Orlando Sora di Fabio Tombari, introduzione

Dopo la bella serata a Rio Salso di Tavullia dedicata a Orlando Sora e Fabio Tombari, ho spesso pensato che avrei dovuto continuare la storia sulla singolare amicizia di questi due grandi artisti – un’amicizia durata tutta la vita – e pubblicare alcuni scritti di Fabio Tombari su Orlando Sora, ma sono stata travolta dagli eventi: una strana estate, solitaria e faticosa.
Lo faccio adesso, prima che altri eventi mi portino, fra qualche giorno, a presentare il libro “Omaggio a Orlando Sora – Artista del Novecento”, tra gli Amici dei Musei in una ridente cittadina del Salento.

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Orlando Sora

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Fabio Tombari

  Orlando Sora
Introduzione di Fabio Tombari al catalogo del 1967

Orlando Sora è un pittore che è tale per la sua pittura.

Questa affermazione sembra lapalissiana, ma non lo è. In tempi di surrogati anche l’arte è artificio.
E fin qui poco male. Non abbiamo visto tutti l’arte derivare dalla richiesta anzi che dall’ispirazione come i prodotti naturali della chimica? La critica che un tempo diceva il suo parere dopo, e a volte postumo come i funghi, oggi lo emette prima, con dettami a priori, sì che l’artista può essere considerato non per quello che produce, ma per quanto attua in ottemperanza alle leggi della critica. E come un malato, non ha che seguire le prescrizioni della ricetta.

In pittura e in poesia come nella scultura e nella musica.

E anche qui, transeat! Sarebbe un voler pretendere troppo che il formaggio non contenga la formalina, e l’olio di pura oliva il grasso di balena. Si può spremere di più da una balena che da un’oliva, anche per lubrificare le coscienze.
Quando l’arte era tale per sua natura e non per i suoi presupposti, era anche terapeutica. Le Madonne di Raffaello ad esempio, per loro stessa armoniososità si rivelano salutari; il retable d’Issenheim di Mattias Grunwald, ha poteri guaritori. Così il canto fermo, la grande nobile musica e la vera poesia che in antico era addirittura profetica.
Oggi è semplicissimo il contrario: o stordisce o non fa dormire, oppure esaspera al punto da rendere matti anche i savi. Perfino gli uomini di legge. Ricordo che per aver esternato il mio orrore per il delitto inqualificabile della farina mista a polvere di marmo, l’inqualificabile sono apparso io, che non vedevo nel mugnaio la buona intenzione di dare al pane quotidiano col suo maggior candore un maggior peso. Perché ormai si ragiona così e anche l’arte d’oggi è figlia di simili capziosità.
Dire perciò che un pittore è tale per la sua pittura, è tanto stolto quanto l’assentire che il vino possa essere fatto con l’uva. L’assurdo non è più nella frase, ma nel fatto in sé. Non per niente uomini come Carrà e Sironi hanno qualificato Sora come intuitivo, cioè genuino. Tanto intuitivo e generoso che più volte anch’io mi sono chiesto se egli sia consapevole. Gli amici dicono di sì, io direi di no, perché talvolta l’ho visto confondere il brutto col bello.

Insofferente, scontroso quanto ineguale, si contraddice anche fisicamente, sì che ancora sembra un giovanotto sportivo; ed espansivo com’è, vive quanto mai ritirato in se stesso. Modesto? Non l’ho mai capito. In tanti anni che lo conosco, e ci conosciamo dall’infanzia, non l’ho mai sentito dir male di un collega, mentre certi suoi amici lo attaccano aspramente. Vero è che di pittura parla malvolentieri. Di musica piuttosto (è un chitarrista squisito), piuttosto di boxe (è stato un welter dei più combattivi); ma di pittura…
E lo capisco. Abbiamo esordito insieme, e pur vivendo insieme nella stessa città ci siamo celati l’un l’altro le nostre attitudini, quasi fossero da tener segrete. Cos’è l’arte infatti se non la rivelazione di quanto più intimo si occulta nella nostra interiorità? C’è voluto un urto, perché la manifestazione esplodesse, per lui come per me.
Parlare di pittura, per un pittore sincero, è un mettere a nudo la propria colorazione interiore; in mezzo a tanta ciarlatanesca impudicizia, tale ritrosia è pure verecondia. Cioè testimonianza del vero.
Oggi si parla molto di originalità. In tempo di sofisticazione, in cui tutto è falso o alterato, è uno dei vocaboli più correnti; ma lo si usa in modo erroneo: originale per stravagante, bizzarro. Ora l’argomento merita una riflessione. Perché la stravaganza ha i suoi ammiratori? Perché si è sempre ritenuto che stia a denotare, come l’anticonformismo, una personalità spiccata: così il poeta fa di tutto per mostrarsi eteroclito, e altrettanto quelli che si dedicano alla pittura, alla scultura e alla musica.
Guardate di quante bizzarrie si vale la cosiddetta arte innovatrice. Ogni muro, ogni sonata, ogni dipinto vuol essere diverso dal solito. La plastica si serve addirittura del filo spinato come i cavalli di Frisia. E, fatto curioso, finiscono per somigliarsi tutti, quasi bottoni di bretelle.
Perché questo? Perché la vera originalità è quella, come dice la parola, che proviene dalle origini. E quanto più si discosta, per un arbitrio che vuol essere indipendente, tanto più si cade nella schiavitù e nell’amorfo dell’anonimo.
Prova ne sia che mentre gli antichi non sentivano la necessità di firmare per distinguersi, il pittore moderno, ad esempio, che fa di tutto per rendersi incomprensibile e oscuro, firma il proprio manufatto con una chiarezza pedestre. A volte, prima ancora d’aver incominciato
Orlando Sora no. Molti dei suoi dipinti più belli non sono neppure siglati. Perché? Perché è veramente originale. Appartato, dubitoso anche di sé, quanto provato dalla vita che ha dovuto rimontare anche lui controcorrente fin dalla prima giovinezza, mira al lavoro e non al successo; perché è l’attuazione che ama e sente difficile: e chiuso in quel suo standone di via Appiani, ha più dell’artiere che dell’artista.
Crede in quello che fa? Penso di sì, malgrado il fatto che i suoi lavori, una volta giù dal cavalletto, li metta tutti con la faccia al muro. Geloso? Ritroso nel mostrarli.
Se parla della sua opera è per parlare del lavoro, della manualità del lavoro, delle difficoltà e della gioia nella fatica; è autore di molti affreschi (è uno dei rari a conoscere oggi la pratica della pittura murale e dell’encausto), l’intonaco fresco sembra interessarlo più della propria realizzazione. Non per niente ogni sua pittura ha il pregio di un difetto: quello di prender corpo e di rendersi sostanziosa. Tutta la sua pittura mira a diventar plastica. Tutta? La prima sua Madonna no.
Vero è che anche lui, più volte, ha dovuto accondiscendere. — Monsieur Orlando, faites-moi le sourire de la Gioconda! — come diceva la vecchia dalla dentiera. L’arte quando diventa professione — cosa che in lui per la subitanea notorietà s’è verificata molto presto — deve anche adattarsi alla richiesta. Non è forse un modo di saggiare se stesso alla prova del mondo? Ma la sua istintività l’ha sempre salvato, anche a propria insaputa.
Ed ecco nei suoi complessi figurativi, specie religiosi, dove le figure sembrano effondersi e confondersi nell’indeterminatezza propria al corale, i colori del paesaggio accendersi qua e là — quello smeraldo, quel turchese, quel rubino — con la vivezza delle pietre preziose. Perfino nelle nature morte, che non sono morte.
Perché mai? perché il colore la vince sul coloritore.
Sempre? No. Nei ritratti il signore è lui.
E lì, quando vuole, domina incontrastato.
Non conosco nessun altro che sappia cogliere con la somiglianza somatica la controparte animica d’un volto: specie nei ritratti di donne e di bambini.
E questo fin dal suo esordio. In genere, e senza voler dir male d’ alcuno, molti ritratti odierni di bambini sono legnosi. O evanescenti o legnosi.
In Sora no. Quella freschezza, quella grazia, restano infantili malgrado il turgore della fisicità addirittura parlante.
Vero è che Spadini, col quale condivide la ventura di aver trovato nella propria famiglia i soggetti dei suoi primi lavori, vero è che Spadini gli ha pure insegnato la leggerezza del tocco. Ma quella levità ora è sua. Così sua che mentre Spadini, da quel grande che è, si vale di indefinitezza, Sora può restare preciso e consistente conservando la grazia propria all’oggetto.
Dirò di più: In genere la pittura di questi ultimi 50 anni è valida soltanto per noi. Provate a collocare un ritratto d’oggi accanto ad opere antiche, e vedrete che difficilmente ne regge il confronto. I colori, schiarendosi, hanno perduto di profondità e si rivelano superficiali come in genere ogni produzione attenta solo all’invenzione e all’effimero. E la cosa da un lato, può valere anche per Sora. Non per tutti i suoi ritratti, però; alcuni dei quali reggono il paragone come opere già stagionate.
Siamo sempre lì. La sincerità (da cui quel pudore detto dianzi) è figlia di quella stessa originalità che moveva gli antichi: tutti sul flusso d’ una grazia interiore che è andata perdendosi

Ecco perché Sora non ha parte nella nouvelle vague.
La pittura oggi in discussione è tutt’altra cosa. Impegnata in denunce, in colloqui, in messaggi ultrasonici o politici…Nessuno di noi ardirebbe ordinare un ritratto a tali pittori di grido; a meno che non goda nel veder riprodotto in brandelli o maciullato un mortale nemico.
Concepita (o meglio confezionata) nell’autunno se non nell’inverno delle arti figurative — e Sora ha il merito di essere uno di quelli che ne conchiudono la stagione — la pittura odierna non trae più i suoi succhi vitali dalla natura, e cerca nelle astrazioni quell’unione con gli astri con cui si sente affacciata con l’incalzare degli eventi, senza per altro essere matura a tale congiunzione col cosmo.
Ora una parentesi. In realtà la pittura è sempre stata congiunta con l’ordinamento celeste, fin dal primo arcobaleno apparso dopo il diluvio. E questo è anche il motivo del disorientamento attuale. Perché infatti, la pittura (e la migliore d’oggi) è indefinita? Perché vorrebbe essere infinita e non vi riesce. Ma è l’infinito che l’attrae. Ecco la ragione per cui molti ottimi pennelli trovano più comodo rifarsi all’incerto e all’arcaico, quando addirittura non se la pigliano con le costrizioni del disegno o della luce che frantumano in mille maniere. La religiosità quale comunione col divino è venuta a mancare e il ponte che consente di valicare l’umano, con c’è più. E si badi, non è già l’argomento religioso che possa colmarlo. La religiosità del soggetto non basta. E’ il colore, l’essenza stessa del colore che può trascenderlo. E soltanto il colore. E’ agli astri che esso aspira, perché è dagli astri che proviene. Così la parola, così il suono.
Ma l’uomo d’oggi vivendo del contingente e peggio ancora di quei surrogati della natura che sono cinema e macchine, s’è estraniato al punto, da non sentire in sé altre astrazioni da quelle cerebrali.
Quanto ne deriva lo vediamo: in arte il caos, nella scienza la bomba.
E come andrà a finire? Andrà a finire che l’arte, la vera arte, o finirà del tutto, e con essa l’uomo, o soltanto l’arte vera potrà salvarci.
In che modo? Tornando a dar valore alle parole; a cominciare da quella usata poco fa: originale, che si rifà alle origini. Non già tornando indietro, si badi bene, ma procedendo in avanti fino a trovare quella finalità, quello scopo, che era in potenza fin dal primo principio della creazione: il divino in noi. Gli astri, che andiamo cercando fuori, li dobbiamo trovare dentro.
Sora non ci pensi. Continui a credersi operaio delle sue proprie opere, un affrescatore di pareti, e più ancora, quel ritrattista sicuro e oggi quasi senza uguali che egli è; e lasci al tempo l’incarico di stagionargli i lavori: Perché è nel lavoro che si compie il destino di ogni uomo. E il lavoro dell’artista è un processo continuo di chiarificazione, per sé e per gli altri.

Resti perciò fedele a sé stesso anche coi suoi difetti, e darà il meglio che ha sempre generosamente profuso. Poiché la sua immediatezza è naturale, genuina come quel vino, che per esser fatto con l’uva, sembra anacronistico.
Non per niente in confronto alle asperità e angolosità proprie ai gelidi artifici intellettualistici, la calda sfericità delle sue figure ci appare genialmente materna.

Fabio Tombari

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Fabio Tombari e Orlando Sora

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Fabio Tombari, sua moglie Angela e il papà di Angela, al centro. Orlando Sora è il primo in seconda fila, a sinistra 

Mentre scrivevo il mio libro su Orlando Sora, ho rimpianto di non aver ben ascoltato, ragazzina, le tante storie che lui mi raccontava, soprattutto quelle appartenenti alla sua vita fanese del tempo di “Cronache di Frusaglia”, il primo libro scritto dal suo amico Fabio Tombari, un libro arguto e singolare sulla gente di quei luoghi, come adesso non ce ne sono più.
Passeggiando per il centro di Fano, molti anni dopo, cerco di immaginarmi come poteva essere la città un secolo fa. Una città dove tutti si conoscevano, con Sora e Tombari che se ne andavano insieme per il corso, — la madre di Sora, modista, e il padre fabbro, avevano negozio l’una accanto all’altro proprio sotto la casa in cui abitava Tombari — e a che cosa potessero dirsi due tipi così diversi tra loro nell’aspetto e nello spirito: con la parola facile Tombari, mentre Sora s’inceppava ogni due parole o ci impiegava una vita a spiccicarne una. Erano diversi anche fisicamente, alto e magro Tombari, con un fare brusco che a volte metteva soggezione; di statura media, magro ma possente e con un viso da asceta, Sora.
Sia Tombari che Sora, ma soprattutto Tombari, raccontavano che nessuno aveva mai manifestato all’altro la sua passione per l’arte, per uno strano pudore o ritrosia. Ma li legava un profondo affetto.
Tombari fingeva di credere — la storia lo divertiva e ne parlava di frequente —che Sora, appassionato di boxe, era stato pugile dilettante, avesse addirittura intrapreso la carriera di pugile.
Si scoprirono a vicenda quando divennero entrambi affermati, come scrittore l’uno e pittore l’altro. E il 1927 fu l’anno della svolta per tutti e due: Fabio Tombari pubblicò, con successo, il suo primo libro, Cronache di Frusaglia, a cui fu aggiudicato il premio dei dieci due anni dopo. Orlando Sora ebbe un grande successo di critica e di pubblico per la sua prima grande mostra a Milano, alla Galleria Micheli; negli anni precedenti si era  imposto all’attenzione del pubblico e della critica partecipando a esposizioni con i migliori artisti del tempo.
Vidi Tombari, per la prima volta a Fano, un incontro breve e casuale, ma non sapevo chi fosse. Poi un giorno andammo a trovarlo a Rio Salso, a cui, allora, Sora faceva riferimento come Rio Salso di Pesaro, oggi ho scoperto che è Rio Salso di Tavullia e la cosa mi ha alquanto confusa. Andammo a Rio Salso un paio di volte, in due estati diverse, una da soli e una con amici. Un piccolissimo borgo nella campagna marchigiana, un puntino nel verde delle valli, dove Fabio Tombari aveva vissuto con la famiglia per molti anni, una bella casa di campagna: “La Casa nel Nulla”, com’ è stata definita poeticamente. Ricordo che l’atmosfera del luogo mi aveva affascinato e avevo desiderato di tornarci.
Ho rivisto Fabio Tombari a Lecco diverse volte, ospite di Sora, ma, credo, anche di Alfredo Chiappori. Ho scambiato con lui poche parole, era difficile per me parlare a uno come lui, mi sentivo impacciata e lui era sempre circondato da molte persone. Tuttavia era spesso presente nei discorsi di Sora e questo mi dava la sensazione di conoscerlo un poco.

Il link che segue è un ricordo di FareMemoria: un bell’articolo sulla casa di Rio Salso: Crocevia della luce. La casa del Rio

https://farememoria.wordpress.com/2015/01/07/426/

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La casa di Fabio e Angela Tombari, come appare oggi  (foto di Centrale Fotografia di Fano)

Addio alla famiglia Sora

Ci sono momenti irrinunciabili. Uno di questi è stata la cerimonia  di oggi, 2 aprile 2016,  che ha avuto luogo nella Chiesa di San Giuseppe, al Caleotto di Lecco, officiata dal Parroco Don Giuseppe.  Un saluto a Vanna Sora, ultima a lasciarci della sua famiglia. Non eravamo  in molti, ma tutti coinvolti e commossi. E’ stata una cerimonia toccante! Don Giuseppe ha trovato le parole che ognuno di noi portava nell’animo, parole umane e grandi come tale è la Misericordia e l’Amore di quel Dio in cui lui crede:

ogni essere umano deve trovare l’infinito che ha dentro di sè. 

Il saluto, a ricordo di Vanna e di tutta la famiglia Sora, che Gianfranco Scotti ha letto all’inizio della Messa,:

Cara Vanna, ti diamo oggi l’ultimo saluto e te lo diamo qui, in questa chiesa dove sessantacinque anni fa tuo padre Orlando aveva lasciato un segno mirabile della sua arte, un affresco possente, testimonianza di un magistero pittorico esemplare, un dipinto colmo di suggestioni, di richiami, di straordinaria forza espressiva. Te ne sei andata dopo una lunga vita spesa con intelligenza, con la curiosità che contraddistingueva ogni tua manifestazione del pensiero, una vita sempre all’insegna di una autonomia difesa con convinzione e con coraggio. Te ne sei andata solo due giorni dopo tua sorella Anna, che viveva lontana, oltreoceano, che io ricordo giovane e gioiosa, estroversa, comunicativa, che aveva seguito nei suoi verdi anni la vocazione del teatro. Una famiglia di artisti la tua, tuo padre, tuo fratello Riccardo, tua sorella, tuo nonno Dante Bertini. Una famiglia che si è legata nell’arco di cinquant’anni alla città di Lecco, qui dove tuo padre ha esercitato la sua arte, ha interpretato il paesaggio, ha impreziosito tante case, tanti edifici con dipinti e affreschi che rimangono nel patrimonio artistico e culturale della comunità lecchese. Tu vivevi a Milano ma a Lecco, tornavi spesso. Qui avevi antiche amicizie, qui avevi condotto i tuoi studi classici, qui tante volte tuo padre ti aveva dipinto in memorabili ritratti assieme ai tuoi fratelli e alla tua dolcissima mamma. Qui tornavi assiduamente per visitare tuo fratello Riccardo, prima nella sua casa e poi al Ricovero. Ti lamentavi di questa incombenza ma era solo un riflesso del tuo carattere brusco, diretto, tetragono al sentimentalismo. Nei confronti di Riccardo avevi invece un affetto profondo, autentico, protettivo e l’hai seguito e aiutato fino ai suoi ultimi giorni. Ricordo quando arrivavi a Lecco e ci si vedeva per un aperitivo, e la conversazione era sempre piacevole, i tuoi argomenti mai banali, le tue osservazioni sulla vita, sulle persone di cui condividevamo la conoscenza, sempre improntate a una correttezza che non escludeva la sottolineatura di lati divertenti, di debolezze umane che sono parte della fisionomia di ciascuno di noi. Ricordo molti giorni d’estate passati sul lago o ai Piani dei Resinelli nell’antico e ospitale Roccolo degli amici Aroldo e Mariadele. Ricordo la felicità che si leggeva nei tuoi occhi per queste ore trascorse fra amici, spensieratamente, semplicemente. Negli ultimi anni ti sei adoperata con generosità per far conoscere ed amare l’opera di tuo padre, del quale a volte parlavi con giudizi severi, ma della cui arte andavi fiera, ne conoscevi il valore profondo, l’evoluzione sorprendente che l’aveva portato a sperimentare linguaggi tanto diversi fra loro, nell’arco di oltre mezzo secolo di quotidiano, assiduo lavoro, un lavoro che teneva molto dell’artigianato e tuo padre amava considerarsi artigiano, nel senso più nobile e storico del termine. Riposerai in questa città che ti ha visto bambina e giovane donna, in quest’angolo di Lombardia adagiato fra lago e monti, in questo paesaggio che hai amato a dispetto di ciò che spesso affermavi, e cioè che per Lecco non provavi affetto, ma questo altro non era che una benevola, scoperta contraddizione, perché a te piaceva assumere posizioni controcorrente, così come amavi confrontarti con i punti di vista degli altri, sostenendo con grande vigore le tue ragioni. Con la tua scomparsa, si chiude un capitolo importante nella storia della nostra città, un capitolo scritto dalla tua famiglia, senza clamori, senza protagonismi, ma con quella discrezione e quello stile che abbiamo imparato a conoscere in tanti anni di affettuosa frequentazione. Grazie Vanna della tua amicizia, della tua vicinanza, della tua simpatia. E’ un ringraziamento che ti rivolgo sicuro di interpretare anche i sentimenti di tutti coloro che qui, oggi, sono presenti per testimoniare la loro amicizia e la loro gratitudine.

Versione definitiva-2.jpgOrlando Sora, affresco, 1951, Chiesa Del Caleotto

Versione definitiva-23.jpgOrlando Sora, Autoritratto con Vanna e Anna, 1937, olio su tela

addio a Vanna e Anna.jpgArticolo di Gianfranco Scotti su la Provincia di Lecco del 26 marzo 2016

Alberto Barone ha interpretato, con grande sensibilità, il desiderio di partecipazione a un   momento di raccoglimento insieme, e l’ha reso possibile  ambientandolo nel luogo giusto. E’ stato bello! Un ricordo che ci accompagnerà.

Guida ai paesi dipinti della Lombardia

Un evento interessante a cui ho preso parte e per cui ho scritto una breve recensione. Mi è sembrato una buona idea pubblicare l’articolo anche nel mio blog. Sapevo vagamente dell’esistenza di paesi dipinti in Lombardia e altrove, tuttavia, con questa guida, la conoscenza diventa più precisa e molto piacevole.

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In copertina, Aligi Sassu, Corridori, Arcumeggia 1957

Molto accurata la guida turistico/culturale presentata il quattro febbraio nella prestigiosa sede del Touring di Milano, in Corso Italia, pubblicata dalla Casa EditriceLa Vita Felice” al prezzo di 16 euro. La guida contiene informazioni in lingua inglese per le area presentate e specifica che: “Ogni scheda della nuova Guida ai Paesi Dipinti di Lombardia è arricchita da simboli grafici indicanti quali forme di attività turistica, in natura e cultura, sono consigliabili nell’area presa in esame”.

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Con prefazione di Flavio Caroli e a cura di Salvatore Giannella, giornalista e scrittore, Benedetta Rutigliano, storica dell’arte e del fotografo Vittorio Giannella, collaboratore di riviste di viaggi e turismo italiane ed estere, questa bellissima guida invita al viaggio nei borghi dipinti della Lombardia, lontani dal turismo di massa.

Flavio Caroli, Ordinario di Storia dell’arte moderna presso il Politecnico di Milano, Storico dell’arte moderna e c contemporanea, scrive nella sua introduzione:
Già  dall’8000 a.C. la comunicazione in Lombardia, resa efficace dalla bellezza della forma, passava attraverso l’arte murale: ne sono prova, ancora evidenti, i graffiti lasciati dai Camuni in Valcamonica, esempio di arte rupestre più importante d’Europa. Questo primato è in qualche modo onorato da un secondo primato lombardo. Arcumeggia, frazione di Casalzuigno, in provincia di Varese, è infatti il primo paese dipinto d’Italia: è nel 1956 che nasce la prima “Galleria all’aperto dell’affresco”, un vero e proprio museo all’aria aperta dove passeggiare tra le opere di grandi maestri  che raccontano ognuno una storia, per lo più legata alle vicende del luogo, dipinta sui muri delle case degli abitanti. Ancora arte come racconto, arte come segno per comunicare in maniera immediata: perché cosa è più efficace dell’immagine? Arte per il popolo, per chi è di passaggio, non solo per gli addetti ai lavori. Arcumeggia è il primo di oltre 200 paesi dipinti in Italia, di cui 27 sono in Lombardia. Così le tesserine raccolte in questo volume sintetizzano la storia regionale per immagini, una storia destinata a tutti.

Salvatore Giannella ha parlato di recupero turistico, turismo e arte ad uso e consumo del tempo libero in modo qualitativo. C’è un’Italia ancora tutta da scoprire, piena di storia e di arte nei piccoli paesi, lontani dai centri urbani. Ci sono paesi che sono musei all’aperto e non si deve pagare il biglietto per visitarli. Ha parlato dell’importanza della cultura nell’economia di un comune, spiegando come una ricerca/studio di Monza e Brianza abbia valutato di quattro volte maggiore il valore del Pil di quei comuni che abbiano avuto cura del tessuto culturale e storico del luogo, magari adottando anche un pittore, uno scrittore, un artista.
E l’accoglienza del visitatore deve essere un aspetto di primaria importanza nell’economia turistica. Il visitatore deve essere accompagnato e guidato con tutte le informazioni necessarie in ogni momento del suo tempo libero e tutto ciò deve essere facilmente reperibile.

Benedetta Rutigliano ha illustrato alcune delle più importanti opere dei vari borghi. Molte le curiosità: la millenaria storia di Calcio, un paese in provincia di Bergamo dove esiste la seconda Chiesa più grande della Lombardia dopo il Duomo di Milano. La Chiesa di S. Vittore, iniziata nel i792, fu portata a termine dall’architetto Carlo Maciachini quasi un secolo dopo. Opere dello stesso architetto sono il Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, nel 1863, la facciata della Chiesa di San Marco e di Santa Maria del Carmine, sempre a Milano nel decennio successivo.

Vittorio Giannelli ha fotografato con maestria e passione i borghi dipinti della Lombardia, luoghi spesso sconosciuti e tuttavia carichi di storia e arte. Attualmente sta portando in giro una mostra dal titolo Quando fotografia fa rima con poesia, luoghi che hanno ispirato rime indimenticabili di poeti e scrittori.

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Arcumeggia, Varese, Abitanti e lavori del posto, Remo Brindisi 1957

Ad Arcumeggia, Varese, “la prima galleria all’aperto d’Italia”, verso la metà degli anni cinquanta, per risollevare il paese dallo spopolamento e dargli impulso turistico, l’Ente Provinciale decide di trasformare il paese in un borgo dipinto. In seguito a questa decisione giunsero in paese gli artisti più importanti del tempo, da Aligi Sassu ad Achille Funi, da Remo Brindisi a Sante Monachesi, per citarne alcuni, ad affrescare le mura esterne delle case del borgo.
Fiocco Rosa ad Acumeggia dove nel 2014 ad non esisteva una struttura ricettiva, né un bar. Dopo una denuncia fatta da Salvatore Giannella sul suo Blog, Giannella Channel, la situazione è cambiata ed è rinata la storica Locanda del Pittore in Piazza Minola, 1 di Alfonso Bonfanti, un appassionato di arte, cibo e innovazione, come si definisce lui stesso, che spera di vivacizzare questo meraviglioso museo all’aria aperta con la sua iniziativa.

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Sagome di Rondini in compensato marino per mascherare i cavi elettrici, Gravellona Lomellina, Provincia di Pavia, 2001. Un paese molto curato, che ha saputo ben coltivare le sue inclinazioni artistiche, istituendo persino una festa dell’arte che ha luogo ogni anno da vent’anni.

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Parlasco, provincia di Lecco, comune montano della Valsassina situato sulla sponda sinistra del torrente Pioverna, accoglie i visitatori con questo cartello. Le storie murali di Parlasco si ispirano a Lasco, il bandito della Valsassina, che da bandito diviene ispiratore colorato del pittoresco borgo.

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Salvatore Giannelli ed Elisabetta Rutigliano a Cadorago in Provincia di Como, dove esiste il più grande museo a cielo aperto: nelle vie del paese si possono ammirare più di trecento opere d’arte tra dipinti, sculture e ceramiche.

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Calcio, Bergamo, “L’arrivo del primo treno” di Callisto Gritti,  1999.

Calcio, in provincia di Bergamo sarà una delle prime mete, m’incuriosisce visitare questo borgo carico di storia e di opere d’arte a pochi chilometri dalla mia casa.

Sono belli e interessanti i dodici borghi illustrati da questo team molto affiatato e meritano di essere visitati tutti. Un turismo che porta a scoprire storia e arte locale e si preoccupa di dare al visitatore la migliore accoglienza possibile, accompagnandolo per tutto il tempo della sua visita.

Giovanna Rotondo

Cercando fossili in Scientists’ Cliffs, Calvert County, Maryland

di Giovanna Rotondo Stuart

 

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Camminare lungo le spiagge di Scientists’ Cliffs, Calvert County, Maryland, in cerca di fossili, è un’esperienza importante per conoscere semplici aspetti evolutivi del pianeta. Luoghi come questi che per milioni di anni hanno raccolto, conservato e trasformato la presenza della vita sulla terra, aiutano a comprendere il percorso del tempo.
Tutta la mia famiglia, da quattro generazioni, soggiorna per un periodo dell’anno a Scientists’ Cliffs, di solito a tarda primavera o a fine estate.
In piena estate il clima è torrido, tropicale, con picchi di umidità arrivano al 90%. Insopportabile!

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Si cercano fossili e si fanno lunghe passeggiate su queste spiagge deserte, geologicamente generose, dove il tempo libero, il gioco, l’osservazione della natura intorno, diventano studio e riflessione.
Si trovano fossili di ogni tipo: ossa e denti di squalo, razza, coccodrillo, balena, delfino, tartaruga e di molte altre specie. Insieme a conchiglie, legni pietrificati, coralli e materiali diversi.

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 Capesante con balani

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      Coralli

Le conchiglie sono molto numerose: di capesante, di lumache e altri molluschi. Ce ne sono di bellissime, di ogni dimensione e sfumatura: quelle a ventaglio delle capesante, spesso con insolite sovrapposizioni di balani (crostacei) insediati sopra, di ostriche e cozze e quelle a spirale e a torciglione delle lumache. Le conchiglie, con merletti e ghirigori, bucate dall’acqua e dal tempo, molto ornamentali, possono essere usate come monili: grandi, piccole, madreperlate e con disegni unici. Piccoli capolavori della natura!

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(foto di Giovanna Rotondo Stuart)

A volte ci si sente predatori nel raccogliere i segreti della terra, ma il mare sminuzzerebbe e frantumerebbe i più delicati, una volta liberati dall’argilla che li ha trattenuti per tanti secoli, e diventerebbero spiaggia.
Preferiamo non estrarre fossili dall’argilla, per farlo sono necessari procedimenti che richiedono attenzione e cura, altrimenti alcuni di essi potrebbero sbriciolarsi o rovinarsi. Prendiamo ciò che il mare e la terra hanno conservato per milioni di anni, liberandoli poi sulla spiaggia a causa della continua erosione. Spesso, i pezzi più rari e interessanti li portiamo al museo.

Scientists’ Cliffs si trova in Calvert County, Maryland. I suoi fossili sono famosi in tutto il mondo, ogni museo dovrebbe avere fossili provenienti da questa parte del pianeta.

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(foto di Jamie Stuart)

Scientists’ Cliffs fa parte delle scogliere di Calvert, fu fondata, circa un secolo fa, da un gruppo di scienziati a scopo di studio. Oggi è una comunità privata della contea di Calvert County, composta da cinque aree (gates). Ogni gate ha un accesso al mare e viene indicata con il nome di un fiore.

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foto di Beatrice Stuart

Tutta l’area del Sud del Maryland è una testimonianza straordinaria di una grande e ricca era geologica. Negli ultimi secoli scienziati e collezionisti hanno potuto studiare e catalogare fossili provenienti da Calvert Cliffs e da Scientists’ Cliffs

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(Foto da Calvert County State Park)

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(foto di Beatrice Stuart)

I fossili sono l’evidenza di antiche forme di vita preservati nella crosta terrestre. A metà del Periodo Miocenico, dai dieci ai venti milioni di anni fa, un oceano poco profondo copriva il sud del Maryland, estendendosi per molti chilometri all’interno. I fiumi che scendevano dalle montagne degli Appalachi, verso il mare del Miocene, trasportavano fango e sabbia che si accumulava e si stratificava. Nei secoli, conchiglie e ossa di animali morti, sepolti nel fango e nella sabbia, hanno formato strati su strati di depositi fossili. Il mare del Miocene, ritraendosi, ha lasciato queste stratificazioni di materiale fossile visibili lungo tutte le coste della Baia del Chesapeake, un’insenatura dell’oceano Atlantico lungo la costa orientale degli Stati Uniti.

 

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(foto da Calvert County State Park)

Oggi, pioggia e onde erodono le Scogliere di Calvert e Scientist’ Cliffs e nuovi fossili appaiono quotidianamente. Si trova un’ampia varietà di conchiglie, di lumache e vongole: molluschi che vivevano in abbondanza nell’oceano caldo e poco profondo del Miocene. Sono comuni denti fossili di squalo e razza, resti di mammiferi marini, rettili e uccelli, pesci, carapaci di tartarughe, coccodrilli, grandi uccelli dell’oceano, delfini, foche, balene e altri animali ora estinti.
In un ambiente marino come questo il ritrovamento di animali di terra è molto meno frequente, non di meno, di tanto in tanto, si scoprono parti di ossa del periodo Miocenico appartenenti a peccari, rinoceronti, cammelli, cavalli, elefanti ed altri.

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Ossa e vertebre di animali marini

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Conchiglie fossili

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Legno     fossilizzato
(foto di Giovanna Rotondo Stuart)

Le Scogliere di Calvert si allungano per una cinquantina di chilometri, più o meno, lungo la Baia di Chesapeake, per una altezza che in alcuni punti si attesta intorno ai trenta metri.
Queste scogliere formano la più completa sequenza di sedimenti fossili marini lasciati dal ritirarsi delle acque oceaniche, corrispondenti all’estinzione di massa di numerosi animali nel Langhiano, periodo geologico del Miocene medio, nelle coste orientali degli Stati Uniti. La composizione dei vari strati, che si sono formati nel tempo, va dalla sabbia rossastra impastata ad argilla a formazioni di sabbia e argilla bluastra.

Fossili sono i resti di animali e vegetali vissuti in ere geologiche diverse da quella in cui viviamo. Si formano quando i resti di un animale o di una pianta vengono seppelliti da sedimenti, sabbia o fango, sul fondo del mare o di un lago prima che ne subentri la decomposizione o la distruzione da parte di altri animali, oppure coperti di lava o coperti da ghiaccio per milioni d’anni come è stato per i Mammoth, conservati nei ghiacciai.
Insetti e foglie catturati nelle resine, che nel tempo diventano ambra, sono considerati fossili, anche se la loro composizione originale non si è alterata. Ossa, denti, conchiglie, impronte, resti vegetali, foglie, tronchi sono i tipi di fossili più comuni, ma anche il polline, gli escrementi o coproliti e persino le uova (gusci d’uova) possono diventare fossili. I minerali tendono ad essere più pesanti e appaiono di colore più scuro della loro controparte moderna.
Si definisce fossile qualsiasi evidenza di vita antecedente i diecimila anni.

I paleontologi analizzano i fossili e decifrano come gli animali e le piante vivevano nel mondo antico, che aspetto poteva avere un animale estinto.
Resti, orme e tracce fossili costituiscono la principale testimonianza del passato geologico. L’analisi dei denti, artigli, chele e persino il contenuto delle budella, che qualche volta si fossilizza, ci dice che cosa l’animale avesse mangiato. Un insieme di fossili, di una stessa area, permette agli scienziati di ricostruire, almeno parzialmente, del passato.

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Denti di squalo, razza   (foto di Jamie Stuart)

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Blocchi di argilla contenente fossili    (foto di Beatrice Stuart)

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Denti di razza

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Denti di coccodrillo
(foto di Giovanna Rotondo Stuart)

Ci sono molti tipi di squalo. Essi hanno una lunga e ricca storia fossile precedente il Miocene. Ci sono evidenze di fossili di pescecane fin dal periodo Siluriano (400 milioni di anni).
Sono grandi predatori e hanno bisogno di denti forti e sani! Uno squalo, nella sua vita, ne rinnova un’infinità e ne ha numerose file: quando ne perde uno, il seguente, nella linea, incomincia a muoversi e lo rimpiazza. Ci sono squali che ne sostituiscono oltre ventimila nei venti/trent’anni in cui vivono. Molti cadono nel fondo marino e si fossilizzano.
I denti fossili variano in colore: possono essere blue, marrone chiaro o scuro, grigio o rosso. Il colore non è determinato dal tipo di squalo o dalla sua età, ma dalle condizioni del terreno che li ricopre.
Non si trovano ossa di squalo perché il suo scheletro è composto da parti cartilaginose come il nostro naso, pertanto si possono trovare frammenti di cartilagine.

Si incontrano anche fossili viventi: Il limulo o granchio reale. In Inglese chiamato “horse shoe crab” che vuol dire: granchio a forma di ferro di cavallo. Più che con i granchi, è imparentato con ragni, zecche e scorpioni. Il limulus (Limulus Polyphemus) è fatto risalire al Triassico Inferiore, ben 210 milioni di anni fa. I ritrovamenti fossili mostrano che queste creature avevano le stesse caratteristiche e lo stesso equipaggiamento complesso che hanno oggi.

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Il limulo ha il sangue quasi incolore ma diventa blu a contatto dell’aria. Questa particolarità è dovuta alla emocianina un pigmento respiratorio, contenente rame che ha le stesse funzioni dell’emoglobina contenente ferro e serve per il trasporto dell’ossigeno. Possono vivere dai 20 ai 30 anni. Il limulo è una creatura fantastica, ci vorrebbe un intero capitolo per descrivere le sue peculiarità.

Quando ne troviamo uno sulla sabbia, a pancia in su, lo giriamo e lo rimettiamo in acqua altrimenti morirebbe.

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Limulus p. due limuli che si accoppiano    (Foto di Beatrice Stuart, 10 anni)

Dopo questo viaggio minimale attraverso il tempo, in luoghi reali e affascinanti, vorrei ringraziare tutti coloro che, con il loro studio, scienza e passione permettono a me, e ad altri, di comprendere com’era la Terra secoli e secoli fa.