in ricordo di Luis Sepulveda

Il nostro addio a Luis Sepulveda è attraverso le sue parole. Quelle che ci ha donato scrivendo la prefazione di “Non sopportiamo la tortura“, libro di Amnesty International Italia edito da Rizzoli, Milano, nel 2000.

Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.

Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.

Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.

Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatré anni.

È anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra i muri del carcere.

I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.

Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.

Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.

Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.

Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.

– Vive qui Ute Klemmer? –, ho chiesto.
– Si. Sono io –.

Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.

Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da vent’anni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.

Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.

Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International.
Luis Sepulveda

Io e il gatto nero

Il gatto nero
è sempre là
ad aspettarmi
davanti al cancello,
con la pioggia,
con il vento
e qualsiasi tempo.
Io sono il suo cibo,
l’ho raccolto
l’ho curato.
gli ho messo
un riparo
sotto il portico,
lui vorrebbe
entrare in casa,
la sera si mette
sul davanzale
della finestra,
guarda dentro,
spera.
E’ un gatto timido,
affettuoso,
di taglia piccola,
non si lamenta,
non insiste.
Quando esco,
mi viene accanto
cammina con me,
modula, pian, piano
il suo passo al mio,
mi accompagna
fin sopra la salita.
Al ritorno è là,
in fondo alla strada,
in attesa, seduto.
Mi vede,
Si alza, si avvcina
rotola,
si avvolge,
fa le fusa
si mette
a pancia in su.
Vorrebbe essere
accarezzato,
non lo faccio,
gli parlo.

Giovanna

Devono essere diversi anni, ormai. Forse più di cinque. In questi giorni di isolamento passeggio su e giù e lui mi fa compagnia. Non c’è nessuno mai, in questa strada.

 

Ludopatia incontro e dibattito

Un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Ho partecipato a incontri di ogni tipo, in questi ultimi cinque o sei anni, ma come questo non mi era ancora capitato. Ho trovato qualcuno che quasi non mi ha lasciato parlare. Ha parlato per me, a volte citando quanto avevo scritto nel libro che dovevo presentare. Gli inglesi dicono: LIVE AND LEARN – Vivi e Impara. Chissà!

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In Volo…

Una bellissima mostra. Andate a vederla, portateci i bambini.

Ve la raccomando. Etnografia, ornitologia ed arte, una mostra accurata in ogni aspetto e molto interessante. Gli acquarelli sono indubbiamente di grandissimo valore artistico. Mi ha fatto pacere visitarla, ci porterò i bambini in tutta tranquillità.

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Considerazioni e coincidenze: reciprocità

La vita, spesso, ci dà delle risposte anche se non sempre noi riusciamo a vederle. Ieri sera ho trovato questa massima o aforisma di Confucio per caso, leggendo un articolo, e sono rimasta sorpresa per la circostanza del momento: la reciprocità e la tenerezza sono la guida della mia vita, almeno questa è la strada che tento di percorrere. La vita non è una questione di torto o ragione, aver torto o aver ragione non è importante. Rispettare il vissuto altrui, senza scimmiottarlo, sì.

L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.

Avevo già parlato di Reciprocità, in questo stesso blog,  anni fa. Sarà bello fare una riflessione più ampia sul suo significato.