Una storia autobiografica

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un racconto, una storia, qualcosa di autobiografico. Ho ricavato un inserto da una storia raccontata tanti anni fa, insieme a un altro racconto e li ho inviati.

Una storia
Ho salutato Gianni, il mio psicoterapeuta, ci siamo visti per l’ultima volta prima della pausa estiva, più che una terapia è stata una chiacchierata… chissà se ci rivedremo ancora. Tornando a casa, ripenso ai mesi passati, al primo giorno di terapia, mi rivedo seduta sul divano, con la schiena appoggiata allo schienale e lui di fronte a me che diceva, parlandomi con voce calma e tranquilla, di rilassarmi, chiedendo a ogni organo del mio corpo di dormire. Mi preoccupava il pensiero di dormire o perdere il controllo.
“Non voglio dormire, per favore” mi ribellavo.
“Ti prometto che non dormirai” mi rispondeva, sempre parlandomi molto lentamente, “pensa alla parola “calma” e concentrati”.
Alla fine mi concentrai. Tutto il mio corpo era rilassato, ogni parte, ogni organo. Io mi dicevo “calma”. La prima immagine è stata il verde dei prati in un bel pomeriggio di sole in montagna. C’era tanto silenzio, tanta quiete. Poi l’immagine della mia casa, di sera, quando tutti dormono e io sono sola, più niente! Gianni mi chiedeva di andare indietro nel tempo. Sentivo il mio corpo diventare pesante come il piombo. C’era una ragazzina con i capelli lunghi. Qualcosa mi ha turbato profondamente. A volte piangevo. E lui:
“Piangi, è bello piangere!”
“Ma io non voglio piangere. Che senso ha?”
Ma improvviso mi assaliva il desiderio di piangere. E sempre non volevo. Gianni diceva:
“Devi piangere, puoi permettertelo”.
Mi sentivo a disagio, fuori dalla realtà e con il corpo pesante. Solo la mia testa era leggera.
“E se volessi alzarmi, potrei?”
”Certo che puoi, basta che tu lo voglia”.
Gianni mi ha guidato in un viaggio dentro il mio corpo. Ho visitato ogni parte, ogni organo, ho accarezzato quelli che mi facevano male. A momenti mi sentivo stanca.
“Dimentica che devi essere forte, lasciati andare“ .
Ho mosso un braccio.
”Muovi un braccio: quello che vuoi. Pensa di avere un palloncino attaccato a un filo, alzalo”.
Ho scelto il braccio sinistro, il mio braccio offeso e mutilato. L’ho alzato, dritto, alto. Cosa che non riesco ancora a fare. O almeno, non perfettamente e senza fatica.
“Non toccarti la fronte, altrimenti ti addormenterai”. ha continuato Gianni, parlandomi con voce bassa, convincente.
Sarà proprio così? Mah! Nel dubbio non mi sono toccata la fronte. C’erano momenti in cui mi sembrava tutto assurdo e senza senso, quasi buffo. Gliel’ho detto, ma a lui non ha fatto nessuna impressione. Ed è venuto il tempo di ritornare alla normalità.
“Conta da dieci a zero. Fino a cinque sentirai ancora il bisogno di dormire e ti sentirai ancora pesante: da cinque a zero incomincerai a svegliarti”.
Così ho fatto. Gianni è bolognese ed è nero, nero. Capelli neri, occhi neri, carnagione scura. Siamo usciti insieme. Io sono andata da Lambrate, dove abita, in via Veneziano, all’Istituto dei Tumori, a cercare l’Associazione di Attive Come Prima. Ho conosciuto Candy, che ha alle spalle un anno di chemioterapia, e il Dott. Tamburini, lo psicologo. Il Dott. Tamburini mi ha fatto delle domande su ciò che ho avuto e ciò che ho in mente di fare:
“Carcinoma al seno sinistro, due linfonodi in metastasi. Mastectomia totale. Adesso sono in chemioterapia, due cicli al mese per un anno”.
“Come si sente?” mi ha chiesto.
”Non so neanch’io, male, la chemio mi fa star male. La nausea non mi abbandona mai… “
“C’è qualcuno che la segue, l’aiuta?”
”Il mio medico di famiglia. Ho bisogno di aiuto. Vorrei che ci fosse più assistenza per quelli come me. Soprattutto se hanno bambini. Vorrei fare qualcosa. Dove abito non c’è nulla”.
“Sarebbe utile, ma adesso non è il momento. In futuro la terapia potrebbe diventare molto debilitante. Ed è pesante, a livello psicologico, e non solo, dover affrontare situazioni che noi stessi stiamo vivendo e ci causano sofferenza. Le consiglio di aspettare. Almeno per il tempo che è in terapia”.
“Sì, mi accorgo io stessa di far fatica. Parlare dei miei problemi mi turba e mi deprime”. Inoltre, non ne abbiamo parlato, ma la cosa aleggiava tra noi, ci potrebbero essere recidive.
In questi giorni fa molto caldo c’è afa e bassa pressione e ho molta nausea, il dott. Tamburini ha avuto ragione quando mi ha detto di aspettare almeno la fine della terapia. Le cose sono peggiorate da allora. Ho la testa grande come un pallone, anzi, come una mongolfiera e mi sento precaria. Precaria dentro e fuori. Ieri avevo detto al dottore che mi cercava una vena per il prelievo: “Mi scusi, forse piangerò”.
Questa mattina presto Ina è venuta nel mio letto, mi si è accucciata accanto:
“Ti fa ancora male la pallina?”
Mi chiede con una carezza timida …
“Non più, presto sarà guarita”.
Ho spesso il rimpianto di non dedicarmi ai bambini in modo più concreto. Gli leggo poco e non seguo Ian bene a scuola: sono abbastanza discontinua in tutto.
Il nono ciclo è quasi completo, mi resta da prendere il citostatico per qualche giorno, e non è poco. Sempre metà dose, sempre squassata dal vomito. Un conato di vomito dietro l’altro, senza tregua. Non c’è antistaminico che tenga. Anzi, peggiora la situazione, mi collassa ancor di più e sto peggio.
L’ultima volta non ho potuto dormire mai, per notti intere. Avevo negli orecchi il pianto del bimbo in fondo al pozzo. Lo sentivo nel mio cuore. L’ho preso per mano, l’ho accarezzato, gli ho parlato:
“Bimbo bello e caro. Bimbo mio che Dio ti aiuti”.
Tutto il giorno non ho voluto sentire, né sapere. Ero a letto stesa, al buio, senza cuscino, incapace di riposare, sconvolta dal malessere:
“Bimbo caro. Bimbo mio. Vorrei scaldarti. Cullarti”.
Ore e ore di buio, in compagnia di un’infinita umanità dolorante.
I pensieri cominciano a diventare morbosi senza che io me ne renda conto, e mi sfuggo al controllo. Spero di riuscire a conservare tutte le rotelle al posto giusto.
Da Gianni mi sono rilassata. Lui mi sollecita a parlare con il mio inconscio, a trattarlo gentilmente, a chiedergli che la chemioterapia non mi faccia star male, ma che solo la parte benefica sia usata dal mio corpo:
“Posso chiedere al mio inconscio di avere un effetto positivo sui miei capelli? Sono stanca di stare senza capelli e non mi piaccio”. gli ho chiesto.
“Qualsiasi cosa tu voglia! Devi solo crederci!”
“Lo desidero molto. Ci metterò tutta la mia grinta!”
“Questo mi piace, non lasciarti mai sopraffare dalle avversità. Sii resiliente”
“Posso raccontarti un sogno che mi turba molto?”
“E’ importante che tu lo faccia!”
“Di solito non ricordo i miei sogni ma questo sì, ed è ricorrente. Sogno sempre di fuggire da una bara, sono vestita di bianco con i capelli lunghi e spingo una lastra di marmo con tutte le mie forze, fuori è buio.
“Vuole semplicemente dire che stai lottando per la tua sopravvivenza e questo è positivo”.
“Si, ma perché vestita di bianco?”
“Il sogno è sempre uguale o si manifesta con immagini diverse?”
“E’ sempre uguale, anche se cambia la modalità: io che tento di sollevare il pesante coperchio di una bara in un luogo cimiteriale e all’aperto, di notte. Io che tento di fuggire da una bara verticale appoggiata e senza coperchio, alla fine di un treno in corsa ma non riesco ad uscire, come se fossi trattenuta dall’interno. Sempre vestita di bianco e con i capelli al vento”.
“Li sogni separati o insieme?”
“Sempre insieme, prima uno poi l’altro, e li ricordo”.
“Sono sogni facili da comprendere: la coscienza del tuo stato di salute, la paura, la fuga. Non vuoi soccombere. Non so dirti del vestito bianco”.
“Mio figlio dice che sono diventata brutta, che non sono più la sua mamma. Non so cosa fare, mi rendo conto di essere assente, di non ascoltarlo. E’ molto agitato e lo rimprovero spesso”.
“Devi farti aiutare, non puoi fare tutto da sola. Nel frattempo cerca di essere paziente, più presente, più positiva. Devi pensare che il peggio è passato, che sei guarita, presto tutto sarà come prima”.
“Nulla sarà più come prima, né il rapporto con i miei figli, né quello con le persone intorno a me. Io stessa non sarò più come prima. Forse dopo, ma sarà comunque diverso”
“Potrà diventare migliore. Devi aver pazienza ancora per qualche tempo”.
“Il tempo sottratto alla mia famiglia, alla cura dei miei figli, mi pesa molto. Lo vivo come una punizione ingiusta, crudele”.
“Sì, diventerà il tuo riscatto, la tua forza”.
Gianni mi parlava con gentilezza, quando ci siamo salutati, mi ha sorriso.
“Sei stata brava, devi continuare così. Quando tornerò ti voglio trovare bella e con dei capelli nuovi. Prometti”.
Ho sorriso a mia volta augurandogli una buona estate.

 

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Giuseppe Leone “D’in Su La Vetta Della Torre Antica”

In occasione della rassegna letteraria che ha luogo in questi giorni al Convento di Santa Maria La Vite a Olginate – una bellissima location che val la pena di visitare, e questi eventi potrebbero essere un buon momento per farlo (vedi locandina) – vi propongo l’articolo di Aida Isotta Pedrina sul bel saggio di Giuseppe Leone “D’in su la vetta della torre antica Giacomo Leopardi e Carmelo Bene sospesi fra silenzio e voce”. Che verrà presentato Venerdì 1 settembre ore 20.30 al Convento di Santa Maria la Vite. Non mancate!

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Un’ analisi intensa e magistrale

Tenendo per la prima volta “D’in su la vetta ….” fra le mani, l’indovinato titolo provoca subito un moto di curiosita’ e un pensiero:” Ma cosa potra’ accomunare Leopardi, uno dei piu’ grandi e famosi poeti italiani, nato duecent’anni fa, e Carmelo Bene, attore e scrittore ultra moderno, genio controverso e stravagante, la cui fama era costantemente offuscata dal suo biasimevole comportamento e dal suo penchant per lo scandalo? Risulta che questo bel saggio e’ interessantissimo e coinvolgente appunto perche’ mette in netta evidenza le non poche caratteristiche condivise da questi due personaggi, tormentati da profondi conflitti e travagli interiori, di salute precaria, insofferenti delle convenzioni e limitazioni sociali, in rivolta contro le tradizioni sorpassate, e ancor piu’ contro l’incomprensione della critica e dei loro stessi genitori. Attraverso questo originale confronto, Giuseppe Leone e’ riuscito a connettere mirabilmente queste due straordinarie personalita’non solo affermando la pienezza artistica e l’innegabile impatto culturale di entrambi, ma anche dando un nuovo significato alle intime emozioni, alle sofferenze, all’intolleranza e le polemiche di Leopardi e Carmelo Bene.“D’in su la vetta…” e’ un’opera particolarmente comprensiva e impegnativa che fra l’altro, fa emergere Leopardi quasi come genio contemporaneo di Carmelo Bene,annullando cosi’ la grande distanza di tempo fra i due artisti, e conferendo a questa analisi un’interesse ancor piu’ vivo e attuale. Giuseppe Leone dimostra di aver fatto –e con grande entusiasmo e maestria—un lungo e intenso lavoro di ricerca, arricchito da un’ampia e accurata selezione d’interpretazioni e citazioni di Leopardi, di Bene e di tanti altri studiosi e critici illustri.
In “D’in su la vetta..”, Leopardi e Bene sono presentati principalmente come i geni creatori di una “ cultura nuova”e alcune delle loro opere come ispirazioni necessarie per risollevare il prestigio della cultura italiana. A questo fine, entrambi affrontarono fra l’altro il tema della “voce” verso il “silenzio” della scrittura; Leopardi nelle sue “Operette morali”, e Carmelo Bene nel suo “Sono apparso all Madonna,” misero in grande rilievo il vantaggio della “voce”, proponendo il mondo del suono e l’immediatezza del sonoro come piu’ avvincente della scrittura, e spesso piu’ adatto a risvegliare e a coinvolgere le emozioni e a rendere comprensibili opera d’arte a un piu’ vasto numero di persone. Inoltre per Carmelo Bene, la voce, o il suono, ascoltato mentre si perde nel silenzio, era la suprema realta’ che annulla l’io convenzionale, come del resto, lo era per Leopardi quando ascoltando la voce del vento, il canto degli uccelli, il sonoro quotidiano, sentiva il suo io perdersi in questi e nel silenzio dello spazio infinito. Per entrambi, il sonoro era anche fonte d’oblio: ascoltare per dimenticare sofferenze e delusioni: il canto come conforto. E qui, Giuseppe Leone osserva che Leopardi e Carmelo Bene ebbero entrambi aspirazioni al di la’dei confini umani, al di la’ della realta’, al di la’ dell’ essere convenzionale; avevano percepito l’irrealita’ che circonda la vita programmata e condizionata dalle tradizioni sociali.
Fra le altre molteplici caratteristiche condivise, le seguenti potrebbero essere le piu’ dense di significato: Leopardi e Bene vissero la loro infanzia in un’ambiente altamente religioso; entrambi erano molto devoti e servivano spesso la messa da fanciulli; Carmelo Bene persino quattro volte al giorno, giocando poi in Chiesa con le statue dei santi. Di Leopardi il padre scriveva: “….Sommamente inclinato alla divozione….. Giocava agli altarini: serviva volentieri messa….Voleva diventare Santo….” (Giuseppe Leone, “D’in su la vetta della torre antica”. Giacomo Leopardi e Carmelo Bene sospesi fra silenzio e voce.
Tutta questa religiosita’ sara’, piu’ tardi, causa di profonde riflessioni filosofiche, di travagli interiori, di amarezze e delusioni, risultando nella perdita della fede di entrambi. Leopardi e Bene erano anche accomunati dal grande desiderio di rimanere fanciulli, di godere le gioie dell’infanzia e i privilegi della “vita bambina”. Il rifiuto di crescere e la nostalgia della fanciullezza, sono chiaramente dimostrati da entrambi: nello “Zibaldone”, Leopardi scriveva: “….Dato l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili; io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dov’io sperava e sognava la felicita’, e sperando e sognando la godeva….” E ancora: “…. La massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono che una rimenbranza della fanciullezza, si riferiscono a lei…..” (Op. Cit., pg. 80) E nel suo “Pinocchio”, Bene dichiara: “…..L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita, e’ se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte….” (Op. Cit., pg. 80). Nell’analisi di questo “rifiuto di crescere” dei due artisti, Giuseppe Leone sembra immedesimarsi con grande sensibilita’ artistica,nel contenuto umano di questo confronto, nei sentimenti e il pathos di questi due geni e anche nella loro infinita nostalgia della fanciullezza, quando scrive, per esempio, di Carmelo Bene: “ Nel suo “Pinocchio, ulteriore alter ego della sua biografia, attaverso il quale puo’ rappresentare metaforicamente, il suo rifiuto di crescere, poiche’ individua nel rimanere bambino il concentrarsi di tutto il potenziale dell’esistente non ancora realizzato ma sospeso nel possibile…..” (Op. Cit., pg. 79-80).
Significativa in questo brillante saggio e’ anche l’analisi degli innumerevoli scontri e polemiche che Leopardi e Bene ebbero con la societa’, con la famiglia, e particolarmente, con la critica; essendo entrambi profondamente consapevoli del valore delle loro idee e delle loro opere, rifiutarono di essere invischiati nell’ intrattenimento e la socievolezza, lottando accanitamente contro l’implacabile animosita’ della critica, nonostante le loro gravi e continue sofferenze fisiche. Nel capitolo: “Leopardi e Bene geni ma senza premi”, troviamo che le approfondite osservazioni di Giuseppe Leone fanno particolare riferimento ai giudizi negativi della critica “…che non ha mai perso l’occasione di scrivere e parlar male della loro opera…”. Significativi sono fra l’altro, il giudizio “stroncatorio” di Giuseppe Mazzini (Op. Cit., pg. 86), e la sconfitta e disperazione di Leopardi quando partecipo’ a un premio letterario nel 1830 con le sue “Operette Morali” che furono nominate al terzo posto. (Op. Cit., pgg.90-92). Naturalmente, questo smacco provoco’ Leopardi a inveire contro il vero proposito di questi premi; polemica condivisa anche da Carmelo Bene. (Op. Cit., pg. 94). Di rilevante interesse sono anche le pertinenti osservazioni dell’autore sull’odio reciproco fra Carmelo Bene e la critica (Op. Cit., pgg. 96-104). Chiudendo questo capitolo, Giuseppe Leone sottolinea la tensione emotiva dei due artisti riguardo l’incomprensione dei critici: “….Tuttavia Leopardi ne era cosciente e aveva anche scritto un’aforisma che Carmelo Bene, guarda caso, aveva scelto come esergo per uno dei suoi tanti scritti: “….Tanto e’ l’egoismo e tanta l’invidia e l’odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo acquistar nome, non basta fare cose lodevoli, bisogna lodarle, o trovare, che torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo…….Spontaneamente non isperare che faccian motto per grandezza di valore che tu dimostri, per bellezza d’opere che tu facci…..” (Op. Cit., pg. 102)
Un breve saggio non e’ sufficente per descrivere l’interessantissimo e originale contenuto di questo volume; “D’in su la vetta….” e’ opera agile e precisa, sostanziosa e penetrante, che tiene ferma l’attenzione del lettore; e’ anche un profondo studio del pensiero, delle emozioni di Leopardi e di Carmelo Bene; Giuseppe Leone dimostra di aver compreso mirabilmente la grandezza e la disperazione di questi due geni trasformandole in emozioni attuali e concrete per il lettore; “D’in su la vetta ….” rimarra’ unico nel tener vivo e presente questo originalissimo confronto; un’idea geniale, una stimolante lettura che senza dubbio, aprira’ nuovi orizzonti al pensiero.

Aida Isotta Pedrina 

 

Una tazza di tè nero

“Una tazza di tè” pensò, ancora quasi dormendo. “Mi alzo e mi faccio una bella tazza di tè nero, nero e forte”. Era il suo primo desiderio al mattino appena sveglia e, di solito, ancor prima di aprire gli occhi, saltava giù dal letto per andare a mettere il bollitore sul fuoco. Un piacere irrinunciabile da molti anni e il modo migliore per iniziare la giornata.
La sensazione di un impedimento la trattenne. Un impedimento dapprima quasi impercettibile, ma che aumentò sensibilmente dopo alcuni istanti. Si concentrò per capire quale fosse la causa del suo malessere. La colpì quello strano silenzio che la circondava, un’ assenza totale di suoni familiari: i fruscii dei gatti, lo scricchiolio del parquet, l’abbaiare lontano dei cani… nulla! Regnava un silenzio totale, pesante. Era disorientata, avvertiva qualcosa di non familiare, di estraneo, intorno a sé. Non sentiva sulla pelle il lenzuolo in cui si avvolgeva sempre mentre dormiva… non c’era! Era sdraiata supina, in una posizione molto composta, lei che si muoveva nel letto come se stesse nuotando. Tentò di muoversi piano… le sembrò che le mancasse lo spazio; cerco di fare un respiro profondo… annaspò per la presenza di un odore sconosciuto; un odore che le fece trattenere il respiro. L’ansia la sconvolse! Non aveva ancora aperto gli occhi, continuava a tenerli chiusi per la paura. Voleva muovere una mano per toccare il vuoto, ma era come paralizzata. Rimase immobile, cercando di controllare quel groviglio di tensioni, doveva rilassarsi: “Non lasciarti prendere dal panico” si disse “sii brava, rilassati, non è nulla, è solo un brutto sogno, un incubo”. L’attesa diventava intollerabile. “Devo fare qualcosa” mormorò infine tra sé e sé. Tuttavia non sapeva che cosa, la terrorizzava scoprire di essere in una bara, morta eppure viva, pur non osando neanche pensarlo quel timore era inconsciamente radicato dentro di lei. Faceva parte dei racconti della sua infanzia, quando, intorno al fuoco, lei ascoltava, bambina, la sua nonna e la sua bisnonna narrare storie macabre di fatti accaduti metà di qua e metà di là, lasciandole lo sgomento dell’ignoto. “Devo fare qualcosa” si ripeté decisa, non posso stare qui terrorizzata per l’eternità: devo aprire gli occhi. Li strinse e, con immensa fatica, li aprì.
Una donna, con indosso un indumento verde, era china su di lei e la guardava. “Sono venuta a prenderla”. le disse e aggiunse. “E’ tutto finito”. “Una tazza di tè” le sussurrò lei, quasi implorandola. “Vorrei bere una tazza di tè nero, nero e forte, per favore”.
“Non si preoccupi” le rispose la donna con voce gentile “fra non molto potrà berlo”. E si mise a spingere il lettino.

Malgrate: Federica Antonelli dedica la propria tesi di laurea al pittore Orlando Sora. Articolo di Aloisio Bonfanti

Lecconline – Scritto Lunedì 13 marzo 2017 alle 15:47

C’è anche una tesi di laurea su Orlando Sora, artista del Novecento lombardo, lecchese di adozione, ed è stata presentata presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Autrice è Federica Antonelli, residente a Malgrate. Relatore della stessa è stata la professoressa Elena Di Raddo, correlatore la dottoressa Givevrà Addis.
Nell’introduzione Federica Antonelli scrive: “Un anno fa mi sono recata alla presentazione del libro intitolato “Omaggio ad Orlando Sora, artista del Novecento”, scritto da Giovanna Rotondo …… Finita la presentazione sono tornata a casa affascinata  dai suoi quadri, dal suo eclettismo e dalla sua personalità. Sora mi aveva sorpreso e volevo scoprire chi fosse; così ho deciso che la mia tesi sarebbe stata sulla sua pittura”.

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Il lavoro si suddivide in tre capitoli; quello iniziale riguarda le correnti artistiche degli anni ’20 ’30 in Lombardia, il secondo presenta la vita del pittore e la sua personalità, tramite anche testimonianze di persone che gli sono state vicine. L’ultimo riguarda, invece, il Sora pubblico e si divide in sei paragrafi, corrispondenti a sei opere.
(Francesco) Orlando Sora era nato a Fano, in provincia di Pesaro, il 18 febbraio 1903. Da ragazzo ebbe i primi tentativi di dipingere ispirandosi ai fatti della prima guerra mondiale raccontata dai reduci. Si dedica nel tempo libero, per diletto, alla boxe. Nel 1925 si trasferisce a Milano dove, nel 1927, espone i suoi primi quadri. E’ il 31 maggio 1931 quando si iscrive all’anagrafe di Lecco, con la moglie Matelda Bertini e la figlia Vanna, nata a Milano. Nasceranno, invece, in città i figli Anna e Riccardo.
Il 4 luglio 1934, al “Concorso della Regina”, indetto per la migliore opera di pittura sulla Guerra e sulla Vittoria, riesce tra i vincitori di primo grado. La notizia viene anche riportata dal Corriere della Sera, con un articolo di Ugo Ojetti. Nel 1937, con il quadro “Malavedo”, Orlando Sora si aggiudica il primo premio a pari merito con Lillioni, al concorso bandito in occasione della 4^ Quinquennale di Lecco.
E’ il 1951 quando l’artista realizza il suo primo grande affresco, che rappresenta il Giorno del Giudizio, nell’allora nuova chiesa di San Giuseppe, al Caleotto, lungo via Baracca.
L’autrice, nella tesi, ricorda che il 31 marzo 1966, sulla rivista “Fano”, Fabio Tombari pubblicò un appassionato profilo dell’amico e compagno d’infanzia Orlando Sora. La città di Lecco rese omaggio al pittore il 16 febbraio 1969, aprendo, nella sede dell’Azienda Turismo di via Sauro e poi alla Galleria Ca’ Vegia, una mostra storica antologica su di lui. Viene pubblicato anche un catalogo curato da Eligio Cesana.

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Il 4 dicembre 1977, in occasione della festa di San Nicolò, il Comune di Lecco assegnò il riconoscimento di benemerenza civica ad Orlando Sora, per la sua lunghissima attività artistica. La cerimonia viene presieduta dal sindaco Giuseppe Resinelli. L’anno dopo, 1978, Sora ricevette l’incarico del rifacimento della volta del Teatro della Società. Verrà presentato il bozzetto intitolato il “Teatro della vita”, ultimato nell’estate 1979.
Si è spento a Lecco il 31 marzo 1981. La città lo ricorda anche con una via in quartiere San Giovanni. Ma è ricordato soprattutto grazie alle sue diverse opere presenti in città o nel vicino territorio: quella già menzionata della chiesa al Caleotto, poi quelle presso il palazzo delle Poste di viale Dante, l’ospedale di Lecco, la volta nel Teatro della Società, le formelle presso la parrocchiale di Acquate, le formelle di cotto per la chiesetta Madonna delle Neve, ai Piani Erna e la Resistenza con mosaico, sulla facciata del palazzo municipale di Galbiate.
Nella tesi di laurea, Federica Antonelli scrive, su Orlando Sora “Ha una pittura in costante movimento, è sempre pronto a mettersi in gioco ed a sperimentare nuovi modi di dipingere, spesso grazie al lavoro su commissione è riuscito a scoprire nuove tecniche pittoriche che lo hanno appassionato, tipo l’affresco”.
Nelle note conclusive Federica ringrazia per la collaborazione e per il lavoro importante per ridare luce all’artista lecchese di adozione, Giovanna Rotondo e, per i consigli, Gianfranco Scotti e Rodolfo Battistini.

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Aloisio Bonfanti

http://www.leccoonline.com/articolo.php?idd=26152&origine=1&t=Malgrate%3A+Federica+Antonelli+dedica+la+propria+tesi+di+laurea+al+pittore+Orlando+Sora

Giovanna Rotondo: La Resistenza, mosaico di Orlando Sora

Orlando Sora, La resistenza, 1981, mosaico a Galbiate

Simbolico e personale il mosaico sulla Resistenza di Orlando Sora, in Piazza Martiri della Liberazione di Galbiate, Lecco. Una tecnica in cui non si era mai cimentato prima, almeno in un’opera pubblica, e che evidenzia la sua abilità e conoscenza delle varie possibilità pittoriche. Sono presenti alcune  delle componenti iconografiche che lui amava: il sole infuocato, i cavalli, la figura umana. Le figure appaiono stilizzate, le braccia protese verso il cielo o la terra in un gesto di dolore: quasi un’implorazione. Anche l’espressione dei cavalli, molto umanizzata, è un grido di dolore, la loro postura sofferente. Un sole  intenso spicca su tutta la scena.
Orlando Sora ebbe la sfortuna di vivere due guerre e la fortuna di non combatterne nessuna: troppo giovane per una, troppo vecchio per l’altra, tuttavia quelle vicende terribili furono devastanti per la la vita di intere comunità.
Sora mi parlava spesso della guerra, soprattutto dell’ultima e del periodo verso la fine o subito dopo, come di un tempo cruento. Un tempo che gli aveva lasciato ricordi vivi e sofferenti  che ci ha trasmesso e interpretato in quest’opera sulla Resistenza.

Il mosaico venne posato nel 1981 dalla Novamosaici – su bozzetto e cartone di Sora – con tecnica diretta.  E’ possibile leggere la firma della ditta che lo ha realizzato in basso a destra, sotto il nome dell’artista e la data. Venne inaugurato nell’aprile dello stesso anno da Angela Guzzi Locatelli, che era stata, con il marito Ulisse Guzzi, un’esponente della Resistenza Lombarda. Quasi un’opera postuma questo lavoro di Sora che si era gravemente ammalato alcuni mesi prima ed era morto nel marzo di quell’anno. Senz’altro la sua ultima opera, anche se si tende a considerare l’acrilico sulla volta del Teatro della Società di Lecco come ultima, forse per essere stata dipinta da lui fisicamente. Non ho mai saputo se avesse avuto la possibilità di vedere il mosaico finito e posato. Non credo,  mi piacerebbe vedere il bozzetto, ma alla Novamosaici, con cui mi sono messa in contatto, non ne sapevano nulla e non conoscevano il mosaico. Anzi, si sono premurati di venire a vederlo e a fotografarlo. I fratelli Toniutti, titolari della ditta, mi hanno detto che loro sono la seconda generazione e il loro padre non ha mai conservato un archivio, cosa che vorrebbero fare loro.

Giovanna Rotondo

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