I ciliegi in fiore

I ciliegi selvatici
sono una tavolozza
di macchie bianche
sparse qua e là
nei boschi lontani,
sulle colline,
nei prati intorno.
Ciliegi fioriti
ovunque
si stagliano,
grandi e piccoli,
nel cielo terso.
Un tripudio
di luce e colori
in una primavera
splendida e felice.
Da lontano,
i rintocchi
di una campana
a morto
si diffondono
a lungo, lenti,
solenni.
Il suono grave,
profondo,
si confonde
nella bellezza
del paesaggio.

 

 

L’attesa, al tempo del coronavirus

Contava i giorni. Li aveva contati tra una crisi di panico e l’altra, ogni giorno. Passava il tempo passeggiando in giardino, o su e giù per la stradina che portava in paese, avvolta dal profumo della magnolia stellata, che incontrava sulla strada, una magnificenza di pianta: bianca, bellissima e intensamente profumata. Si fermava ogni volta che arrivava alla sua altezza, l’annusava inebriata cacciando la testa in mezzo ai fiori: uno dei piaceri della vita, per lei. Non amava i profumi sintetici, anzi, le facevano venire il mal di testa, ma quelli delle piante l’appassionavano: i giacinti, il calicanto, il gelsomino… le rose. Nel giardino aveva voluto tante piante profumate.
Una primavera anticipata quella che stavano vivendo insieme alla pandemia: un tempo splendido, il sole caldo nelle ore centrali della giornata, l’aria pulita. Un mese di isolamento forzato di quasi tutta la popolazione del paese e una ridotta circolazione dei mezzi di trasporto, compresi quelli aerei, aveva reso l’aria più respirabile. Lei si era isolata volontariamente, quando un’amica, con cui aveva avuto contatti, l’aveva chiamata per dirle che sua figlia era risultata positiva al coronavirus.
Non aveva neanche tentato di chiamare i centri di aiuto per segnalare il caso. Sconvolti com’erano da emergenze gravissime, non avrebbero potuto fare nulla per lei. L’unica cosa utile era l’isolamento, doveva proteggere le persone intorno a lei nel caso si fosse contagiata.
Ormai il tempo era passato, ma aveva preferito abbondare sui tempi, per sicurezza. In quel periodo, non aveva voluto sapere se la sua amica si fosse ammalata. La intimoriva il fatto che non si era più fatta sentire, ma non osava chiamarla. Ma l’aveva fatto lei, con un messaggio, allo scadere del tredicesimo giorno:
“Ciao, come stai?” le aveva scritto. “Bene, fino, adesso. Voi?” aveva risposto lei, frastornata.
“Io ho avuto giorni pesanti, sono ancora sotto copertura antibiotica. Sto bene, ma spossata. Ho sempre la preoccupazione di aver infettato qualcuno” era stata la risposta. Lei si era sentita prendere dal panico, non era ancora pronta a parlarne.
“Fino adesso no, speriamo di farcela anche nei prossimi giorni” aveva scritto, superando il blocco allo stomaco, diventato, di colpo, grande come un pallone. Sintomo inequivocabile di una crisi di panico.
“Ormai i giorni sono passati” l’aveva rassicurata la sua amica, con un altro messaggio.
“Sì, li sto contando. E’ meglio aspettare domani, o, meglio ancora, dopodomani”. Al di là dell’ansia che si sentiva dentro, c’era quasi la certezza che, per questa volta, ce l’aveva fatta. Si rimproverava per la sua mancanza di coraggio. Di solito era più spavalda, non le piaceva che la paura prendesse il sopravvento, doveva tenerla a freno.
Quei giorni di attesa erano stati pesanti anche per la salute, si rendeva conto che gli attacchi di panico e quell’ansia costante le causavano sbalzi di pressione. Una volta aveva telefonato al cardiologo che l’aveva visitata non molto tempo prima, per un controllo che aveva voluto fare:
“Non mi fa male il cuore”, gli aveva detto, “ma la fascia intorno allo stomaco, dove c’è il diaframma, sembra voglia esplodere”. “Difficile esprimere un parere senza visitarla, deve andare al PS, se continua così”. “Ma io non voglio andare al Pronto Soccorso” aveva risposto lei decisa “Non in questi tempi disastrosi, con tutte le persone che stanno male, non voglio pesare”.
“Il pronto soccorso ordinario è separato da quello dell’epidemia, deve andare, se lo ritiene necessario. Da qui non ho elementi per chiarire se lei sia in panico o ha effettivamente qualche problema cardiologico, dovrei vederla”.
Il coronavirus le aveva fatto scoprire di essere anziana, “anziano” era il termine usato dai giornalisti, all’inizio, per definire il numero delle persone decedute: ”oggi sono decedute 107 persone, per lo più anziani con patologie gravi”, l’epidemia colpiva soprattutto le persone fragili e in età avanzata. E tutti, dai sessant’anni in su, erano diventati anziani, un modo gentile per non chiamarli “vecchi”. Per la prima volta, nella sua vita, lei si sera vista e sentita tale. La sua nuova stagione, una stagione, lunga o breve che fosse, con cui avrebbe dovuto confrontarsi nel futuro.
Doveva limitare al massimo l’uso di tv e social, per evitare le crisi di ansia.
Aveva la fortuna di avere spazio, un privilegio grandissimo se si è obbligati a rimanere in casa chissà quanto, continuava a pensare ai bambini chiusi tra quattro mura, in appartamenti a volte senza un terrazzo, ai bimbi bisognosi di cure, alle famiglie con problemi psichiatrici o di violenza domestica, alle persone sole, a quelli senza soldi. Quante tragedie! Non lo dimenticava mai, soprattutto in un momento in cui tante persone si trovavano praticamente agli arresti domiciliari, sanzionate e punite se solo fossero usciti senza avere una ragione di estrema necessità. La privazione delle libertà individuali nella speranza di interrompere la curva del contagio. E, oltre a tutto questo, c’era la preoccupazione per il dopo epidemia, per il lavoro: quanti sarebbero rimasti senza?
Lei poteva uscire, camminare nell’erba, vedere la fioritura primaverile, scaldarsi al sole… sensazioni di benessere profondo che la facevano star meglio in qualsiasi momento. E poi c’era il gatto nero che l’accompagnava: era sempre fuori ad aspettarla quando usciva, le si metteva a fianco e camminava con lei, passo, passo: “Stai attento a non farmi cadere, eh”, si raccomandava, guardandolo. Il gatto nero si era rifugiato nel giardino da qualche anno, lei l’aveva curato, gli dava da mangiare e gli aveva messo un ricovero sotto la tettoia. Non era più andato via. Di giorno si metteva sulla finestra della cucina e guardava dentro, ogni tanto tentava di entrare. Ma lei non se la sentiva di tenerlo in casa, c’erano già quelli dei suoi figli che entravano e uscivano. Lui era un gatto di taglia piccola, mite e affettuoso. Anche gli animali hanno la loro personalità, si diceva guardandolo, non gli aveva mai dato un nome, era “Il Gatto Nero”. In passato avevano avuto una micia, La Micia Grigia, che se n’era andata cinque o sei mesi fa. Al momento c’era anche una Micia Rossa, una gatta estremamente selvatica, suo marito l’aveva trovato quasi morta, aveva i cagnotti nelle ferite e puzzava, il veterinario non l’aveva voluta tenere in ambulatorio poiché avrebbe potuto infettarglielo. Per più di due settimane lui l’aveva portata a fare le flebo, era uno che curava tutti a oltranza, i cani li aveva tenuti in vita al limite del possibile. Si ricordava di quella volta che un rospo gli era capitato sotto il tagliaerba e lui non si dava pace, aveva telefonato al veterinario per chiedergli se si poteva fare qualcosa, lei era molto perplessa:
“Non è che gli animali devono essere sottoposti ad accanimento terapeutico, povere bestie…” brontolava, aggiungendo “Sta diventando un mercato, tenere in vita tutti, anche gli animali moribondi! Andrà a finire che quando avrò bisogno io, non avrò più i soldi per curarmi”. gli diceva di tanto in tanto. Ma lui non le dava molta retta, anzi, non l’ascoltava proprio, era diventato un po’ sordo, eppure, quando qualcosa lo interessava, chissà perché… ci sentiva! Lei si meravigliava del fatto che riuscisse a fare solo una cosa alla volta, era del tutto incapace di farne due insieme: se stava pulendo una patata e lei gli faceva una domanda, rispondeva: “Non posso, adesso, aspetta un momento”.
La difficoltà di pulire una patata e rispondere “sì o no” a una semplice domanda! Un giorno gli aveva detto: “Se ti sopravviverò, scriverò sulla tua tomba: Qui giace “aspetta un momento”. Lui non aveva capito ma neanche ascoltato. Tipico dei maschi. Nonostante le previsioni, la Micia Rossa era sopravvissuta, una gatta selvatica come pochi, se tentavi di toccarla, ti lasciava il segno.
Sperava proprio di rilassarsi, di star meglio senza il pensiero di dover contare i giorni. Si sarebbe tenuta lontano dai mass-media, almeno da quelli che parlavano solo di Pandemia e di Covid 19. Le immagini delle città che si vedevano in tv erano deserte. In India milioni di persone tentavano di fuggire verso le campagne in cerca di cibo, pestate dalle guardie con canne di bambù, quanti sarebbero morti di fame? E i bambini? Un bollettino di guerra: tanti morti, tanti guariti, tanti contagiati. Non si conosceva il numero dei contagiati con pochi o senza sintomi, non si contavano, ma dovevano essere molto più numerosi dei contati. Le trasmissioni e i tg nostrani seminavano il panico con una serie di reportage quotidiani: gli ospedali al collasso, il dramma del personale sanitario contagiato per mancanza di presidi medici, il numero dei morti per le complicazioni che questo virus virulento portava, il bisogno di letti in terapia intensiva, i respiratori che mancavano, i decreti a singhiozzo. Così da molti giorni. Non si era ancora capito quali fossero le persone a rischio: “gli anziani, soprattutto, no, anche i giovani, sì, ma devono essere malati, devono avere delle patologie…” Le sembrava irrispettoso, certo, tutte queste trasmissioni dovevano riempire gli spazi, ma non era tollerabile l’ignoranza, s’intervistavano virologi di ogni tipo e tendenza. Non si era ancora capito che cosa fosse chiaramente questa epidemia, era molto contagiosa, è vero, si guariva e si moriva… si guariva più di quanto si morisse, non di meno si comportavano tutti come se si morisse e basta! E nessuno si era preparato al suo arrivo, pur parlandone molto e avendo visto immagini marziane di medici e infermieri con mascherine, tute e occhiali negli ospedali in Cina, non l’avevano presa sul serio: “Sì, sì, è in Cina, ma la Cina, si sa, è lontana… qui il rischio è meno di zero”. “Ma nessun luogo è lontano, ormai” rifletteva lei tra sé e sé. Eppure era stato dichiarato “Lo stato di emergenza sanitaria” e questo più di due mesi prima. A che pro? In alcuni delle città più colpite dal virus non si sapeva dove mettere gli ammalati, spesso intubati o da intubare, ma neanche le bare, allineate qua e là in attesa di trovare un forno crematorio che le ospitasse. Ammalati e bare venivano portati dove c’era posto!
Si moriva in silenzio, soli.
“Mi dispiacerebbe non rivedere i bambini”, pensava, passeggiando su e giù.

Pandemia

Mi guardo intorno
nei cento metri
di percorso
dove cammino
su e giù, nel grigiore
opprimente
di una giornata bigia.
Mi fermo in cima
alla strada,
non ci sono persone
sulla provinciale
non ci sono ciclisti
né automobilisti,
nessun passante.
I negozi chiusi,
le casette dell’acqua,
l’ufficio postale
sbarrati.
Manca
il rumore fastidioso
delle macchine,
i passi, il vociare
della gente,
qualche schiamazzo.
In lontananza,
l’abbaiare
di un cane rimane
a mezz’aria.
Il pensiero è
con le persone,
milioni di persone
agli arresti
domiciliari
nelle case,
intrappolate
negli ospedali
a curare i malati,
ai lavori forzati
per necessità
primarie.
Nessuno sfugge,
tutti in trincea:
chi in prima linea,
chi confinato,
chi muore.
Ognuno
con la sua fatica.