Giovanna Rotondo: Orlando Sora, l’artista che abbiamo amato

 

Orlando Sora

L’artista che abbiamo amato

 

Copia di autoritratto 1937

 

Orlando Sora, con quel viso tagliato nella pietra, i capelli neri, ricci ricci, un fisico asciutto, aveva mantenuto un certo fascino anche in là con gli anni. 

Quando l’avevo conosciuto, aveva superato da poco la cinquantina, non aveva nulla dell’uomo di quell’età, i suoi capelli erano ancora ricci e neri e gli capitava di  arrossire spesso nonostante gli anni. La timidezza era il suo cruccio, mi raccontava spesso della fatica per superarla, soprattutto in eventi come i concerti, poiché era un appassionato musicista e suonava in pubblico.  

Mi aveva fermato un giorno che l’avevo incontrato insieme a suo figlio Riccardo e, con un’aria quasi da ragazzo, mi aveva avvicinato e chiesto se potesse farmi il ritratto: “Sono Orlando Sora e questo è mio figlio Riccardo, volevo chiederti se posso farti il ritratto, sono un pittore”. Io non avevo capito subito, ero una ragazzina piuttosto sprovveduta, arrivata dal sud con la valigia di cartone insieme alla mia famiglia, qualche anno prima, e mi sentivo ancora spaesata. Lui mi aveva ripetuto l’offerta e mi aveva detto di chiedere il permesso ai miei genitori. Era stato l’inizio di una bella storia tra il pittore e la sua modella.

Non ho mai dimenticato la sensazione che ho avuto la prima volta, entrando  nello studio di Via Appiani e guardando i suoi dipinti: mi ero sentita come Alice nel paese delle meraviglie… li avevo amati! L’intuizione confusa  di trovarmi davanti a qualcosa di grande era diventata, con il tempo, una certezza.

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Lo studio, uno stanzone luminoso con due ampie finestre che arrivavano al soffitto, un pavimento di vecchi listoni di legno divenuti grigiastri e polverosi per l’uso, aveva un’atmosfera  affascinante. C’erano cavalletti di diverse misure ai lati e quadri dappertutto: appoggiati al muro della parete in fondo, per terra, messi uno sopra l’altro, appesi. Tantissimi. Il tutto poteva appariva  disordinato, ma ogni oggetto aveva la giusta collocazione. Sora lavorava sul cavalletto posto al centro, con accanto il tavolino dove impastava le terre  e creava i suoi colori, e, dietro, la pedana per i ritratti.

E’ stato bello posare, mi sentivo parte di qualcosa, veder realizzato un dipinto  a cui avevo contribuito con la mia presenza, mi sembrava un sogno: oltre alla ragazzina scontrosa qual ero, ce n’era un’altra che lui aveva intravisto e dipingeva.

Ho avuto il privilegio di veder nascere uno dei miei dipinti preferiti: “Il paesaggio con la luna”. Ricordo che me ne stavo seduta in un angolo dello studio, immobile come uno dei tanti quadri intorno a me, attenta a non distoglierlo dalla sua ispirazione mentre lavorava. Lui dipingeva assorto, arretrando di tanto in tanto, gli occhi socchiusi per meglio mettere a fuoco la sua opera, dimentico della mia presenza e da tutto quanto lo circondava.

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“Il paesaggio con la luna” una composizione con in primo piano una figura solitaria, in piedi contro la montagna dove si appoggia una luna gialla e, vicino, un cavallo bianco. Un’opera che dà la percezione dell’infinito e da cui traspare una grande spiritualità. Due creature a contatto con la natura, nel silenzio. Mi sono sentita come se fossi quella figura solitaria del dipinto, e, ancora oggi, ogni volta che lo guardo, avverto la stessa emozione.

Un giorno gli avevo detto: “Mi piacerebbe descriverti mentre dipingi”.

Sora, un artista che guardava al Rinascimento… Il desiderio di poter realizzare un’opera di pittura murale come l’affresco,  diventava, per lui, una necessità: “Il libro dell’Arte” di Cennino Cennini” era il suo riferimento. Un manuale che parla di pigmenti, pennelli,  tecniche d’affresco e molto altro;  un testo da cui non si può prescindere, se si è artista a tutto tondo. 

Mi permetteva, talvolta, di aiutarlo a bucare con un punteruolo gli “spolveri”, i cartoni con i disegni degli affreschi da appoggiare sulla parete da affrescare, in seguito li avrebbe tamponati con un sacchetto di tela riempito di carboncino, per tracciare i contorni sull’intonaco fresco. Arte e mestiere. 

Ci ha lasciato opere di eccezionale bellezza come “Il Giorno del Giudizio” l’affresco  della Chiesa di San Giuseppe al Caleotto, degna di Giotto e Masaccio, i suoi Maestri. 

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Alcuni suoi ritratti sono autentici capolavori. Ce n’era uno che a me piaceva molto per l’espressione profonda e malinconica che vi traspariva, una piccola testa che mi raffigurava. L’ammiravo sempre, sapevo  che se gliel’avessi chiesta  me l’avrebbe donata. Ma non avevo mai osato, ora non so dove sia. 

Un altro ritratto che trovavo più che bello era quello di sua figlia Vanna che studiava: una bimbetta con le trecce castane, in posa di tre quarti, avvolta in sfumature di luce dalle tonalità pastello  con qualche lieve tocco bianco/azzurro. Uno dei più intensi e particolari: si trova a Villa Manzoni,  nelle Sale dedicate alle opere di Sora.

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C’erano quasi trent’anni di differenza tra il “Paesaggio con la luna” il mio ritratto e “La figlia di Orlando Sora”. Quest’ultimo appartiene al periodo degli Anni Trenta, un tempo in cui aveva dipinto molto con la sua famiglia, i suoi figli: un periodo amorevole, dai toni chiari e luminosi. L’altro, agli Anni Sessanta, un momento altrettanto bello, come ogni tempo della sua pittura.

Emozioni simili si possono percepire in molte delle opere di Orlando Sora. Trovo che lui avesse la capacità di cogliere l’aspetto più intimo della personalità di chi gli stava di fronte, soprattutto quando si sentiva in sintonia, e, nelle composizioni, di esprimere la spiritualità dell’essere umano. 

Al pomeriggio, quando finiva di dipingere o disegnare, dopo aver lavato i pennelli, suonava e studiava la chitarra classica fino all’ora di cena. La chitarra classica, uno strumento dal suono limpido e forte, era l’altro grande amore della sua vita dopo la pittura e la sua famiglia: aveva le più belle chitarre che si potessero trovare!  A quell’epoca Sora era considerato  uno dei migliori chitarristi classici e aveva suonato spesso con Segovia del quale era amico. La musica l’appassionava tanto quanto la pittura: ha suonato come solista per la Gioventù Musicale, ha accompagnato la Corale di Lecco nei sui concerti, ha studiato contrappunto e l’ha fatto da solo, come da solo eseguiva le trascrizioni dal liuto alla chitarra classica e componeva musica senza scriverla, per puro piacere. 

Un solitario, un autodidatta di straordinario talento! 

Mi diceva: 

“Leggere una pagina di musica è come leggere un racconto in un libro, con la differenza che qui la storia è scritta con segni diversi e le si può dare un suono con uno strumento”.

Giovanna Rotondo

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Orlando Sora di Fabio Tombari, introduzione

Dopo la bella serata a Rio Salso di Tavullia dedicata a Orlando Sora e Fabio Tombari, ho spesso pensato che avrei dovuto continuare la storia sulla singolare amicizia di questi due grandi artisti – un’amicizia durata tutta la vita – e pubblicare alcuni scritti di Fabio Tombari su Orlando Sora, ma sono stata travolta dagli eventi: una strana estate, solitaria e faticosa.
Lo faccio adesso, prima che altri eventi mi portino, fra qualche giorno, a presentare il libro “Omaggio a Orlando Sora – Artista del Novecento”, tra gli Amici dei Musei in una ridente cittadina del Salento.

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Orlando Sora

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Fabio Tombari

  Orlando Sora
Introduzione di Fabio Tombari al catalogo del 1967

Orlando Sora è un pittore che è tale per la sua pittura.

Questa affermazione sembra lapalissiana, ma non lo è. In tempi di surrogati anche l’arte è artificio.
E fin qui poco male. Non abbiamo visto tutti l’arte derivare dalla richiesta anzi che dall’ispirazione come i prodotti naturali della chimica? La critica che un tempo diceva il suo parere dopo, e a volte postumo come i funghi, oggi lo emette prima, con dettami a priori, sì che l’artista può essere considerato non per quello che produce, ma per quanto attua in ottemperanza alle leggi della critica. E come un malato, non ha che seguire le prescrizioni della ricetta.

In pittura e in poesia come nella scultura e nella musica.

E anche qui, transeat! Sarebbe un voler pretendere troppo che il formaggio non contenga la formalina, e l’olio di pura oliva il grasso di balena. Si può spremere di più da una balena che da un’oliva, anche per lubrificare le coscienze.
Quando l’arte era tale per sua natura e non per i suoi presupposti, era anche terapeutica. Le Madonne di Raffaello ad esempio, per loro stessa armoniososità si rivelano salutari; il retable d’Issenheim di Mattias Grunwald, ha poteri guaritori. Così il canto fermo, la grande nobile musica e la vera poesia che in antico era addirittura profetica.
Oggi è semplicissimo il contrario: o stordisce o non fa dormire, oppure esaspera al punto da rendere matti anche i savi. Perfino gli uomini di legge. Ricordo che per aver esternato il mio orrore per il delitto inqualificabile della farina mista a polvere di marmo, l’inqualificabile sono apparso io, che non vedevo nel mugnaio la buona intenzione di dare al pane quotidiano col suo maggior candore un maggior peso. Perché ormai si ragiona così e anche l’arte d’oggi è figlia di simili capziosità.
Dire perciò che un pittore è tale per la sua pittura, è tanto stolto quanto l’assentire che il vino possa essere fatto con l’uva. L’assurdo non è più nella frase, ma nel fatto in sé. Non per niente uomini come Carrà e Sironi hanno qualificato Sora come intuitivo, cioè genuino. Tanto intuitivo e generoso che più volte anch’io mi sono chiesto se egli sia consapevole. Gli amici dicono di sì, io direi di no, perché talvolta l’ho visto confondere il brutto col bello.

Insofferente, scontroso quanto ineguale, si contraddice anche fisicamente, sì che ancora sembra un giovanotto sportivo; ed espansivo com’è, vive quanto mai ritirato in se stesso. Modesto? Non l’ho mai capito. In tanti anni che lo conosco, e ci conosciamo dall’infanzia, non l’ho mai sentito dir male di un collega, mentre certi suoi amici lo attaccano aspramente. Vero è che di pittura parla malvolentieri. Di musica piuttosto (è un chitarrista squisito), piuttosto di boxe (è stato un welter dei più combattivi); ma di pittura…
E lo capisco. Abbiamo esordito insieme, e pur vivendo insieme nella stessa città ci siamo celati l’un l’altro le nostre attitudini, quasi fossero da tener segrete. Cos’è l’arte infatti se non la rivelazione di quanto più intimo si occulta nella nostra interiorità? C’è voluto un urto, perché la manifestazione esplodesse, per lui come per me.
Parlare di pittura, per un pittore sincero, è un mettere a nudo la propria colorazione interiore; in mezzo a tanta ciarlatanesca impudicizia, tale ritrosia è pure verecondia. Cioè testimonianza del vero.
Oggi si parla molto di originalità. In tempo di sofisticazione, in cui tutto è falso o alterato, è uno dei vocaboli più correnti; ma lo si usa in modo erroneo: originale per stravagante, bizzarro. Ora l’argomento merita una riflessione. Perché la stravaganza ha i suoi ammiratori? Perché si è sempre ritenuto che stia a denotare, come l’anticonformismo, una personalità spiccata: così il poeta fa di tutto per mostrarsi eteroclito, e altrettanto quelli che si dedicano alla pittura, alla scultura e alla musica.
Guardate di quante bizzarrie si vale la cosiddetta arte innovatrice. Ogni muro, ogni sonata, ogni dipinto vuol essere diverso dal solito. La plastica si serve addirittura del filo spinato come i cavalli di Frisia. E, fatto curioso, finiscono per somigliarsi tutti, quasi bottoni di bretelle.
Perché questo? Perché la vera originalità è quella, come dice la parola, che proviene dalle origini. E quanto più si discosta, per un arbitrio che vuol essere indipendente, tanto più si cade nella schiavitù e nell’amorfo dell’anonimo.
Prova ne sia che mentre gli antichi non sentivano la necessità di firmare per distinguersi, il pittore moderno, ad esempio, che fa di tutto per rendersi incomprensibile e oscuro, firma il proprio manufatto con una chiarezza pedestre. A volte, prima ancora d’aver incominciato
Orlando Sora no. Molti dei suoi dipinti più belli non sono neppure siglati. Perché? Perché è veramente originale. Appartato, dubitoso anche di sé, quanto provato dalla vita che ha dovuto rimontare anche lui controcorrente fin dalla prima giovinezza, mira al lavoro e non al successo; perché è l’attuazione che ama e sente difficile: e chiuso in quel suo standone di via Appiani, ha più dell’artiere che dell’artista.
Crede in quello che fa? Penso di sì, malgrado il fatto che i suoi lavori, una volta giù dal cavalletto, li metta tutti con la faccia al muro. Geloso? Ritroso nel mostrarli.
Se parla della sua opera è per parlare del lavoro, della manualità del lavoro, delle difficoltà e della gioia nella fatica; è autore di molti affreschi (è uno dei rari a conoscere oggi la pratica della pittura murale e dell’encausto), l’intonaco fresco sembra interessarlo più della propria realizzazione. Non per niente ogni sua pittura ha il pregio di un difetto: quello di prender corpo e di rendersi sostanziosa. Tutta la sua pittura mira a diventar plastica. Tutta? La prima sua Madonna no.
Vero è che anche lui, più volte, ha dovuto accondiscendere. — Monsieur Orlando, faites-moi le sourire de la Gioconda! — come diceva la vecchia dalla dentiera. L’arte quando diventa professione — cosa che in lui per la subitanea notorietà s’è verificata molto presto — deve anche adattarsi alla richiesta. Non è forse un modo di saggiare se stesso alla prova del mondo? Ma la sua istintività l’ha sempre salvato, anche a propria insaputa.
Ed ecco nei suoi complessi figurativi, specie religiosi, dove le figure sembrano effondersi e confondersi nell’indeterminatezza propria al corale, i colori del paesaggio accendersi qua e là — quello smeraldo, quel turchese, quel rubino — con la vivezza delle pietre preziose. Perfino nelle nature morte, che non sono morte.
Perché mai? perché il colore la vince sul coloritore.
Sempre? No. Nei ritratti il signore è lui.
E lì, quando vuole, domina incontrastato.
Non conosco nessun altro che sappia cogliere con la somiglianza somatica la controparte animica d’un volto: specie nei ritratti di donne e di bambini.
E questo fin dal suo esordio. In genere, e senza voler dir male d’ alcuno, molti ritratti odierni di bambini sono legnosi. O evanescenti o legnosi.
In Sora no. Quella freschezza, quella grazia, restano infantili malgrado il turgore della fisicità addirittura parlante.
Vero è che Spadini, col quale condivide la ventura di aver trovato nella propria famiglia i soggetti dei suoi primi lavori, vero è che Spadini gli ha pure insegnato la leggerezza del tocco. Ma quella levità ora è sua. Così sua che mentre Spadini, da quel grande che è, si vale di indefinitezza, Sora può restare preciso e consistente conservando la grazia propria all’oggetto.
Dirò di più: In genere la pittura di questi ultimi 50 anni è valida soltanto per noi. Provate a collocare un ritratto d’oggi accanto ad opere antiche, e vedrete che difficilmente ne regge il confronto. I colori, schiarendosi, hanno perduto di profondità e si rivelano superficiali come in genere ogni produzione attenta solo all’invenzione e all’effimero. E la cosa da un lato, può valere anche per Sora. Non per tutti i suoi ritratti, però; alcuni dei quali reggono il paragone come opere già stagionate.
Siamo sempre lì. La sincerità (da cui quel pudore detto dianzi) è figlia di quella stessa originalità che moveva gli antichi: tutti sul flusso d’ una grazia interiore che è andata perdendosi

Ecco perché Sora non ha parte nella nouvelle vague.
La pittura oggi in discussione è tutt’altra cosa. Impegnata in denunce, in colloqui, in messaggi ultrasonici o politici…Nessuno di noi ardirebbe ordinare un ritratto a tali pittori di grido; a meno che non goda nel veder riprodotto in brandelli o maciullato un mortale nemico.
Concepita (o meglio confezionata) nell’autunno se non nell’inverno delle arti figurative — e Sora ha il merito di essere uno di quelli che ne conchiudono la stagione — la pittura odierna non trae più i suoi succhi vitali dalla natura, e cerca nelle astrazioni quell’unione con gli astri con cui si sente affacciata con l’incalzare degli eventi, senza per altro essere matura a tale congiunzione col cosmo.
Ora una parentesi. In realtà la pittura è sempre stata congiunta con l’ordinamento celeste, fin dal primo arcobaleno apparso dopo il diluvio. E questo è anche il motivo del disorientamento attuale. Perché infatti, la pittura (e la migliore d’oggi) è indefinita? Perché vorrebbe essere infinita e non vi riesce. Ma è l’infinito che l’attrae. Ecco la ragione per cui molti ottimi pennelli trovano più comodo rifarsi all’incerto e all’arcaico, quando addirittura non se la pigliano con le costrizioni del disegno o della luce che frantumano in mille maniere. La religiosità quale comunione col divino è venuta a mancare e il ponte che consente di valicare l’umano, con c’è più. E si badi, non è già l’argomento religioso che possa colmarlo. La religiosità del soggetto non basta. E’ il colore, l’essenza stessa del colore che può trascenderlo. E soltanto il colore. E’ agli astri che esso aspira, perché è dagli astri che proviene. Così la parola, così il suono.
Ma l’uomo d’oggi vivendo del contingente e peggio ancora di quei surrogati della natura che sono cinema e macchine, s’è estraniato al punto, da non sentire in sé altre astrazioni da quelle cerebrali.
Quanto ne deriva lo vediamo: in arte il caos, nella scienza la bomba.
E come andrà a finire? Andrà a finire che l’arte, la vera arte, o finirà del tutto, e con essa l’uomo, o soltanto l’arte vera potrà salvarci.
In che modo? Tornando a dar valore alle parole; a cominciare da quella usata poco fa: originale, che si rifà alle origini. Non già tornando indietro, si badi bene, ma procedendo in avanti fino a trovare quella finalità, quello scopo, che era in potenza fin dal primo principio della creazione: il divino in noi. Gli astri, che andiamo cercando fuori, li dobbiamo trovare dentro.
Sora non ci pensi. Continui a credersi operaio delle sue proprie opere, un affrescatore di pareti, e più ancora, quel ritrattista sicuro e oggi quasi senza uguali che egli è; e lasci al tempo l’incarico di stagionargli i lavori: Perché è nel lavoro che si compie il destino di ogni uomo. E il lavoro dell’artista è un processo continuo di chiarificazione, per sé e per gli altri.

Resti perciò fedele a sé stesso anche coi suoi difetti, e darà il meglio che ha sempre generosamente profuso. Poiché la sua immediatezza è naturale, genuina come quel vino, che per esser fatto con l’uva, sembra anacronistico.
Non per niente in confronto alle asperità e angolosità proprie ai gelidi artifici intellettualistici, la calda sfericità delle sue figure ci appare genialmente materna.

Fabio Tombari

Orlando Sora e Fabio Tombari

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Rio Salso, in Piazza Marchionni, una magica sera d’estate con Fabio Tombari e Orlando Sora protagonisti.
La presentazione del libro e il ricordo dei due grandi artisti sono stati un momento particolare che ha commosso e coinvolto i partecipanti.
Una serata perfetta: il tempo ci ha voluto bene e, verso la mezzanotte, abbiamo visitato, al lume delle torce, la Casa — a cento metri dalla piazza — dov’ è vissuto Fabio Tombari con la sua famiglia dagli anni Cinquanta in poi.

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Sono state allestite due diverse locandine per l’evento, tutt’e due di effetto: la locandina blu è stata usata anche come manifesto.
Siamo partiti per tempo, un viaggio di 500 km. il nostro, tutto è andato bene ma, verso sera, ci siamo sperduti nella meravigliosa campagna marchigiana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel constatare che c’è ancora una parte d’Italia che non è stata lapidata e dilapidata, spero che venga conservata da persone di buona volontà. E ne abbiamo trovate!
L’accoglienza è stata ospitale, non conoscevamo nessuno e ci siamo sentiti a nostro agio immediatamente. Avevamo portato il video con tutte le immagini dei dipinti di Orlando Sora presenti nel libro e l’abbiamo preparato. Ci hanno presentato i due studenti di chitarra classica che avrebbero suonato le musiche del repertorio di Orlando Sora, appassionato chitarrista, e un giovane compositore, Alessandro Buccioletti. E abbiamo incontrato Massimo Bini che ci avrebbe, di li a poco, parlato della grande amicizia tra il pittore Orlando Sora e lo scrittore Fabio Tombari con grande passione. Tutti hanno lavorato per la riuscita di questa indimenticabile serata.
Spero, con una piccola cronaca fotografica e qualche video, di rendere onore alle persone che hanno preparato, con semplicità, un evento culturale notevole   e hanno contribuito a far rivivere il ricordo di due grandi artisti.

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I preparativi

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Un preludio musicale

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Marcello Sparaventi di Centrale Fotografia di Fano e Erica Guarandelli di PresenteFuturo introducono la serata.

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Massimo Bini racconta l’amicizia tra lo scrittore e il pittore.
Sullo schermo la casa di Rio Salso dove ha vissuto Fabio Tombari

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Un intermezzo musicale

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Marcello Sparaventi chiede a Luca e Andrea che cosa hanno suonato

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“Omaggio a Orlando Sora” il libro di Giovanna Rotondo, sullo schermo si susseguiranno le immagini dei dipinti.

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Sullo sfondo l’autoritratto di Orlando Sora e a destra il busto di Fabio Tombari

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Sullo schermo s’intravede un bel ritratto di Orlando Sora

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Massimo Bini, accompagnato da musiche di Alessandro Bucciolesi, legge Tombari

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Una veduta laterale della piazza

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I saluti di Elena, la nipote dello scrittore Fabio Tombari

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La festa

Non è la prima volta che presento un libro tuttavia questa presentazione mi è piaciuta molto, è stato un bell’ evento, ben organizzato e molto partecipato. Non so se potrò  inserire qualche video in cui Massimo Bini legge le opere di Fabio Tombari:  varrebbe la pena ascoltare qualche minuto.

Giovanna Rotondo

https://www.facebook.com/PresenteFuturoTavullia/videos/522729401245262/

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http://www.fanoinforma.it/a-tavullia-un-appuntamento-per-ricordare-il-pittore-orlando-sora-e-lo-scrittore-fabio-tombari/#respond

http://www.leccoonline.com/articolo.php?idd=20134