lobbies: eminenze grigie del profitto, influenzano i partiti, la vita pubblica, ricevono condoni, regalie, sconti.
I loro profitti mostruosi hanno prelievi modesti negati ad altri lavoratori che muoiono di tasse.
Pure, ci rubano vita, futuro dignità. Creano Zombi
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
perché lo Stato fa il pusher?”
“Lo stato non fa il pusher, lo stato deve risanare il bilancio!”
(Lo stato deve risanare il bilancio?) E deve farlo sulla mia pelle? Sulla vita dei miei figli? Non si risana il bilancio giocando con la vita altrui, non accadrà… mai! E’ solo un inganno!
Il bilancio dello Stato si risana con il buon governo, si risana con la lotta alla corruzione, eliminando gli sprechi.
Il bilancio dello Stato si risana con la giustizia sociale.
Lei, Voi, non potete far quadrare il bilancio dello Stato giocando d’azzardo con la nostra vita, giocando con la vita di chi subisce la dipendenza.
Voi usate la vita delle famiglie nell’illusione di risanare un bilancio che non potrà mai essere risanato nel modo amorale e abbietto con cui milioni di persone sono spinte a giocare d’azzardo.
Milioni di persone che giocano solitarie, stritolate da luci e suoni di macchine mangiasoldi da cui non riescono a staccarsi.
In uno stato le cui leggi dicono di tutelare la dignità dell’individuo… chi ha venduto il diritto alla dignità di milioni di cittadini, per sanare un bilancio che altri hanno dissestato?
(Lo paghino loro!)
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
Lei sa quante persone soffrono per ogni giocatore patologico?”
Glielo dico: sono tante!
La prima generazione, ma anche la seconda e rimane memoria nella terza. Per ogni giocatore sette persone soffrono e i giocatori sono molti, uno ogni dieci.
Lo stato vuole guadagnare su di noi, sulla nostra pelle, fa il pusher per risanare le casse dello Stato. Uno Stato che non ci ama, che non amministra i beni dei sui figli come un buon padre di famiglia. Uno stato che dilapida le ricchezze dei cittadini. Una paese che viene spinto a giocare d’azzardo. Il paese in cui si gioca di più al mondo, in assoluto!
E se quei soldi fossero spesi in attività meno amorali, più amorevoli alla crescita di un popolo, non sarebbe un guadagno maggiore, un risultato migliore per tutti?
Uno Stato che succhia la linfa vitale dei suoi cittadini più vulnerabili… Il paese in cui si gioca di più al mondo!
Come può esserci una ripresa economica in queste condizioni?
Come può esserci una ripresa economica se tanti soldi, i soldi delle famiglie finiscono giocati nelle Slot, videolottery, gratta e vinci, lotto, superenalotto, lotterie, scommesse, gioco online e via dicendo?
E ci sono persino le slot per ragazzi, ragazzi di ogni età! Gioco “lecito”, c’è scritto, avvertendo che può danneggiare!
Il gioco “lecito”, come lo chiama lo Stato vergognosamente, può danneggiare!
Dov’è finita la tutela alla nostra salute?
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
Chi ha svenduto la tutela alla nostra salute per una bisca?”
Come può esserci una ripresa economica se il gioco d’azzardo, Pardon, il gioco lecito, è diventato la seconda industria di stato?
Come può esserci una crescita economica se i soldi se li prendono le lobbies del gioco? Come può esserci la ripresa se i soldi vanno a finire in corruzione? che cosa rimane alle famiglie? Ah, Le Slot, le slot machines, il gratta e vinci, il lotto, superenalotto, le videolottery…
Macchine sempre più redditizie, scientificamente perfette, esteticamente attraenti, tecnologicamente sicure, studiate per attirare, coinvolgere, schiavizzare, in grado di distruggere, annullare la volontà, ogni sentimento… macchine infernali, veri e propri arnesi di distruzione e distrazione di massa, studiate nei minimi particolari da persone che hanno studiato come fare per attirarti meglio, come fare per renderti più schiavo, più coinvolto.
E ti fanno vincere con percentuali scientifiche per darti la spinta a giocare di più, a grattare di più… E il gratta e vinci? siamo i primi al mondo nella produzione di gratta e vinci, siamo i primi al mondo a stampare gratta e vinci di ogni modalità e prezzo.
Quanti disperati si illudono di colmare la loro solitudine giocando al gratta e vinci? Grattano molto, vincono poco, rimanendo più soli poveri e fregati.
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo perché lo Stato fa il pusher?”
“Lo Stato non fa il pusher, lo Stato ha sottratto il gioco d’azzardo alle Mafie”.
“lo stato si è sostituito alla mafie e ha messo slot e videolottery in ogni bar, a portata di mano di tutti, ragazzi e bambini compresi: il numero maggiore si trova nelle grigie periferie urbane, dove maggiore è il degrado”.
“Si, ma lontano cinquecento metri dalle scuole, dagli oratori dai luoghi frequentati dai minori, dagli ospedali. E le amministrazioni locali possono imporre la chiusura notturna delle bische”.
“Cinquecento metri sono una nullità, una distanza inesistente. La maggior parte dei ragazzi racconta di trovare l’offerta di gioco d’azzardo nelle vicinanze della scuola o della casa in cui abita, oppure on line: molti minori giocano d’azzardo e scommettono su internet, si calcola che sia il 48% dei ragazzi. Lei sa che il gioco d’azzardo tra i minorenni è incredibilmente aumentato?”
Onorevoli politici avete sottratto il gioco alle Mafie Che dire? siete stati bravi! Vi siete sostituiti al gioco d’azzardo clandestino! L’avete portato davanti alla porta di casa, al bar dove prendiamo il caffè mattutino, al supermercato, alle poste, sugli schermi dei nostri computer a portata di mano dei nostri figli. Non dobbiamo più andare a cercarlo, ci viene servito comodo.
Al casinò bisognava andarci e non tutti potevano; il gioco clandestino bisognava cercarlo… oggi, io, tutti, possiamo giocare 24h filate, minori compresi, e morire di gioco lecito in ogni angolo di strada, persino nelle nostre case.
Si trovano bische, slot macchine, videolottery dappertutto e piccoli pusher crescono ovunque, anche a scuola.
Noi chiediamo a tutti voi che ci rappresentate in parlamento, a voi che abbiamo votato a rappresentarci: pensate fosse questo quello a cui ambivamo? Uno stato che istigasse i nostri figli a giocare? a giocare d’azzardo? Molti di voi avranno dei figli: guardateli! Li spingereste a giocare al gioco “lecito” gestito dallo stato? Come potete fingere di pensare che il gioco d’azzardo possa essere in qualche modo “lecito”? Il gioco d’azzardo non è un gioco: è un azzardo!
O si vende gioco d’azzardo per quanto “lecito” possa essere o si tutela lo sviluppo dei giovani, la loro crescita, la loro salute fisica e mentale. O l’una o l’altra…
“Sottosegretario all’economia con delega al gioco d’azzardo ricorda -Giovani e gioco, la prima volta-?”
Il monopolio di stato aveva promosso una campagna pubblicitaria “Giovani e gioco” in cui, in uno spot pubblicitario dal titolo: “C’è sempre una prima volta”, un giovane appariva emozionato, non per la sua prima uscita amorosa… ma per la sua prima giocata! Una pubblicità deviante, in seguito ritirata per le ire suscitate. E’ questo il messaggio che si vuole dare?
Com’è possibile conciliare tutto ciò con i principi costituzionali di tutela della salute e il desiderio di crescita armoniosa a cui ogni buon genitore dovrebbe aspirare per i suoi figli?
Il gioco d’azzardo è vietato dal codice penale, seppur con legislazione in deroga dalla metà degli anni Novanta! Quale mente ha condannato questo paese a diventare una sterminata bisca?
Si vietano e multano scommesse tra amici ma risultano legali gli oltre 90 miliardi del gioco d’azzardo provenienti da lotterie, slot machines, poker, scommesse, videolottery e varie.
Un’offerta che non risparmia nessuna categoria sociale: pensionati, casalinghe, ragazzi, disoccupati persino bambini. E aumenta senza tregua!
Siamo ostaggio di uno stato che ci spinge a giocare all’estremo, uno stato pusher che gestisce il gioco d’azzardo e fa il biscazziere.
Ma a che gioco giochiamo?
“Sottosegretario all’economia con delega al gioco d’azzardo, ci sono statistiche su quanto i giocatori d’azzardo perdono, giocando al gioco “lecito”?
Ci sono statistiche su dove prendono i soldi? sul loro indebitamento?
Sugli usurai che spremono le loro ultime gocce di sangue? Ci sono statistiche sulla sofferenza delle persone che soffrono di gioco d’azzardo patologico a causa dello Stato pusher? Interessa a qualcuno la sofferenza dei figli o la disperazione dei genitori?
Lei sa che molti giocano soldi che non hanno e finiscono nelle mani degli strozzini, picchiati e minacciati? per non parlare di chi finisce in galera. Sì, in galera!
Lei sa quanti suicidi nascosti ci sono tra i giocatori d’azzardo?
Ha mai pensato che questa non è la via per far quadrare i conti dello stato?”
“Gioco “lecito”, viene chiamato Il gioco d’azzardo, giocando sulle parole, ma non è sufficiente per nascondere la realtà di uno Stato che spinge a giocare d’azzardo: uno stato pusher!
Si trovano macchine da gioco “lecito” persino nelle sale dei centri per famiglie e cartelli che avvertono che il gioco può nuocere: “se finisce male è perché hai esagerato” c’è scritto. E questo è quanto.
Non c’è vergogna! e si finge, con il gioco pubblico, di mistificarne le sembianze.
Il gioco lo troviamo in casa su qualsiasi schermo: “io sono il gioco”, annuncia gioioso e ci invita a giocare, e offre carte di credito per poi dirci con voce impersonale, metallica, veloce che questo gioco può diventare un rischio patologico.
Si gioca la notte soli, nascosti e disperati, quando i figli dormono. Quei figli a cui si ruba il futuro.
Si gioca la notte soli e disperati, quando i genitori dormono. I genitori a cui si ruba la vita.
Nell’anno duemila il prodotto lordo del gioco d’azzardo gestito dallo Stato ammontava a meno di venti miliardi. Troppo, si diceva, bisogna fare qualcosa per limitarlo.
Nell’anno 2016 il prodotto lordo è aumentato a 95 miliardi. Una cifra spaventosa! Una cifra che lascia allibiti pensando a coloro che la subiscono e la pagano. Una cifra che lascia allibiti pensando alle istituzioni che l’hanno promossa come un’industria del benessere. Si rimane allibiti per i cittadini che tollerano tutto e non si ribellano, o fanno finta di non vedere!
Non ci sono investimenti che eguagliano un giro d’affari così cospicuo! Non c’è lavoro ma ci sono le bische, non ci sono case per chi è senza ma ci sono videogiochi dappertutto, non si trovano letti negli ospedali ma si trovano bische agli angoli della strada, non ci sono le turbine per quando nevica, ma ci sono una miriade di slot e videolottery di tutti i tipi dove persone di ogni età giocano al cosiddetto gioco “lecito”.
La più proficua industria di Stato! Un industria di morte guidata da un’intera casta.
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo” Lei sa che siamo il primo paese al mondo per il consumo di gratta e vinci e lo siamo in numero ben superiore alla media di altri paesi?
Lei sa che abbiamo il triplo di VLT (videolottery) in più che negli Stati Uniti d’America? Il triplo, sì, ha capito bene, sul suolo nazionale ci sono il triplo di videolottery che può trovare nelle immense distese degli Stati Uniti d’America! Sono macchine d’azzardo di ultima generazione, molto sofisticate. Sì, glielo ripeto, il triplo rispetto al numero esistente negli USA: una disfatta! E deteniamo il 25% mondiale del gioco on line, dove lo stato guadagna ben poco. Noi, un piccolo paese i cui consumi sono al palo, un paese di 60 milioni di abitanti, siamo il maggior consumatore di gioco d’azzardo al mondo, faccia la proporzione! Come se ogni italiano maggiorenne giocasse intorno alle 2000 euro l’anno: uno ogni dieci abitanti di questo paese ha seri problemi di gioco e altri sette soffrono a causa di questo…
La spinta a giocare è devastante, gli italiani spendono in azzardo quasi quanto spendono per mangiare, tre volte di più di quanto spendono per la cultura molto più di quanto lo stato spenda per la scuola! Il consumo della disperazione in un paese disgregato dalla crisi, la speranza dei disperati! L’unico investimento che cresce a velocità incredibile, un paese malato di gioco d’azzardo, senza lavoro né ideali.
La seconda industria di stato!
Un paese da dove chi può, chi ha coraggio, fugge o può, talvolta, uccidersi, spinto da uno stato che ha dimenticato i più elementari diritti dei cittadini; quei cittadini a cui sono riservate briciole insufficienti per vivere.
Un paese in cui molti soldi si perdono, spariscono, finiscono nella corruzione, nelle tangenti, nei benefici e privilegi di pochi, nella costruzione delle tante opere pubbliche decise e mai completate o lasciate andare in rovina. Opere pubbliche giocate con i soldi della gente, tangenti giocate sul futuro dei figli e degli anziani che vivranno di stenti, privilegi dati a scapito del benessere dei cittadini, della scuola, dei malati, della salute.
Chi governa deve farlo guardando alla giustizia sociale non al suo tornaconto.
E non è accaduto in questo paese.
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
lei è sicuro che il gioco valga la candela?”
Sono i più deboli e poveri le prede più facili dello stato biscazziere, il bersaglio dello stato pusher, le vittime della corruzione: i poveri hanno poco ma sono tanti diceva Ettore Petrolini: tassiamo i poveri!
E facciamo giocare i poveri! Non importa se tra loro ci sono tanti ragazzi: peggio per loro se si ammalano di Gioco d’azzardo patologico giocando alle slot o alle videolottery, li manderemo nei Sert a curarsi!
Sì, dopo che sono stati spinti alla dipendenza con promesse allettanti, distrutti dal gioco d’azzardo “lecito” quelli che si ammalano di GAP (gioco d’azzardo patologico) vengono mandati nei Sert a curarsi: un’infamia!
Lo Stato ipocrita ci vende il gioco, ci spinge a giocare, fa il pusher e fa prevenzione su ciò che vende poiché dannoso.
Lo stato ipocrita ci vende gioco in quantità incalcolabili e stanzia fondi e approva leggi per prevenire il danno… la più proficua fabbrica di stato ci vende morte e distruzione, e stanzia fondi per la prevenzione e cura di quanto ci vende!
Le regioni stanziano fondi e approvano leggi per la prevenzione e per la cura delle ludopatie! La riduzione del danno, viene definito, un danno incalcolabile, incolmabile. Un danno che distrugge vite e famiglie e che nulla potrà mai recuperare!
Lo sanno bene i sindaci di tanti paesi, soprattutto quelli della Lombardia – una delle regioni più colpite da questa apocalisse – i quali si battono per la Riduzione del Danno. Si battono con ordinanze, tra un ricorso e l’altro, che limiti il numero di ore di apertura delle bische, la concentrazione di macchine da gioco in esercizi come bar, tabaccherie, sale gioco e altro e con il divieto di installarle nelle vicinanze dei cosiddetti luoghi sensibili: scuole, centri di ritrovo per bambini e ragazzi, circoli, ospedali. Considerata la catastrofe delle cifre, il tutto sembra avere pochi risultati. (se necessario vedere la legge regionale del 2013 e del 2015).
Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo sa quanto costa tutto questo allo Stato?
Posso informarla, per difetto: i costi sociali e sanitari per la cura del gioco d’azzardo cosiddetto lecito superano i sei miliardi l’anno: una vera epidemia!
Ma ci sono altri costi sociali, non quantificati dalle statistiche, che questo enorme giro d’affari procura alle classi più povere ed emarginate: il peggioramento delle loro condizioni di vita; giocano tutto ciò che hanno: i loro risparmi, gli stipendi, i soldi dei familiari, rubano per giocare. Senza contare il disagio delle tante famiglie distrutte da separazione e divorzi, aiutate, quand’è possibile, dai Servizi Sociali. Può capire la sofferenza di quei figli che vivranno un quotidiano solitario e disperato a causa del gioco d’azzardo “lecito”?
“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo oltre al danno anche la beffa?”
Si dice che il fatturato di questo mostruoso giro d’affari è cresciuto del 400% e gli introiti dello stato, in proporzione, sono diminuiti del 30%? Può spiegarcelo? Di questo passo lo stato andrà in deficit e le mafie aumenteranno sempre di più i loro profitti?
Quel gioco d’azzardo che lo stato voleva controllare per sanare il bilancio dello stato non è, di fatto, controllato dalle mafie?
E’ nata la ludocrazia di Stato! Un’intera Casta gira intorno al gioco d’azzardo, un’intera Casta vive di gioco d’azzardo, si arricchisce di gioco “lecito” sfruttando milioni di poveri cristi e di ragazzi con il “gioco responsabile” come lo definiscono gli imprenditori del gioco d’azzardo.
Un controllo di massa con case pignorate, bollette da pagare, violenze famigliari. Almeno uno ogni dieci abitanti vive condizioni disperate e le fa vivere alla sua famiglia. Contando i neonati, i soldi giocati superano le 1500 euro pro capite, per sessanta milioni di persone, quanto fa? un costo enorme!
Una macchina videolottery ogni 150 abitanti, una vincita ogni 150.000 giocate, un euro ogni due secondi, mille euro all’ora, infinite soluzioni di gioco d’azzardo “lecito e responsabile” per tutti: grandi, piccini, anziani.
E infine, la grande beffa, lo stato risulta incapace di incassare parte degli introiti di quella grande abbuffata che si consuma sulla pelle dei cittadini, ed è inoltre costretto a stanziare fondi per arginare il disastro che produce: chi incassa?
Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo, onorevoli politici e governanti chi ha trasformato questo paese in un’immensa disperata sala da gioco d’azzardo cosiddetto “lecito”?

Non viviamo in uno stato democratico, ma in uno stato ludocratico
Non viviamo in una democrazia ma in una Ludocrazia!

(Condanniamo questo stato pusher!)

Indignamoci!

Recensione di Giuseppe Leone

al libro di Giovanna Rotondo “Quando Lavorare è bello. Lettere dal carcere.”  che sarà presentato questa sera, Venerdì 8 settembre 2017 ore 20.30 al terzo appuntamento letterario all’ex Convento di Santa Maria la Vite di Olginate.

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QUANDO LAVORARE È BELLO
Lettere dal carcere

A distanza di poco più di due anni dalla pubblicazione di Non è colpa di Pandora. La zona d’ombra delle dipendenze, un saggio-racconto su un percorso di terapia di gruppo per i famigliari dei pazienti in trattamento di sostanze che creano dipendenza; e di Orlando Sora. Artista del Novecento, una monografia dedicata alla vita e l’opera pittorica dell’artista marchigiano, Giovanna Rotondo ha dato alle stampe nel marzo 2017, sempre presso l’Editrice La vita felice di Milano, Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere. Un volume che racconta, a detta di Silvana Ceruti che ne ha curato una lusinghiera e dettagliatissima prefazione, l’esperienza umana dell’autrice che entra in un carcere, per la prima volta, come tutor di un corso di Fondo Sociale Europeo per operatori di Legatoria e Cartotecnica presso la sezione maschile del carcere di Monza.
Si tratta di un libro di 136 pagine corredate di foto a cura di Ian Stuart che ritraggono opere eseguite dagli allievi, suddiviso in due parti: una prima, dove la Rotondo parla della legatoria, del laboratorio, del tutor, delle perquisizioni periodiche nelle celle dei ragazzi (28); di Luca, il ragazzo più giovane e più bravo del corso trasferito dopo tre mesi ad altro carcere (40); di Matteo, giovane trentacinquenne di talento, entrato in carcere, dopo aver rifiutato gli arresti domiciliari per non recare disagio ai propri genitori (43); dei ragazzi della Sezione Sperimentale che frequentano il corso d’informatica; delle cooperative di lavoro, come prima accoglienza di inserimento fuori dal carcere, chiodo fisso di William (37); e una seconda, che comprende 23 lettere, che allievi come Luca, Enrico, Matteo, Carlo, William, Luigi, si scambiano tra loro e con i docenti, dando vita a un intreccio di informazioni e confessioni che vanno ben oltre l’apprendimento di una tecnica di legatoria, per diventare – scrive la Ceruti – “un incremento di umanità, a beneficio del singolo e della società” (12); nonché altri scritti apparsi sul giornalino del carcere Qui Clerici! (95), due fogli senza pretesa messi assieme dagli allievi per esprimere disagi e desideri, dove ciascuno dei corsisti, docenti e tutor possono dire la propria, intervenendo con poesie, canzoni rap, lettere, articoli.
Ne vien fuori un mondo in odore di libertà, inaspettato e insospettato, in flagrante contraddizione, si direbbe, rispetto all’ambiente dove si svolge il corso. Stupisce che in un luogo di pena come il carcere, l’autrice parli di aspettative di riscatto e di aspirazione al bene, o che, nell’introduzione, scriva che in questo libro si stanno raccontando “comportamenti, necessità quotidiane… di persone… che sono… esattamente le stesse persone… intelligenti, stupide, creative, più o meno oneste di altre… con cui ci confrontiamo ogni giorno nel nostro lavoro, nei viaggi, in famiglia (13).
Ragazzi normali, insomma – per la scrittrice – che, in un momento di fragilità, si erano persi con conseguenze terribili per la loro esistenza e quella delle persone che gli vivevano intorno (36). Tutt’altro che realtà di mondi segregati e negati alla legge dell’evoluzione, come vorrebbero, invece, far credere le parole che una delle vicedirettrici del carcere rivolge a Giovanna: “Non si faccia illusioni… la prenda come un’esperienza. Criminali sono e criminali rimangono” (37).
Libertaria e russoviana, Giovanna Rotondo non poteva non scontrarsi con un’istituzione carceraria così palesemente sorda ai richiami di tanta letteratura pedagogica a partire dal modernissimo diciottesimo secolo, da quando Cesare Beccaria ha cominciato ad ammonire che sia meglio prevenire i delitti con l’educazione piuttosto che reprimerli con le pene, dopo.
Non si scontra invece con la prefatrice, la quale non solo condivide quanto la scrittrice propone, ma cerca anche di spiegarsi il successo di questo corso, dovuto, secondo lei, al fatto che Giovanna era entrata in questo carcere, con occhio attento e delicato, proprio di chi sa che il saluto del mattino è un rito importante quanto quello di scambiare due parole con tutti durante la giornata ((23-24). E non solo, anche di chi è avvezza a parlare con tutti con discrezione e non chiede mai le ragioni per cui uno si trova lì (24); di chi, infine, più che parlare, sa soprattutto ascoltare, perché “alle volte l’aiuto richiesto non è quello di trovare la soluzione a un problema, altre la richiesta è solo quella di essere ascoltati” (9). Ne è prova la soddisfazione che esprimeranno i ragazzi nelle loro lettere ai docenti: “Nel mio lungo inverno – scrive Enrico – mi avete dato calore… la vostra umiltà di gente normale mi ha affascinato e sorpreso”; oppure: “non ho mai ricevuto tante attenzioni da persone come te – fa sapere Luca che scrive al suo professore di Legatoria – e “sappi Alberto che non ti dimenticherò mai e che farò tesoro di quello che ho imparato da te” (71-72); oppure ancora: “cara Giovanna devo confidarle che mi manca il laboratorio” – confessa Matteo (86).
Eppure, quelle parole di colore oscuro della vicedirettrice non si dimenticano facilmente, né sono poi così inopportune ai fini di una buona riuscita del saggio stesso, anzi diventano quasi provvidenziali, tanto che, nell’economia del testo, ogni sua parte ne guadagna, poiché tutto, d’ora in poi, diventa una sfida contro di esse. Già il titolo. Appunto, quando lavorare è bello? È bello quando, nel caso specifico, “l’allievo è in grado di riparare e rilegare libri, di usare la pressa a dorare e di confezionare agende e oggettistica per l’ufficio e per la casa”. E non solo, soprattutto quando può pensare al recupero e all’inserimento fuori, dopo che avrà finito di scontare la sua pena (14).
Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere è, allora, un libro nato, come i precedenti, da un’esperienza lavorativa della scrittrice, ma che si distingue da quelli per il minore spazio lasciato alle cosiddette belle promesse, per cedere ormai il passo a sicure certezze. E Giovanna Rotondo, ormai, è una certezza. Non si può dire che sia nata, certo, una nuova Elsa Morante, una nuova Natalia Ginzburg, ma neppure che sia una scrittrice sprovveduta e improvvisata, poiché lei è dotata di un’autentica vocazione all’arte narrativa. Non interessa, per ora, che sia piccola o grande, interessa, al contrario, che lei abbia da dire delle cose non frivole e che le sappia dire in modo personale.
Sebbene non faccia la letterata di professione, Giovanna Rotondo si mostra ben consapevole delle tecniche scrittorie. Lei si ricollega alla letteratura di certo realismo, ma è capace di spaziare nei significati più profondi delle sue storie, fino a scendere nelle pieghe più nascoste. E anche se al fondo di quello che racconta quasi sempre c’è una radice autobiografica, va subito precisato che i suoi recuperi memoriali, che riguardino un vissuto personale o sociale, avvengono di consueto in terza persona, quasi a porre, fra sé e la materia narrata, quel po’ di distacco necessario alla trattazione oggettiva.

Giuseppe Leone

 

La recensione è tratta dalla rivista letteraria Pomezia-Notizie, Roma, maggio 2017, pp. 40-42.

Giuseppe Leone “D’in Su La Vetta Della Torre Antica”

In occasione della rassegna letteraria che ha luogo in questi giorni al Convento di Santa Maria La Vite a Olginate – una bellissima location che val la pena di visitare, e questi eventi potrebbero essere un buon momento per farlo (vedi locandina) – vi propongo l’articolo di Aida Isotta Pedrina sul bel saggio di Giuseppe Leone “D’in su la vetta della torre antica Giacomo Leopardi e Carmelo Bene sospesi fra silenzio e voce”. Che verrà presentato Venerdì 1 settembre ore 20.30 al Convento di Santa Maria la Vite. Non mancate!

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Un’ analisi intensa e magistrale

Tenendo per la prima volta “D’in su la vetta ….” fra le mani, l’indovinato titolo provoca subito un moto di curiosita’ e un pensiero:” Ma cosa potra’ accomunare Leopardi, uno dei piu’ grandi e famosi poeti italiani, nato duecent’anni fa, e Carmelo Bene, attore e scrittore ultra moderno, genio controverso e stravagante, la cui fama era costantemente offuscata dal suo biasimevole comportamento e dal suo penchant per lo scandalo? Risulta che questo bel saggio e’ interessantissimo e coinvolgente appunto perche’ mette in netta evidenza le non poche caratteristiche condivise da questi due personaggi, tormentati da profondi conflitti e travagli interiori, di salute precaria, insofferenti delle convenzioni e limitazioni sociali, in rivolta contro le tradizioni sorpassate, e ancor piu’ contro l’incomprensione della critica e dei loro stessi genitori. Attraverso questo originale confronto, Giuseppe Leone e’ riuscito a connettere mirabilmente queste due straordinarie personalita’non solo affermando la pienezza artistica e l’innegabile impatto culturale di entrambi, ma anche dando un nuovo significato alle intime emozioni, alle sofferenze, all’intolleranza e le polemiche di Leopardi e Carmelo Bene.“D’in su la vetta…” e’ un’opera particolarmente comprensiva e impegnativa che fra l’altro, fa emergere Leopardi quasi come genio contemporaneo di Carmelo Bene,annullando cosi’ la grande distanza di tempo fra i due artisti, e conferendo a questa analisi un’interesse ancor piu’ vivo e attuale. Giuseppe Leone dimostra di aver fatto –e con grande entusiasmo e maestria—un lungo e intenso lavoro di ricerca, arricchito da un’ampia e accurata selezione d’interpretazioni e citazioni di Leopardi, di Bene e di tanti altri studiosi e critici illustri.
In “D’in su la vetta..”, Leopardi e Bene sono presentati principalmente come i geni creatori di una “ cultura nuova”e alcune delle loro opere come ispirazioni necessarie per risollevare il prestigio della cultura italiana. A questo fine, entrambi affrontarono fra l’altro il tema della “voce” verso il “silenzio” della scrittura; Leopardi nelle sue “Operette morali”, e Carmelo Bene nel suo “Sono apparso all Madonna,” misero in grande rilievo il vantaggio della “voce”, proponendo il mondo del suono e l’immediatezza del sonoro come piu’ avvincente della scrittura, e spesso piu’ adatto a risvegliare e a coinvolgere le emozioni e a rendere comprensibili opera d’arte a un piu’ vasto numero di persone. Inoltre per Carmelo Bene, la voce, o il suono, ascoltato mentre si perde nel silenzio, era la suprema realta’ che annulla l’io convenzionale, come del resto, lo era per Leopardi quando ascoltando la voce del vento, il canto degli uccelli, il sonoro quotidiano, sentiva il suo io perdersi in questi e nel silenzio dello spazio infinito. Per entrambi, il sonoro era anche fonte d’oblio: ascoltare per dimenticare sofferenze e delusioni: il canto come conforto. E qui, Giuseppe Leone osserva che Leopardi e Carmelo Bene ebbero entrambi aspirazioni al di la’dei confini umani, al di la’ della realta’, al di la’ dell’ essere convenzionale; avevano percepito l’irrealita’ che circonda la vita programmata e condizionata dalle tradizioni sociali.
Fra le altre molteplici caratteristiche condivise, le seguenti potrebbero essere le piu’ dense di significato: Leopardi e Bene vissero la loro infanzia in un’ambiente altamente religioso; entrambi erano molto devoti e servivano spesso la messa da fanciulli; Carmelo Bene persino quattro volte al giorno, giocando poi in Chiesa con le statue dei santi. Di Leopardi il padre scriveva: “….Sommamente inclinato alla divozione….. Giocava agli altarini: serviva volentieri messa….Voleva diventare Santo….” (Giuseppe Leone, “D’in su la vetta della torre antica”. Giacomo Leopardi e Carmelo Bene sospesi fra silenzio e voce.
Tutta questa religiosita’ sara’, piu’ tardi, causa di profonde riflessioni filosofiche, di travagli interiori, di amarezze e delusioni, risultando nella perdita della fede di entrambi. Leopardi e Bene erano anche accomunati dal grande desiderio di rimanere fanciulli, di godere le gioie dell’infanzia e i privilegi della “vita bambina”. Il rifiuto di crescere e la nostalgia della fanciullezza, sono chiaramente dimostrati da entrambi: nello “Zibaldone”, Leopardi scriveva: “….Dato l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili; io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dov’io sperava e sognava la felicita’, e sperando e sognando la godeva….” E ancora: “…. La massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono che una rimenbranza della fanciullezza, si riferiscono a lei…..” (Op. Cit., pg. 80) E nel suo “Pinocchio”, Bene dichiara: “…..L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita, e’ se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte….” (Op. Cit., pg. 80). Nell’analisi di questo “rifiuto di crescere” dei due artisti, Giuseppe Leone sembra immedesimarsi con grande sensibilita’ artistica,nel contenuto umano di questo confronto, nei sentimenti e il pathos di questi due geni e anche nella loro infinita nostalgia della fanciullezza, quando scrive, per esempio, di Carmelo Bene: “ Nel suo “Pinocchio, ulteriore alter ego della sua biografia, attaverso il quale puo’ rappresentare metaforicamente, il suo rifiuto di crescere, poiche’ individua nel rimanere bambino il concentrarsi di tutto il potenziale dell’esistente non ancora realizzato ma sospeso nel possibile…..” (Op. Cit., pg. 79-80).
Significativa in questo brillante saggio e’ anche l’analisi degli innumerevoli scontri e polemiche che Leopardi e Bene ebbero con la societa’, con la famiglia, e particolarmente, con la critica; essendo entrambi profondamente consapevoli del valore delle loro idee e delle loro opere, rifiutarono di essere invischiati nell’ intrattenimento e la socievolezza, lottando accanitamente contro l’implacabile animosita’ della critica, nonostante le loro gravi e continue sofferenze fisiche. Nel capitolo: “Leopardi e Bene geni ma senza premi”, troviamo che le approfondite osservazioni di Giuseppe Leone fanno particolare riferimento ai giudizi negativi della critica “…che non ha mai perso l’occasione di scrivere e parlar male della loro opera…”. Significativi sono fra l’altro, il giudizio “stroncatorio” di Giuseppe Mazzini (Op. Cit., pg. 86), e la sconfitta e disperazione di Leopardi quando partecipo’ a un premio letterario nel 1830 con le sue “Operette Morali” che furono nominate al terzo posto. (Op. Cit., pgg.90-92). Naturalmente, questo smacco provoco’ Leopardi a inveire contro il vero proposito di questi premi; polemica condivisa anche da Carmelo Bene. (Op. Cit., pg. 94). Di rilevante interesse sono anche le pertinenti osservazioni dell’autore sull’odio reciproco fra Carmelo Bene e la critica (Op. Cit., pgg. 96-104). Chiudendo questo capitolo, Giuseppe Leone sottolinea la tensione emotiva dei due artisti riguardo l’incomprensione dei critici: “….Tuttavia Leopardi ne era cosciente e aveva anche scritto un’aforisma che Carmelo Bene, guarda caso, aveva scelto come esergo per uno dei suoi tanti scritti: “….Tanto e’ l’egoismo e tanta l’invidia e l’odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo acquistar nome, non basta fare cose lodevoli, bisogna lodarle, o trovare, che torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo…….Spontaneamente non isperare che faccian motto per grandezza di valore che tu dimostri, per bellezza d’opere che tu facci…..” (Op. Cit., pg. 102)
Un breve saggio non e’ sufficente per descrivere l’interessantissimo e originale contenuto di questo volume; “D’in su la vetta….” e’ opera agile e precisa, sostanziosa e penetrante, che tiene ferma l’attenzione del lettore; e’ anche un profondo studio del pensiero, delle emozioni di Leopardi e di Carmelo Bene; Giuseppe Leone dimostra di aver compreso mirabilmente la grandezza e la disperazione di questi due geni trasformandole in emozioni attuali e concrete per il lettore; “D’in su la vetta ….” rimarra’ unico nel tener vivo e presente questo originalissimo confronto; un’idea geniale, una stimolante lettura che senza dubbio, aprira’ nuovi orizzonti al pensiero.

Aida Isotta Pedrina