La valigia

di Marisa Vidulli

Marina teneva in un angolo della casa una valigia. Per tutto l’anno quell’oggetto faceva bella mostra di sé nell’anticamera dell’appartamento dove viveva col marito e i due figli.
L’aveva acquistata  una bella ma fredda  mattina di primavera di alcuni anni prima, con il vento teso e tagliente,  che cosi spesso soffiava nella sua città di mare, a spazzare un cielo azzurro da cui proveniva l’odore del primo sole della stagione.  Anche i rumori  del traffico cittadino che riempivano l’aria tersa erano diversi, come dilatati, dal suono quasi metallico. La città sembrava respirare, così senza ombra di smog, e bersi tutto  quel nitore. 
Pure Marina respirava a pieni polmoni canticchiando tra sé,  mentre camminava svelta svelta per raggiungere la fermata dell’autobus tirandosi dietro la  valigia appena comprata.  

Come l’aveva vista, nella luccicante vetrina del negozio di pelletteria del centro, se n’era subito innamorata e, senza pensarci due volte, l’aveva acquistata, portandosela poi a casa, ingombrante com’era.
Era una bella valigia di tela robusta, di un bel color verde scuro, con le rotelle e spaziosa che ci poteva stare tutto ciò di cui una persona avesse avuto bisogno per un viaggio, anche di lunga durata.
 Una striscia di cuoio ad una delle estremità  permetteva al proprietario di trascinarsela dietro senza fatica. Era insomma una gran bella valigia: solida, grande e comoda, il massimo per viaggiare. Ed a questo pensava Marina, ogni volta che la vedeva, accarezzandola di soppiatto tra una faccenda e l’altra, spolverandola di tanto in tanto, ma senza mai riporla nell’armadio con le altre valigie dove sarebbe stato il suo posto.
 
“Ma perché quella valigia  sempre tra i piedi?”, chiedeva stupito il marito, che più di tanto alla casa non prestava attenzione, ma in quella valigia era già inciampato più volte, perché era sempre lì, nell’angolo più oscuro dell’anticamera, come fosse stata lasciata in quel luogo da un viaggiatore distratto e dimenticata.
“E’ perché non c’è più posto nell’armadio a muro, non so proprio dove metterla!”, rispondeva vaga Marina, quando le veniva posta- di rado a dire il vero, perché in famiglia ognuno andava e veniva badando ai fatti suoi- la domanda. E  tutto finiva lì.
Per lei invece la valigia rappresentava tutto ciò che desiderava di più al mondo, e non avrebbe -chissà- forse mai  avuto. Rappresentava insomma la Libertà.
Non che volesse fuggire ed abbandonare casa ed affetti Marina: no, questo era impensabile, ma partire per un bel lungo viaggio, qualche volta, ah, questo sì! Il solo pensiero l’ estasiava, le infondeva allegria e coraggio, la faceva volare alta con la fantasia, dandole soprattutto la forza di continuare giorno dopo giorno quella noiosa  routine domestica, che odiava in cuor suo, ma a cui sapeva di doversi adattare per il bene dei suoi cari: il marito e i due figli che amava teneramente.
 
Quella valigia era il suo sogno segreto, la sua coperta di Linus, la sua terra di conquista,  la finestra sul mondo insomma, quel mondo che avrebbe voluto vedere tutto, tanto era grande, ma non poteva, perché doveva badare alla famiglia, come era giusto che fosse.
Ma poteva fantasticare, questo sì, questo non glielo poteva togliere nessuno e volare  lontano con la fantasia  abbandonandosi a sogni di ogni genere. Ecco il perché di quella valigia vuota nell’ anticamera, che ogni tanto, di soppiatto, accarezzava.
Aveva già visto le piramidi Marina  con la sua valigia, e le statue dei faraoni, seduti maestosi con le palme  delle mani sulle ginocchia. Aveva risalito la valle del Nilo, respirato l’aria acre del deserto, annusato l’odore dei cammelli, aveva visto i beduini discendere dalle dune all’alba ed i tramonti di fuoco sulla Valle dei Re. Si trattava naturalmente di un viaggio fatto con la fantasia, ispiratole da uno spot pubblicitario televisivo. La prima volta che lo aveva visto, restandone incantata, era andata subito a controllare la sua valigia di tela verde, guardandola come affascinata, mentre si immaginava di riempirla con abiti adatti-  avrebbe fatto caldo? avrebbe fatto freddo?- per andare a visitare l’Egitto e le sue mille meraviglie.
 
Un’altra volta le era successo di vedere un documentario su Londra dove aveva vissuto a lungo da ragazza.
Aveva rivisto il Cambio della Guardia, con i soldati dai grandi colbacchi neri e la giubba rossa, a cui aveva fatto, invano a dire il vero, gli sberleffi con la sua amica, nel tentativo di farli ridere ed abbandonare l’aria serissima che li contraddistingueva.
 Aveva rivisto la National Gallery con i suoi dipinti, che si ricordava ad uno ad uno, anche se tanti anni erano passati. Ricordava in particolare quella fanciulla di Renoir che tanto l’aveva colpita,  ancor più del famoso dipinto di Leonardo da Vinci, da sempre la sua grande passione. Doveva averne ancora la riproduzione, allora acquistata, da qualche parte.
Poi, con un gran tuffo al cuore, aveva rivisto St James’s Park dove aveva passato lunghi, felici, incantati pomeriggi, col  fidanzatino di allora – chissà se c’era ancora sulla corteccia di quell’albero l’incisione coi loro nomi? – e poi, e poi… la cattedrale di St. Paul e l’abbazia di Westminster e il museo di Greenwich con le polene sulle navi, e poi e poi… Gli occhi chiari di Marina in quei momenti sembravano perdersi nella lontananza dei ricordi.
 
Era corsa  allora  dalla sua valigia e, con gli occhi umidi, l’aveva accarezzata a lungo. Avrebbe tanto voluto ritornare in quei luoghi, anche per poco tempo, solo per pochi giorni, durante il Ponte dei Morti, forse  si poteva fare si era illusa per un attimo. “Ma no che non si poteva, sei diventata matta?” le aveva  subito detto  con tono perentorio il marito la sera stessa quando lei timidamente aveva accennato l’argomento e Marina non era  stata proprio capace di imporre la propria volontà, come sempre d’altronde.
Si, forse quella volta era stata la peggiore di tutte. Aveva pianto, silenziosamente, mentre spolverava la sua valigia, controllandone le rotelle nuove, le cerniere luccicanti ed il comodo manico estraibile. Aveva anche provato in cuor suo un moto di ribellione in quell’occasione, sebbene  questo sentimento non facesse parte della sua natura docile e sottomessa, e l’indomani mattina, appena uscito il marito, aveva telefonato all’aeroporto chiedendo dei voli per Londra, con il cuore che le batteva forte nel petto, mentre annotava  gli orari ed i prezzi diligentemente sulla sua agenda. Poi  il sogno vagheggiato  e teneramente nutrito aveva avuto termine, come una bolla di sapone evanescente che vola leggera e colorata nell’aria ed alla fine in essa si dissolve. Aveva volato anche lei come la bolla di sapone, dai mille colori, con la  fantasia per ore e ore, ed infine  il sogno si era silenziosamente dissolto nel nulla. Da quella sera non aveva  più trovato il coraggio di trasmettere al marito i suoi pensieri, per paura di sentirsi ripetere per l’ennesima volta che lui tanto a Londra o a New York o a Parigi c’era già stato e non gli interessava per niente ritornarci.
 
Avrebbe potuto partire da sola Marina o con una amica, o con la figlia già grandicella, ma in fondo in fondo era una codarda, non aveva il coraggio di affrontare una discussione con il marito, che sicuramente non avrebbe gradito quella presa di posizione.
L’indomani però era partita per Milano. Aveva messo lo spazzolino da denti e il pigiama nella grande valigia verde ed aveva preso il treno per la capitale lombarda, dove viveva la sorella.
“Ma quanto hai intenzione di fermarti?”, le aveva chiesto stupita quest’ultima, vedendola arrivare con quel gran valigione.” Non ti preoccupare, riparto domattina.” aveva risposto alla sorella  ancor più meravigliata all’udire quella risposta ed anche un po’  preoccupata per la sua salute mentale. “Ma come,” le aveva detto, “arrivare con una valigia così grande, e vuota per giunta, per una notte sola.”
 
La sera aveva telefonato al marito, per informarlo di quella visita decisa su due piedi, e per rassicurarlo. Il marito infatti era  un brava persona, molto affezionato alla moglie, ma anche estremamente possessivo e tanto, veramente troppo, egoista. Non ammetteva che la moglie potesse viaggiare senza di lui, però lui andava solo dove gli piaceva e solo quando, raramente, il lavoro glielo permetteva. Inoltre era anche geloso perché Marina era bella, bionda e slanciata, con gli occhi azzurri ed una bocca  rosea e morbida,  che, quando sorrideva, il che le capitava sempre più di rado ultimamente, le illuminava il volto. Aveva lavorato come modella prima di accasarsi, ma poi con l’arrivo dei  figli si sa, i sogni bisogna metterli nel cassetto e rimboccarsi le maniche.
L’indomani mattina presto, Marina si era recata a visitare il museo Poldi e Pezzoli, poi, di corsa, con un taxi, si era fatta portare al Museo d’Arte Moderna, dove aveva rivisto tutti i suoi quadri preferiti tra cui quegli impressionisti che tanto l’affascinavano. Infine aveva ripreso il treno ed era ritornata a casa con la sua grande valigia verde, alquanto rasserenata.
 
Negli ultimi tempi, ogni qual volta le capitava di vedere un film girato a New York, città che conosceva bene per esserci stata col marito e con i figli molti anni  addietro, era per lei una vera sofferenza, una tortura per l’anima. Finito il film, spenta la televisione e riordinata con cura la cucina, passava furtiva accanto alla sua valigia e l’accarezzava, chiedendosi se avrebbe resistito ad un viaggio così lungo, intercontinentale- forse non era abbastanza robusta, si sa come trattano i bagagli negli aeroporti- ed intanto mentre apriva e chiudeva le lucide cerniere, provando e riprovando i due lucchetti- uno piccolino vicino al manico, l’altro appena più grande attaccato alla serratura centrale -sognava le Torri Gemelle e quel grande grattacielo, dalla cuspide di foggia barocca, tutta illuminata di notte nel cielo d’inchiostro, di cui non ricordava il nome. E rivedeva con gli occhi della memoria  Central Park ed  il nastro argenteo del fiume Hudson ed il cuore di New York, Manhattan, palpitante di vita ad ogni ora del giorno e della notte, ed il grande e glorioso albergo Plaza. Ecco, si, il Plaza, passare una notte al Plaza con la sua valigia verde: ecco cosa avrebbe voluto fare. E se ne andava a dormire sperando di sognare New York, mentre il marito placidamente russava ed a New York non ci pensava nemmeno di tornare, tanto ci era già stato e di rivederla  nemmeno a parlarne. Voleva vedere posti nuovi lui.
 
 Marina non aveva ancora capito bene come mai il marito amasse rivedere i film che gli erano piaciuti,   due ed anche tre volte – c’era quel  film giapponese sui samurai che rivedeva religiosamente almeno due volte all’anno, e non solo quello – mentre nei posti che pure aveva amato visitare, e tanto anche, non volesse far ritorno. Misteri della psiche umana, pensava Marina, o forse della psiche maschile, chissà. Lei invece amava immensamente tornare nei posti dove era già stata; il piacere  di ritornare le sembrava dilatato a dismisura dall’intensità dell’emozione di rivedere e  ritrovare, quasi  di ritoccare.
 Come a Parigi per esempio. Vi si era recata due volte: la prima tornando da Londra, giovanissima, con la sua  amica  Beba- quella degli sberleffi ai granatieri- ed in quell’occasione si era trattato di una visita frettolosa perché avevano visto solo i luoghi più importanti,quelli che si potevano vedere in soli tre giorni, che poi erano dovute ripartire perché erano finiti i soldi. Si ricordava ancora con emozione quando avevano lanciato dal finestrino del treno in corsa che le riportava in Italia l’ultimo franco  rimasto, tra gran risate e  azzurre volute di  Gauloise.
 
La seconda volta era stata sette anni addietro, quando il marito le aveva annunciato con tono magnanimo “Quest’estate andiamo una settimana a Parigi!”. Marina aveva preparato con cura meticolosa la sua grande valigia di tela verde, col cuore che le balzava in petto dalla felicità. Avrebbe rivisto il Louvre e Notre-Dame e la Tour Eiffel! Poi sarebbe certamente ritornata in Rue de l’Université a cercare quell’alberghetto di terza categoria dove aveva alloggiato vent’anni prima con la sua amica Beba – ma erano poi solo venti gli anni trascorsi? Le sembravano così lontani ora, a volte quasi non  vi si riconosceva più, come spesso succede riguardando certe vecchie,  buffe fotografie, di piccolo formato, in bianco e nero ed  anche un po’ ingiallite dal tempo, e ti sembrano le foto di un’altra persona, mentre una specie di oscura dolorosa intuizione  dell’anima  si ostina a ripeterti che quella persona eri tu.
Quella volta la sfortuna aveva voluto che alla vigilia della partenza  si fosse indisposta ed aveva passato quattro dei sette giorni di vacanza a letto, causa un imprevedibile peggioramento della situazione. Per fortuna  dalla finestra dell’albergo si vedeva la cattedrale di Notre-Dame e, abbassando di poco lo sguardo, si potevano scorgere i vicoletti della Rive Gauche formicolanti di vita; ed  anche, proprio  di fronte ai giardinetti, che s’interponevano tra l’arteria principale che costeggiava la Senna ed il quartiere latino, quale bastione estremo delimitante il centro multicolore del caratteristico quartiere, quell’antico e famoso negozietto di libri chiamato Shakespeare Company, di poche pretese ma fornitissimo di tutte le novità letterarie, dove aveva subito acquistato un libro di poesie.
 Solo il quinto giorno aveva potuto visitare Parigi, ed  allora aveva rivisto, con il cuore che le sobbalzava nel petto per l’emozione e la gran felicità,  le opere più famose esposte al  Louvre, e quella avveniristica galleria d’arte ricavata da una vecchia stazione ferroviaria, dov’erano esposti tutti i suoi amati pittori impressionisti, e poi Montmartre ed i Champs-Élysées, facendo infine una lunga sosta al “Café Les Deux Magots”, dove aveva passato un pomeriggio intero, l’ultimo prima della partenza, assaporando l’odore del sole che si mescolava al forte aroma del caffè.
 
   Tuttavia dopo quel “tour de force”, che in tre giorni miracoli non se ne potevano fare, le era rimasto dentro un gran desiderio di ritornare, di approfondire, ma il marito nemmeno a parlarne. C’erano già stati a Parigi, non se lo ricordava? Ed  allora giù ad accarezzare la valigia,  a fare mille progetti e timidi accenni di ribellione che finivano sempre miseramente nel più silenzioso dei silenzi alla prima occhiataccia del consorte; e in quei momenti un pensiero la sfiorava, come chi ha una pena, uno stato d’animo  che lo perseguita ma non trova  il coraggio di porvi termine accettandone le conseguenze, e si ostina a considerare lo stato in cui si trova come il minore dei mali.
Gli anni passavano, la valigia, sebbene accudita con cura, si incartapecoriva, mentre gli aerei sfrecciavano sempre più numerosi nel cielo, sopra la casa di Marina, che si ritrovava, anche dopo tanti anni che vi abitava, a guardarne le scie luminose svanire lentamente nel cielo, mentre il rumore dei jet, dapprima assordante, si attenuava piano piano fino a svanire.
 
   Ma erano gli aerei della notte, quando tutto intorno taceva, a rallegrarla maggiormente. La assaliva in quelle ore notturne, quando le voci della casa si spegnevano ad una ad una, come un ansito, un fervore, mentre assaporava le tenebre che tutta l’avvolgevano estraniandola dal mondo delle cose banali di cui erano fatte le sue giornate. Amava la notte, la sentiva amica ed a lei congeniale, ne apprezzava il colore ed il silenzio.  In essa ritrovava se stessa, si sentiva  finalmente libera da incombenze e  da doveri, e- perché no- anche dalle persone che pur amava,  libera di sognare e fantasticare a suo piacimento, fino a che il sonno non la vinceva.
 
   Si sedeva nel suo angolo preferito, per terra  accanto alle piante di gerani, a gambe incrociate e con il naso rivolto all’insù. Tra i rami degli ulivi del giardino sottostante apparivano buchi di cielo color inchiostro, un odore di salmastro le solleticava le narici, soprattutto nelle notti in cui il mare poco distante era agitato, e nel  tepore delle notti estive o nel freddo di quelle invernali, pensava. Cos’importava, cos’importava se era tutto frutto della sua insaziabile fantasia, con quel cielo da contemplare dal basso e la notte tutta sua! Allora la gioia di immaginarsi a bordo degli aerei che puntuali apparivano nel cielo  le pareva più grande, e, complice l’ora notturna, poteva abbandonarsi alle fantasticherie più ardite. Probabilmente l’aereo delle ventuno era quello che arrivava da Roma, lo aveva preso una volta il marito e glielo aveva riferito, mentre verso le ventidue sfrecciava sulla sua testa l’aereo proveniente da Londra, il giornaliero, quello che si era annotato diligentemente nella sua agenda. Quello delle ventitre e dieci era sicuramente un quadrigetto, lo si capiva dal sibilo acutissimo, veniva probabilmente da luoghi lontani, chissà, forse da New York o Osaka o Valparaiso. Allora Marina si accendeva una sigaretta e, nel buio della notte, da cui si sentiva coccolata quasi più che protetta, si rannicchiava nel suo angolo tra le piante di gerani e guardando il cielo sognava.
 
   Di giorno gli aerei si udivano meno, non ci si faceva caso, con tutti i rumori che riempivano la casa, ma allora  a solleticarle la fantasia c’erano le navi, che Marina prima  intravvedeva dalla  piccola finestra della cucina, e poi lesta lesta  spostandosi nel soggiorno, le rivedeva dalla grande vetrata, solo per qualche attimo -che lo spicchio di mare era esiguo- maestose passare col loro carico prezioso.
Erano per lo più navi da crociera, il traffico marittimo si era talmente impoverito negli ultimi anni nella città di mare in cui abitava, che quasi tutte le compagnie avevano puntato sul turismo, riconvertendo a questo scopo le loro navi e quando esse passavano emettevano spesso un suono rauco profondo, dai toni bassi, quasi la salutassero e la invitassero a raggiungerle.
Una volta le era persino sembrato di vedere un’affollarsi di teste sul ponte di comando e delle braccia che si allungavano nel gesto festoso di saluto, proprio di chi parte per una vacanza. Naturalmente era tutto frutto della sua immaginazione, che le giocava  a volte dei brutti scherzi: le navi infatti erano troppo lontane per poter scorgerne altro se non la sagoma stagliata contro l’azzurro od il grigio del cielo, a seconda della stagione.
 
Anche il treno era per Marina una fonte di gioia ed uno stimolo per la sua fantasia. Si ricordava  del piacere intenso, quasi fisico che le aveva procurato sin da bambina, la vista od anche solo il rumore di un treno. Ancora adesso quando passava in macchina lungo l’autostrada laddove  si poteva intravvederne la lunga sagoma  che si snodava sfrecciando veloce tra una galleria ed un’altra, Marina si ritrovava ad indicarlo festosa al marito esclamando”Guarda, il treno!”, mentre il consorte si girava a guardarla come se fosse una bambina scema. Eppure Marina si accontentava di poco, le bastava vedere un treno perché le si accendesse di nuovo la fantasia ed un calore, un senso di eccitazione la percossero tutta: anche lo sguardo  diventava diverso, non più triste ed immalinconito, ma allegro, pieno di entusiasmo, giovane insomma.
 
Le stazioni poi la esaltavano col loro perenne andirivieni di viaggiatori, con gli altoparlanti che scandivano forte messaggi, con le voci che si rincorrevano sulle  scale mobili affollate da persone e valigie, con le biglietterie da cui si allungavano lunghe code di gente in attesa di partire.
Si partire, partire… da una stazione, da un aeroporto, da uno scalo  marittimo, partire, partire… pensava Marina, accarezzando la sua preziosa valigia tra una faccenda e l’altra, mentre spostava i mobili per pulirvi bene al di sotto, dove la polvere subdolamente si annidava, o lavava i vetri nel soggiorno ed intanto adocchiava il mare se per caso all’orizzonte fosse spuntata qualche nave.
 
Ma se proprio avesse potuto scegliere, lei con la sua preziosa valigia sarebbe partita da un aeroporto. Era infatti quello il luogo fra i tanti che prediligeva assoluto, quello che la rallegrava di più.
Non poche volte vi si era recata da sola, quasi di nascosto, sottoponendosi a lunghe code estenuanti  e trascorrendovi poi delle ore felici seduta nel bar dalle immense vetrate prospicienti la pista, estasiandosi a guardare i grossi jet atterrare ed ancor più nel vederli partire, quando si proiettavano nel cielo altissimo come grandi uccelli argentei dalle ali spiegate, portandosi via sempre, immancabilmente, un pezzettino del suo cuore. Marina li seguiva con lo sguardo prima avviarsi lentamente sulla pista, poi, sempre più rapidi, prendere velocità ed infine svettare  verso l’alto ed allontanarsi lentamente, con  un gran frastuono  di motori che andava pian piano affievolendosi sino a che non sparivano del tutto oltre il confine dell’orizzonte.
 
Non aveva paura di volare Marina e se appena avesse potuto tutti li avrebbe presi quegli aerei atterrando in paesi lontani e ripartendone, dopo averli visitati, verso altri ancora più lontani, sempre su nuovi aerei, prendendone uno dopo l’altro, che di tanti, tantissimi avrebbe salito e ridisceso la scaletta, o, forse, chissà, sarebbe entrata direttamente nella pancia di uno di essi, da un passaggio interno dell’aeroporto come le aveva  raccontato una volta  una sua amica tornata da Londra.
Per ora, si per ora, si accontentava di guardare, ma un giorno, quando i figli fossero cresciuti e la casa non avesse più richiesto la sua costante e devota presenza, allora sì anche lei sarebbe partita, unendosi a quella folla di viaggiatori sempre in movimento ed in giro per il mondo, divenendo così parte integrante di quel mondo, il mondo dei suoi sogni.

E finalmente, dopo tanto aspettare, venne il giorno della partenza. I figli erano grandi, il marito meno ostinato, la casa non aveva più bisogno di lei e Marina poteva ora  partire.
 
Fece la valigia con cura meticolosa, vi inserì alcuni libri tra quelli che le erano più cari, maglioni pesanti e vestiti leggeri, la valigia era spaziosa e lei sarebbe stata via a lungo, almeno due mesi, per visitare tutti quei luoghi di cui aveva così a lungo sognato.
Si vestì con cura, calzò un paio di  comodi mocassini  senza tacco, perché ormai gli anni, dopo tanto aspettare, non erano più verdi. Chiamò  un taxi che la portasse all’aeroporto e fece per sollevare la sua amata valigia che faceva ancora la sua bella figura, sebbene il colore verde si fosse sbiadito nel corso degli anni. Come lei stessa d’altronde, pensò Marina, con un moto di stizza come sempre le succedeva ultimamente quando pensava alla sua età e soprattutto dopo tutto quel tempo perso ad aspettare pazientemente di poter partire.
 
Di scatto fece per sollevare la valigia e si accorse ad un tratto, con suo  sommo stupore, che era diventata troppo pesante. O lei troppo fragile per tutto quel peso. Sta di fatto che non riuscì a sollevarla nonostante tutti i suoi sforzi. Mentre si accaniva contro l’oggetto dei suoi desideri, che, anche se fornito di rotelle, doveva pur essere sollevato per superare i due gradini della soglia, lo sguardo le cadde nello specchio dell’ingresso. In esso si rifletteva l’immagine di una donna esile, decisamente non più giovane, grigia di capelli e dall’aria incerta e spaurita.
Era lei, Marina, che nell’attesa si era come consumata. Era invecchiata, senza accorgersene, proprio come la sua valigia di tela verde. Aveva lasciato che la  vita le scivolasse accanto, commettendo  l’errore più grave, il  più imperdonabile, quello di limitarsi a sognare come avrebbe potuto essere la sua esistenza anziché viverla, ed ora era troppo tardi.
Ripose la valigia trascinandola lentamente verso l’armadio a muro, dove di posto ce n’era a volontà, come d’altronde ce n’era sempre stato. Poi lentamente, con passo improvvisamente stanco, attraversò la grande casa oramai vuota e si diresse nello studio: estrasse dal cassetto la macchina da scrivere ed iniziò a narrare la sua storia, perché servisse di insegnamento a donne più giovani di lei, che non avessero a commettere il suo stesso tragico errore.

Marisa Vidulli

Un racconto per il weekend, scritto da un’amica ritrovata dopo tantissimi anni. Una storia in cui molte di noi si ritroveranno… buona lettura. Giovanna


 

Nascita e morte di Vegana

Questo è un racconto scritto anni fa che è già stato pubblicato diverse volte. Rileggendolo, trovo che abbia qualche affinità con ciò che sta accadendo. Spesso la realtà supera la fantasia.

1. Nascita di Vegana

Vegana guarda orgogliosa la bandiera che viene issata, per la prima volta, alta, sul pennone, Oggi si festeggia la nascita e il simbolo di una nuova nazione: un grande cerchio con intorno la scritta “Together”. All’interno del cerchio un girotondo con mammiferi e altri animali. E il nuovo nome “Vegana”, come il suo, scritto in alto. Il Presidente sta finendo il discorso, ci sono tutte le componenti del governo in carica, la folla partecipa attenta:
“In questo giorno, per noi così importante, ho il piacere di presentarvi la madrina della cerimonia, un’altra Vegana. La prima creatura nata tra noi, al tempo del nostro esodo”.
Vegana saluta la folla, sorride commossa, tra le prime file intravede la sua famiglia:
“Sono felice dell’esperienza che sto vivendo insieme a tutti voi. Mi sento onorata di portare lo stesso nome del paese in cui viviamo, che voi avete fondato e fatto diventare come io lo conosco ora. Da piccola, mio nonno mi portava spesso con sé a visitare le città e le comunità che stavano nascendo. Mi raccontava la storia coraggiosa e affascinante del vostro viaggio. La ricerca di un rifugio più compatibile con la filosofia di vita che avevate in mente. Le vostre fatiche sono state premiate!”
“Come tutti voi sapete”, riprende il Presidente, “siamo sbarcati qui, nell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda. Ci abbiamo impiegato più di tre anni a trasportare i membri delle nostre associazioni che avevano deciso di trasferirsi a vivere in questa terra. Oggi, dopo averla colonizzata, le abbiamo scelto un nuovo nome: “Vegana”.
La gente si era appassionata alla scelta del nome, aveva prevalso lo stesso nome che i suoi genitori le avevano imposto, come speranza futura, nuova, quando era nata, 25 anni fa, pensa Vegana, guardandosi intorno, felice.
La sua famiglia di origine veniva dall’Europa. I suoi genitori erano emigrati, appena sposati, in un progetto di trasferimento collettivo alla ricerca di un luogo in cui vivere, meno caotico della vecchia Europa. Vivere senza che il profitto economico sovrastasse ogni etica e ci fosse rispetto per la natura intorno e per qualsiasi creatura vivente.
Lei era stata la prima nata sulla nuova terra!
Le persone incominciano a raccogliersi in gruppi informali. Si salutano, qualcuno, dal palco comunica ai presenti:
“Sono state allestite aree di rinfresco in tutta l’Isola, oggi sarà una giornata di festa memorabile”.
Alcuni dei presenti circondano Vegana, la salutano, la baciano:
“Vegana, a presto, ci vediamo domani”.
“Vegana, vieni con noi”?
“Non posso, sto aspettando Andrew…”
“Ciao, Vegana”.
“Mamma, papà, avete visto Andrew?”
“No, non l’abbiamo visto, Vegana ti fermi con lui o vuoi che vi aspettiamo?”
“No, probabilmente andremo da qualche parte, se riusciremo a trovare un luogo tranquillo”.
Vegana si guarda intorno alla ricerca del suo amico per alcuni minuti:
“Ciao, bella fanciulla, finalmente ti trovo!” un giovane le si avvicina.
“Andrew, sei riuscito ad assistere alla cerimonia?”
“Si, uno spettacolo da ricordare”.
“Bella vero? La nostra nuova terra!” sussurra lei pensosa.
“Non per me… siete voi i nuovi arrivati”, risponde ironico Andrew.
“Noi siamo nate insieme. Sono commossa!” mormora Vegani.
“Le due Vegane della mia vita!” conclude Andrew, riferendosi alla sua ragazza e al paese in cui vivono e che da oggi portano lo stesso nome.
I due si abbracciano contenti di vedersi. Andrew è di statura sopra la media, con un sorriso simpatico. Vegana sembra la protagonista di una favola. Tutti e due sono nati in South Island, ma gli antenati di Andrew vi si sono insediati un paio di secoli prima, Vegana è alla prima generazione.
“Mi fermo fino a domani”.
“Stai da noi?” gli chiede lei.
“No so ancora, perché non ce ne andiamo insieme, da qualche parte, per qualche ora?”
“Va bene. Dove vuoi”.
“Andiamo a cena?”
“Si, ma lontano da qui. Altrimenti ci troviamo troppa gente”.
“Potremmo fare una passeggiata. E’ una giornata meravigliosa”.
“Mi piacerebbe molto”.
“Conosco un ristorante tranquillo, non lontano”.
Si avviano, tenendosi per mano, e, dopo una mezz’ora di cammino, giungono nei pressi di un locale semplice e accogliente, decidono di sedersi in giardino. E’ un bel pomeriggio di inizio estate e la temperatura è mite. Mentre cammina e chiacchiera con Andrew, Vegana ripercorre con la mente la storia della sua gente. Una storia che il nonno non si stanca mai di raccontare e lei di ascoltare.

2.  La terra, un trentennio prima

All’inizio del terzo millennio, verso il 2020 circa, le condizioni di vita del pianeta non godevano di buona salute. I dati erano a dir poco inquietanti: la voracità umana stava letteralmente saccheggiando il pianeta. Si distruggevano intere foreste ed ecosistemi per dare spazio a coltivazioni usate per la produzione di cereali e soia per alimentare animali – che sarebbero stati a loro volta malmenati e torturati in allevamenti intensivi – o per prodotti che distruggevano l’ambiente ma rendevano finanziariamente. Scarsa era l’attenzione alla terra e ai suoi abitanti, la legge del profitto economico imperava su qualsiasi altra considerazione.
Ci voleva molta acqua per produrre un chilo di carne e molti metri quadrati di foresta, inoltre, i gas prodotti dalle deiezioni animali e la desertificazione producevano variazioni climatiche devastanti.
La terra ospitava più o meno otto miliardi di persone ed era un gigantesco allevamento: bovini, suini, ovini e quant’altro, senza contare il pollame, forse tre volte tanto la popolazione del pianeta! Il tutto superava, e di gran lunga, le reali necessità alimentari di coloro che avevano accesso alle proteine animali: l’uso era superiore al bisogno, e, soprattutto, si sarebbe potuto sprecare e consumare molto meno a beneficio di tutti, soprattutto di quei molti che avevano scarso accesso a beni di prima necessità.
Il consumo di acqua stava raggiungendo livelli non più sostenibili, migliaia di persone dovevano fare lunghi percorsi per trovare l’acqua. Le multinazionali si impossessavano e brevettavano di tutto, dalle riserve d’acqua ai prodotti alimentari. E molta acqua viaggiava nei prodotti alimentari sotto forma di bibite e simili.
Le risorse della terra incominciavano a scarseggiare. Le turbolenze climatiche erano tali per cui non si potevano fare programmi sui raccolti e l’inclemenza atmosferica portava a perderne ogni anno una buona parte. Si coltivava sempre di più in gigantesche serre e si usavano ibridi e prodotti geneticamente modificati in tutti i campi. Per non parlare delle acque dei mari e degli oceani, inquinate e con molta vita marina estinta o in via di estinzione. Senza esagerare, si poteva ben dire che gli esseri umani facessero di tutto pur di rimanere l’unica specie vivente del pianeta.
La situazione stava diventando invivibile, l’effetto serra catastrofico, la forbice sociale aumentava invece di diminuire e c’era chi si arricchivano in maniera sconcertante e a scapito di una moltitudine di poveri.
Inoltre, gli allevamenti intensivi, per produrre una massiccia quantità di carne, lavoravano come una catena di montaggio su creature viventi – sensibili al dolore e alla sofferenza – in condizioni di crudeltà inconcepibile.
In quegli anni incominciarono ad apparire manifesti provocatori pensati da Vegani, Vegetariani e Amici degli Animali. Il primo manifesto portava la scritta:
“Chi Mangio Oggi?”
L’immagine, sconvolgente, di quello che a prima vista sembrava un bimbo tagliato a fette e messo in una vaschetta del supermercato, fece infuriare molti carnivori.
Le provocazioni continuarono con manifesti che mostravano corpi di uomini, donne e animali tagliati a fette e messi in mostra come prodotti alimentari in vendita, con la scritta:
“Preferisci la coscia o la spalla?”, oppure: “Io non mangio cadaveri!” E, spesso:
“Oggi mi mangio il cane o il gatto?”, con sequenze inguardabili sulle terribili torture inflitte agli animali negli allevamenti, durante il trasporto o la macellazione.
I nonni di Vegana furono tra gli ideatori della campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e indurla a mangiare meno proteine animali e più proteine vegetali, ad avere più rispetto per le creature viventi e a non commerciarle e sfruttarle in modo indegno.
Presto si identificarono in Carnivori coloro che mangiavano carne più di due volta la settimana. In seguito sarebbero stati chiamati Cannibali: le loro abitudine conducevano alla distruzione della terra.
A questa campagna di sensibilizzazione venne data grande risonanza con incontri pubblici, articoli, conferenze e molta informazione sui mass media. Si voleva, oltreché provocare, far pensare. Non si chiedeva di non mangiare carne, di non essere onnivori, si chiedeva più controllo, più rispetto, più etica. Una semplice limitazione per il bene collettivo e individuale, oltretutto, conoscendo le complicazioni e i danni alla salute causati da un’alimentazione troppo ricca di proteine animali, poteva essere un recupero non solo ambientale ma anche un risparmio finanziario: meno malattie, meno spese. E c’era la speranza che abolendo la crudeltà dalla catena alimentare con più considerazione per questi nostri sfortunati amici di altre specie, avrebbe migliorato gli esseri umani.
Si voleva dare un messaggio che portasse al risparmio delle risorse della terra e al rispetto per tutte le creature che l’abitavano.
Il nonno le raccontava di quanto le loro iniziative causassero le ire di alcuni potenti. Le sedi delle loro Associazioni venivano prese di mira e vandalizzate di frequente; in alcune circostanze avevano temuto per la loro stessa incolumità!
E spesso le descriveva la scena di quando aveva avanzato l’ipotesi, ai suoi amici e soci, di cercare un altro luogo in cui vivere. La sua era stata una battuta di spirito, diventata, in seguito, un vero e proprio programma per un progetto di esodo:
“Ieri, in pieno giorno, in diversi punti del paese, sono stati lanciati sassi contro le vetrina dei nostri negozi”.
“Un’azione intimidatoria…”
“Sì, sappiamo tutto, è intervenuta la Polizia”.
“Sta accadendo con troppa frequenza!”
“Siamo stati avvertiti. Le varie lobbies non intendono sottostare a campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro le loro speculazioni e i loro guadagni. Sono gruppi di potere, possono diventare pericolosi, se noi continueremo con i nostri programmi”.
“Non ci lasceremo ricattare, né intimorire, non smetteremo!”
“Bisogna emigrare, la vita sta diventando impossibile”.
“Ma dove? Il mondo, come si dice, è diventato un villaggio”.
“Non c’è scampo! Si sta distruggendo tutto a una velocità incredibile. La terra, presto, non avrà più risorse”.
“Ma sarà così ovunque, impossibile sfuggire: i danni ambientali sono oramai globali”.
“Me ne rendo conto, tuttavia, non potendo andare nello spazio, possiamo cercare sulla terra aree più vivibili, ce ne sono ancora, ne sono certo, e preferisco tentare di fare qualcosa intanto che aspettiamo la Tragedia Universale”.
Fu la molla. Un segnale, qualcosa che tutti volevano accadesse.
Nei giorni a venire, Tommaso e Sara, i nonni di Vegana, e alcuni amici, incominciarono a pensare e a discutere seriamente un’eventualità del genere. I loro figli, Carlo e Luigi, si appassionarono all’idea di creare un mondo diverso. Tutti facevano progetti…
Decisero di mettere la proposta di Tommaso, Presidente dell’Associazione Vegetariana, in calendario per una libera discussione: ipotizzare un programma che prevedesse la possibilità di trasferire, in un’altra parte del pianeta, un gruppo numeroso di persone.
Più di ogni altra cosa bisognava verificare se ci fosse ancora un luogo, sulla vecchia terra, in grado di accoglierli, un luogo dove avrebbero provato a vivere in maniera più semplice e naturale.

3. Andare, sì… ma dove?

“Avverto una certa ansia di concludere i punti all’ordine del giorno, per continuare con un argomento che appassiona tutti: “se, come e dove andare”. Suggerirei di proceder nella discussione, per alzata di mano, come al solito, uno alla volta, per non fare confusioni, qualcuno alla fine tirerà le somme e concluderà, cercando di mettere insieme i vari interventi”.
“Va bene Tommaso, ma dobbiamo prima capire di che cosa vogliamo discutere, altrimenti perdiamo tempo!”
“Sono d’accordo con Andrea. Qual’è la proposta?” chiese Ania, l’avvocato del gruppo, era lei ad occuparsi degli aspetti legali e a dirimere le controversie dell’Associazione.
“E’ questo il punto, non c’è una proposta. Dobbiamo elaborarla insieme. Avevo accennato, come battuta, alla possibilità di cercare un luogo, semmai ce ne fosse uno, dove espatriare e vivere secondo la nostra etica, perché non tentare? almeno parliamone!” rispose Tommaso serio.
“Vuoi dire noi, come comunità?”
“Sì, quella parte che accetterà la sfida!”
Per qualche istante il silenzio divenne protagonista:
“Un’utopia”.
“Può sembrare tale, ma abbiamo strumenti, conoscenze e tecnologie”.
“Non dimenticate i pionieri del passato. Loro sì che andavano allo sbaraglio, per loro muoversi era un’avventura, un’incognita, molto spesso senza ritorno, ma andavano comunque. Noi sappiamo tutto o quasi di ogni luogo, abbiamo mezzi rapidi per viaggiare, possiamo muoverci velocemente da un posto all’altro e tornare quando vogliamo”.
“No, non è impossibile: ci sono ancora delle aree poco sfruttate e sconosciute, da qualche parte, bisogna trovare quelle a noi più congeniali e andare a visitarle”.
“Posta in questi termini, sembra la cosa più semplice del mondo”.
“Senza dubbio non lo sarà, ma è un’impresa possibile: la ricerca di un futuro migliore per noi e i nostri figli. Non in un altro pineta, ma sulla vecchia terra!”
“Ci vuole una divisione dei compiti e un gruppo di studio. Inizialmente ci preoccuperemo del luogo o dei luoghi. In seguito definiremo la portata dell’operazione. Chi si offre?” concluse Tommaso.
Tutti alzarono la mano.
“Dobbiamo dividerci i compiti. Di ogni area individuata si studierà tutto ciò che sarà possibile sapere: caratteristiche dell’area, clima, densità abitativa, infrastrutture, collegamenti con il resto del mondo, tipo di governo e religione”.
“Andrea, sei la dimostrazione che le proposte nascono dall’Assemblea. Sì, ci divideremo i continenti e ne studieremo la morfologia e la storia. Possiamo definire, da subito, chi studia che cosa”.
L’operazione venne compiuta in pochi minuti, tutti aderirono con entusiasmo all’iniziativa.
“Bene, la seduta è aggiornata alla settimana prossima, con il compito di portare notizie su luoghi, climi e governi” concluse.
In seguito, Tommaso si rivolse ad Ania: “lascio la parola al nostro avvocato che ci relazionerà sull’esito della riunione avuta con le Autorità. I gravi episodi intimidatori avvenuti nei nostri riguardi, negli ultimi tempi, non devono essere sottovalutati. Noi tutti crediamo siano stati pilotati dai grandi interessi. Seguirà la lettura del comunicato stampa e la sua diffusione attraverso i mass media a chiusura di questa storica riunione”.
“Più o meno tutti siete a conoscenza”, incominciò Ania, “degli episodi di violenza avvenuti contro le nostre sedi e contro le persone. Alcuni dei nostri associati sono stati aggrediti e picchiati al punto da dover ricorrere a cure mediche e persino a ricoveri ospedalieri. C’è stata la promessa, da parte delle Autorità, di vigilare sulla nostra sicurezza e incolumità, anche se non è ben chiaro come lo faranno: non ci possono scortare, siamo in troppi, né mettere guardie fuori dalle nostre attività o luoghi di lavoro, ma hanno promesso che intensificheranno la sorveglianza.
Inoltre, vi leggerò il comunicato che abbiamo compilato alla presenza delle altre Associazioni, in una riunione straordinaria a cui ho partecipato con Sara: un Appello contro la violenza!
Non possiamo correre il rischio che la situazione ci sfugga di mano, che qualcuno dei nostri, stanco di subire, reagisca contro chi ci aggredisce. Al nostro Appello verrà data grande risonanza sui mass media: tg, radio, comunicati stampa, web, manifesti, ecc.:

Appello
Gli Amici degli Animali e della Terra, Le Associazioni Vegetariane e Vegane ribadiscono il rifiuto a qualsiasi tipo di violenza. Chiedono alle autorità e ai cittadini di vigilare sull’incolumità di coloro che lottano pacificamente per migliorare le condizioni di vita della Terra che ci ospita tutti. Chiedono ai loro collaboratori di non abbassare la guardia, di difendersi dalla violenza, ma di non praticarla, se provocati. Ogni forma di lotta per il miglioramento della vivibilità del Pianeta e delle sue creature dovrà essere deciso collegialmente, come previsto dal nostro Statuto.

4. La decisione!

Una settimana dopo alla riunione erano in tanti. Si esaminarono gli esiti del comunicato stampa, che aveva avuto grande risonanza e riscosso le simpatie e l’approvazione di molti cittadini per il suo tono non violento. Dopo i vari commenti, si tornò a parlare dell’argomento che stava a cuore a tutti. Tommaso, in qualità di Presidente dell’Associazione, prese la parola:
“Sono emozionato per quanto stiamo decidendo. Ci stiamo avviando verso una strada senza ritorno, tutti insieme saremo protagonisti della Storia, la nostra storia! Non ci saranno nostalgie, non lasceremo le persone a noi care, ma le porteremo con noi e costruiremo le nostre nuove città. Ci vorrà una vita intera!”
Innanzitutto si decise come procedere. Sarebbe stata nominata una commissione che avrebbe viaggiato e relazionato sui luoghi scelti, indicato perplessità o idoneità circa un’area piuttosto che un altra. Dovevano esserci varie competenze nell’ambito del gruppo che sarebbe partito ad esplorare i luoghi stabiliti, e avere abboccamenti con le Autorità.
Tra le aree prese in visione, la preferita era l’Isola del Sud in Nuova Zelanda, poi Australia e Mongolia. Se Nuova Zelanda e Australia presentavano organizzazioni e infrastrutture, non così la sterminata Mongolia:
“Le costruiremo noi”, disse Sara che era medico, “soprattutto gli ospedali”. Sarà la nostra prima occupazione”.
“La nostra preoccupazione primaria sarà reperire cibo per tutti. Pur coltivando la terra, praticando l’artigianato e lo scambio dei prodotti, nell’immediato non ci sarà sufficiente cibo, dovremo scambiare e comprare molto, ma dovremo anche vendere ciò che produrremo, altrimenti non ce la faremo”.
“Sì, bisognerà studiare un metodo di city planning and living che preveda guadagni e sufficienti introiti da subito. Sarà necessario pensare a scambi e baratti e, in quell’ottica, definire confini e vicinanze.”
“Stiamo divagando. Questi argomenti li affronteremo e svilupperemo in un secondo tempo, quando avremo deciso il dove e il come. Per ora dobbiamo discutere sulla Commissione di esperti che dovrà definire l’abitabilità dei luoghi e la possibilità di fondare piccole comunità autosufficienti”, tagliò corto Tommaso.
“E’ importante che la Commissione sia la stessa per relazionare con lo stesso criterio i vari luoghi”, la proposta veniva da Andrea.
“Non penso sia necessario, anche se possiamo decidere di procedere in questi termini. Non stiamo facendo un paragone tra un’area e l’altra. Dobbiamo avere dei criteri di valutazione che devono definire la vivibilità dei luoghi in base a: acqua, clima, densità abitativa, governo, religione. Più che lo stesso metro di giudizio, dobbiamo confrontarci sulle opportunità, se le troviamo, se ci sono e in che misura e quali sono le problematiche”. L’obiezione fu accolta di buon grado perché di buon senso.
L’aspetto finanziario fu l’altro nodo da risolvere: come inquadrarlo? Chi pagava cosa? Una questione molto delicata! La scelta doveva essere assolutamente democratica e accontentare tutti.
“Non possiamo lasciare la gestione di un progetto così delicato alle singole iniziative, ci devono essere dei parametri uguali per tutti: si deve poter affrontare un’impresa di questo tipo senza l’ansia e l’angoscia dei costi e partecipare se ritenuti idonei”.
“Si, ma come risolviamo la gestione dei fondi?”
“Con delle offerte libere, aperte a tutti, ci sarà un modulo computerizzato a cui si potrà avere accesso per donare in maniera assolutamente anonima. Ci saranno diversi gruppi di supervisori e tesorieri che controlleranno quanto verrà dato e come verrà speso”.
“Nessuno dovrà pagare per il viaggio e l’insediamento. Le spese saranno sostenute dalle Associazioni”.
Dopo varie discussioni si trovò l’accordo, un buon accordo. Si dovevano raccogliere fondi. Ci sarebbero state libere offerte e lasciti, sia nell’ambito delle varie Associazioni sia da parte di privati cittadini che volessero contribuire, anche minimamente, all’ iniziativa.
I viaggi e gli insediamenti sarebbero stati supportati dalla collettività, chi avesse aderito al programma di espatrio, avrebbe venduto i suoi beni personali e contribuito, con una parte del ricavato, all’impresa.
I criteri di scelta dei luoghi dove insediarsi erano stati fissati: il desiderio di tutti era di emigrare in aree dove poter creare un sistema di vita più ecocompatibile e libero nel pieno rispetto delle regole.
Dopo altri giorni di riunioni e discussioni iniziarono i preparativi. Furono confermate alcune zone scelte inizialmente. La sterminata Mongolia in Asia Orientale, la Nuova Zelanda e L’Australia in Oceania, erano tra queste. Ci fu una selezione molto severa: i partecipanti al progetto dovevano essere convinti e credere in ciò che stavano per fare. Si decise di dividere le aree secondo i gruppi di residenza, per non disperdersi troppo e mantenere unite le comunità. Le famiglie non dovevano essere divise, se non per pochissimo tempo. Presto i nuovi pionieri si sarebbero trovati a ricominciare la loro esistenza.

5. La nuova Terra

Un gruppo, molto numeroso, di cui facevano parte i genitori di Vegana, proveniente dall’Europa meridionale, scelse il sud della Nuova Zelanda, South Island: una delle isole più grandi del mondo, la dodicesima, tra le meno popolose, e vi s’insediarono. Un’ operazione di esodo complessa e costosa. Ci vollero diversi anni, ma finalmente ce la fecero!
L’insediamento a South Island si svolse senza incidenti con gli abitanti del luogo, né si ebbero mai, negli anni a venire, manifestazioni di violenza o intolleranza. Il processo d’integrazione fu spontaneo e condiviso.
Nell’arco di un decennio molti dei Carnivori tra i nativi divennero Vegani, Vegetariani o Onnivori. Altri lasciarono l’Isola del Sud e si spostarono all’isola del Nord, ritenendola più congeniale al loro modo di essere. Vegetariani e Vegani di North Island, a loro volta, si spostarono a South Island.
L’isola del Sud presto giunse ad avere un unico governo composto da tre movimenti politici: I Vegetariani erano il gruppo maggioritario, i Vegani il secondo e gli Onnivori il terzo, non molto numeroso quest’ultimo gruppo, ma comunque ben inserito nelle politiche del paese. Insieme decidevano e programmavano pacificamente il loro futuro.
Gli Onnivori rientravano in un programma voluto e gestito da loro stessi, in cui si stabiliva la quantità di carne che avrebbero ricevuto ogni mese, proveniente da bestie allevate e curate con attenzione. Non si sentivano per nulla diversi, erano inseriti in un grande progetto che li legava all’ambiente e alla terra. La loro scelta li gratificava e la difendevano con convinzione e rigore.
Da subito, l’agricoltura e l’allevamento degli animali per il consumo di latte o di uova erano apparsi vitali per la sopravvivenza del gruppo. Le mucche pascolavano e ruminavano com’era giusto che facessero, il pollame viveva libero in recinti spaziosi, alla luce del sole, non veniva ingozzato e si usavano mangimi del tutto naturali. Non esistevano allevamenti o produzioni intensive. Si producevano vegetali in serra e fuori e ogni tipo di cereale e leguminosa. Tutti contribuivano al benessere collettivo. Anche gli studenti servivano nelle comunità agricole alcune ore al giorno o alla settimana, secondo l’età e le necessità scolastiche.
C’era molta tolleranza e rispetto degli uni verso gli altri. Il desiderio più grande dei nuovi abitanti era di uniformare il paese in un tipo di sviluppo etico e sostenibile e perseguirlo.
Qualche decennio dopo, la proposta di cambiare nome all’isola che li ospitava fu accolta da tutti con entusiasmo; erano consapevoli delle loro fatiche, questo li faceva sentire ancora più legati al luogo che avevano scelto per vivere. Più di dieci milioni di cittadini di South Island cercarono e votarono, con passione e convinzione, un nome nuovo per la nascita della loro nuova nazione.
Finalmente non ci sarebbero state più confusioni tra le due isole! North Island era la Nuova Zelanda insieme alle isole minori intorno, South Island avrebbe avuto un nome nuovo: Vegana.
Vegana e Nuova Zelanda erano, da quel giorno, due nazioni separate con usi e costumi diversi.

6. Andrew e Vegana

Vegana ricordava la sua infanzia: lei era stata la prima nata della nuova terra e pur non conoscendo altre realtà, oltre a quella in cui viveva, aveva vissuto la sua storia come un privilegio e voleva essere all’altezza di quanto le avevano raccontato e di quanto aveva ricevuto.
Era stata una bimba dolce, tenera e affettuosa, una meraviglia portarla in giro. Ascoltava qualsiasi storia con interesse e faceva domande pertinenti. Era una brava scolara e crescendo era diventata molto bella.
Andrew aveva visto Vegana per la prima volta a una festa sportiva. Lei, allora, era una bimbetta di sei o sette anni. Lui ne aveva una decina: era un ragazzo vivace e molto sveglio. A quel tempo le ragazzine non lo interessavano più di tanto, tuttavia aveva provato simpatia per quella bimba con le treccine, di aspetto esile e dolce e l’aveva salutata:
“Ciao… tu chi sei?” le aveva chiesto.
“Io sono Vegana e tu?”.
“Che buffo nome. Pensa se i miei genitori mi avessero chiamato Vegetariano o Carnivoro” rispose lui ridendo.
“A me piace molto” rispose lei, per nulla offesa, “sono la prima bambina nata su questa terra, tra quelli che sono venuti dalla lontana Europa, alcuni anni fa”.
“Immaginavo. Ciao, devo andare, ci vedremo prima o poi”.
“… non mi hai detto come ti chiami”
“Andrew”.
Era passato circa un anno da quel giorno quando Andrew, che si era recato in una fattoria con i suoi genitori, vi trovò la stessa bimba che aveva incontrato alle gare sportive, la riconobbe subito:
“Ma io ti conosco” le disse, fermandosi a guardarla, “tu sei Vegana. Come stai? Hai incominciato a mangiare carne?”
“No,” rispose lei, arrossendo, si sentiva un poco presa in giro da quel ragazzo dall’aria simpatica e scanzonata di cui si ricordava vagamente.
“Che cosa stai facendo” gli chiese lui, non aspettandosi risposta.
“Sono qui con Celestino, il mio caprone” rispose lei seria.
“E com’è che l’hai chiamato Celestino?”
“Dal colore dei suoi occhi”.
“Oh, vero… e stai qui con lui?”
“Gli faccio un poco compagnia”. rispose lei sorridendo.
“Sei buffa, ma il caprone è simpatico, chissà quante storie vorrebbe raccontarti”. Disse, e si chinò a a baciarla sui capelli, andandosene.
S’incontrarono per caso un paio di volte ancora e c’era sempre una battuta spiritosa da parte di Andrew:
“Come sta Celestino, il tuo caprone?” le chiese un giorno. “Ha imparato a parlare?”
“No, ma sorride quando mi vede” gli rispose lei convinta.
Finché un giorno si trovarono a frequentare la stessa scuola:
“Ciao Vegana, ti chiami ancora Vegana, vero?” le chiese Andrew sorridendo.
“Sì, certo” rispose lei seria, “quello è il mio nome e mi piace sempre”.
“Devo dire che piace anche a me”. disse lui e la bacio su una guancia. “E mi piaci anche tu, ci vediamo…”.
Da quel giorno si videro spesso, frequentavano lo stesso Istituto in classi diverse: lei era all’inizio, lui quasi alla fine del ciclo di studi. Quando s’incontravano, si fermavano a salutarsi o, se erano in strada, camminavano insieme per un tratto, chiacchierando contenti e spensierati.
Un sentimento profondo li univa, e, pur non avendone mai parlato, sapevano che sarebbe stato per sempre.
Quando per Andrew arrivò il tempo di andare all’università, aveva deciso di studiare medicina, le disse: “Ci sposeremo appena avrò finito, o quando tu vorrai e spero che lo vorrai, non potrei vivere altrimenti. Ho capito che sei l’altra metà della mia vita la seconda volta che ti ho visto insieme al caprone Celestino. Puoi portarlo a vivere con noi, se vuoi”.
Andrew diceva le verità più profonde nel modo più semplice possibile, ma lui era così e Vegana lo sapeva.

7. Vegana

Andrew e Vegana giungono al loro ristorante, un luogo tranquillo, tra gli alberi.
“Andrew, ci sediamo in giardino, va bene?”
“Sì, beviamo qualcosa, prima di cenare?”
“Volentieri. Ordina ciò che vuoi. Mi va bene tutto, soprattutto dell’acqua!”
Andrew ride e le accarezza lievemente i lunghi capelli biondi. La guarda e le parla con grandissimo affetto e molto riguardo.
“Raccontami l’esodo della tua famiglia. Ogni tanto ne parliamo, ma non nei particolari! Oggi è un giorno speciale per tutti noi”, dice.
“La nostra storia fa parte della Storia, ormai. Mio padre e mio nonno son venuti prima, insieme ad altri, a esplorare e preparare il terreno, vedere come si sarebbero potute trasportare tante persone e metterle insieme in nuove comunità”.
“Direi che furono addirittura geniali. Mi chiedo come fecero a spostare, nutrire e organizzare il lavoro in comunità così numerose e costruire tutto?”, la interrompe Andrew.
“Sì, dovettero pensare al lavoro, alla scuola, vivere intanto che si costruiva, si coltivava e si creava lavoro. Parlare con le Istituzioni del luogo. Scelsero South Island per i loro insediamenti. La maggior parte della popolazione viveva a North Island perché il clima è più favorevole”.
“La loro fortuna fu che il governo di allora aveva capito la situazione. Il deterioramento mondiale era sotto gli occhi di tutti!” continua lui.
Già nei libri di testo si raccontava la storia di quel meraviglioso esodo! A quei tempi La Nuova Zelanda era una nazione quasi defilata, ma non lo sarebbe rimasta per molto. Il Governo di allora ebbe il merito di capire che poteva diventare un’opportunità per il paese, accogliere le comunità vegetariane e vegane, aiutando i richiedenti asilo con facilitazioni di ordine burocratico e promesse di collaborazione per il futuro.
Andrew ascolta incantato le parole di Vegana, come sempre. Anche lui si sentiva orgoglioso della sua appartenenza alla comunità:
“Oggi assistiamo alla nascita di Vegana, South Island non esiste più. Molti sono diventati convinti Vegetariani e continuano a diventarlo. La storia è andata a pennello: la Nuova Zelanda è a Nord. Qui siamo a Vegana! Un Nuovo Mondo! Incredibile!” esclama convinto
“Era il 2022 quando mio nonno venne qui la prima volta! Da bambina mi portava sulla sua jeep a visitare le città: quelle già esistenti e quelle che si erano formate o si stavano formando”.
“Lui ebbe un grande ruolo, lo si può considerare il padre di questa Nuova Terra!” le fa eco Andrew.
“Anche la nonna ebbe il suo ruolo. Volle la cittadella ospedaliera, quella in cui tu lavori. Il nonno era un architetto all’avanguardia, contribuì molto alla creazione delle nuove comunità: “Vedi, qui c’era un grande allevamento di ovini; offrimmo all’impresa un prezzo alto per comprare quest’area e li convincemmo a trasferirsi a Nord con il loro lavoro” mi raccontava. “Abbiamo cercato di fare delle belle case, autosufficienti, con materiali ecologici. Abbiamo sempre costruito scuole, centri di comunicazioni, biblioteche virtuali e cartacee. Ci siamo inventanti anche delle industrie”. Lui era un fervente urbanista e credeva nella città ideale, non amava le interminabili periferie squallide e invivibili: riteneva il contatto con la natura inalienabile”.
“Mi ricorda vagamente l’esperienza dei Kibbuts Israeliani del secolo scorso ”, mormora Andrew, quasi a se stesso.
“Sì, all’inizio dovevano dividere tutto. Era inevitabile, non sarebbero sopravvissuti, altrimenti. Verso il Sud della Nuova Zelanda ci fu un movimento consistente ed organizzato, ma anche il Nord dell’Australia ebbe un importante insediamento, in quegli anni. E uno grandissimo in Mongolia, la grande e sterminata Mongolia, mi incuriosisce sapere come sono riusciti a sopravvivere lontani da tutto, dovremmo visitarli. Ci andremo, spero, dopo aver completato il mio dottorato a Harvard”.
“Sì, sono nate intere città, soprattutto in questo continente, ma anche in Mongolia. Probabilmente erano i luoghi più idonei”.
“Scelsero paesi con vaste superfici e clima accettabile, sempre vicino a fonti d’acqua. A Vegana non c’erano più di tre milioni di abitanti, allora. Siamo diventati circa dieci, per una superficie molto vasta, più di 150 mila metri quadri!”
“Quando ci sposiamo?” chiede Andrew e aggiunge divertito:
“Mi rendo conto che come Onnivoro non godo i favori della tua famiglia, ma sono pronto a qualsiasi metamorfosi pur di sposarti”.
Vegana ride:
“Quasi Giulietta e Romeo! Il problema non si pone, si pone quello dell’etica e del rispetto di tutte le creature viventi. Noi non siamo gli unici “sapiens” del pianeta, tutti gli animali hanno, come gli esseri umani il feeling dell’amore, pensa ai mammiferi”.
“Io sono un mammifero e ti amo. Se vuoi libererò tutte le mucche e i ruminanti del mondo per te. I tuoi desideri sono i miei”.
“Non scherzare. Presto partirò per completare i miei studi in Antropologia, lo sai. Ho ricevuto un invito dall’Università di Harvard, Usa. Dovrò studiare molto e fare ricerca. Non ti ho mai nascosto nulla”, risponde Vegana con quel suo modo fermo e appassionato, “e vorrei tanto che tu venissi con me”.
“Lo so. Ma spero sempre. Harvard è molto distante, ignota, fredda. Un luogo affollato. Lontano. Difficile venire, ma… verrò! Qui siamo in una piccola oasi, la vita nel resto del mondo sta diventando sempre più pericolosa, invivibile”.
“Ma è una Università prestigiosa! Ho questo desiderio di vedere e fare. Tornerò se troverò un clima soffocante. Se riuscirai ad abbandonare i tuoi amati pazienti, viaggeremo insieme. Sarà bello.”
“Quando?”.
“Fra qualche giorno. Dovrò partire fra un paio di settimane. Non voglio lasciarti, ma potremmo sposarci con una cerimonia semplice e tu potresti venire con me, o raggiungermi appena avrai sbrigato i problemi burocratici. E lavorare intanto che io studio, sai bene che non avresti problemi professionali”.
“Ti ringrazio, lasciami riflettere fino a domani, vuoi?” ma sa che non potrà lasciarla.
Le prende la mano e gliel’accarezza. Stanno in silenzio per qualche minuto, uniti da una grande affinità intellettuale e sentimentale.
Di li a poco, voci e rumori li distolgono dai loro pensieri. Una confusione improvvisa e insolita per quei luoghi. Tra gli alberi, nella strada tranquilla fino a pochi minuti prima, s’intravede un gruppo di ragazzotti urlanti: forse stranieri, forse ubriachi. Gridano, lanciano oggetti, urlano parole minacciose, sparano.
Qualcosa colpisce Vegana alla nuca… violentemente. Lei rimane immobile, i suoi meravigliosi occhi stupefatti. Andrew si alza di scatto, la prende tra le braccia, la solleva piano, con estrema cura, come si fa con un bimbo che dorme, appoggia il viso sulla sua spalla e la stringe a sé con tenerezza infinita, disperato.

Il figlio di mia madre

S’incontrarono una mattina, dopo parecchi anni che non si vedevano e si salutarono con molte effusioni: 

“Ciao, Gianna, come stai?”

“Bene, dai, non mi lamento proprio, ho visto periodi peggiori, almeno per quanto riguarda la salute, e tu?”. 

“Anch’io, grazie” rispose l’amica. Gianna e Maria non si vedevano da qualche tempo, o, quantomeno, si vedevano sempre di corsa. Quella era una tranquilla mattina di agosto e, libere da impegni, si fermarono a salutarsi: 

“Prendiamo un caffè insieme?”

“Volentieri. Più tardi devo trovarmi con “il figlio di mia madre” disse Maria, sorridendo alla sua frase che aveva virgolettato con il tono della voce, “ma adesso ho tempo”.  

“Ah, Giulio… sai, penso spesso a lui e a tua mamma. Una storia bellissima la loro” mormorò Gianna.

Maria la guardò allibita:

“Non pensavo tu la conoscessi, o te ne ricordassi, dopo tanti anni”.

“Li vedevo quando venivo a trovarti. Mi aveva colpito molto la storia di Giulio e mi aveva colpito il modo semplice con cui tua mamma l’aveva accolto”. disse lei e aggiunse “Non potrei mai dimenticarlo, storie così non si possono dimenticare. Mi chiedo spesso come stia Giulio, come sia la sua vita di oggi”. 

Quella tra Dina e Giulio era stata una storia d’amore tenerissima. Dina aveva oltrepassato i quaranta, probabilmente era più vicina ai cinquanta che ai quaranta, quando la mamma di Giulio morì: era andata in ospedale per fare un semplice intervento e non era più tornata viva. Giulio aveva sei anni e, quando aveva visto la sua mamma morta, si era rifugiato nelle braccia di Dina e lei l’aveva accolto: non si erano più lasciati. Dina abitava al piano di sopra e faceva la sarta. Giulio, appena tornava da scuola, saliva da lei e le si sedeva accanto e chiacchierava, con il tempo aveva imparato a fare tante piccole cose con l’ago e il filo. Lei l’aiutava a fare i compiti e giocavano anche. 

Maria, figlia di Dina e dell’uomo con il quale sua madre aveva sognato di vivere tutta la sua vita,  allora era una giovane maestra elementare.  Sorrise parlando di Giulio:

“Giulio sta bene, è sposato e ha una figlia. Ci vediamo spesso e mi aiuta quando non riesco a fare qualcosa. Suo papà si è risposato quando lui aveva tredici anni, ma il rapporto con mia madre è sempre rimasto profondo e non l’ha mai dimenticata, come non ha mai dimenticato la mamma che l’ha messo al mondo: si chiamava Dina come mia madre”. 

Gianna aveva considerato quell’incontro un segno del destino:

“Sai, non sapevo che anche la mamma di Giulio si chiamasse Dina come la tua, una coincidenza che ha dell’incredibile”.

“Sì,” le fece eco Maria “due mamme con lo stesso nome… A volte, quando giocavamo, la chiamavamo e la invitavamo a giocare con noi”. 

“Tua mamma era una persona eccezionale, riservata e generosa. L’ho sempre ammirata”.  

“Anch’io, e sempre di più” rifletté l’amica, ricordandola: “Lei ha avuto molte difficoltà quando sono nata io. Non era sposata”.

“Non conosco la storia, ma posso immaginare che cosa potesse significare, in quegli anni, avere un figlio fuori dal matrimonio”.  ammise Gianna.

“Lavorava a Firenze, con mio padre, in una sartoria molto conosciuta e tra i due era nato un amore intenso, tuttavia, quando aveva saputo di me, lui l’aveva lasciata sola. Lei si era rifugiata dai miei nonni che ci avevano ospitato e accudito. Io ho avuto un infanzia felice”.

“Non sapevo nulla di tutto questo” commentò Gianna. “Sì a quei tempi era durissima. E in un momento in cui una donna  ha più bisogno di aiuto. Che mondo orribile!”.

“Per fortuna, in alcune cose, siamo diventati più civili. Io avevo scritto figlia di NN sul mio documento d’identità e avevo chiesto a mia madre che cosa volesse dire: Maria X figlia di N.N. e lei mi aveva risposto “Figlia di Nonno e Nonna”.

A Gianna venne in mente il film “La Grande Guerra” di Mario Monicelli, in cui uno dei protagonisti era figlio di NN.

“Ma che bella risposta, Maria!” esclamò. 

“Sì, fantastica! Ma era un marchio infamante negli Anni Quaranta, quando sono nata io. In seguito, mio padre era venuto a cercarci, anzi, aveva inviato qualcuno a parlare con noi, ma era passato troppo tempo. Mia madre era abbastanza in là con gli anni, io lavoravo, ero indipendente e ben inserita nel mio mondo. Abbiamo avuto paura di perdere una serenità e un equilibrio che avevamo conquistato a fatica. Non so, a volte è difficile decidere che cosa sia meglio fare”.

Dina era una donna orgogliosa e decisa, con una grande umanità, nessuno le passava vicino senza ricevere da lei una parola di comprensione, un aiuto, un apprezzamento, era come se ti dicesse: a volte è difficile, ma il sole prima o poi ritorna. Nonostante la sua faticosa quotidianità, era riuscita a rendere positiva la vita delle persone intorno a sé. E quando Giulio si era rifugiato tra le sue braccia, gli aveva dedicato il suo tempo e il suo affetto con estrema semplicità, come può accadere solo a persone sensibili e amorevoli. 

Maria era molto affezionata a Giulio, lui, per lei, era diventato “il figlio di mia madre” e  gli voleva molto bene. Giulio, da adulto, e padre a sua volta, non aveva mai dimenticato Maria, la vedeva almeno una volta la settimana ed era disponibile per qualsiasi necessità.  

“A Giulio piacevano le avventure di Rin Tin Tin, lui e Dina cantavano le canzoncine della serie televisiva” raccontava Maria “e cantavano anche “C’eran tre Tamburin che tornavan dalla guerra. Il più piccin di lor  l’avea una rosa in mano…”

Maria si era commossa nel rievocare la canzone dei tre Tamburini o dei tre soldatini, secondo le varie versioni popolari e la canticchiò per qualche momento. Poi, le parlò delle vacanze al mare, sulla riviera adriatica, tutti e tre insieme, soffermandosi a ricordare alcuni eventi con quel bimbo che il destino aveva portato nella vita sua e di sua madre. Anche Gianna era commossa, era convinta che l’incontro di quella mattina fosse avvenuto per un omaggio a Dina e a tutte le persone come lei: tante persone umili e sconosciute che, con il loro coraggio e le loro azioni quotidiane, rendono più vivibile la vita di altre persone. 

Giovanna Rotondo 

Una storia autobiografica

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un racconto, una storia, qualcosa di autobiografico. Ho ricavato un inserto da una storia raccontata tanti anni fa, insieme a un altro racconto e li ho inviati.

Una storia
Ho salutato Gianni, il mio psicoterapeuta, ci siamo visti per l’ultima volta prima della pausa estiva, più che una terapia è stata una chiacchierata… chissà se ci rivedremo ancora. Tornando a casa, ripenso ai mesi passati, al primo giorno di terapia, mi rivedo seduta sul divano, con la schiena appoggiata allo schienale e lui di fronte a me che diceva, parlandomi con voce calma e tranquilla, di rilassarmi, chiedendo a ogni organo del mio corpo di dormire. Mi preoccupava il pensiero di dormire o perdere il controllo.
“Non voglio dormire, per favore” mi ribellavo.
“Ti prometto che non dormirai” mi rispondeva, sempre parlandomi molto lentamente, “pensa alla parola “calma” e concentrati”.
Alla fine mi concentrai. Tutto il mio corpo era rilassato, ogni parte, ogni organo. Io mi dicevo “calma”. La prima immagine è stata il verde dei prati in un bel pomeriggio di sole in montagna. C’era tanto silenzio, tanta quiete. Poi l’immagine della mia casa, di sera, quando tutti dormono e io sono sola, più niente! Gianni mi chiedeva di andare indietro nel tempo. Sentivo il mio corpo diventare pesante come il piombo. C’era una ragazzina con i capelli lunghi. Qualcosa mi ha turbato profondamente. A volte piangevo. E lui:
“Piangi, è bello piangere!”
“Ma io non voglio piangere. Che senso ha?”
Ma improvviso mi assaliva il desiderio di piangere. E sempre non volevo. Gianni diceva:
“Devi piangere, puoi permettertelo”.
Mi sentivo a disagio, fuori dalla realtà e con il corpo pesante. Solo la mia testa era leggera.
“E se volessi alzarmi, potrei?”
”Certo che puoi, basta che tu lo voglia”.
Gianni mi ha guidato in un viaggio dentro il mio corpo. Ho visitato ogni parte, ogni organo, ho accarezzato quelli che mi facevano male. A momenti mi sentivo stanca.
“Dimentica che devi essere forte, lasciati andare“ .
Ho mosso un braccio.
”Muovi un braccio: quello che vuoi. Pensa di avere un palloncino attaccato a un filo, alzalo”.
Ho scelto il braccio sinistro, il mio braccio offeso e mutilato. L’ho alzato, dritto, alto. Cosa che non riesco ancora a fare. O almeno, non perfettamente e senza fatica.
“Non toccarti la fronte, altrimenti ti addormenterai”. ha continuato Gianni, parlandomi con voce bassa, convincente.
Sarà proprio così? Mah! Nel dubbio non mi sono toccata la fronte. C’erano momenti in cui mi sembrava tutto assurdo e senza senso, quasi buffo. Gliel’ho detto, ma a lui non ha fatto nessuna impressione. Ed è venuto il tempo di ritornare alla normalità.
“Conta da dieci a zero. Fino a cinque sentirai ancora il bisogno di dormire e ti sentirai ancora pesante: da cinque a zero incomincerai a svegliarti”.
Così ho fatto. Gianni è bolognese ed è nero, nero. Capelli neri, occhi neri, carnagione scura. Siamo usciti insieme. Io sono andata da Lambrate, dove abita, in via Veneziano, all’Istituto dei Tumori, a cercare l’Associazione di Attive Come Prima. Ho conosciuto Candy, che ha alle spalle un anno di chemioterapia, e il Dott. Tamburini, lo psicologo. Il Dott. Tamburini mi ha fatto delle domande su ciò che ho avuto e ciò che ho in mente di fare:
“Carcinoma al seno sinistro, due linfonodi in metastasi. Mastectomia totale. Adesso sono in chemioterapia, due cicli al mese per un anno”.
“Come si sente?” mi ha chiesto.
”Non so neanch’io, male, la chemio mi fa star male. La nausea non mi abbandona mai… “
“C’è qualcuno che la segue, l’aiuta?”
”Il mio medico di famiglia. Ho bisogno di aiuto. Vorrei che ci fosse più assistenza per quelli come me. Soprattutto se hanno bambini. Vorrei fare qualcosa. Dove abito non c’è nulla”.
“Sarebbe utile, ma adesso non è il momento. In futuro la terapia potrebbe diventare molto debilitante. Ed è pesante, a livello psicologico, e non solo, dover affrontare situazioni che noi stessi stiamo vivendo e ci causano sofferenza. Le consiglio di aspettare. Almeno per il tempo che è in terapia”.
“Sì, mi accorgo io stessa di far fatica. Parlare dei miei problemi mi turba e mi deprime”. Inoltre, non ne abbiamo parlato, ma la cosa aleggiava tra noi, ci potrebbero essere recidive.
In questi giorni fa molto caldo c’è afa e bassa pressione e ho molta nausea, il dott. Tamburini ha avuto ragione quando mi ha detto di aspettare almeno la fine della terapia. Le cose sono peggiorate da allora. Ho la testa grande come un pallone, anzi, come una mongolfiera e mi sento precaria. Precaria dentro e fuori. Ieri avevo detto al dottore che mi cercava una vena per il prelievo: “Mi scusi, forse piangerò”.
Questa mattina presto Ina è venuta nel mio letto, mi si è accucciata accanto:
“Ti fa ancora male la pallina?”
Mi chiede con una carezza timida …
“Non più, presto sarà guarita”.
Ho spesso il rimpianto di non dedicarmi ai bambini in modo più concreto. Gli leggo poco e non seguo Ian bene a scuola: sono abbastanza discontinua in tutto.
Il nono ciclo è quasi completo, mi resta da prendere il citostatico per qualche giorno, e non è poco. Sempre metà dose, sempre squassata dal vomito. Un conato di vomito dietro l’altro, senza tregua. Non c’è antistaminico che tenga. Anzi, peggiora la situazione, mi collassa ancor di più e sto peggio.
L’ultima volta non ho potuto dormire mai, per notti intere. Avevo negli orecchi il pianto del bimbo in fondo al pozzo. Lo sentivo nel mio cuore. L’ho preso per mano, l’ho accarezzato, gli ho parlato:
“Bimbo bello e caro. Bimbo mio che Dio ti aiuti”.
Tutto il giorno non ho voluto sentire, né sapere. Ero a letto stesa, al buio, senza cuscino, incapace di riposare, sconvolta dal malessere:
“Bimbo caro. Bimbo mio. Vorrei scaldarti. Cullarti”.
Ore e ore di buio, in compagnia di un’infinita umanità dolorante.
I pensieri cominciano a diventare morbosi senza che io me ne renda conto, e mi sfuggo al controllo. Spero di riuscire a conservare tutte le rotelle al posto giusto.
Da Gianni mi sono rilassata. Lui mi sollecita a parlare con il mio inconscio, a trattarlo gentilmente, a chiedergli che la chemioterapia non mi faccia star male, ma che solo la parte benefica sia usata dal mio corpo:
“Posso chiedere al mio inconscio di avere un effetto positivo sui miei capelli? Sono stanca di stare senza capelli e non mi piaccio”. gli ho chiesto.
“Qualsiasi cosa tu voglia! Devi solo crederci!”
“Lo desidero molto. Ci metterò tutta la mia grinta!”
“Questo mi piace, non lasciarti mai sopraffare dalle avversità. Sii resiliente”
“Posso raccontarti un sogno che mi turba molto?”
“E’ importante che tu lo faccia!”
“Di solito non ricordo i miei sogni ma questo sì, ed è ricorrente. Sogno sempre di fuggire da una bara, sono vestita di bianco con i capelli lunghi e spingo una lastra di marmo con tutte le mie forze, fuori è buio.
“Vuole semplicemente dire che stai lottando per la tua sopravvivenza e questo è positivo”.
“Si, ma perché vestita di bianco?”
“Il sogno è sempre uguale o si manifesta con immagini diverse?”
“E’ sempre uguale, anche se cambia la modalità: io che tento di sollevare il pesante coperchio di una bara in un luogo cimiteriale e all’aperto, di notte. Io che tento di fuggire da una bara verticale appoggiata e senza coperchio, alla fine di un treno in corsa ma non riesco ad uscire, come se fossi trattenuta dall’interno. Sempre vestita di bianco e con i capelli al vento”.
“Li sogni separati o insieme?”
“Sempre insieme, prima uno poi l’altro, e li ricordo”.
“Sono sogni facili da comprendere: la coscienza del tuo stato di salute, la paura, la fuga. Non vuoi soccombere. Non so dirti del vestito bianco”.
“Mio figlio dice che sono diventata brutta, che non sono più la sua mamma. Non so cosa fare, mi rendo conto di essere assente, di non ascoltarlo. E’ molto agitato e lo rimprovero spesso”.
“Devi farti aiutare, non puoi fare tutto da sola. Nel frattempo cerca di essere paziente, più presente, più positiva. Devi pensare che il peggio è passato, che sei guarita, presto tutto sarà come prima”.
“Nulla sarà più come prima, né il rapporto con i miei figli, né quello con le persone intorno a me. Io stessa non sarò più come prima. Forse dopo, ma sarà comunque diverso”
“Potrà diventare migliore. Devi aver pazienza ancora per qualche tempo”.
“Il tempo sottratto alla mia famiglia, alla cura dei miei figli, mi pesa molto. Lo vivo come una punizione ingiusta, crudele”.
“Sì, diventerà il tuo riscatto, la tua forza”.
Gianni mi parlava con gentilezza, quando ci siamo salutati, mi ha sorriso.
“Sei stata brava, devi continuare così. Quando tornerò ti voglio trovare bella e con dei capelli nuovi. Prometti”.
Ho sorriso a mia volta augurandogli una buona estate.

 

Una tazza di tè nero

“Una tazza di tè” pensò, ancora quasi dormendo. “Mi alzo e mi faccio una bella tazza di tè nero, nero e forte”. Era il suo primo desiderio al mattino appena sveglia e, di solito, ancor prima di aprire gli occhi, saltava giù dal letto per andare a mettere il bollitore sul fuoco. Un piacere irrinunciabile da molti anni e il modo migliore per iniziare la giornata.
La sensazione di un impedimento la trattenne. Un impedimento dapprima quasi impercettibile, ma che aumentò sensibilmente dopo alcuni istanti. Si concentrò per capire quale fosse la causa del suo malessere. La colpì quello strano silenzio che la circondava, un’ assenza totale di suoni familiari: i fruscii dei gatti, lo scricchiolio del parquet, l’abbaiare lontano dei cani… nulla! Regnava un silenzio totale, pesante. Era disorientata, avvertiva qualcosa di non familiare, di estraneo, intorno a sé. Non sentiva sulla pelle il lenzuolo in cui si avvolgeva sempre mentre dormiva… non c’era! Era sdraiata supina, in una posizione molto composta, lei che si muoveva nel letto come se stesse nuotando. Tentò di muoversi piano… le sembrò che le mancasse lo spazio; cerco di fare un respiro profondo… annaspò per la presenza di un odore sconosciuto; un odore che le fece trattenere il respiro. L’ansia la sconvolse! Non aveva ancora aperto gli occhi, continuava a tenerli chiusi per la paura. Voleva muovere una mano per toccare il vuoto, ma era come paralizzata. Rimase immobile, cercando di controllare quel groviglio di tensioni, doveva rilassarsi: “Non lasciarti prendere dal panico” si disse “sii brava, rilassati, non è nulla, è solo un brutto sogno, un incubo”. L’attesa diventava intollerabile. “Devo fare qualcosa” mormorò infine tra sé e sé. Tuttavia non sapeva che cosa, la terrorizzava scoprire di essere in una bara, morta eppure viva, pur non osando neanche pensarlo quel timore era inconsciamente radicato dentro di lei. Faceva parte dei racconti della sua infanzia, quando, intorno al fuoco, lei ascoltava, bambina, la sua nonna e la sua bisnonna narrare storie macabre di fatti accaduti metà di qua e metà di là, lasciandole lo sgomento dell’ignoto. “Devo fare qualcosa” si ripeté decisa, non posso stare qui terrorizzata per l’eternità: devo aprire gli occhi. Li strinse e, con immensa fatica, li aprì.
Una donna, con indosso un indumento verde, era china su di lei e la guardava. “Sono venuta a prenderla”. le disse e aggiunse. “E’ tutto finito”. “Una tazza di tè” le sussurrò lei, quasi implorandola. “Vorrei bere una tazza di tè nero, nero e forte, per favore”.
“Non si preoccupi” le rispose la donna con voce gentile “fra non molto potrà berlo”. E si mise a spingere il lettino.