Una storia autobiografica

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un racconto, una storia, qualcosa di autobiografico. Ho ricavato un inserto da una storia raccontata tanti anni fa, insieme a un altro racconto e li ho inviati.

Una storia
Ho salutato Gianni, il mio psicoterapeuta, ci siamo visti per l’ultima volta prima della pausa estiva, più che una terapia è stata una chiacchierata… chissà se ci rivedremo ancora. Tornando a casa, ripenso ai mesi passati, al primo giorno di terapia, mi rivedo seduta sul divano, con la schiena appoggiata allo schienale e lui di fronte a me che diceva, parlandomi con voce calma e tranquilla, di rilassarmi, chiedendo a ogni organo del mio corpo di dormire. Mi preoccupava il pensiero di dormire o perdere il controllo.
“Non voglio dormire, per favore” mi ribellavo.
“Ti prometto che non dormirai” mi rispondeva, sempre parlandomi molto lentamente, “pensa alla parola “calma” e concentrati”.
Alla fine mi concentrai. Tutto il mio corpo era rilassato, ogni parte, ogni organo. Io mi dicevo “calma”. La prima immagine è stata il verde dei prati in un bel pomeriggio di sole in montagna. C’era tanto silenzio, tanta quiete. Poi l’immagine della mia casa, di sera, quando tutti dormono e io sono sola, più niente! Gianni mi chiedeva di andare indietro nel tempo. Sentivo il mio corpo diventare pesante come il piombo. C’era una ragazzina con i capelli lunghi. Qualcosa mi ha turbato profondamente. A volte piangevo. E lui:
“Piangi, è bello piangere!”
“Ma io non voglio piangere. Che senso ha?”
Ma improvviso mi assaliva il desiderio di piangere. E sempre non volevo. Gianni diceva:
“Devi piangere, puoi permettertelo”.
Mi sentivo a disagio, fuori dalla realtà e con il corpo pesante. Solo la mia testa era leggera.
“E se volessi alzarmi, potrei?”
”Certo che puoi, basta che tu lo voglia”.
Gianni mi ha guidato in un viaggio dentro il mio corpo. Ho visitato ogni parte, ogni organo, ho accarezzato quelli che mi facevano male. A momenti mi sentivo stanca.
“Dimentica che devi essere forte, lasciati andare“ .
Ho mosso un braccio.
”Muovi un braccio: quello che vuoi. Pensa di avere un palloncino attaccato a un filo, alzalo”.
Ho scelto il braccio sinistro, il mio braccio offeso e mutilato. L’ho alzato, dritto, alto. Cosa che non riesco ancora a fare. O almeno, non perfettamente e senza fatica.
“Non toccarti la fronte, altrimenti ti addormenterai”. ha continuato Gianni, parlandomi con voce bassa, convincente.
Sarà proprio così? Mah! Nel dubbio non mi sono toccata la fronte. C’erano momenti in cui mi sembrava tutto assurdo e senza senso, quasi buffo. Gliel’ho detto, ma a lui non ha fatto nessuna impressione. Ed è venuto il tempo di ritornare alla normalità.
“Conta da dieci a zero. Fino a cinque sentirai ancora il bisogno di dormire e ti sentirai ancora pesante: da cinque a zero incomincerai a svegliarti”.
Così ho fatto. Gianni è bolognese ed è nero, nero. Capelli neri, occhi neri, carnagione scura. Siamo usciti insieme. Io sono andata da Lambrate, dove abita, in via Veneziano, all’Istituto dei Tumori, a cercare l’Associazione di Attive Come Prima. Ho conosciuto Candy, che ha alle spalle un anno di chemioterapia, e il Dott. Tamburini, lo psicologo. Il Dott. Tamburini mi ha fatto delle domande su ciò che ho avuto e ciò che ho in mente di fare:
“Carcinoma al seno sinistro, due linfonodi in metastasi. Mastectomia totale. Adesso sono in chemioterapia, due cicli al mese per un anno”.
“Come si sente?” mi ha chiesto.
”Non so neanch’io, male, la chemio mi fa star male. La nausea non mi abbandona mai… “
“C’è qualcuno che la segue, l’aiuta?”
”Il mio medico di famiglia. Ho bisogno di aiuto. Vorrei che ci fosse più assistenza per quelli come me. Soprattutto se hanno bambini. Vorrei fare qualcosa. Dove abito non c’è nulla”.
“Sarebbe utile, ma adesso non è il momento. In futuro la terapia potrebbe diventare molto debilitante. Ed è pesante, a livello psicologico, e non solo, dover affrontare situazioni che noi stessi stiamo vivendo e ci causano sofferenza. Le consiglio di aspettare. Almeno per il tempo che è in terapia”.
“Sì, mi accorgo io stessa di far fatica. Parlare dei miei problemi mi turba e mi deprime”. Inoltre, non ne abbiamo parlato, ma la cosa aleggiava tra noi, ci potrebbero essere recidive.
In questi giorni fa molto caldo c’è afa e bassa pressione e ho molta nausea, il dott. Tamburini ha avuto ragione quando mi ha detto di aspettare almeno la fine della terapia. Le cose sono peggiorate da allora. Ho la testa grande come un pallone, anzi, come una mongolfiera e mi sento precaria. Precaria dentro e fuori. Ieri avevo detto al dottore che mi cercava una vena per il prelievo: “Mi scusi, forse piangerò”.
Questa mattina presto Ina è venuta nel mio letto, mi si è accucciata accanto:
“Ti fa ancora male la pallina?”
Mi chiede con una carezza timida …
“Non più, presto sarà guarita”.
Ho spesso il rimpianto di non dedicarmi ai bambini in modo più concreto. Gli leggo poco e non seguo Ian bene a scuola: sono abbastanza discontinua in tutto.
Il nono ciclo è quasi completo, mi resta da prendere il citostatico per qualche giorno, e non è poco. Sempre metà dose, sempre squassata dal vomito. Un conato di vomito dietro l’altro, senza tregua. Non c’è antistaminico che tenga. Anzi, peggiora la situazione, mi collassa ancor di più e sto peggio.
L’ultima volta non ho potuto dormire mai, per notti intere. Avevo negli orecchi il pianto del bimbo in fondo al pozzo. Lo sentivo nel mio cuore. L’ho preso per mano, l’ho accarezzato, gli ho parlato:
“Bimbo bello e caro. Bimbo mio che Dio ti aiuti”.
Tutto il giorno non ho voluto sentire, né sapere. Ero a letto stesa, al buio, senza cuscino, incapace di riposare, sconvolta dal malessere:
“Bimbo caro. Bimbo mio. Vorrei scaldarti. Cullarti”.
Ore e ore di buio, in compagnia di un’infinita umanità dolorante.
I pensieri cominciano a diventare morbosi senza che io me ne renda conto, e mi sfuggo al controllo. Spero di riuscire a conservare tutte le rotelle al posto giusto.
Da Gianni mi sono rilassata. Lui mi sollecita a parlare con il mio inconscio, a trattarlo gentilmente, a chiedergli che la chemioterapia non mi faccia star male, ma che solo la parte benefica sia usata dal mio corpo:
“Posso chiedere al mio inconscio di avere un effetto positivo sui miei capelli? Sono stanca di stare senza capelli e non mi piaccio”. gli ho chiesto.
“Qualsiasi cosa tu voglia! Devi solo crederci!”
“Lo desidero molto. Ci metterò tutta la mia grinta!”
“Questo mi piace, non lasciarti mai sopraffare dalle avversità. Sii resiliente”
“Posso raccontarti un sogno che mi turba molto?”
“E’ importante che tu lo faccia!”
“Di solito non ricordo i miei sogni ma questo sì, ed è ricorrente. Sogno sempre di fuggire da una bara, sono vestita di bianco con i capelli lunghi e spingo una lastra di marmo con tutte le mie forze, fuori è buio.
“Vuole semplicemente dire che stai lottando per la tua sopravvivenza e questo è positivo”.
“Si, ma perché vestita di bianco?”
“Il sogno è sempre uguale o si manifesta con immagini diverse?”
“E’ sempre uguale, anche se cambia la modalità: io che tento di sollevare il pesante coperchio di una bara in un luogo cimiteriale e all’aperto, di notte. Io che tento di fuggire da una bara verticale appoggiata e senza coperchio, alla fine di un treno in corsa ma non riesco ad uscire, come se fossi trattenuta dall’interno. Sempre vestita di bianco e con i capelli al vento”.
“Li sogni separati o insieme?”
“Sempre insieme, prima uno poi l’altro, e li ricordo”.
“Sono sogni facili da comprendere: la coscienza del tuo stato di salute, la paura, la fuga. Non vuoi soccombere. Non so dirti del vestito bianco”.
“Mio figlio dice che sono diventata brutta, che non sono più la sua mamma. Non so cosa fare, mi rendo conto di essere assente, di non ascoltarlo. E’ molto agitato e lo rimprovero spesso”.
“Devi farti aiutare, non puoi fare tutto da sola. Nel frattempo cerca di essere paziente, più presente, più positiva. Devi pensare che il peggio è passato, che sei guarita, presto tutto sarà come prima”.
“Nulla sarà più come prima, né il rapporto con i miei figli, né quello con le persone intorno a me. Io stessa non sarò più come prima. Forse dopo, ma sarà comunque diverso”
“Potrà diventare migliore. Devi aver pazienza ancora per qualche tempo”.
“Il tempo sottratto alla mia famiglia, alla cura dei miei figli, mi pesa molto. Lo vivo come una punizione ingiusta, crudele”.
“Sì, diventerà il tuo riscatto, la tua forza”.
Gianni mi parlava con gentilezza, quando ci siamo salutati, mi ha sorriso.
“Sei stata brava, devi continuare così. Quando tornerò ti voglio trovare bella e con dei capelli nuovi. Prometti”.
Ho sorriso a mia volta augurandogli una buona estate.

 

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Una tazza di tè nero

“Una tazza di tè” pensò, ancora quasi dormendo. “Mi alzo e mi faccio una bella tazza di tè nero, nero e forte”. Era il suo primo desiderio al mattino appena sveglia e, di solito, ancor prima di aprire gli occhi, saltava giù dal letto per andare a mettere il bollitore sul fuoco. Un piacere irrinunciabile da molti anni e il modo migliore per iniziare la giornata.
La sensazione di un impedimento la trattenne. Un impedimento dapprima quasi impercettibile, ma che aumentò sensibilmente dopo alcuni istanti. Si concentrò per capire quale fosse la causa del suo malessere. La colpì quello strano silenzio che la circondava, un’ assenza totale di suoni familiari: i fruscii dei gatti, lo scricchiolio del parquet, l’abbaiare lontano dei cani… nulla! Regnava un silenzio totale, pesante. Era disorientata, avvertiva qualcosa di non familiare, di estraneo, intorno a sé. Non sentiva sulla pelle il lenzuolo in cui si avvolgeva sempre mentre dormiva… non c’era! Era sdraiata supina, in una posizione molto composta, lei che si muoveva nel letto come se stesse nuotando. Tentò di muoversi piano… le sembrò che le mancasse lo spazio; cerco di fare un respiro profondo… annaspò per la presenza di un odore sconosciuto; un odore che le fece trattenere il respiro. L’ansia la sconvolse! Non aveva ancora aperto gli occhi, continuava a tenerli chiusi per la paura. Voleva muovere una mano per toccare il vuoto, ma era come paralizzata. Rimase immobile, cercando di controllare quel groviglio di tensioni, doveva rilassarsi: “Non lasciarti prendere dal panico” si disse “sii brava, rilassati, non è nulla, è solo un brutto sogno, un incubo”. L’attesa diventava intollerabile. “Devo fare qualcosa” mormorò infine tra sé e sé. Tuttavia non sapeva che cosa, la terrorizzava scoprire di essere in una bara, morta eppure viva, pur non osando neanche pensarlo quel timore era inconsciamente radicato dentro di lei. Faceva parte dei racconti della sua infanzia, quando, intorno al fuoco, lei ascoltava, bambina, la sua nonna e la sua bisnonna narrare storie macabre di fatti accaduti metà di qua e metà di là, lasciandole lo sgomento dell’ignoto. “Devo fare qualcosa” si ripeté decisa, non posso stare qui terrorizzata per l’eternità: devo aprire gli occhi. Li strinse e, con immensa fatica, li aprì.
Una donna, con indosso un indumento verde, era china su di lei e la guardava. “Sono venuta a prenderla”. le disse e aggiunse. “E’ tutto finito”. “Una tazza di tè” le sussurrò lei, quasi implorandola. “Vorrei bere una tazza di tè nero, nero e forte, per favore”.
“Non si preoccupi” le rispose la donna con voce gentile “fra non molto potrà berlo”. E si mise a spingere il lettino.

Lo stato lo chiama gioco “lecito”

Martina assisteva alla conferenza sbigottita, sentiva l’ansia e la rabbia montarle dentro. Un insieme di sentimenti misti a indignazione e incredulità per quanto stava ascoltando. Il rappresentante del governo parlava di gioco d’azzardo in maniera impersonale, come se sciorinasse informazioni su una serie di partite di calcio: il deficit, il guadagno, le problematiche. Monotonamente. Le cifre che lo stato guadagnava sul gioco d’azzardo erano incredibili: almeno otto miliardi l’anno!, e sulla pelle delle persone! Non c’era solo chi si limitava a giocare qualche gratta e vinci, c’erano anche quelli che giocavano molto e, pur senza rovinarsi, potevano perdere una grande quantità di denaro con risvolti negativi sulle persone che gli vivevano intorno. C’erano poi quelli che si rovinavano totalmente, trascinandosi dietro tutta la famiglia, e non solo per una generazione. Ricordava una povera ragazza con due bimbe piccole, tutt’e due in età prescolare, il cui marito si giocava tutto ciò che riusciva a guadagnare, quando guadagnava, alle slot machines, e lei non poteva comprare da mangiare per le bambine. Più di una volta Martina le aveva fatto la spesa: “e mangia anche lui” si lamentava lei, “se io chiedo la carità, lo faccio per le mie figlie, non è giusto che lui mangi quello che io ricevo per loro”.
Ogni tanto Martina ci pensava – o forse ci pensava sempre, abbiamo pensieri che non ci lasciano mai – e si chiedeva che fine avessero fatto lei e le sue bambine.
Non l’aveva più vista, sapeva che si era trasferita in un luogo più vicino alla sua famiglia di origine ed era aiutata dai servizi sociali, sperava che questi l’aiutassero a cercare un lavoro, senza portarle via le bimbe per darle in affido o, peggio ancora, per metterle in qualche comunità.
Alla conferenza erano presenti diversi rappresentanti delle sale da gioco, ma non molto pubblico, la cosa le dispiaceva, era un argomento importante e ci sarebbe dovuta essere più gente, le persone dovevano rendersi conto di quanto stava accadendo al paese. Tuttavia non aveva visto né un manifesto né un volantino che pubblicizzasse l’incontro: lei stessa l’aveva saputo per caso. Un realtà devastante quella del gioco d’azzardo soprattutto se diventava patologico, una realtà con cui, sebbene non avesse mai giocato, le era capitato di doversi confrontare più di una volta.
Una dottoressa relazionava i presenti, in maniera molto competente, sulle malattie causate dal gioco d’azzardo: “il gioco può causare dipendenza, ciò non avviene subito, qualcuno se ne rende conto prima di giungere allo stadio finale e riesce a tirarsi fuori, dopo diventa un’ossessione che non si può più controllare, poiché il bisogno diventa compulsivo e, pur rimanendo in una sfera di lucidità, la persona non è in grado di frenare l’impulso a giocare, riducendo sul lastrico se stessa e le persone che gli stanno vicino, chiedendo soldi a tutti e rubando. E non vive più!” diceva la relatrice.
“Negli ultimi anni si calcola che le situazioni di dipendenza siano aumentate più del cento per cento a causa dell’accessibilità dell’offerta di slot machines, videolottery, gratta e vinci e altri prodotti mangia soldi disseminati su tutto il territorio nazionale, per non parlare delle sale gioco: vere bische legalizzate! E che, per ogni persona dipendente, ce ne siano almeno sette che subiscono le terribili conseguenze di questa patologia con povertà, emarginazione sociale, famiglie distrutte”.
Inoltre, come tutte le dipendenze, il gioco d’azzardo, oltre a non divertire, alienava. La dottoressa aveva mostrato foto di persone che giocavano alle slots e alle videolottery: degli automi spiritati che aspettavano, nella risposta di una macchina, la loro chance. Non c’era abilità in questo tipo di gioco, non s’interagiva con nulla e nessuno, neanche con la macchina. Si era totalmente passivi: un’azione meccanica a cui veniva data una risposta meccanica, in un intreccio di luci e suoni striduli.
Aveva conosciuto un tizio che di lavoro faceva l’assicuratore, anche lui aveva due bambine, ma più grandicelle delle altre due, giocava con tutto, ma soprattutto con le slot e le videolottery: si era giocato i soldi che gli avevano affidato i clienti, il risparmio della famiglia, ipotecato l’appartamento appena finito di pagare, una disfatta! Per un periodo di tempo era riuscito, con salti mortali, a tener nascosto il suo disagio, poi non ce l’aveva più fatta a contenere i debiti, ed era stato costretto a dirlo all’assicurazione e alla moglie. L’assicurazione, per coprire lo scandalo, aveva pagato i conti dei clienti e lui avrebbe dovuto restituire ogni mese, su un diverso lavoro che gli avevano assegnato, tre quarti di qualsiasi somma avesse guadagnato, e per il resto della sua vita. La moglie aveva chiesto il divorzio e se n’era andata con le figlie. Per non morire era riuscito a mettere insieme un gruppo di auto-aiuto con altri infelici distrutti dal gioco d’azzardo e andava a mangiare alla Caritas, dormendo in luoghi di fortuna. Neanche di lui sapeva più nulla. Alcuni si suicidavano, simulando incidenti di varie forme, troppo disperati per chiedere aiuto, consapevoli che aiutarli non  fosse cosa facile soprattutto per l’enorme quantità di debiti che spesso avevano accumulato.
Uno dei rappresentanti delle sale gioco si lamentava degli orari di apertura delle stesse, avevano perso un ricorso sulla richiesta di apertura 24 ore su 24 e dovevano chiudere da mezzanotte alle dieci, una pausa per  diminuire il danno, purtroppo non avveniva in tutti i comuni. Alcuni sindaci si adoperavano per quella che si definiva “la riduzione del danno”,  una serie di misure per contenere una piaga che stava assumendo risvolti sociali pesanti,  e cioè la chiusura notturna, numero massimo di slot per superficie e sale da gioco a non meno di 500 metri distanza dai luoghi sensibili: scuole, oratori, ospedali e altri luoghi frequentati da minori. Ma non serviva a molto, inoltre, la pubblicità che si faceva su internet e in televisione e la possibilità di giocare on line creavano delle situazioni non controllabili. In un intervento, un signore aveva puntualizzato che bisognava eliminare la pubblicità che imperversava sui mass-media, almeno nelle fasce orarie più esposte ai bambini.
Il rappresentante del governo parlava dei soldi che si volevano stanziare per la prevenzione: assolutamente ilare, si disse Martina. Che senso aveva fare prevenzione in un contesto in cui praticamente non ci si poteva difendere, soprattutto se si apparteneva a una condizione sociale medio/bassa. Terrificante il prezzo che si pagava! E questo era il gioco legalizzato, quello controllato dallo stato: il padre e la madre che mandano i propri figli alla rovina sapendo di farlo, anzi studiando sistemi per rendere il più avvolgente possibile l’adescamento.
Aveva chiesto al rappresentante del governo perché lo Stato facesse il biscazziere e gestisse il gioco d’azzardo e questi le aveva risposto che lo Stato, legalizzando il gioco – non diceva mai gioco d’azzardo – lo toglieva dal controllo delle mafie.
Certo, lo stato aveva reso legale il gioco d’azzardo, rendendo il tutto molto accessibile e alla portata di tutti; ormai si poteva giocare dappertutto, senza più nascondersi o dover cercare una bisca clandestina: si giocava nei bar, nei supermercati, nelle sale gioco. Bastava mettervi una slot machine o una videolottery e avevi una bisca leglizzata e il gioco d’azzardo veniva chiamato “gioco lecito”. Un paradosso! E facendo questo lo stato ne aveva fatto uno strumento di rovina e morte alla luce del sole e alla portata di tutti.
Le associazioni di volontariato o quelli come lei, si prodigavano per recuperare i danni: “ma i danni recuperati erano sempre minimi se paragonati a quelli ricevuti”. Rifletteva Martina con grande scoramento.

Giovanna Rotondo

Nascita e morte di Vegana

1. Nascita di Vegana

Vegana guarda orgogliosa la bandiera che viene issata, per la prima volta, alta, sul pennone, Oggi si festeggia la nascita e il simbolo di una nuova nazione: un grande cerchio con intorno la scritta “Together”. All’interno del cerchio un girotondo con mammiferi e altri animali. E il nuovo nome “Vegana”, come il suo, scritto in alto. Il Presidente sta finendo il discorso, ci sono tutte le componenti del governo in carica, la folla partecipa attenta:
“In questo giorno, per noi così importante, ho il piacere di presentarvi la madrina della cerimonia, un’altra Vegana. La prima creatura nata tra noi, al tempo del nostro esodo”.Vegana saluta la folla, sorride commossa, tra le prime file intravede la sua famiglia:
“Sono felice dell’esperienza che sto vivendo insieme a tutti voi. Mi sento onorata di portare lo stesso nome del paese in cui viviamo, che voi avete fondato e fatto diventare come io lo conosco ora. Da piccola, mio nonno mi portava spesso con sé a visitare le città e le comunità che stavano nascendo. Mi raccontava la storia coraggiosa e affascinante del vostro viaggio. La ricerca di un rifugio più compatibile con la filosofia di vita che avevate in mente. Le vostre fatiche sono state premiate!”
“Come tutti voi sapete”, riprende il Presidente, “siamo sbarcati qui, nell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda. Ci abbiamo impiegato più di tre anni a trasportare i membri delle nostre associazioni che avevano deciso di trasferirsi a vivere in questa terra. Oggi, dopo averla colonizzata, le abbiamo scelto un nuovo nome: “Vegana”.
La gente si era appassionata alla scelta del nome, aveva prevalso lo stesso nome che i suoi genitori le avevano imposto, come speranza futura, nuova, quando era nata, 25 anni fa, pensa Vegana, guardandosi intorno, felice.
La sua famiglia di origine veniva dall’Europa. I suoi genitori erano emigrati, appena sposati, in un progetto di trasferimento collettivo alla ricerca di un luogo in cui vivere, meno caotico della vecchia Europa. Vivere senza che il profitto economico sovrastasse ogni etica e ci fosse rispetto per la natura intorno e per qualsiasi creatura vivente.
Lei era stata la prima nata sulla nuova terra!
Le persone incominciano a raccogliersi in gruppi informali. Si salutano, qualcuno, dal palco comunica ai presenti:
“Sono state allestite aree di rinfresco in tutta l’Isola, oggi sarà una giornata di festa memorabile”.
Alcuni dei presenti circondano Vegana, la salutano, la baciano:
“Vegana, a presto, ci vediamo domani”.
“Vegana, vieni con noi”?
“Non posso, sto aspettando Andrew…”
“Ciao, Vegana”.
“Mamma, papà, avete visto Andrew?”
“No, non l’abbiamo visto, Vegana ti fermi con lui o vuoi che vi aspettiamo?”
“No, probabilmente andremo da qualche parte, se riusciremo a trovare un luogo tranquillo”.
Vegana si guarda intorno alla ricerca del suo amico per alcuni minuti:
“Ciao, bella fanciulla, finalmente ti trovo!” un giovane le si avvicina.
“Andrew, sei riuscito ad assistere alla cerimonia?”
“Si, uno spettacolo da ricordare”.
“Bella vero? La nostra nuova terra!” sussurra lei pensosa.
“Non per me… siete voi i nuovi arrivati”, risponde ironico Andrew.
“Noi siamo nate insieme. Sono commossa!” mormora Vegani.
“Le due Vegane della mia vita!” conclude Andrew, riferendosi alla sua ragazza e al paese in cui vivono e che da oggi porta lo stesso nome.
I due si abbracciano contenti di vedersi. Andrew è di statura sopra la media, con un sorriso simpatico. Vegana sembra la protagonista di una favola. Tutti e due sono nati in South Island, ma gli antenati di Andrew vi si sono insediati un paio di secoli prima, Vegana è alla prima generazione.
“Mi fermo fino a domani”.
“Stai da noi?” gli chiede lei.
“No so ancora, perché non ce ne andiamo insieme, da qualche parte, per qualche ora?”
“Va bene. Dove vuoi”.
“Andiamo a cena?”
“Si, ma lontano da qui. Altrimenti ci troviamo troppa gente”.
“Potremmo fare una passeggiata. E’ una giornata meravigliosa”.
“Mi piacerebbe molto”.
“Conosco un ristorante tranquillo, non lontano”.
Si avviano, tenendosi per mano, e, dopo una mezz’ora di cammino, giungono nei pressi di un locale semplice e accogliente, decidono di sedersi in giardino. E’ un bel pomeriggio di inizio estate e la temperatura è mite. Mentre cammina e chiacchiera con Andrew, Vegana ripercorre con la mente la storia della sua gente. Una storia che il nonno non si stanca mai di raccontare e lei di ascoltare.

2.  La terra, un trentennio prima

All’inizio del terzo millennio, verso il 2023 circa, le condizioni di vita del pianeta non godevano di buona salute. I dati erano a dir poco inquietanti: la voracità umana stava letteralmente saccheggiando il pianeta. Si distruggevano intere foreste ed ecosistemi per dare spazio a coltivazioni usate per la produzione di cereali e soia per alimentare animali che sarebbero stati a loro volta malmenati e torturati in allevamenti intensivi, o per prodotti che distruggevano l’ambiente ma rendevano finanziariamente. Scarsa era l’attenzione alla terra e ai suoi abitanti, la legge del profitto economico imperava su qualsiasi altra considerazione.
Ci voleva molta acqua per produrre un chilo di carne e molti metri quadri di foresta, i gas prodotti dalle deiezioni animali e la desertificazione producevano variazioni climatiche devastanti.
La terra ospitava più o meno otto miliardi di persone ed era un gigantesco allevamento: bovini, suini, ovini e quant’altro, senza contare il pollame! Il tutto superava, e di gran lunga, le reali necessità alimentari di coloro che avevano accesso alle proteine animali: l’uso era superiore al bisogno, e, soprattutto, si sarebbe potuto sprecare e consumare molto meno a beneficio di tutti, anche di quei molti che avevano scarso accesso ai beni primari.
Il consumo di acqua stava raggiungendo livelli non più sostenibili, migliaia di persone dovevano fare lunghi percorsi per trovare l’acqua. Le multinazionali si impossessavano e brevettavano di tutto, dalle riserve d’acqua ai prodotti alimentari. Molta acqua, inoltre, viaggiava nei prodotti alimentari sotto forma di bibite e simili.
Le risorse della terra incominciavano a scarseggiare. Le turbolenze climatiche erano tali per cui non si potevano fare programmi sui raccolti e l’inclemenza atmosferica portava a perderne ogni anno una buona parte. Si coltivava sempre di più in gigantesche serre e si usavano ibridi e prodotti geneticamente modificati in tutti i campi. Per non parlare delle acque dei mari e degli oceani, inquinate e con molta vita marina estinta o in via di estinzione.
La situazione stava diventando invivibile, l’effetto serra catastrofico, la forbice sociale aumentava invece di diminuire, pochi si arricchivano in maniera devastante a scapito di una moltitudine di poveri.
Inoltre, gli allevamenti intensivi, per produrre una massiccia quantità di carne, lavoravano come una catena di montaggio su creature viventi – sensibili al dolore e alla sofferenza – in condizioni di crudeltà inconcepibile.
In quegli anni incominciarono ad apparire manifesti provocatori pensati da Vegani, Vegetariani e Amici degli Animali. Il primo manifesto portava la scritta:
“Chi Mangio Oggi?”
L’immagine, sconvolgente, di quello che a prima vista sembrava un bimbo tagliato a fette e messo in una vaschetta del supermercato, fece infuriare molti carnivori.
Le provocazioni continuarono con manifesti che mostravano corpi di uomini, donne e animali tagliati a fette e messi in mostra come prodotti alimentari in vendita, con la scritta:
“Preferisci la coscia o la spalla?”, oppure: “Io non mangio cadaveri!” E, spesso:
“Oggi mi mangio il cane o il gatto?”, con sequenze inguardabili sulle terribili torture inflitte agli animali negli allevamenti, durante il trasporto o la macellazione.
I nonni di Vegana furono tra gli ideatori della campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e indurla a mangiare meno proteine animali e più proteine vegetali, ad avere più rispetto per le creature viventi e a non commerciarle e sfruttarle in modo indegno.
Presto si identificarono in Carnivori coloro che mangiavano carne più di due volta la settimana. In seguito sarebbero stati chiamati Cannibali: le loro abitudine conducevano alla distruzione della terra.
A questa campagna di sensibilizzazione venne data grande risonanza con incontri pubblici, articoli, conferenze e molta informazione sui mass media. Si voleva, oltreché provocare, far pensare. Non si chiedeva di non mangiare carne, di non essere onnivori, si chiedeva più controllo, più rispetto, più etica. Una semplice limitazione per il bene collettivo e individuale, oltretutto, conoscendo le complicazioni e i danni alla salute causati da un’alimentazione troppo ricca di proteine animali, poteva essere un recupero non solo ambientale ma anche un risparmio finanziario: meno malattie, meno spese. E c’era la speranza che abolendo la crudeltà dalla catena alimentare con più considerazione per questi nostri sfortunati amici terrestri di altre razze, avrebbe migliorato gli esseri umani.
Si voleva dare un messaggio che portasse al risparmio delle risorse della terra e al rispetto per tutte le creature che l’abitavano.
Il nonno le raccontava di quanto le loro iniziative causassero le ire di alcuni potenti. Le sedi delle loro Associazioni venivano prese di mira e vandalizzate di frequente; in alcune circostanze avevano temuto per la loro stessa incolumità!
E spesso le descriveva la scena di quando aveva avanzato l’ipotesi, ai suoi amici e soci, di cercare un altro luogo in cui vivere. La sua era stata una battuta di spirito, diventata, in seguito, un vero e proprio programma per un progetto di esodo:
“Ieri, in pieno giorno, in diversi punti del paese, sono stati lanciati sassi contro le vetrina dei nostri negozi”.
“Un’azione intimidatoria…”
“Sì, sappiamo tutto, è intervenuta la Polizia”.
“Sta accadendo con troppa frequenza!”
“Siamo stati avvertiti. Le varie lobbies non intendono sottostare a campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro le loro speculazioni e i loro guadagni. Sono gruppi di potere, possono diventare pericolosi, se noi continueremo con i nostri programmi”.
“Non ci lasceremo ricattare, né intimorire, non smetteremo!”
“Bisogna emigrare, la vita sta diventando impossibile”.
“Ma dove? Il mondo, come si dice, è diventato un villaggio”.
“Non c’è scampo! Si sta distruggendo tutto a una velocità incredibile. La terra, presto, non avrà più risorse”.
“Ma sarà così ovunque, impossibile sfuggire: i danni ambientali sono oramai globali”.
“Me ne rendo conto, tuttavia, non potendo andare nello spazio, possiamo cercare sulla terra alcune arre più accettabili di altre, ce ne sono ancora, per adesso, almeno, e preferisco tentare di fare qualcosa intanto che aspettiamo la Tragedia Universale”.
Fu la molla. Un segnale, qualcosa che tutti volevano accadesse.
Nei giorni a venire, Tommaso e Sara, i nonni di Vegana, e alcuni amici, incominciarono a pensare e a discutere seriamente un’eventualità del genere. I loro figli, Carlo e Luigi, si appassionarono all’idea di creare un mondo diverso. Tutti facevano progetti…
Decisero di mettere la proposta di Tommaso, Presidente dell’Associazione Vegetariana, in calendario per una libera discussione: ipotizzare un programma che prevedesse la possibilità di trasferire, in un’altra parte del pianeta, un gruppo numeroso di persone.
Più di ogni altra cosa bisognava verificare se ci fosse ancora un luogo, sulla vecchia terra, in grado di accoglierli, un luogo dove avrebbero provato a vivere in maniera più semplice e naturale.

3. Andare, sì… ma dove?

“Avverto una certa ansia di concludere i punti all’ordine del giorno, per continuare con un argomento che appassiona tutti: “se, come e dove andare”. Suggerirei di proceder nella discussione, per alzata di mano, come al solito, uno alla volta, per non fare confusioni, qualcuno alla fine tirerà le somme e concluderà, cercando di mettere insieme i vari interventi”.
“Va bene Tommaso, ma dobbiamo prima capire di che cosa vogliamo discutere, altrimenti perdiamo tempo!”
“Sono d’accordo con Andrea. Qual’è la proposta?” chiese Ania, l’avvocato del gruppo, era lei ad occuparsi degli aspetti legali e a dirimere le controversie dell’Associazione.
“E’ questo il punto, non c’è una proposta. Dobbiamo elaborarla insieme. Avevo accennato, come battuta, alla possibilità di cercare un luogo, semmai ce ne fosse uno, dove espatriare e vivere secondo la nostra etica, perché non tentare? almeno parliamone!” rispose Tommaso serio.
“Vuoi dire noi, come comunità?”
“Sì, quella parte che accetterà la sfida!”
Per qualche istante il silenzio divenne protagonista:
“Un’utopia”.
“Può sembrare tale, ma abbiamo strumenti, conoscenze e tecnologie”.
“Non dimenticate i pionieri del passato. Loro sì che andavano allo sbaraglio, per loro muoversi era un’avventura, un’incognita, molto spesso senza ritorno, ma andavano comunque. Noi sappiamo tutto o quasi di ogni luogo, abbiamo mezzi rapidi per viaggiare, possiamo muoverci velocemente da un posto all’altro e tornare quando vogliamo”.
“No, non è impossibile: ci sono ancora delle aree poco sfruttate e sconosciute, da qualche parte, bisogna trovare quelle a noi più congeniali e andare a visitarle”.
“Posta in questi termini, sembra la cosa più semplice del mondo”.
“Senza dubbio non lo sarà, ma è un’impresa possibile: la ricerca di un futuro migliore per noi e i nostri figli. Non in un altro pineta, ma sulla vecchia terra!”
“Ci vuole una divisione dei compiti e un gruppo di studio. Inizialmente ci preoccuperemo del luogo o dei luoghi. In seguito definiremo la portata dell’operazione. Chi si offre?” concluse Tommaso.
Tutti alzarono la mano.
“Dobbiamo dividerci i compiti. Di ogni area individuata si studierà tutto ciò che sarà possibile sapere: caratteristiche dell’area, clima, densità abitativa, infrastrutture, collegamenti con il resto del mondo, tipo di governo e religione”.
“Andrea, sei la dimostrazione che le proposte nascono dall’Assemblea. Sì, ci divideremo i continenti e ne studieremo la morfologia e la storia. Possiamo definire, da subito, chi studia che cosa”.
L’operazione venne compiuta in pochi minuti, tutti aderirono con entusiasmo all’iniziativa.
“Bene, la seduta è aggiornata alla settimana prossima, con il compito di portare notizie su luoghi, climi e governi” concluse.
In seguito, Tommaso si rivolse ad Ania: “lascio la parola al nostro avvocato, la quale ci relazionerà sull’esito della riunione avuta con le Autorità. I gravi episodi intimidatori avvenuti nei nostri riguardi, negli ultimi tempi, non devono essere sottovalutati. Noi tutti crediamo siano stati pilotati dai grandi interessi. Seguirà la lettura del comunicato stampa e la sua diffusione attraverso i mass media a chiusura di questa storica riunione”.
“Più o meno tutti siete a conoscenza”, incominciò Ania, “degli episodi di violenza avvenuti contro le nostre sedi e contro le persone. Alcuni dei nostri associati sono stati aggrediti e picchiati al punto da dover ricorrere a cure mediche e persino a ricoveri ospedalieri. C’è stata la promessa, da parte delle Autorità, di vigilare sulla nostra sicurezza e incolumità, anche se non è ben chiaro come lo faranno: non ci possono scortare, siamo in troppi, né mettere guardie fuori dalle nostre attività o luoghi di lavoro, ma hanno promesso che intensificheranno la sorveglianza.
Inoltre, vi leggerò il comunicato che abbiamo compilato alla presenza delle altre Associazioni, in una riunione straordinaria a cui ho partecipato con Sara: un Appello contro la violenza!
Non possiamo correre il rischio che la situazione ci sfugga di mano, che qualcuno dei nostri, stanco di subire, reagisca contro chi ci aggredisce. Al nostro Appello verrà data grande risonanza sui mass media: tg, radio, comunicati stampa, web, manifesti, ecc.:
Appello
Gli Amici degli Animali e della Terra, Le Associazioni Vegetariane e Vegane ribadiscono il rifiuto a qualsiasi tipo di violenza. Chiedono alle autorità e ai cittadini di vigilare sull’incolumità di coloro che lottano pacificamente per migliorare le condizioni di vita della Terra che ci ospita tutti. Chiedono ai loro collaboratori di non abbassare la guardia, di difendersi dalla violenza, ma di non praticarla se provocati. Ogni forma di lotta per il miglioramento della vivibilità del Pianeta e delle sue creature dovrà essere deciso collegialmente, come previsto dal nostro Statuto.

4. La decisione!

Una settimana dopo alla riunione erano in tanti. Si esaminarono gli esiti del comunicato stampa, che aveva avuto grande risonanza e riscosso le simpatie e l’approvazione di molti cittadini per il suo tono non violento. Dopo i vari commenti, si tornò a parlare dell’argomento che stava a cuore a tutti. Tommaso, in qualità di Presidente dell’Associazione, prese la parola:
“Sono emozionato per quanto stiamo decidendo. Ci stiamo avviando verso una strada senza ritorno, tutti insieme saremo protagonisti della Storia, la nostra storia! Non ci saranno nostalgie, non lasceremo le persone a noi care, ma le porteremo con noi e costruiremo le nostre nuove città. Ci vorrà una vita intera!”
Innanzitutto si decise come procedere. Sarebbe stata nominata una commissione che avrebbe viaggiato e relazionato sui luoghi scelti, indicato perplessità o idoneità circa un’area piuttosto che un altra. Dovevano esserci varie competenze nell’ambito del gruppo che sarebbe partito ad esplorare i luoghi stabiliti, e avere abboccamenti con le Autorità.
Tra le aree prese in visione, la preferita era l’Isola del Sud in Nuova Zelanda, poi Australia e Mongolia. Se Nuova Zelanda e Australia presentavano organizzazioni e infrastrutture, non così la sterminata Mongolia:
“Le costruiremo noi”, disse Sara che era medico, “soprattutto gli ospedali”. Sarà la nostra prima occupazione”.
“La nostra preoccupazione primaria sarà reperire cibo per tutti. Pur coltivando la terra, praticando l’artigianato e lo scambio dei prodotti, nell’immediato non ci sarà sufficiente cibo, dovremo scambiare e comprare molto, ma dovremo anche vendere ciò che produrremo, altrimenti non ce la faremo”.
“Sì, bisognerà studiare un metodo di city planning and living che preveda guadagni e sufficienti introiti da subito. Sarà necessario pensare a scambi e baratti e, in quell’ottica, definire confini e vicinanze.”
“Stiamo divagando. Questi argomenti li affronteremo e svilupperemo in un secondo tempo, quando avremo deciso il dove e il come. Per ora dobbiamo discutere sulla Commissione di esperti che dovrà definire l’abitabilità dei luoghi e la possibilità di fondare piccole comunità autosufficienti”, tagliò corto Tommaso.
“E’ importante che la Commissione sia la stessa per relazionare con lo stesso criterio i vari luoghi”, la proposta veniva da Andrea.
“Non penso sia necessario, anche se possiamo decidere di procedere in questi termini. Non stiamo facendo un paragone tra un’area e l’altra. Dobbiamo avere dei criteri di valutazione che devono definire la vivibilità dei luoghi in base a: acqua, clima, densità abitativa, governo, religione. Più che lo stesso metro di giudizio, dobbiamo confrontarci sulle opportunità, se le troviamo, se ci sono e in che misura e quali sono le problematiche”. L’obiezione fu accolta di buon grado perché di buon senso.
L’aspetto finanziario fu l’altro nodo da risolvere: come inquadrarlo? Chi pagava cosa? Una questione molto delicata! La scelta doveva essere assolutamente democratica e accontentare tutti.
“Non possiamo lasciare la gestione di un progetto così delicato alle singole iniziative, ci devono essere dei parametri uguali per tutti: si deve poter affrontare un’impresa di questo tipo senza l’ansia e l’angoscia dei costi e partecipare se ritenuti idonei”.
“Si, ma come risolviamo la gestione dei fondi?”
“Con delle offerte libere, aperte a tutti, ci sarà un modulo computerizzato a cui si potrà avere accesso per donare in maniera assolutamente anonima. Ci saranno diversi gruppi di supervisori e tesorieri che controlleranno quanto verrà dato e come verrà speso”.
“Nessuno dovrà pagare per il viaggio e l’insediamento. Le spese saranno sostenute dalle Associazioni”.
Dopo varie discussioni si trovò l’accordo, un buon accordo. Si dovevano raccogliere fondi. Ci sarebbero state libere offerte e lasciti, sia nell’ambito delle varie Associazioni sia da parte di privati cittadini che volessero contribuire, anche minimamente, all’ iniziativa.
I viaggi e gli insediamenti sarebbero stati supportati dalla collettività, chi avesse aderito al programma di espatrio, avrebbe venduto i suoi beni personali e contribuito, con una parte del ricavato, all’impresa.
I criteri di scelta dei luoghi dove insediarsi erano stati fissati: il desiderio di tutti era di emigrare in aree dove poter creare un sistema di vita più ecocompatibile e libero, pur nel pieno rispetto delle regole.
Dopo altri giorni di riunioni e discussioni iniziarono i preparativi. Furono confermate alcune zone scelte inizialmente. La sterminata Mongolia in Asia Orientale, la Nuova Zelanda e L’Australia in Oceania, erano tra queste. Ci fu una selezione molto severa: i partecipanti al progetto dovevano essere convinti e credere in ciò che stavano per fare. Si decise di dividere le aree secondo i gruppi di residenza, per non disperdersi troppo e mantenere unite le comunità. Le famiglie non dovevano essere divise, se non per pochissimo tempo. Presto i nuovi pionieri si sarebbero trovati a ricominciare la loro esistenza.

5. La nuova Terra

Un gruppo, molto numeroso, di cui facevano parte i genitori di Vegana, proveniente dall’Europa meridionale, scelse il sud della Nuova Zelanda, South Island: una delle isole più grandi del mondo, la dodicesima, tra le meno popolose, e vi s’insediarono. Un’ operazione di esodo complessa e costosa. Ci vollero diversi anni, ma finalmente ce la fecero!
L’insediamento a South Island si svolse senza incidenti con gli abitanti del luogo, né si ebbero mai, negli anni a venire, manifestazioni di violenza o intolleranza. Il processo d’integrazione fu spontaneo e condiviso.
Nell’arco di un decennio molti dei Carnivori tra i nativi divennero Vegani o Vegetariani o Onnivori. Altri lasciarono l’Isola del Sud e si spostarono all’isola del Nord, ritenendola più congeniale al loro modo di essere. Vegetariani e Vegani di North Island, a loro volta, si spostarono a South Island.
L’isola del Sud presto giunse ad avere un unico governo composto da tre movimenti politici: I Vegetariani erano il gruppo maggioritario, gli Onnivori, il secondo e i Vegani, il terzo, non molto numeroso quest’ultimo gruppo, ma comunque ben inserito nelle politiche del paese. Insieme decidevano e programmavano pacificamente il loro futuro.
Gli Onnivori rientravano in un programma voluto e gestito da loro stessi, in cui si stabiliva la quantità di carne che avrebbero ricevuto ogni mese, proveniente da bestie allevate e curate con attenzione. Non si sentivano per nulla diversi, erano inseriti in un grande progetto che li legava all’ambiente e alla terra. La loro scelta li gratificava e la difendevano con convinzione e rigore.
Da subito, l’agricoltura e l’allevamento degli animali per il consumo di latte o di uova, erano apparsi vitali per la sopravvivenza del gruppo. Le mucche pascolavano e ruminavano com’era giusto che facessero, il pollame viveva libero in recinti spaziosi, alla luce del sole, non veniva ingozzato e si usavano mangimi del tutto naturali. Non esistevano allevamenti o produzioni intensive. Si producevano vegetali in serra e fuori e ogni tipo di cereale e leguminosa. Tutti contribuivano al benessere collettivo. Anche gli studenti servivano nelle comunità agricole alcune ore al giorno o alla settimana, secondo l’età e le necessità scolastiche.
C’era molta tolleranza e rispetto degli uni verso gli altri. Il desiderio più grande dei nuovi abitanti era di uniformare il paese in un tipo di sviluppo etico e sostenibile e perseguirlo.
Qualche anno dopo, la proposta di cambiare nome all’isola che li ospitava fu accolta da tutti con entusiasmo; erano consapevoli delle loro fatiche, questo li faceva sentire ancora più legati al luogo che avevano scelto per vivere. Più di dieci milioni di cittadini di South Island cercarono e votarono, con passione e convinzione, un nome nuovo per la nascita della loro nuova nazione.
Finalmente non ci sarebbero state più confusioni tra le due isole! North Island era la Nuova Zelanda insieme alle isole minori intorno, South Island avrebbe avuto un nome nuovo: Vegana.
Vegana e Nuova Zelanda erano, da quel giorno, due nazioni separate con usi e costumi diversi.

6. Andrew e Vegana

Vegana ricordava la sua infanzia: lei era stata la prima nata della nuova terra e pur non conoscendo altre realtà, oltre a quella in cui viveva, aveva vissuto la sua storia come un privilegio e voleva essere all’altezza di quanto le avevano raccontato e di quanto aveva ricevuto.
Era stata una bimba dolce, tenera e affettuosa, una meraviglia portarla in giro. Ascoltava qualsiasi storia con interesse e faceva domande pertinenti. Era una brava scolara e crescendo era diventata molto bella.
Andrew aveva visto Vegana per la prima volta a una festa sportiva. Lei, allora, era una bimbetta di sei o sette anni. Lui ne aveva una decina: era un ragazzo vivace e molto sveglio. A quel tempo le ragazzine non lo interessavano più di tanto, tuttavia aveva provato simpatia per quella bimba con le treccine, di aspetto esile e dolce e l’aveva salutata:
“Ciao… tu chi sei?” le aveva chiesto.
“Io sono Vegana e tu?”.
“Che buffo nome. Pensa se i miei genitori mi avessero chiamato Vegetariano o Carnivoro” rispose lui ridendo.
“A me piace molto” rispose lei, per nulla offesa, “sono la prima bambina nata su questa terra, tra quelli che sono venuti dalla lontana Europa, alcuni anni fa”.
“Immaginavo. Ciao, devo andare, ci vedremo prima o poi”.
“… non mi hai detto come ti chiami”
“Andrew”.
Era passato circa un anno da quel giorno quando Andrew, che si era recato in una fattoria con i suoi genitori, vi trovò la stessa bimba che aveva incontrato alle gare sportive, la riconobbe subito:
“Ma io ti conosco” le disse, fermandosi a guardarla, “tu sei Vegana. Come stai? Hai incominciato a mangiare carne?”
“No,” rispose lei, arrossendo, si sentiva un poco presa in giro da quel ragazzo dall’aria simpatica e scanzonata di cui si ricordava vagamente.
“Che cosa stai facendo” gli chiese lui, non aspettandosi risposta.
“Sono qui con Celestino, il mio caprone” rispose lei seria.
“E com’è che l’hai chiamato Celestino?”
“Dal colore dei suoi occhi”.
“Oh, vero… e stai qui con lui?”
“Gli faccio un poco compagnia”. rispose lei sorridendo.
“Sei buffa, ma il caprone è simpatico, chissà quante storie vorrebbe raccontarti”. Disse, e si chinò a a baciarla sui capelli, andandosene.
S’incontrarono per caso un paio di volte ancora e c’era sempre una battuta spiritosa da parte di Andrew:
“Come sta Celestino, il tuo caprone?” le chiese un giorno. “Ha imparato a parlare?”
“No, ma sorride quando mi vede” gli rispose lei convinta.
Finché un giorno si trovarono a frequentare la stessa scuola:
“Ciao Vegana, ti chiami ancora Vegana, vero?” le chiese Andrew sorridendo.
“Sì, certo” rispose lei seria, “quello è il mio nome e mi piace sempre”.
“Devo dire che piace anche a me”. disse lui e la bacio su una guancia. “E mi piaci anche tu, ci vediamo…”.
Da quel giorno si videro spesso, frequentavano lo stesso Istituto in classi diverse: lei era all’inizio, lui quasi alla fine del ciclo di studi. Quando s’incontravano, si fermavano a salutarsi o, se erano in strada, camminavano insieme per un tratto, chiacchierando contenti e spensierati.
Un sentimento profondo li univa, e, pur non avendone mai parlato, sapevano che sarebbe stato per sempre.
Quando per Andrew arrivò il tempo di andare all’università, aveva deciso di studiare medicina, le disse: “Ci sposeremo appena avrò finito, o quando tu vorrai e spero che lo vorrai, non potrei vivere altrimenti. Ho capito che sei l’altra metà della mia vita la seconda volta che ti ho visto insieme al caprone Celestino. Puoi portarlo a vivere con noi, se vuoi”.
Andrew diceva le verità più profonde nel modo più semplice possibile, ma lui era così e Vegana lo sapeva.

7. Vegana

Andrew e Vegana giungono al loro ristorante, un luogo tranquillo, tra gli alberi.
“Andrew, ci sediamo in giardino, va bene?”
“Sì, beviamo qualcosa, prima di cenare?”
“Volentieri. Ordina ciò che vuoi. Mi va bene tutto, soprattutto dell’acqua!”
Andrew ride e le accarezza lievemente i lunghi capelli biondi. La guarda e le parla con grandissimo affetto e molto riguardo.
“Raccontami l’esodo della tua famiglia. Ogni tanto ne parliamo, ma non nei particolari! Oggi è un giorno speciale per tutti noi”, dice.
“La nostra storia fa parte della Storia, ormai. Mio padre e mio nonno son venuti prima, insieme ad altri, a esplorare e preparare il terreno, vedere come si sarebbero potute trasportare tante persone e metterle insieme in nuove comunità”.
“Direi che furono addirittura geniali. Mi chiedo come fecero a spostare, nutrire e organizzare il lavoro in comunità così numerose e costruire tutto?”, la interrompe Andrew.
“Sì, dovettero pensare al lavoro, alla scuola, vivere intanto che si costruiva, si coltivava e si creava lavoro. Parlare con le Istituzioni del luogo. Scelsero South Island per i loro insediamenti. La maggior parte della popolazione viveva a North Island perché il clima è più favorevole”.
“La loro fortuna fu che il governo di allora aveva capito la situazione. Il deterioramento mondiale era sotto gli occhi di tutti!” continua lui.
Già nei libri di testo si raccontava la storia di quel meraviglioso esodo! A quei tempi La Nuova Zelanda era una nazione quasi defilata, ma non lo sarebbe rimasta per molto. Il Governo di allora ebbe il merito di capire che poteva diventare un’opportunità per il paese, accogliere le comunità vegetariane e vegane, aiutando i richiedenti asilo con facilitazioni di ordine burocratico e promesse di collaborazione per il futuro.
Andrew ascolta incantato le parole di Vegana, come sempre. Anche lui si sentiva orgoglioso della sua appartenenza alla comunità:
“Oggi assistiamo alla nascita di Vegana, South Island non esiste più. Molti sono diventati convinti Vegetariani e continuano a diventarlo. La storia è andata a pennello: la Nuova Zelanda è a Nord. Qui siamo a Vegana! Un Nuovo Mondo! Incredibile!” esclama convinto
“Era il 2023 quando mio nonno venne qui la prima volta! Da bambina mi portava sulla sua jeep a visitare le città: quelle già esistenti e quelle che si erano formate o si stavano formando”.
“Lui ebbe un grande ruolo, lo si può considerare il padre di questa Nuova Terra!” le fa eco Andrew.
“Anche la nonna ebbe il suo ruolo. Volle la cittadella ospedaliera, quella in cui tu lavori. Il nonno era un architetto all’avanguardia, contribuì molto alla creazione delle nuove comunità: “Vedi, qui c’era un grande allevamento di ovini; offrimmo all’impresa un prezzo alto per comprare quest’area e li convincemmo a trasferirsi a Nord con il loro lavoro” mi raccontava. “Abbiamo cercato di fare delle belle case, autosufficienti, con materiali ecologici. Abbiamo sempre costruito scuole, centri di comunicazioni, biblioteche virtuali e cartacee. Ci siamo inventanti anche delle industrie”. Lui era un fervente urbanista e credeva nella città ideale, non amava le interminabili periferie squallide e invivibili: riteneva il contatto con la natura inalienabile”.
“Mi ricorda vagamente l’esperienza dei Kibbuts Israeliani di un secolo fa”, mormora Andrew, quasi a se stesso.
“Sì, all’inizio dovevano dividere tutto. Era inevitabile, non sarebbero sopravvissuti, altrimenti. Verso il Sud della Nuova Zelanda ci fu un movimento consistente ed organizzato, ma anche il Nord dell’Australia ebbe un importante insediamento, in quegli anni. E uno grandissimo in Mongolia, la grande e sterminata Mongolia, mi incuriosisce sapere come sono riusciti a sopravvivere lontani da tutto, dovremmo visitarli. Ci andremo, spero, dopo aver completato il mio dottorato a Harvard”.
“Sì, sono nate intere città, soprattutto in questo continente, ma anche in Mongolia. Probabilmente erano i luoghi più idonei”.
“Scelsero paesi con vaste superfici e clima accettabile, sempre vicino a fonti d’acqua. A Vegana non c’erano più di tre milioni di abitanti, allora. Siamo diventati circa dieci, per una superficie molto vasta, più di 150 mila metri quadri!”
“Quando ci sposiamo?” chiede Andrew e aggiunge divertito:
“Mi rendo conto che come Onnivoro non godo i favori della tua famiglia, ma sono pronto a qualsiasi metamorfosi pur di sposarti”.
Vegana ride:
“Quasi Giulietta e Romeo! Il problema non si pone, si pone quello dell’etica e del rispetto di tutte le creature viventi. Noi non siamo gli unici “sapiens” del pianeta, tutti gli animali hanno, come gli esseri umani il feeling dell’amore, pensa ai mammiferi”.
“Io sono un mammifero e ti amo. Se vuoi libererò tutte le mucche e i ruminanti del mondo per te. I tuoi desideri sono i miei”.
“Non scherzare. Presto partirò per completare i miei studi in Antropologia, lo sai. Ho ricevuto un invito dall’Università di Harvard, Usa. Dovrò studiare molto e fare ricerca. Non ti ho mai nascosto nulla”, risponde Vegana con quel suo modo fermo e appassionato, “e vorrei tanto che tu venissi con me”.
“Lo so. Ma spero sempre. Harvard è molto distante, ignota, fredda. Un luogo affollato. Lontano. Difficile venire, ma… verrò! Qui siamo in una piccola oasi, la vita nel resto del mondo sta diventando sempre più pericolosa, invivibile”.
“Ma è una Università prestigiosa! Ho questo desiderio di vedere e fare. Tornerò se troverò un clima soffocante. Se riuscirai ad abbandonare i tuoi amati pazienti, viaggeremo insieme. Sarà bello.”
“Quando?”.
“Fra qualche giorno. Dovrò partire fra un paio di settimane. Non voglio lasciarti, ma potremmo sposarci con una cerimonia semplice e tu potresti venire con me, o raggiungermi appena avrai sbrigato i problemi burocratici. E lavorare intanto che io studio, sai bene che non avresti problemi professionali”.
“Ti ringrazio, lasciami riflettere fino a domani, vuoi?” ma sa che non potrà lasciarla.
Le prende la mano e gliel’accarezza. Stanno in silenzio per qualche minuto, uniti da una grande affinità intellettuale e sentimentale.
Di li a poco, voci e rumori li distolgono dai loro pensieri. Una confusione improvvisa e insolita per quei luoghi. Tra gli alberi, nella strada tranquilla fino a pochi minuti prima, s’intravede un gruppo di ragazzotti urlanti: forse stranieri, forse ubriachi. Gridano, lanciano oggetti, urlano parole minacciose, sparano.
Qualcosa colpisce Vegana alla nuca… violentemente. Lei rimane immobile, i suoi meravigliosi occhi stupefatti. Andrew si alza di scatto, la prende tra le braccia, la solleva piano, con estrema cura, come si fa con un bimbo che dorme, appoggia il viso sulla sua spalla e la stringe a sé con tenerezza infinita, disperato.

La piazza

Come ogni mattina Amanda se ne stava tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile nella sua nuova vita di pensionata. Era una bella giornata e si era seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città; sceglieva sempre un dei tavolini laterali, se lo trovava libero, le sembrava di avere più privacy, mettendosi di lato: “Una stupida fissa” pensava, ogni tanto.
“Ciao Amanda, come stai?” qualcuno la distolse dai suoi pensieri e dal giornale.
“Ciao Paola, sto benissimo, posso offrirti qualcosa, vuoi sederti un momento?”
“No, mi dispiace, oggi proprio non ho tempo, devo andare a casa. Ci vediamo domani, magari”.
“Va bene. Buona giornata.”
Si leggeva i giornali bevendo un caffè, a volte due, macchiato caldo e senza zucchero. Era qualcosa di estremamente piacevole, dopo anni di corse mattutine per portare i figli a scuola, prima di raggiungere il suo luogo di lavoro, sempre in lotta con il tempo e l’ansia per la paura di far tardi.
Tra un giornale e l’altro, o tra un caffè e l’altro, c’era sempre qualcuno da salutare o con cui far due chiacchiere. Spesso incontrava amici e colleghi di lavoro o persone con cui si era trovata anni prima, quando portava i suoi bambini in piazza per passeggiare e giocare in un luogo senza traffico. Le accadeva anche di vedere mamme o papà che aveva visto piccoli e che, a loro volta, spingevano i loro figli in carrozzina o li accompagnavano per mano.
E non mancava la grande attrazione di tutti i bimbi! Il negozio di giocattoli che si trovava di fronte a lei, sotto i portici: una tappa obbligata per bambini di ogni età. Era già lì quando ci veniva con i figli e adesso ci portava i nipoti:
“Guarda nonna, Ciccio bello bua” diceva uno. “A me piace il trattore” diceva l’altro.
Tutti e due molto speranzosi. Ma lei non era dell’idea di comprare, pensava che avessero già troppi giochi ed evitava l’argomento “mi compri”. “La nonna non ha soldi” tagliava corto.
Nel frattempo, due donne e un uomo si stavano salutando nei pressi del suo tavolo:
“Ciao Max, ciao Anna che piacere vedervi”
“Buongiorno Emanuela vi ho visti a teatro ieri sera. Avrei voluto salutarvi, ma Max aveva fretta e così siamo andati via quasi subito”.
“Voglio sentire la tua opinione sullo spettacolo, io e Anna abbiamo idee diverse”.
“Cosa vuoi che ti dica… non è stato il massimo. Mancava la grandezza di Antigone, tutto il lavoro si è svolto intorno a lei, ma senza di lei”.
“Che strano, a me è piaciuto moltissimo, incalzante, un buon spettacolo, mi ha tenuto sveglia. Antigone è una delle tragedie più belle. Max non ha gradito la musica e parte della coreografia, vero Max?”
“Per niente, ma ci pensi suonare il rock and roll? In una tragedia di Sofocle? Anche in tuta? Per me è stato dissacrante”.
“Ma dai, non fare il bacchettone, non era per niente dissacrante… accompagnava un momento di climax. Il testo è stato rispettato, inoltre Creonte aveva un costume perfetto. E Gino cosa ha detto?”
“A lui deve essere piaciuto abbastanza, non gli ho sentito fare commenti negativi”.
“Vedi, Siete tu e Max i i criticoni”.
“Quasi, quasi mi offendo, potrò esprimere la mia opinione liberamente, oppure no? Emanuela, che impegni avete dopo domani sera tu e Gino?”
“Mah, niente che io sappia. Devo chiedere a lui…”
“Venite da noi a cena. E’ un po’ che non ci vediamo. Cosa ne dici? A te va bene, Anna?”
“Si, mi farebbe molto piacere. Vi prepariamo una cenetta vegetariana. Vi va?”
“A me si, penso anche a Gino, comunque, vi telefono”.
“Benissimo, telefonaci”.
“Ci sentiamo… ”.
Amanda aveva visto lo stesso spettacolo e non le era piaciuta molto, ma non per il rock and roll. Semplicemente non le era sembrata una bella Antigone.
Qualcuno stava allestendo un gazebo di propaganda elettorale dall’altro lato; spesso si posizionavano tavoli per raccolta firme, distribuzione volantini o altro. Piazzarono un tabellone con scritto – Vota alle Primarie – e la gigantografia di un ragazzotto: “Non male!” pensò guardandolo.
Gli attivisti erano due: un signore anziano, occhiali scuri con lenti molto spesse, e una donna.
La donna, non più giovanissima, aveva un aspetto moderno e dinamico: indossava blue jeans, un maglione ampio, scarpe da tennis bianche e portava i capelli tagliati cortissimi.
Lui si mise seduto al tavolo e lei, una volta finito l’allestimento, prese in mano un pacco di volantini che tentava di rifilare ai passanti, abbordandoli con un linguaggio simpatico e vivace e chiedendo loro di votare per le primarie del partito:
“Dai, vota alle primarie… vedi com’è bello il nostro candidato?”
“Dovrebbe essere bravo, piuttosto”
“Garantito. Vota alle primarie…”
“Le primarie di che?”
“Le primarie di partito!”
“Ma che cosa sono?”
“Si sceglie il segretario del partito…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare i partiti“.
“I partiti bisogna eliminarli”.
“E come facciamo senza?”
“Sono solo delle Società Per Azioni! Dei mangiasoldi”.
“Per questo si deve cambiare, vota alle primarie!”
“Io voto quelli delle stelle… “
“Anch’io, ma adesso bisogna votare per le primarie!”
Amanda, incuriosita, smise di leggere per osservare e ascoltare la tizia in questione, la quale si era messa in posizione strategica, in mezzo al passaggio, per intercettare meglio la gente che andava e veniva sui due lati. “Tipo interessante” rifletté “potrei parlarle”.
Pur di ottenere qualche risultato la donna dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Lei la capiva, la situazione del paese rendeva tutti stanchi e sfiduciati…
Una volta aveva tentato di fare politica, ma aveva letteralmente i figli in mezzo alla strada e aveva dovuto smettere. Di tanto in tanto si buttava in qualche campagna solitaria a favore di qualcosa, la iniziava e non la mollava finché non vedeva qualche risultato, pur minimo che fosse. La politica è una passione, ce l’hai dentro.
Oggi avrebbe il tempo per dare il suo contributo, tuttavia era titubante. Troppo accattivante questa libertà di cui finalmente godeva e impegnarla in riunioni, spesso lunghe e inutili, la tratteneva dal prendere delle decisioni. Essere libera di alzarsi al mattino e decidere che cosa volesse fare per il resto della giornata, dopo una vita di lavoro, era una sensazione che la esaltava.
Continuò a sfogliare il giornale con poco interesse. Alla fine pensò di andare a fare una passeggiata.
La piazza aveva una forma insolita, larga e lunga, e si estendeva tra due lati di belle case, per lo più in stile liberty. Sulla destra, andando verso nord, una fila di portici l’accompagnava per tutta la sua lunghezza. Dall’altra parte, di fronte ai portici, si snodava una serie di palazzine che avevano finestre e balconi con doppia vista sulla piazza e sul lago, che si trovava al di là.
Tutti e due i versanti della piazza erano arredati con negozi, bar e ristoranti. Un piccolo mondo dove si trovava di tutto: non solo il negozio di giocattoli, ma anche quello del gioielliere, la gastronomia l’edicola, la macelleria, anzi, le macellerie erano due, una accanto all’altra!  E poi la panetteria, quella dove lei si recava ogni tanto a comprare il pane appena sfornato, lo mangiucchiava camminando: “Vivrei di pane” diceva spesso.
Nel corso degli anni, molte attività commerciali si erano rinnovate o avevano cambiato del tutto la loro ragione sociale: si erano perse alcuni antiche botteghe a beneficio di bar e ristoranti, profumerie e bijou, ma, soprattutto, abbigliamento. “Come se la gente pensasse solo a profumarsi, a vestirsi e poi basta”, rimuginò Amanda tra sé, guardandole.
Nonostante i tanti negozi di abbigliamento e profumerie, la piazza aveva conservato ancora, e per fortuna, un commercio multiplo e accogliente.
Una volta, ricordava, si faceva il mercato sia il sabato che il mercoledì. Il mercato era caratteristico con le sue bancarelle ai lati della piazza e si comprava di tutto: dalla frutta e verdura alla merceria e biancheria, dalle sementi agli uccellini tenuti in gabbiette claustrofobiche che la inorridivano; si trovava persino la gommapiuma da taglio, il ferramenta e l’arrotino.
Lei andava a farci il giretto il sabato mattina, era la sua mattina libera e bighellonare tra le bancarelle, la rilassava. Tornava sempre a casa con qualcosa. In seguito, per esigenze di traffico, il mercato era stato decentrato e lei non era più andata.
Venendo dalla via più importante del centro e andando sempre verso nord, si poteva ammirare, sullo sfondo, il panorama delle montagne e il bel campanile che si stagliava conto di esse.
Amanda si avvio verso il campanile dove la piazza si apriva su un’altra piazza, aperta sui tre lati, con vista su quel lago sublime, sovrastato da montagne, tanto decantato dal Manzoni,
Lungo i portici s’intravedevano le viuzze chiuse al traffico del Centro Storico, anch’esse con i loro commerci e mercanzie di tutti i tipi, e, verso la metà, dalla parte opposta ai portici, si aprivano un paio di passaggi ad arco che portavano al lungo lago. A lato di essi il Palazzo delle paure, così nominato perché tempo addietro era stato la sede dove si riscuotevano i tributi, attualmente aveva altre funzioni, tuttavia il nome era rimasto.
Le piacevano le piazze, i piccoli centri chiusi al traffico dove si recuperavano e si mantenevano rapporti tra le persone. Molti avevano vissuto là intorno una vita intera e le occasioni di incontro erano frequenti. Amanda amava quel luogo: le dava un senso di appartenenza.
Ci aveva passato la vita da quando, ragazzina non ancora adolescente, era arrivata dal sud con la famiglia. La sera andava con sua mamma e le tre sorelle più piccole a mangiare pane e latte in una latteria scomparsa da tempo.
Erano stati anni duri, ma lei si sentiva privilegiata per averli vissuti e per essere quella che era diventata: una persona che stava vivendo un periodo bello della sua vita, almeno a lei sembrava tale.

Ogni giorno si concedeva del tempo passeggiando e pensando. I ricordi non facevano male, non più, neanche i più tristi.
Si sedette su una delle panchine laterali e continuò a guardarsi intorno: che bella piazza! Tranquilla e piena di vita al tempo stesso, tra il lago e il centro, circondata da un paesaggio incantevole, sembrava di essere in vacanza. “Siamo stati fortunati a vivere qui” si disse.
Era seduta lì il giorno in cui aveva deciso di lasciare il grande amore della sua vita. Non proprio su quella panchina, le avevano cambiate da allora, tuttavia nella stessa posizione. Era stato difficile: fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare a dirgli addio. Non riusciva a muoversi, parlare era stata una necessità per ritardare il momento del distacco:
“Devo andare… “
“Ti accompagno”.
“Fin dove?”
“Fin dove vuoi”.
“Non essere sempre così gentile, ti prego”.
“Scusami… ”.
Questo accadeva quasi mezzo secolo fa. Lei portava ancora dentro di sé l’intensità di quei momenti, anche se, con il tempo, le parole si erano sbiadite.
Avvertì un leggero rimpianto per qualche istante, prima di avviarsi verso casa. Nel pomeriggio sarebbe ritornata per prendere i bambini alla Scuola Materna, vicino al Campanile e, dopo il gelato, li avrebbe guardati giocare a bau-cetti mentre si rincorrevano tra le colonne dei portici.