Viaggio in Toscana

Sarà bello parlare di Orlando Sora ai Livornesi e agli abitanti di Piombino.

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Cristina Trivulzio di Belgioioso

La storia di una bella persona generosa e colta e dallo spirito indomito. Ringrazio Alessia Ghisi Migliari per questa opportunità: Cristina di Belgioioso  appartiene alla nostra storia.

 

LA PRINCIPESSA DIMENTICATA. Intelligentissima, colta, ma donna: Cristina Trivulzio di Belgioioso, eroina persa del risorgimento

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di Alessia Ghisi Migliari

Dedicato ai miei genitori, Massimo e Mara.

Dedicato a Sandro Fortunati, mio “supervisore”, grazie al quale ho scoperto molto di Cristina, e che pazientemente ha risposto alle mie domande.

DEL GIORNO IN CUI HO CONOSCIUTO CRISTINA

Esistono volti che entrano nella tua esistenza – e non la lasciano più.

Nell’ umana ricerca di qualcuno da ammirare, di solito non è necessario percorrere grandi distanze, nè nel tempo, nè nello spazio.

Invece io ho fatto qualche passo in più, indietro, fino al Risorgimento.

E lì l’ho trovata.

Malgrado il sottotitolo, questo saggio non desidera essere un trattato di una pseudo-femminista arrivata in ritardo – non lo sono.

Vuole semplicemente divenire un contributo minuscolo e orgoglioso che faccia conoscere una personalità rarissima dai vasti potenziali, che ha fatto della sua vita un romanzo tenace.

E che, ancora oggi, Anno Domini 2006, è per lo più sconosciuta, mentre suoi contemporanei non altrettanto attivi e nobili (nobili dentro) sono ancora tra noi, in versione di statue e pagine da studiare sui banchi di scuola.

Ogni era ha i suoi protagonisti svalutati, ma qui io affermo che questa creatrice dei propri giorni, con le sue caratteristiche e le sue azioni, mai sarebbe scivolata nel nulla, via dalla memoria dei fatti, se fosse stata uomo.

Nel mio amore per la narrativa, so di avere un linguaggio poco ‘scientifico’, ma non per questo meno lucido o incapace di argomentare con attenzione : ho conosciuto Cristina da una biografia, poi l’ho trovata in un ritratto di Hayez e in qualche sito internet.

Da lì, ho capito che anche io avevo finalmente trovato la mia eroina – così lontana, così vicina.

E, questa che segue, troppo breve da rendere in qualche foglio, è la sua storia.

BIOGRAFIA

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Dodici nomi fammo volume – ma usava così, nell’aristrocrazia dell’epoca : Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura.

Cognome, Trivulzio – una piccola marchesa, nata a Milano il 28 giugno 1808, nel palazzo di famiglia, da Gerolamo e Vittoria Gherardini.

Non era un momento di poco conto, per la città e l’Europa tutta.

Napoleone non aveva ancora preso la via di alcun esilio, e aveva degnato il padre di Cristinetta, come veniva chiamata, del titolo di Conte della Corona Ferrea, per poi affiancarlo al proprio figliastro Eugenio, noto per essere stato Viceré d’Italia.

Di lei bimba ci rimane una descrizione di proprio pugno in cui non appare certo un’infanzia infelice, ma nemmeno particolarmente gioiosa.

Del resto, sua madre rimane vedova che la marchesina ha quattro anni, mamma sì ma assai giovane, non si può pretendere che vesta di nero per il resto del proprio futuro.

Dalle testimonianze rimaste, Vittoria ci appare seducente, bella, civetta, amante del divertimento ed estremamente vitale.

Si risposa con Alessandro Visconti d’Aragona, e gli dà quattro figli : per la Trivulzio significa entrare in una famiglia che non è pienamente propria, anche se avrà la fortuna di ritrovarsi un patrigno colto, che stimolerà la sua curiosità e il suo ingegno.

Nell’ondeggiare continuo dalla città al suo feudo presso Locate, paesino nei pressi di Milano, cresce questa donnina che si definisce piuttosto seria, sempre appresso al fratellastro, a curarlo e divertirlo, a starsene in disparte – ben diversa da ciò che sarebbe diventata.

Per quanto provenisse da un casato che da secoli regalava al mondo personaggi illustri ed eterogenei, nei suoi primi anni nulla pare emergere di sorprendente nelle inclinazioni : è, come è giusto sia, una bambina come tante.

Le ragazze della nobiltà non avevano da essere enciclopedie – nessuno lo pretendeva, ben pochi l’avrebbero apprezzato.

Il cantare, il suonare, il dipingere, il sacro francese, la piacevolezza nella conversazione senza coltivare chissà che profondità – poteva ampiamente bastare.

E proprio nelle lezioni di disegno, senza poterlo immaginare, Cristina avrebbe trovato una futura fonte di sostentamento e un’amicizia duratura e intensa, quella con la sua maestra di matita, Ernesta Bisi, donna liberale e di carattere.

Nella villa di Affori, sempre nel capoluogo lombardo, dove la famiglia ‘allargata’ Visconti d’Aragona vive, la serenità scivola via quando il patrigno di Cristina finisce per essere arrestato, non avendo il talento del cospiratore.

Metternich non ama i moti di ribellione verso l’Austria, lapalissiano, e quando il gentiluomo Alessandro tenta, nel 1821, di divenire eroe dai grandi ideali, si ritrova in carcere.

Per quanto riesca a riottenere la propria libertà, rimane psicologicamente segnato, e neanche qui l’ancora avvenente Vittoria è presa da istinti da infermiera : ha la gaia dote di consolarsi in fretta, e stavolta è il turno di un grazioso conte.

La sua primogenita, invece, che ha ricevuto ben altra cultura rispetto alle coetanee, inizia a mostrare un fascino per nulla banale.

Abbiamo tutti presenti i quadri ottocenteschi, i canoni di bellezza in auge.

Stiamo parlando di donne morbide, dalle forme floride, la bocca piccolina e leziosa, le braccia ben tornite, il collo e le spalle dalla linea delicata, il colorito roseo.

Le modelle anoressiche non rientravano esattamente nell’immaginario maschile, ma – c’è un ma – non dobbiamo trascurare il movimento Romantico.

Nel Romanticismo si crea anche un nuovo tipo di estetica, più eterea, delicata, lunare.

E così fu Cristina.

Oggi credo si potrebbe tranquillamente definire bella, o comunque molto carina : era più alta della media e magra, con un lungo collo e mani dalle dita sottilissime. Il suo viso era regolare nei lineamenti, le labbra minuscole, a quanto pare aveva ammiratissime fossette, quando sorrideva, e anche un’altra più piccola, sul mento. Ma gli occhi, soprattutto.

Occhi tondi, grandi, scurissimi, segnati con forza dalle sopracciglia.
Non era una beltà classica, per nulla : chiome corvine e pallidissima, fino ad essere inquietante, non poteva passare inosservata.
E persino quando le sue attrattive fisiche sbiadirono (e avvenne in fretta, con la sua mente frenetica e la sua esistenza inquieta), quello sguardo diretto e senza sosta la rendeva riconoscibile ovunque .
Di lei, oltre a un Hayez, rimane un Lehmann, un Vidal, un Chasseriau, un disegno di Chiappori, qualche ignoto, un busto in marmo.

Non è per curiosità femminile, che descrivo il suo aspetto.

E’ perchè bisogna darle una faccia, e quella giusta, perchè se persona significa maschera, il personaggio che emerge da quella donna dipende anche dall’impressione ostinata che lascia impressa negli altri, al suo passaggio.

Sa vestirsi in maniera difficilmente ignorabile, ama sorprendere e lo sa fare bene.

E’ consapevole – della coscienza delle anime brillanti – di sè, del suo essere affascinante, e le piace civettare.

E’ molto femminile, anche se si occuperà di cose reputate poco adatte a delicate pulzelle.

E poi arriva lui – in tutte le storie, prima o poi, arriva.

In questa si chiama Emilio Barbiano di Belgiojoso.

Qui non c’è da scomodare la relatività : bello lo è, e parecchio..

E con una voce che gli consentirebbe tranquillamente una carriera di cantante nei migliori teatri.

E’ principe, gaudente, ammirato e amato, per nulla fedele.

I primi amori hanno sempre un che di masochistico – comunque di devastante.

Quando si sposano, Cristina ha sedici anni e probabilmente, malgrado sia stata allertata, non comprende bene con chi dividerà patrimonio e letto.In seguito sarà comunque assai benevola con lui, per quanto ci siano non pochi motivi per evitare di fargli qualunque favore – i primi amori hanno un che di persistente, oltre che di devastante.

Non è una poesia profonda e dura proprio poco.

La sposa porta una dote notevolissima, che deve pesare non poco allo sguardo del magnetico Emilio.

Da parte sua, pare proprio – i dubbi sono, se non completamente dissippati, piuttosto sottili – che il principe non le abbia donato solo un ulteriore titolo, ma anche un ben poco gradevole regalo di nozze.

La Trivulzio non ha mai goduto di buona salute – si legge persino di una leggera forma di epilessia.

Ma, a quanto pare (e ciò spiegherebbe anche molto di quella che sarebbe stato il suo modo di vivere i sentimenti e la sessualità), dopo esser divenuta Belgiojoso, viene infettata da una di quelle infezioni che rientravano nel termine sifilide.

Molti dei sintomi che l’avrebbero accompagnata per sempre, rientrano in quelle manifestazioni di malattie veneree allora tanto in ‘voga’ – in alcune biografie il fatto viene dato per certo, malgrado si possa ipotizzare un velo di vergogna e ritrosia che abbia coperto gli effettivi sviluppi della situazione. Se, a questo, si aggiungono i numerosi tradimenti del consorte, non è difficile immaginare che l’unione vacilli. Cristina, poco solidale coi compromessi, vuole dividersi – uno scandalo non da poco, che le costa, anche, in termini economici : sarà lei a saldare i debiti del marito, malgrado si sia per lo meno tenuta la magnifica carrozza appartenuta a lord Byron, oggettino che al byroniano Emilio piace, poichè è una vera alcova viaggiante.

Da questa libertà conquistata nel clamore, appena ventenne, nasce la principessa di Belgiojoso.

E, anche se oggi giorno impolverata e spesso ignota, non morirà più.

Ad avere sottomano una piantina d’Europa, c’è da farsi venire un’emicrania, e seguire gli spostamenti di Cristina, in un’epoca in cui, per quanto ricchi, il viaggiare non è celere e facile come oggi.

In più la nostra amica ha alla calcagna il capo della polizia, il solerte e inviperito Carlo Giusto Torresani, al soldo dei padroni austriaci.

Per quanto si chiuda qualche occhio sulle idee rivoluzionarie dei ricchi, il nostro uomo si mette alle calcagna della principessa con particolare foga – c’è da dubitare che sarà ciò che oggi chiameremmo ‘un appassionante hobby’ (anche se è semplicistico, pare che l’astio nasca quando Cristina, consapevole del proprio rango, non domanda il permesso di viaggio all’uomo di legge, come sarebbe stata prassi, ignorandolo totalmente e rifacendosi alle proprie conoscenze).

Cristina non sta bene, deve andare in un luogo di mare, e non è una scusa, i vari accenni testimoniano una sempre più fragile condizione fisica.

Così chiede il passaporto, non sempre rilasciato con facilità, visto che i gorgheggi rivoluzionari sono ovunque, e dunque è meglio non lasciare andare in giro l’aristocrazia, così disposta ai rapporti con gente poco raccomandabile, per usare un eufemismo.

Sistemata la burocrazia, già allora inquietante, si dirige alla volta di Genova, perla del Regno di Sardegna, luogo ideale, vibrante di vita e aria sana, e qui scopre, malgrado il corpo debilitato, un ambiente positivo e stimolante. Intenzionata a riprendersi ancora meglio si sposta poi ad Ischia (non male, la vita degli abbienti dell’epoca), fermandosi prima a Roma, dove fa le solite “frizioni mercuriali” e frequenta l’ex regina d’Olanda, Ortensia, figliastra di Napoleone.

Siamo in un momento storico di complotti e cospirazioni di ogni genere – per recuperare posizioni prestigiose, disfare regni, creare repubbliche, cacciare invasori e così via – e Cristina diviene confidente del figlio secondogenito della decaduta sovrana, Luigi Napoleone, futuro Napoleone III.

Ed è forse qui, nella Città Eterna, che si può iniziare a parlare di una principessa Belgiojoso ‘politica’.

Le supposizioni sono varie : che lei nutrisse interessi sovversivi sin da giovane, grazie al contatto con la Bisi, che questo impeto dipendesse dal patrigno, che

Ma è verosimilmente un concatenarsi di cause – sarebbe plausibile.

A questo punto, comunque, possiamo inserire la sua appartenenza alla Carboneria, nella veste di Giardiniera , ed è quindi ormai innegabile che inizi a coltivare amicizie sovversive e ribelli.

Ma non si ferma.

I suoi viaggi, per la salute, per quel dinamismo interiore che non le dà pace, per gli scopi che ormai occupano i suoi pensieri – i viaggi, appunto, continuano.   Soggiorna in Toscana, arriva in Svizzera, dove il Canton Ticino – siamo nel 1830 – si regala una Costituzione che la rende piuttosto democratica, cosa che fa inorridire gli austriaci, e anche Torresani, che viene a sapere che la stravagante Cristina ha dato una festa in onore della conquista elevtica.

E’ ormai ampiamente sospetta, e in più non ritorna nel milanese, come le viene ordinato : Metternich sta perdendo la pazienza, Torresani non l’ha mai avuta.

Può parere strano tanta attenzione per un singolo, una ragazza privilegiata, ma non certo una pericolosa criminale.

In verità si percepisce che il giogo di sapore teutonico è sempre più malvisto, dagli italiani, e una principessa dai grandi capitali e troppo mobile può dare fastidio. Quando quindi si reca nuovamente a Genova, la posizione di Cristina si fa fragile : stanno iniziando ad arrestare nomi illustri, tra cui Mazzini. Qualche anima pia la mette in guardia : meglio andarsene, e di nascosto, perchè nessuno le darebbe il visto per allontanarsi, presto sarà il suo turno.

E quindi fugge, di notte.

Senza soldi e con la sua ironia sempre in tasca – di notte, di fronte a un fiume freddo, che deve affrettarsi ad attraversare a piedi, Arrigo Petacco riporta le sua parole : “Questo è il mio Rubicone. Ma Cesare lo attraversò a cavallo”.

Augustin Thierry è già noto, anche se ancora giovane.

E’ uno storico arguto e sfortunato che sta diventando cieco e paralizzato, ed è una figura importantissima nella vita di Cristina.

Si incontrarono quando lei arriva in Provenza, terra tranquilla e sicura, per poter seguire le cure di un noto medico.

La loro profonda intesa, l’amicizia che li unisce, non li avrebbe più lasciati, malgrado Thierry fosse innamorato (non ricambiato) della principessa – è un’affermazione che verrà fatta per un notevole numero di altre persone, il che ha un che di stridente, se si considera che questo fascino che tanto attira gli uomini, è il medesimo che la fa percepire come “stravagante” e seccante.

Condividere tempo con un uomo come Augustin le insegna molto – è lui a farle comprendere che il giornalismo può essere un’arma potente, e nel condividere sperenze per i propri Paesi afflitti di certo non esauriscono mai gli argomenti, e mai li esauriranno.

Molti esuli italiani si trovano all’epoca in Francia, e quando la Trivulzio arriva a Marsiglia trova un fermento unico ed esaltante. E’ considerata egocentrica e un pò fuori dagli schemi, in effetti c’è di che guardarla con diffidenza, per via di quelle pose da intellettuale che, in realtà, può ben permettersi – e lo dimostrerà nei propri scritti seguenti. All’interno però di tanto patriotico entusiasmo, le posizioni differiscono, e Cristina non ama gli esagitati che disprezzano le sagge mezze misure : lei propende per una federazione italiana, sotto il controllo del re. E per questa causa spende molta parte del patrimonio, finanziando eroi che poi si scorderanno bellamente quel valore raro che è la gratitudine. Tutto è dovuto, ai martiri d’Italia.

Ma, per sua stessa ammissione, i denari iniziano a scarseggiare.

Il suo non ritorno a Milano potrebbe portarla alla totale rovina economica, con la confisca dei suoi enormi beni, e quindi tenta di salvare quanto possibile intestandolo alle sorellastre e, chissà perchè, al marito.

Nel 1831 i tempi si consideravano più maturi : si parte alla volta della Savoia con l’intenzione di porre al potere Carlo Alberto, regnante che poi sarà condottiero verso la Lombardia, vittorioso. A capo dello stravolgimento, Carlo Pisani.

E si è ottimisti, perchè appoggiati da una Francia che preferisce che i suoi vicini siano senza padrone straniero e democratici.

Ma se il vecchio La Fayette appoggia pienamente il progetto, il re di Francia, spaventato dalle ire di Metternich, preferisce cambiare idea.

Questo tipico voltagabbana costa non poche vite : gran parte della penisola italica è squassata da ribellioni, e perdere un così caro alleato rende l’Austria assai contenta : può ben mettere in carcere o alla forca senza ormai troppi problemi – e in effetti di problemi non se ne fa.

Cristina arriva a Parigi senza più soldi – il fallimento dell’impresa ha reso impossibile il recupero dei propri beni – preoccupata per i prigionieri suoi compagni, con solo una lettera di raccomandazione di Thierry per un uomo, François Mignet, che avrà, anche lui, un ruolo ambiguo ma importante.

Uomo celebre e cerebrale, come la Trivulzio, ma non dotato degli stessi impeti, si dice abbia un che di compassato ed eccessivamente pacato.

Tra loro nasce una storia sentimental-intellettuale (pare, anche qui, senza coinvolgimenti fisici), che a lungo li farà sembrare una vera e propria coppia collaudata.

E’ finita l’era in cui gli scritti veementi di lui compaiono su Le National, ma le sue parole contano ancora molto, a Parigi.

“Ce la farò da sola”, scrive lei, e così sarà.

Alloggiata in un appartamentino squallido, per la prima volta alle prese con la vita pratica del quotidiano, si mette a ritrarre i deputati, per raccimolare qualche moneta.

Ma non è sola : intriga, l’avventura di questa nobile patriota avversata da Metternich.

E, fra tutti i curiosi, trova un ammiratore paterno e grandioso : proprio La Fayette, che si preoccupa teneramente di lei.

Ma i personaggi che la circondavano sono molti, e lei diviene attrazione prima, e padrona di un salotto che farebbe invidia a chiunque : artisti e nomi di politica, cospiratori e quanto altro.

Federico Confalonieri,Liszt, Heine, Balzac, de Musset, Piero Maroncelli, forse George Sand e molti altri, fanno non solo la Storia, in campi diversi, ma dipingono anche la sua storia. Quando infine la situazione economica si risolve – recupera parte di quanto le appartiene – la principessa si trasferisce in un appartamento elegante, sempre in quel di Parigi, e acquista anche l’abitazione vicino, in cui si stabilirà, in periodi altalenanti, niente meno che il marito fedifrago – eccentrica Cristina lo è sine dubio. Ed eccentrica è anche quella città, dove tanto veleno e tanta ammirazione riceve l’italiana, presa da una fitta rete di interessi e attività culturali senza per questo dimenticare il piacere della civetteria e della leggerezza, che tanto sa recitare bene – ha un talento particolare nel ferire i giovani attraenti che le sospirano alle spalle, tra cui Alfred de Musset, che, illuso e abbandonato, scrive e pubblica una poesia per lei , assai feroce, e in seguito ritrattata con pentimento e scuse – per quanto streghetta nelle sue malie, la principessa non è per nulla permalosa. Del resto, ha altro su cui concentrarsi : scrive sul National a favore del suo Paese, organizza eventi per raccogliere fondi e attenzione per i propri compatrioti mai arresi, e ospita chiunque passi per la capitale francese, se può essere importante per la causa – uno su tutti, Cavour.

Le preoccupazioni non mancano : la morte di La Fayette – cui rimane accanto sino alla fine – sarà come perdere un padre.

E oltre a ciò, ha il pensiero della propria stessa salute, dei suoi dolori cronici, anche se continua nelle occupazioni mondane, nello scrivere su quotidiani e nel partecipare a incontri politici : non si capisce se gli impegni più fatui siano schermo per quelli più delicati e profondi, o se si tratti invece, più semplicemente, di una persona con molte sfumature, dentro di sè – Cristina non è una riposante persona monocromatica, ammesso che ne esistano.

Fra gli amici dell’epoca si aggiungono Niccolò Tommaseo e Vincenzo Bellini, biondo e fragile, anche lui alquanto preso dalla principessa, e per questo coinvolto in una ‘disputa’ col più pungente ammiratore Heine – ma anche il povero Bellini muore giovane.

Il 1838 è misterioso.

A dicembre Cristina diventa madre di Maria Cristina Vittoria Valentina, futura Maria Trotti Bentivoglio.

Ma come, lei che provoca e si ritrae?

Sull’avvenimento, ancora oggi c’è mistero – le teorie si sprecano.

Che sia l’improbabile frutto di un fugace ritorno col marito?

Che sia figlia dell’intellettuale Mignet?
O se invece è stata letteralmente ‘comprata’ dai suoi veri genitori, i signori Bolognini, ossia il segretario di Cristina?
Quale che fosse e sia la verità, un’amnistia le permette il ritorno a Milano, e più precisamente nel suo feudo di Locate.
Come ogni madre, per quanto scandalosa – e scandalosa lo è, una che non dice di chi sia la sua bimba – il nuovo ruolo dà altri ritmi alla sua vita.
Ciò che è certo è che inizia una ventennale battaglia legale, affinchè la piccola sia riconosciuta come Belgiojoso, e alla fine l’avrà vinta.
Ciò che desidera la principessa è che la giovane non sia marchiata con un titolo che, se a lei poco importa, sarebbe la sfortuna dell’esistenza di Maria.
E’ una vittoria costosa : per avere questo benedetto illustre e preciso cognome per la sua creatura, deve rinunciare a qualunque pretesa ereditaria sui Belgiojoso. Peccato che parte di questo patrimonio venga proprio dalle tasche generose di Cristina.

A Locate, piccola realtà arroccata ai piedi di Milano, è una riformatrice senza eguali.

Circa trentenne, fino a quando fu quasi quarantenne, si dedica agli scritti e a migliorare le condizioni di vita dei suoi contadini.

Le sue serate sono ormai tranquille, ma i giorni restano colmi di progetti ambiziosi, che puntualmente arrivavano a buon termine : apre a sue spese un asilo per i bambini di chi lavora nei campi, fonda scuole elementari, anche per femmine, ‘corsi professionali’, per dar retta “al mio cuore sanguinante nel vedere che tanti giovani intelligenti non avevano altra alternativa che tessere o zappare la terra”.

Si occupa anche di lezioni per giovani fanciulle, per insegnare l’igiene e altre regole che nella povertà dei luoghi non si possono dare per scontate.

A questo aggiunge lezioni per canto e ballo e pittura, non certo per creare piccole finte madamigelle, ma per allargare gli orizzonti e dare sollievo.

Crea un locale per stampare e il celebre “scaldatoio”, ossia la più grande stanza del suo castello, che è adibita a camera dove i piccoli e le donne possono ripararsi dal freddo e riposarsi a qualunque ora.
Sempre nella sua dimora, una cucina per i pasti a prezzo bassissimo, e medicine e assistenza sanitaria gratuita : cose pratiche che hanno dato molto a persone che mai nulla hanno avuto.
E i suoi pari non si sono espressi in maniera gentile, di fronte a cotanta solerzia.
In un qual modo, il dissenso si può capire immaginando la forma mentis del tempo, e di chi vive di privilegi.
Ma risulta fastidiosa, in un’animuccia che va in giro spacciandosi come cristianamente caritatevole e amante degli uomini, l’asserzione : “…la mania di quella signora di diffondere l’istruzione fra i suoi contadini…ma quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?” – ragionamento cinico, ma pratico, peccato che venga dall’ illustre Alessandro Manzoni.
Nella biografia di Petacco, mio importante riferimento, viene riprodotta la lettera che la principessa invia nel 1842 a tutti i proprietari di terre della regione, che ovviamente la accolgono ridendoci sopra con sprezzo :
”Signore, il mio soggiorno in quella negletta parte del nostro Paese che porta il nome di Bassa, mi ha messo in grado di conoscere lo stato misero degli abitanti di questa contrada, il danno che da quella sventura si riversa sui padroni medesimi e i rimedi che gioverebbero a scemarli. La frequenza dei matrimoni, l’insalubrità dell’aria e la qualità dei lavori fanno sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore che altrove. Affidati alla malsicura custodia dei parenti e qualche volta di estranei, adoperati agli impieghi più fastidiosi, maltrattati, mal nutriti, male allevati, essi formano una popolazione inferma e oziosa che consuma oltre il guadagno e ricade a carico dei padroni, o dei fittabili, o dei benestanti diminuendo così la proprietà di cui quei paesi potrebbero godere. Ho pensato perciò di proporre ai signori che da quelle terre ricevono le maggiori loro ricchezze, di consumarne una menoma parte per riparare quei mali, persuasa che non solo la carità loro, ma la cura dei loro interessi li animerà a ciò fare. Un ospizio per gli orfani nel capoluogo di Locate in cui i fanciulli privi di madre e di padre sarebbero accolti, mantenuti e istruiti fino all’età di sedici anni potrebbe fornire alle nostre campagne lavoratori assidui, robusti e onesti. Non credo di abusare della benificienza dei miei compadroni proponendo loro di sottoscrivere per un’offerta annua di cento lire austriache, o più se così a loro piacesse. Tosto di poter disporre di qualche somma muoverò i necessari passi presso le autorità competenti, eccetera eccetera”.
Astuta, non evidenzia solo l’aspetto umanitario : sottolinea l’importanza stessa di queste azioni per il rendimento delle terre – non che a lei non importi, ma di certo le sue motivazioni sono ben altre, vista la generosità con cui dona i suoi soldi.
Il parroco che l’ha sposata, don Giulio Ratti, ha anche stampato un pungente libretto, Le illusioni della pubblica carità, ove attacca le iniziative benefiche di Cristina. Ed è proprio il prelato che Manzoni invia quando la Belgiojoso, desiderosa di salutare la morente Giulia Beccaria , si reca alla porta dello scrittore.
Don Giulio, da ordini ricevuti, non la lascia entrare.

Non è solo giornalista, Cristina, è una penna ricamata di cultura, prima di tutto, e purtroppo non ha voglia di parlare degli abiti e delle ultime mode del momento.

Tra il 1842 e il 1843 vengono pubblicati nella capitale francese, in francese direttamente scritti, i volumi di Essai sur la formation du dogme catholique.

All’inizio non firmati, si scopre in seguito essere frutto del lavoro della Belgiojoso, che introduce questo ponderoso lavoro specificando di essere consapevole delle falle potenziali presenti, ma che prosegue in una trattazione ampiamente composta di biografie, osservazioni, considerazioni.

Sono anche ironiche, quando si riesce, quelle pagine – irrimediabilmente ironica ne è l’autrice, del resto.

Il libero arbitrio, un tema principale : Cristina è fortemente religiosa, ma in maniera critica e lucidissima, e proprio per questo sa che la sua iniziativa sarà ampiamente contestata – molte le considerazioni legate all’incapacità di una donna di occuparsi di teologia.

Alcuni giudizi probabilmente sono ben ponderati e capaci di cogliere giuste critiche, ma i più trovavano assurda l’idea, l’idea di una femmina in tali occupazioni.
Di seguito, traduce e diffonde in Francia la Scienza Nuova di Vico, iniziativa che persino Bendetto Croce loda – non tutti sono infastiditi dalla donnicciola “stravagante”.
E, tanto che è immersa nell cultura d’ oltralpe, fonda un giornale, La Gazzetta Italiana, in seguito Ausonio, unica testata francese riguardante la nostra Penisola.
Fa quasi tutto da sè, dalla stesura dei ‘pezzi’ alla redazione : agli altri esuli lì attorno, per loro medesima e netta ammissione, scomodare inchiostro per dei fogli diretti da una donna fa abbastanza ribrezzo.
Nel 1846 esce l’ Historie de la Lombardie, nella quale attacca, con capacità e impeto, personaggi usualmente amati – soprattutto il conte Confalonieri : capisce che non c’è bisogno di eroi sovraumani, ma di iniziative e riforme pragmatiche per il popolo, affinchè la causa italiana diventi anche della gente – non è aleatoria nè aulica.
Lei è vera.
E questo le costa una certa solitudine, come confida nell’ampia corrispondenza con Thierry, cui non fa mancare mai il proprio appoggio – lo storico, oltre a essere sempre più in precarie condizioni fisiche, ha anche perso la giovane moglie.

E proprio in questa stagione di cultura scopre l’amore, quello impetuoso – senza addentrarci nei soliti dubbi sulla sessualità della Trivulzio, visto che in realtà poco importa.

Lui è giovane, viene da Locate, è colto, attento e tisico : insomma, tutto ciò che lei adora.

Gaetano Stelzi è il suo segretario, il suo infaticabile e leale collaboratore, principalmente.

Il resto verrà col tempo.

Sale al soglio Pontificio Pio IX : siamo nel 1846.

Un Papa che si può definire liberale – e l’esultanza prende lo Stivale tutto.

Un Papa Liberale!, non c’è più religione!

Pio IX e Carlo Alberto, detto “re Tentenna”, sono la grande speranza, malgrado il nomignolo dato al sovrano non prometta bene. Infatti, entrambi succubi di pressioni dall’alto, iniziano a vacillare nei loro sogni gloriosi.
Il Pontefice approva quando il governo romano proprone la formazione di una Federazione nazionale con escluso il Lombardo-Veneto e di fronte al caos, Metternich è costretto a dimettersi – a Napoli, il regnante Ferdinando si trova obbligato a a concedere la Costituzione.
Inizia il famosissimo 1848, Cristina vive a Roma con la figlia, Stelzi e Miss Parker, che si occupa di Maria. E’ in auge, la Belgiojoso, non più strega, ma eroina della libertà : lei ne è inebriata, dopo una vita fatta di giudizi spietati e spesso gratuiti.
A Milano avvengono dei disordini, ci sono morti : vorrebbe partire e raggiungere la sua terra, ma il solito Torresani è pronto ad arrestarla appena in zona.
Non le rimane che vestirsi a lutto e, per la salute di Gaetano, trasferirsi a Napoli, dove ancora più sentita è la moda per quella strana nobildonna del nord.
Ai primi di marzo, ecco Il Nazionale : il giornalismo non la abbandona mai.
Ma in quel mese accade ben altro : le Cinque Giornate di Milano, i suoi concittadini vincono sugli austriaci.
Non si può resistere : può tornare, e siccome in molti vogliono seguirla, noleggia una nave.
Arriva nel milanese, e si sosterrà che la sua truppa di napoletani è composta da poco di buono.
Ci sono senza dubbio episodi sgradevoli : ma tanta parte di quell’esercito volontario è composto da giovani di buona famiglia, infervorati dal momento, e un numero non esiguò morirà in alcune celebri battaglie.
Nell’atmosfera, neanche qui si sfugge : si fonda un altra rivista, Il Crociato – diventa quasi una compulsione per lei.
Ne Il Crociato la Belgiojoso sostiene che la monarchia è il mezzo per raggiungere la Repubblica – cambiamenti a piccoli passi.

Gli austriaci non sono ovviamente sconfitti.

E Carlo Alberto, appunto, tentenna alla richiesta dei milanesi di stare dalla loro parte, di difenderli.

I repubblicani da soli non possono miracoli, e il re balbettante alla fine ridà Milano all’Austria – l’eroismo non è un obbligo e le promesse non sono eterne, si deve essere raccontato.

Nel 1848, un fatto personale getta però un’ombra enorme su Cristina, e senza dubbio le costruisce dentro un altro dolore.

Stelzi, minato dalla tisi, muore.

E da qui le leggende – nemmeno una sola, ma tante.

Quando Cristina deve riparare in Francia, col ritorno degli austriaci nel milanese, il suo palazzo di Locate viene occupato senza tanti riguardi.

E all’interno dell’abitazione viene trovato il cadavere imbalsamato di Gaetano, vestito di tutto punto.

Trama da Mary Shelley, a dir poco.
In realtà, l’imbalsamazione non è pratica rara, all’epoca, nelle famiglia altolocate.
Nè si ha l’abitudine di seppellire i propri morti coperti solo di un semplice telo, come avviene per i contadini.
Può darsi che sia un’azione particolarmente “stravagante”, ma senza dubbio non si tratta di una qualche forma di perversa idolatria di una salma.
Più probabile è che, mentre si attende la preparazione, nel giardino di Locate, di una tomba idonea, la Belgiojoso debba fuggire per il ritorno degli austriaci, senza completare il monumento funebre e potervi collocare l’amato.

Mazzini e altri due triumviri governano nel 1849 Roma, una repubblica, un caso quasi unico.

Ma anche nella Città Eterna non si sta tanto tranquilli : Luigi Napoleone, amico di giovinezza di Cristina, nipote di Bonaparte, un tempo tanto dedito alla causa italiana, adesso ha potere, e non può più fare il ragazzo idealista.

Di certo non appoggia Vienna, ma deve almeno stare dalla parte di Pio IX, rifugiato a Gaeta – ha da restituirgli Roma.

Garibaldi è l’eroe del momento, da ogni dove arrivano coloro che vogliono ‘fare l’Italia’, e a Mazzini viene in mente un compito adatto a una donna – e perfetto per la capacità organizzativa di Cristina : direttrice degli ospedali di Roma.

Ad affiancarla, alcune signore di grande personalità, fra cui l’americana Margaret Fuller : in due giorni si rendono funzionanti dodici ospedali.

E chiunque vi entri trova silenzio, tranquillità e pulizia.
Le rivolte provocano molti morti e feriti, e lì ne arriveranno a migliaia.
E, qualche anno prima di Florence Nightingale, la Belgiojoso chiama a sè le romane di ogni ceto, selezionando lei stessa quelle adatte a lavorare a contatto con tanti drammi e tanti avvenimenti senza sosta.
Quando viene criticata per aver preso donne non esattamente irreprensibili, magari dal popolo, risponde sottolineando l’abnegazione e l’umanità di queste sconosciute eroine nell’accudire i feriti, anche quelli più impressionanti e dilaniati.
Fra le braccia di Cristina muore anche un uomo poco più che ragazzo, tale Mameli, famoso per il nostro inno nazionale.
Anche i feriti francesi, vengono curati – col dolore c’è poco da discutere.
Ma i tre triumviri sono sostituiti da tre cardinali, ringalluzziti e in attesa del ritorno del Papa, e pronti a eliminare dalla città tante anime disobbedienti.
Cristina è stata a capo della gestione di quei reparti, di quel sistema ospedaliero; ha fatto l’infermiera, i compiti più ripugnanti e umili, è stata accanto a chi salutava il mondo.
Ora è tempo di andarsene.

Punta verso l’Oriente : vuole stare tranquilla.

Causa non poca antipatia in Grecia, dove sostiene, in maniera onestamente snob, che il fatto che lì non si conosca Liszt è indice di un popolo ben poco civile : uno scivolone raro, ma proprio per questo degno di nota – la perfezione non è umana, nessuno qui lo vuole sostenere.

Nel suo viaggiare esotico finisce per acquistare un villaggio con latifondo in Anatolia : la Turchia le piace e le fa bene alla salute.

Ha voglia di quiete, dopo tanto battagliare – ma il dinamismo interiore non lo fermi stando in fattoria.

Nel 1852, con appresso la figlia ormai adolescente, inizia un viaggio che la porta a Gerusalemme, dove Maria riceverà la comunione : attraversa la Siria e molte altre nazioni attuali, nel deserto, affaticata ma affascinata, ed è prontissima a mettere su carta le sue considerazioni da quasi sociologa, soprattutto sugli harem, ben meno poetici di quanto ci si aspetti.

Non potrebbe più condurre una vita serena ed economicamente florida in Europa, e i nuovi luoghi le sono congeniali.
Gli scritti di quel peregrinare vengono pubblicati e tradotti in molte lingue, in italiano per ultimo, nel Vecchio Continente e anche a New York.
Quando nel 1853 Mazzini ritenta un rivoluzione nel milanese, per quanto la Belgiojoso ne sia del tutto estranea, finisce nella spirale : i suoi beni furono sequestrati una volta per tutte. Non si scompone molto, solo un commento sul fatto che l’italico guerriero pare proprio non volere imparare dal passato.

Nel suo piccolo regno turco, tutti le sono affezionati – è una stramba e generosa regina.

Nel luglio 1853 tale Lorenzoni, che lavora per Cristina, l’accoltella ripetutamente.

Pare che questi abbia avuto una tresca con Miss Parker, e che, terminata per l’indole non tenerissima dell’uomo, l’istitutrice abbia chiesto aiuto alla Trivulzio, che ha detto chiaramente al suo dipendente di lasciare in pace l’amica e collaboratrice.

La reazione è dunque violentissima, ma non fatale.

Oggettivamente temeraria, si stende a letto e, forte della sua esperienza, fa chiamare il farmacista. Con uno specchietto vuole controllare da sè la ferita alla mammella, attenta nel cercare i segni di un perforamento del polmone, cosa che fortunatamente non è.

Si fa salassare, si medica da sè.  Pare però che non guarisca perfettamente : forse uno dei fendenti lede irrimediabilmente tendini e muscoli. Solo quarantacinquenne, e fino alla fine, si dice che la sua testa sia rimasta reclinata, di lato, sulla spalla, incapace di alzarsi verso niente e nessuno.

Ormai non ha più nulla, sua figlia ha bisogno di un ambiente adatto a una giovane donna : deve riprendere la vecchia via.

E dichiararsi sconfitta, in un certo senso, visto che i suoi avvocati hanno trovato un accordo con l’Austria.

Un compromesso non tanto per il proprio futuro, ma soprattutto per Maria.

Torna a Milano, che sta vivendo una relativa tranquillità grazie alla maggiore moderazione di Massimiliano d’Asburgo.

Nessuno pare riconoscere la principessa : è invecchiata velocemente, dimostra più anni, solo lo sguardo è sempre quello.

Il marito, dopo un ultimo intenso amore con una giovane bellezza, è morto e molti suoi amici sono malinconicamente venuti meno, mentre a Parigi ormai furoreggia ben altra italiana : la contessa di Castiglione.

Cristina non ne è abbattuta – non è nella sua natura.

Logicamente, però, guarda con crudele chiarezza ciò che è stato raggiunto, e ciò che invece non si è ottenuto.

Nel 1860 finalmente, almeno, la legittimazione di Maria.

Ciò che Cristina ha tanto desiderato si avvera, in quegli anni.

Lei non ne è più protoganista – nella gloria ci sono altri.

Nel marzo 1861, ecco la costituzione del Regno d’Italia.

Non che non partecipi: quando è il momento, ovviamente, si precipita negli ospedali milanesi.

Ma fa parte di ieri, lei, con le sue idee atipiche, le sue puntualizzazioni argute e senza diplomazia, le sue strane manie di riformatrice.

E’ stata troppo ingombrante e saccente, e non è più il suo tempo.

Dopo tutto ciò per cui ha combattuto, non viene invitata, lei sola nell’aristocrazia, al ricevimento indetto da Vittorio Emanuele II – ne ha un’amarezza immensa.

Viene derisa, anche con sarcasmo, per quel “rudere” che è diventato – stiamo parlando di aspetto fisico, sia ben chiaro.

E’ stata troppo ingombrante e saccente, e non è più il suo tempo.
Dopo tutto ciò per cui ha combattuto, non viene invitata, lei sola nell’aristocrazia, al ricevimento indetto da Vittorio Emanuele II – ne ha un’amarezza immensa.
Viene derisa, anche con sarcasmo, per quel “rudere” che è diventato – stiamo parlando di aspetto fisico, sia ben chiaro.
Ma non si può frenare l’indole indomabile.
Caso unico, fonda un giornale bilingue, L’Italie per l’Europa, e L’Italia per la sua Patria.
Nel suo passare dal desiderare la monarchia, poi la repubblica, e infine ritorno, ha sempre avuto un solo grande desiderio : la libertà del suo Paese.
Quando poi sua figlia diviene marchesa Trotti Bentivoglio, come già accennato, può dopo poco dedicarsi al dolce mestiere di nonna, con una nipotina che si chiama – non ci vuole fantasia – Cristina.
La sua scrittura non si ferma : Storia della casa di Savoia, Sulla moderna politica internazionale, L’attuale stato dell’Italia e il suo avvenire, sono alcuni dei suoi maggiori titoli : sono studi acuti e precisi, non esenti dal solito umorismo aguzzo.
E, ma questo merita qualche riga in più, poco più avanti, un saggio apparso nel 1861 nella Nuova Antologia.

Il 5 luglio 1871, sessantatreenne, a quanto pare per ipertrofia del fegato, Cristina muore.

Negli ultimi anni i dolori sono andati aumentando, dentro e fuori, e l’ abitudine acquisita in Oriente di utilizzare il narghilè per trovare un pò di conforto è divenuta una dipendenza fisica ormai ben collaudata.

Nessun personaggio importante al suo funerale.

E decenni dopo si scopre che la tomba di Locate nella quale doveva essere il suo corpo è vuoto, lei si trova là, nella parte ignota del camposanto, dove ci sono i poveri.

Quelli che le sono stati grati e l’hanno apprezzata, davvero.

Sono stata a visitarla.

E’ lì, all’ingresso del cimitero, marmo in rovina.

Son sempre molti, i costi di un piccolo comune – e non è colpa di nessuno, se la si è dimenticata.

Di certo Locate non può compiere miracoli, sulla memoria storica.

Solo un piccolo cartello all’esterno, per ricordare chi lì è sepolto.

Nulla altro.

Lei voleva essere fra la sua gente, quindi giusto così.

Ma poi vengono in mente il sarcofago del Manzoni, quelli degli eroi d’Italia, di altri.

Per lei, solo nebbia.

E per quanto concerne il brillante pezzo pubblicato nella Nuova Antologia, ha forse il merito di farla designare da Terenzio Mamiani come “la prima scrittrice d’Italia”.

Si intitola Della presente condizione delle donne e del loro avvenire.

E ci lascia un affresco preciso e disincantato, che merita di essere parzialmente riportato.

“Perchè il vile è sprezzato e scornato poichè dall’uomo si pretende il coraggio, ma questa virtù non è permessa alla donna che ricerca l’ammirazione dell’uomo?
(…)
Perchè nulla è più antipatico dell’intelligenza, della forza e del coraggio femminile? Perchè gli uomini sapienti godono dell’universale rispetto e gli ignoranti sono derisi, mentre dalla donna si pretende la più perfetta ignoranza e le intellettuali sono ridicolizzate?
(…)
Perchè in una società così ansiosa di abbattere tutte le tirannidi e di aiutare gli oppressi, ci si dimentica che in tutte le case e in ogni famiglia vi sono delle vittime rassegnate…
(…)
…le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose debbono armarsi di pazienza e di abnegazione contentandosi di preparare il terreno e non di raccoglierne le messi”.
E termina, con una richiesta minuscola :
“Vogliano le donne felici dei tempi avvenire rivolgere il pensiero alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità”.

Non era, come potrebbe sembrare, una femminista sfrenata e in anticipo.

Era solo e semplicemente una grande donna che chiedeva un pò di riconoscenza.

E non l’ha avuta.

LE PAROLE SUE E DI CHI ERA NEI SUOI GIORNI

Titoli ne ebbe molti, e non sto parlando di nobiltà.

Fu definita in parecchi e suggestivi modi : Princesse Malheureuse (“sfortunata”), Marquise Romantique (sarcasticamente), Princesse Ruinée (romanticamente), Princesse en ruine (crudelmente, per riprendere il precedente, ma per evidenziare il suo invecchiamento), Princesse Révolutionnaire (quasi guerresca), Principessa Socialista (politica) – sono solo alcuni.

Oggi, direi Principessa Dimenticata.

Eppure, un tale personaggio ha incrociato e vissuto un’epoca colma di grandi nomi.

E, in maniere molto differenti, questi personaggi ci hanno lasciato di lei più di quanto forse avrebbero voluto.

Riporto qui alcune osservazioni ovviamente estrapolate dai vari carteggi.

Per quanto non abbiamo funzione “scientifica”, essendo al di fuori del loro contesto, permettono comunque di dare un valore aforistico, in grado di mostrare quanto fossero eterogenee le considerazioni di lei e su di lei.

CRISTINA:

“Sono destinata a vivere sola” (concetto espresso in più occasioni)
“Ce la farò da sola” (una volta trovatasi in povertà)
“Ma perchè l’originalità deve essere una virtù per l’uomo e un difetto per la donna?”
“So che la mia condizione è tale da ispirare a prima vista una sfavorevole impressione. Ma siccome riconosco, non dirò la giustizia, ma le ragioni che rendono scusabile questa prevenzione, so rassegnarmi con coraggio e buon umore” (scritto al momento del suo viaggio a Genova, dopo la separazione dal marito)
“Fra le tante virtù onde è adornata quella famiglia credetti sempre di ravvisare anche l’indulgenza, nè crederei di meritare che dessa si smentisse al mio riguardo. Ma così sia. Una donna divisa dal marito non merita, probabilmente, di serbare un posto nella memoria di persone irreprobabili, come lo sono i Manzoni…Io rispetto il loro modo di vedere, ma in questo caso sono fiera del mio” (ironia a seguito dell’inospitalità e della durezza con cui fu trattata dal Manzoni)
“Il mio castello è grande come una piccola città e quasi tutti gli edifici sono occupati dai lavoratori. Se voi vedeste questa piccola falange dei due sessi fatichereste a crederla formata da poveri contadini. Sono puliti, i loro volti intelligenti e aperti…la mia idea era stata accolta con un’alzata di spalle da qualche ‘civilizzato’. Mi dicevano che i contadini amavano il putridume delle loro stalle…”
“Ero dunque a Parigi, senza casa, senza tetto, senza cassa e senza letto…(…) Senza appoggi, la mia condizione duplice di principessa e di rifugiata serviva a puntino a darmi arie da eroina da commedia. (…) Potevo dipingere, cantare, suonare il pianoforte, ma non avrei saputo fare l’orlo a un fazzoletto, cuocere un uovo sodo od ordinare un pasto. (…) Bisogna essere passati rapidamente da una vita splendida, sempre circondata da amici e servitori, a uno stato di isolamento assoluto per sperimentare un senso di angustia così opprimente” (al suo trovarsi indigente a Parigi)
“La condizione della donna non è tollerabile se non nella gioventù”
“…le poche voci femminili che si levano per chiedere agli uomini il riconoscimento della loro uguaglianza hanno una maggioranza di avversari femminili anche più grande di quella maschile”

“Ora indossi un abito che ti obbliga a essere un santo o un impostore, un oggetto di scandalo per le anime pie e di trionfo per i nemici della religione.

(…)Permettimi che ti faccia un’osservazione, perchè la verità, qualunque essa sia, uscirà sempre incontaminata dalle mie labbra. Nella penultima tua mi parli con sdegno e disprezzo di coloro che non credono e che mettono in ridicolo ciò in cui noi crediamo. Questi tuoi sentimenti naturali, ma non giusti, non legittimi, sono espressi con quel fuoco, con quella intolleranza che, in grado più avanzato e in un secolo meno illuminato, dettava la condanna del Santo Uffizio e accendeva i roghi per quegli infelici che forse altro non meritavano che compassione. Ma chi sei tu per giudicare, per condannare, per isdegnarti contro coloro che non sono d’accordo con te? Il ‘santo sdegno’, credimi, non esiste. E tu invece ti sdegni e dimentichi quella dolcezza evangelica tanto necessaria. Perdonami, ma è questa quell’intolleranza di cui noi cattolici siamo purtroppo giustamente accusati” (da alcune missive ad un amico prete)

“Ma io che penso che con la volontà si può fare tutto, ho persistito dunque a insegnare alle ragazze che non sapevano una nota di musica”
“Anche se ho sempre il sembiante di cera”
“Vive il genio, il cuore è spento” (riferendosi al Manzoni )
“…ho abbandonato la fede cieca per ricevere dalla conoscenza una fede non meno completa”
“Non posso rassegnarmi a dire che è vero ciò che ritengo falso”
“Noi non siamo i primi d’Europa, ma gli ultimi”
“Una repubblica ai miei occhi è invece la più perfetta forma di governo, ma siamo monarchici perchè una nazione in cui la repubblica viene introdotta dovrebbe essere arrivata a un livello di civiltà non facilmente raggiungibile”
“Se fallisco verrò a Parigi, mi presenterò alle Camere, nei distretti popolari se necessario, ma porterò dei salvatori al mio povero paese”
“Mentre la morte si aggira per le nostre strade, la maggior parte degli uomini che abbiamo nominato badava a spartirsi le cariche e ad assicurarsi la sua parte di potere”
“Sappiate che non cambierei la mia coscienza con la vostra, perchè se ho grandi colpe, posso almeno dire che non ho mai mancato quando si è trattato di amicizia…” (a Mignet)
“Vent’anni di pietosa, sanguinosa esperienza non gli hanno dunque insegnato niente” (scrivendo di Mazzini)
“Avevo l’impressione di uscire da un incubo, e mi sembrava che la mia forza e la mia intelligenza fossero triplicate e che niente fosse impossibile per me in quel momento” (subito dopo l’attentato che subì)
“Gino abbiamo buone nuove sull’Italia?” (domanda fatta poco prima di morire)
AUGUSTIN THIERRY (1795-1856, storico) :
“Conto su di te per assolvere il mio debito di gratitudine verso una donna che mi ha profuso la sua amicizia…Madame la princesse Belgioioso, milanese, emigrata volontaria, ha contribuito con i suoi beni e con la sua attività alla rivoluzione italiana…Ella ora si dispera, si amareggia e accusa, ed è noi che accusa, che un’intensità che io comprendo, ma che mi addolora. Non ti parlo del suo fascino e del suo acume. Giudicherai da te e, dopo avere parlato con lei non sarà più per amor mio che desidererai offrirle, tutti i buoni uffici in tuo potere” (a Mignet)
“Organizzò i servizi ospedalieri con l’abilità di un bravo comandante, emanando regole severissime, imponendo ovunque ordine e disciplina. Dimostrò l’abnegazione più assoluta”
MARCHESE DE LA FAYETTE (1757-1834, generale “eroe dei due mondi”) :
“Non rimpiango di essermi abbandonato con tutto l’ardore di un giovanotto e la tenacia del vegliardo a questo affetto appassionato che avrà tanta influenza sul resto della mia vita”
ALFRED DE MUSSET (1810-1857, poeta e autore) :
“Con mille astuzie mi conduceva per mano sulla soglia del suo giardino segreto. Poi mi chiudeva il cancello in faccia”
GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872, politico e rivoluzionario) :
“E’ una donna che per patrio zelo, per doti d’intelletto, per sincerità di opinioni proprie, per tolleranza delle altrui, merita, dov’anche si dissenta, molta stima e molto affetto”
“Un vero tormento”
“Alla testa dell’impresa c’è la principessa di Belgioioso : il Leopardi è il di lei uomo d’affari, il Massari ne è l’amante e così via…”
(con MAMIANI) : “…sarebbe stata stata un’ignominia scrivere su un giornale diretto da una donna”
LADY GRANVILLE (moglie dell’ambasciatore inglese Leveson-Gower) :
“Ieri sono stata dalla principessa Belgioioso, è snella, distinta, pallida, occhi grandi come piattini, mani sottilissime, modi nobili e aggraziati, estremamente intelligente e de l’esprit comme un démon”
CONTE RUDOLF APPONYI (1812-1876, diplomatico) :
“La principessa di Belgioioso a parte la sua pretesa di essere una seconda Saffo o una seconda Corinna, trova piacere ad assomigliare a un fantasma : ha un pallore spettrale, porta turbanti e acconciature di stile insolito, abiti così eccessivamente scollati e singolarmente vaporosi, con drappeggi così bizzarri da far immaginare che un pugnale si nasconda tra le loro pieghe. Gli occhi neri le escono dalla testa. Ero talmente stupito da tutte quelle stravaganze che mi circondavano (…) che a stento mi riuscì di avviare una conversazione”
CONTESSA MARIA D’AGOULT (1805-1876, scrittrice) :
“Mai una donna seppe recitare l’arte dell’effetto quanto la principessa di Belgioioso. (…) Pallida, magra, ossuta, con gli occhi fiammeggianti, ella giocava agli effetti di spettro e di fantasma”
“La commediante esce di qui e mi affretto a dirvi le mie impressioni senza reticenza e diplomazia. L’ho trovata con un viso devastato, quasi brutta, d’apparenza magra ed emaciata, nient’affatto gran signora, meno intellettuale di quanto pensavo. E’ rimasta un ora e non ha detto una parola poco significativa, ruota gli occhi in un modo affettato e poco gradevole e oltre a tutto diffonde intorno a sé non so quale impressione di falsità e malignità…”
“Lei posava. Lei voleva a tutti i costi farsi notare”
THEOPILE GAUTIER (1811-1872, scrittore, poeta e critico) :
“Ebbi la sfortuna di affascinarla. Mi arrivò uno sbuffo di letteratura nascosta e guardai l’orlo della veste di lei per vedere se qualche sfumatura azzurra non alterasse il candore delle sue calze. Detesto le donne che fanno il bagno nell’inchiostro blu. Ahimè! Era peggio di una letterata di professione. La marchesa contempla romanzi didattici, poesia sociale, trattati umanitari, e sui suoi tavoli e sedie si vedono tomi solenni con le orecchie alle pagine più noiose”
LOUISE COLET (1810-1876, scrittrice) :
“E’ una di quelle donne che vogliono sentire soprattutto che un uomo è sotto il loro dominio, o per inferiorià morale, o per debolezza fisica, o adirittura per qualche disgrazia di cui hanno scoperto il segreto”
“La princesse en ruine ci passò davanti. Il suo corpo, curvo sotto le pieghe cadenti della sua veste bianca, era orribile a vedersi. La vertebra sporgeva fuori dal collo. La spina dorsale si curvava in modo prominente sotto la pelle simile a pergamena; una bocca sdentata, invidiosa e sinistra sorrideva. Gli occhi fissi, vuoti, ardevano avidi…”
CARLO CATTANEO (1801-1869, politico, patriota, filosofo) :
“La prima donna d’Italia”
HONORE’ DE BALZAC (1799-1850, scrittore) :
“Impenetrabile come una Gioconda”
PROSPER MERIMEE (1803-1870, scrittore, storico e archeologo) :
“Se uno le fa la corte e poi le chiede il permesso di montarla, resta scandalizzata da una simile indecenza e dice che non potrebbe mai amare un uomo con gusti così bassi…”
HEINRICH HEINE (1797-1856, poeta) :
“Sognavo di lei, che non desidero amare, che non devo amare, ma per la quale la mia passione mi dà una grande felicità segreta”
ARSENE HOUSSAYE (1815-1896, letterato) :
“Le due donne più amate da Alfred de Musset [quasi certamente allusione a George Sand e Cristina, nda] erano però nella posizione ideale per ridere delle sue persistenti passioni e per commentare da iniziate i piaceri esasperanti di Saffo…”
“…meravigliosa organizzatrice dei festini dell’amore, ma pronta a eclissarsi al momento di mettersi a tavola”
GIULIA BECCARIA (1762-1841, figlia del giurista Cesare e madre di Alessandro Manzoni) :
“E’ venuta a trovarmi Cristina e si è comportata con me come la più affettuosa delle figlie. Sono stata veramente emozionata dalla sua semplicità e dalla sua tenerezza”
CONTE FEDERICO CONFALONIERI (1785-1846, patriota) :
“Ecco un’altra prova della sua follia” (commento alle riforme attuate a Locate)
ALESSANDRO MANZONI (1785-1873, scrittore e poeta) :
“…la mania di quella signora di diffondere l’istruzione fra i suoi contadini (…) Ma quando quelli sarano tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?”
VICTOR COUSIN (1792-1867, filosofo) :
“Foemina sexu, vir ingenio (sesso femminile, genio maschile)”
FERDINANDO II DI BORBONE (1810-1859, re di Napoli) :
“Finalmente ci siamo liberati di quella scocciatrice!”
PADRE ANTONIO BRESCIANI (1798-1862, gesuita) :
“Femmina sfacciata e impudente”
CONTE TERENZIO MAMIANI (1799-1885, filosofo e politico) :
“La prima scrittrice d’Italia”
UN CRITICO SULLA REVUE DES DEUX MONDES:
“E’ nella conversazione che le donne realizzano in gran parte il loro pensiero. Perciò non possono creare, dato che lo scrivere richiede solitudine. La scrittrice dell’Essai è tuttavia un’eccezione a quest’ordine naturale, ma i difetti del libro non possono non essere attribuiti alle solite lacune femminili…”
UN PRETE :
“Fuggite più presto che potete, un fascicolo che vi riguarda è sul tavolo del cardinale il quale vi ha scritto sopra, di suo pungo : ‘sentimenti irreligiosi’” (durante il soggiorno della principessa a Roma)
UNA SPIA A CARLO GIUSTO TORRESANI DI LANZFELD (direttore generale di polizia) :
“Finalmente, la Principessa di Belgioioso ha dato l’addio a Marsiglia. Ella è partita martedì scorso per Parigi conducendosi seco il di lei drudo Bolognini che viaggia sotto il nome di Bianchi. Il soggiorno di Marsiglia deve esserle costato molto denaro; molti giovanotti ne hanno approfittato : essi hanno celebrato la sua generosità nobilissima e, nello stesso tempo, hanno denigrato la di lei reputazione di moralità proclamandola una Messalina”

UN CONFRONTO : CRISTINA VERSUS VIRGINIA

Non è mia intenzione svilire un personaggio storico per esaltarne un altro.

Ma credo che il confronto fra queste due donne che hanno fatto parte e fatto il Risorgimento, ben spieghi la visione essenzialmente maschilista del concepire il ruolo femminile nella politca dell’epoca.

Cristina versus Virginia, in parte non possibile, per la differenza d’età – la Belgiojoso poteva tranquillamente essere madre della Oldoini (1837-1899) – in parte credibilissimo proprio per il medesimo momento cui hanno partecipato nell’Italia in nascita.

Virginia Oldoini, anche lei figlia di un marchese, diviene col matrimonio, neanche ventenne, contessa di Castiglione.

Adora civettare, avere innamorati, uomini ai suoi piedi, e se lo può ampiamente permettere, perchè è considerata la più bella donna d’Europa : oggi verrebbe spietatamente messa a dieta, ma nell’Ottocento è di una carnosa e sana magnificenza.

Cugina di Cavour, la sua avvenenza diviene arma assai astuta : la conquistatrice instancabile è inviata a Parigi, con una missione diplomatica ben particolare : entrare nelle grazie di Napoleone III – una spia fra le lenzuola.

Ci rimangono molte biografie della dama, una moltitudine di fotografie, e da entrambe emerge una cosa : una vivacità consapevole e instancabile.

Molti i suoi flirt, e prima del potente francese ci sono stati Vittorio Emanuele II, il banchiere Rotschild, l’ambasciatore Nigra e altri.

A quanto pare, il suo contributo presso il nipote di Bonaparte ormai imperatore, è utile : l’appoggio della Francia nella guerra in Crimea (in effetti non sono incontri sporadici, quelli della nobildonna con Napoleone III, ma una vera e propria liason sentimentale).
La sua vecchiaia è in ristrettezze e con molta amarezza per la venustà scomparsa, al punto da coprire gli specchi di casa, per non vedere il disfacimento di quella che è stata la sua più palese dote : il suo corpo, che viene descritto persino come “una statua di carne”.
E’ definita, senza molta eleganza, “la vulva d’oro del Risorgimento”, e qualunque sia stato il suo stile, pare abbia funzionato.
Ma.

Non condivido la tesi diffusa secondo la quale Virginia fosse esclusivamente una bella sciocca.

Può essere che, in maniera più trasversale e sottile, sia stata anche lei vittima di una misoginia dei tempi che furono, per cui non sarebbe azzardato fare attenzione a cogliere spunti estremamente superficiali

Che le piacesse il rituale del corteggiamento e quanto ne segue, non è nulla di male, anzi – ben venga un pò meno ipocrisia.

Nelle biografie sulla Castiglione lette, mi permetto di esprimere però un giudizio in rapporto alla figura di Cristina : non emerge, nella giovane Oldoini, una sventata, ciò è vero, altrimenti, aspetto e sessualità a parte, non avrebbe tenuto avvinto a sè un potente per mesi e mesi.

Ma, onestamente, devo anche affermare che non traspare minimamente una profondità di pensiero o cultura paragonabili a quelle di Cristina.

Nè emerge una forza di carattere, o un’intraprendenza o onestà intellettuali pari a quelle della principessa.
Non era un’appassionata di letture, o scrittura.
Non era così presa, dentro, dagli ideali di unità nazionale, nè era disposta a rischiare la propria persona per perseguire mete sociali, col rischio di essere denigrata e rifiutata.
Non si occupava di riforme, o di diffusione di giornali, nè si sarebbe messa a cuor leggero a medicare ferite in cancrena.
E preciso : tutte queste manchevolezze non sono difetti, sono anzi comprensibilissime – come già scritto, nessuno è obbligato ad essere eroe o eroina, e infatti, quasi nessuno di noi lo è.
Era una giovane che aveva qualcosa da offrire, traendone gloria, prestigio e riconoscimento.
L’ha fatto con delizia e felicità.
Il dolore era altrove.

Queste falle divengono però significative quando svelano che una Virginia viene ricordata non solo per i suoi amori, ma anche come protagonista del Risorgimento, mentre una Belgiojoso si smarrisce nel nulla.

Una si infiltrava nelle corti, nel talamo imperiale, e sapeva essere seducente e convincente, quindi affascinante.

Vulva d’oro è una definizione francamente offensiva.

Eppure, mostra chiaramente quale fosse il compito che si era disposti a riconoscere a una femmina che si impiccia di queste cose : può funzionare sì, può essere considerata, sì – fra le coperte di chi conta, però.

Lì e solo lì.

La Oldoini ebbe una sua grandezza – condivisibile o meno.

La Trivulzio, invece, fu grande.

Ma, ahimè, come notò qualcuno, non si faceva montare.
FIGLIA DI UN TEMPO CHE NESSUNO SA

Cristina era donna, su questo siamo certi no?

E, ribadisco, ciò le è costato un penoso oblio che altrimenti avrebbe reso il suo nome usuale alla nostra memoria.

“Sono d’accordo con lei”, mi scrive Carlotta Sorba, docente di storia contemporanea e storia del Risorgimento all’Università di Padova, “Si tratta di una donna eccezionale e certamente poco ricordata”. Ma, aggiunge, “Molti studi recenti l’hanno in un certo senso ‘riscoperta’ e oggi se ne parla molto di più (tra gli studiosi che si occupano del periodo)”.

Purtroppo, “Questo interesse non è ancora emerso però nei libri scolastici o nei volumi per il grande pubblico”.

La questione della dimenticanza viene poi approfondita da Roberto Pertici, docente di storia contemporanea, del Risorgimento e storia d’Europa del XX secolo all’Università degli studi di Bergamo : “C’è un problema più complessivo : la crisi della memoria risorgimentale. Per una serie di ragioni politico-culturali, nell’ultimo mezzo secolo si è avuto un progressivo appannarsi ed estinguersi dell’eredità risorgimentale, che non viene considerata più un valore da proporre alle giovani generazioni, etc. Questo in conseguenza di quella che è stata chiamata la ‘morte della patria’, cioè la crisi dell’identità italiana e del sentimento di appartenenza nazionale successiva alla seconda guerra mondiale”.

Dunque : figlia di un momento importantissimo delle nostre radici, ma smarrito.

Figlia di se stessa, donna tenace e in primis donna.

E non fra i nomi principali, fra gli attori noti.

L’eclissi della Belgiojoso era annunciata.

EPILOGO

Se anche fosse stata un personaggio “minore”, è innegabile che abbia realizzato molto.

Non lo raccontano solo le sue parole su carta, ma le sue stesse azioni – la sua vita è una confessione magnifica.

Se il Risorgimento è caduto nel dimenticatoio, ciò non impedisce comunque di rendere familiare, alle nostre orecchie, i principali artefici di quella Storia.

Il suo invece è qui, coperto di polvere – come i suoi infiniti fogli.

E la vedo, lì, alla finestra della soffitta parigina, in una arida luce autunnale, nel pieno centro della sua gioventù.

China, con le dita sporche di inchiostro, i pensieri sparpagliati ovunque, i progetti stipati fino al soffitto, il profilo nitido e pallido.

Della sua mente intrepida, della sua intraprendenza seccante, restano pochi libri, forse nemmeno una piazza, in Italia.

E lei lo sapeva – troppo intelligente per illudersi sui riconoscimenti postumi.

Quindi mi metto qui, io pure donna, di un altro tempo, di luoghi simili.

La racconto, e spero che questa immagine – questo dipinto di Hayez, non quello vero, ma quello nella mia testa, di lei assorta – spero che questa immagine entri anche in altri.

O anche un pastello, andrebbe bene, dove la si scorge sulla nave, verso il suo nord, nel momento del bisogno, con un esercito di volontari che la seguono obbedienti.

La mia Cristina – e potrebbe essere di molti.
In fondo, appunto, ha voluto solo (e inutilmente) un po’ di gratitudine.
Ben poco cosa, per una persona come lei.
Come disse Mazzini, “Un vero tormento”.

BIBLIOGRAFIA E RISORSE INTERNET

-Ambrosini F., “Camillo Cavour : il più grande statista della nostra storia”, Edizioni del Capricorno, Torino 2005 ;

-Berenger J., “Storia dell’impero asburgico”, Il Mulino, Bologna 2003 ;

-Della Peruta F., “L’Italia del Risorgimento : problemi, momenti e figure”, Angeli, Milano 1997 ;

-Del Negro P., “Le guerre dei Savoia : 1792-1859”, Giunti, Firenze 1996 ;

-Gattey C. N., “Cristina di Belgiojoso”, Vallecchi, Firenze 1974 ;

-Grillandi M., “La contessa di Castiglione”, Rusconi, Milano 1978 ;
-Habsburg F. M., “Il governatore del Lombardo-Veneto : 1857-1859 – Massimiliano d’Asburgo”, Studio Tesi, Pordenone 1992 ;
-Herre F., “Napoleone III : splendore e miseria del secondo impero”, Mondadori, Milano 1992 ;
-Incisa L., Trivulzio A., “Cristina di Belgiojoso. La principessa romantica”, Rusconi, Milano 1984;
-Monti A., “Il 1848 e le cinque giornate di Milano : dalle memorie inedite dei combattenti sulle barricate”, Frilli, Genova 2004 ;
-Petacco A.,“La principessa del nord. La misteriosa storia della dama del Risorgimento : Cristina di Belgiojoso”, Mondadori, Milano 1994;
-Petacco A., “L’amante dell’imperatore : amori, intrighi e segreti della contessa di Castiglione”, Mondadori, Milano 2000 ;
-Rainero R. (a cura di), “I personaggi della storia del Risorgimento”, Marzorati, Milano 1976 ;
-Spinosa A., “Italiane, il lato segreto del Risorgimento”, Mondadori, Milano 1994;

SCRITTI PRINCIPALI DI CRISTINA

Questo elenco non comprende articoli giornalistici, ma le sue opere complete :

– “Essai sur la formation du dogme catholique”

4 vol. Paris: J. Renouard & C., 1842

– “La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso”

Paris. J. Renouard & C, 1844

– “La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso”

Milano,1844

-“ Essai sur Vico par M.me la Princesse B.***”

Milano, chez Charle Turati, 1844

-“Etude sur l’histoire de la Lombardie dans les trente dernières années, ou les causes du défault d’energie chez les Lombards”

Jules Laisné, Paris, 1846

– “Emina”

Paris and Leipzig, 1856

– “Scénes de la vie turque (Emina; Un prince Kurde; Les deux femmes d’Ismail-Bey)”

Paris, 1858

– “Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage”

Paris, 1858

– “Histoire dé la Maison de Savoie”

Paris, 1860

– “Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e del suo avvenire

Milano”, 1868

– “Reflexions sur l’état actuel de l’Italie et sur son avenir”

Paris, Librarie Internationale, 1869

– “Sulla moderna politica internazionale. Osservazioni”

Vallardi, Milano, 1869.

– “Souvenirs dans l’exil”,

Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1946

(pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice)

Fabio Tombari e Orlando Sora

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Fabio Tombari, sua moglie Angela e il papà di Angela, al centro. Orlando Sora è il primo in seconda fila, a sinistra 

Mentre scrivevo il mio libro su Orlando Sora, ho rimpianto di non aver ben ascoltato, ragazzina, le tante storie che lui mi raccontava, soprattutto quelle appartenenti alla sua vita fanese del tempo di “Cronache di Frusaglia”, il primo libro scritto dal suo amico Fabio Tombari, un libro arguto e singolare sulla gente di quei luoghi, come adesso non ce ne sono più.
Passeggiando per il centro di Fano, molti anni dopo, cerco di immaginarmi come poteva essere la città un secolo fa. Una città dove tutti si conoscevano, con Sora e Tombari che se ne andavano insieme per il corso, — la madre di Sora, modista, e il padre fabbro, avevano negozio l’una accanto all’altro proprio sotto la casa in cui abitava Tombari — e a che cosa potessero dirsi due tipi così diversi tra loro nell’aspetto e nello spirito: con la parola facile Tombari, mentre Sora s’inceppava ogni due parole o ci impiegava una vita a spiccicarne una. Erano diversi anche fisicamente, alto e magro Tombari, con un fare brusco che a volte metteva soggezione; di statura media, magro ma possente e con un viso da asceta, Sora.
Sia Tombari che Sora, ma soprattutto Tombari, raccontavano che nessuno aveva mai manifestato all’altro la sua passione per l’arte, per uno strano pudore o ritrosia. Ma li legava un profondo affetto.
Tombari fingeva di credere — la storia lo divertiva e ne parlava di frequente —che Sora, appassionato di boxe, era stato pugile dilettante, avesse addirittura intrapreso la carriera di pugile.
Si scoprirono a vicenda quando divennero entrambi affermati, come scrittore l’uno e pittore l’altro. E il 1927 fu l’anno della svolta per tutti e due: Fabio Tombari pubblicò, con successo, il suo primo libro, Cronache di Frusaglia, a cui fu aggiudicato il premio dei dieci due anni dopo. Orlando Sora ebbe un grande successo di critica e di pubblico per la sua prima grande mostra a Milano, alla Galleria Micheli; negli anni precedenti si era  imposto all’attenzione del pubblico e della critica partecipando a esposizioni con i migliori artisti del tempo.
Vidi Tombari, per la prima volta a Fano, un incontro breve e casuale, ma non sapevo chi fosse. Poi un giorno andammo a trovarlo a Rio Salso, a cui, allora, Sora faceva riferimento come Rio Salso di Pesaro, oggi ho scoperto che è Rio Salso di Tavullia e la cosa mi ha alquanto confusa. Andammo a Rio Salso un paio di volte, in due estati diverse, una da soli e una con amici. Un piccolissimo borgo nella campagna marchigiana, un puntino nel verde delle valli, dove Fabio Tombari aveva vissuto con la famiglia per molti anni, una bella casa di campagna: “La Casa nel Nulla”, com’ è stata definita poeticamente. Ricordo che l’atmosfera del luogo mi aveva affascinato e avevo desiderato di tornarci.
Ho rivisto Fabio Tombari a Lecco diverse volte, ospite di Sora, ma, credo, anche di Alfredo Chiappori. Ho scambiato con lui poche parole, era difficile per me parlare a uno come lui, mi sentivo impacciata e lui era sempre circondato da molte persone. Tuttavia era spesso presente nei discorsi di Sora e questo mi dava la sensazione di conoscerlo un poco.

Il link che segue è un ricordo di FareMemoria: un bell’articolo sulla casa di Rio Salso: Crocevia della luce. La casa del Rio

https://farememoria.wordpress.com/2015/01/07/426/

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La casa di Fabio e Angela Tombari, come appare oggi  (foto di Centrale Fotografia di Fano)

La Bibbia messa ai margini e la crisi del cristianesimo

L’INTERVENTO – IL RABBINO GIUSEPPE LARAS articolo pubblicato sul Corriere della Sera dei 13 gennaio 2015

Vorrei proporre la lettura di un articolo di Giuseppe Laras, un articolo che mi ha colpito per le sue considerazioni,  su cui riflettere. Giovanna

di Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia

Siamo in guerra e prendiamo coscienza che siamo solo agli inizi. È la prima volta dai giorni di Adolf Hitler che le sinagoghe in Francia sono state chiuse di sabato. Tuttavia, è unicamente il tragico e spaventoso attentato al giornale Charlie Hebdo che ha scosso gli europei: i molti e continui attentati ai singoli ebrei e alle comunità ebraiche in tutta Europa in questi anni hanno turbato qualcuno, ma per quasi tutti si è trattato “solo” di ebrei. Parimenti non ci sono stati sgomento e allarme per il fatto che da anni ormai, giustamente, gli ebrei francesi abbandonino la “laica” Francia. Così accade in molti altri Paesi europei e il motivo è il medesimo, ovvero il dilagare del terrorismo di matrice islamista, con il suo carico di odio antisemita.

Molti intellettuali e politici sostengono che il problema non è l’Islàm, ma il terrorismo. È come dire che il cristianesimo non è l’antisemitismo o l’antigiudaismo. Certo! Tuttavia è innegabile che l’antisemitismo e l’antigiudaismo sono stati problemi profondi propri del cristianesimo (e non solo). La violenza e il fanatismo, la sottomissione religiosa e il terrore non esauriscono l’Islàm, ma sono un problema religioso che in qualche modo riguarda l’Islàm. L’autocritica dell’Islàm (assieme alla critica laica esterna) su questo punto sembra difettare.

Le religioni (anche se sono convinto -e con me Rosenzweig, Buber, Heschel, Bonhoeffer, Barth, Ratzinger e Martini- che ebraismo e cristianesimo siano anzitutto fedi e non soltanto religioni) possono essere causa di guerre, di violenze e nei loro insegnamenti albergare forze distruttive. Non è vero che è solo l’economia a causare guerre e barbarie: le religioni, al pari dell’ateismo e di un certo illuminismo, sono esperte in materia. Nel caso del cristianesimo si è spesso trattato di problemi interpretativi, con l’Islàm il problema dimora parzialmente nel testo sacro stesso (e inviterei al riguardo a studiare i libri di Bernard Lewis, Norman Stillman, Georges Bensoussan, Bat Ye’or). Cristiani ed ebrei, secondo il Corano, sono presenti nei Paesi islamici in quanto dhimmi, popolazioni sottomesse, tollerate purché subalterne e paganti apposite tasse.

Cosa dobbiamo, sia a livello politico e giuridico sia a livello interreligioso, chiedere oggi ai più autorevoli teologi islamici nei Paesi europei e arabi, anche a fronte della massiccia presenza demografica di musulmani?

La prima domanda è la seguente: è possibile per l’Islàm, in ossequio al Corano e per necessità religiosa intima propria dei musulmani osservanti, e non solo perché richiesto dai governi occidentali o da ebrei e cristiani, accettare teologicamente, apprezzandolo, il concetto di cittadinanza politica, anziché quello di cittadinanza religiosa, confliggente quest’ultimo con i valori occidentali e pericoloso per le comunità cristiane ed ebraiche, che, in qualità di minoranze sarebbero esposte a intolleranze e arbitrio? Se sì, come diffondere questa interpretazione e come radicarla oggi in seno alle comunità islamiche? A questa domanda deve seguire necessariamente la “reciprocità” nei Paesi islamici della piena libertà di espressione, di stampa e di culto.

Questa domanda fondamentale, per ignoranza, ignavia e inettitudine, non è mai stata seriamente posta dai politici europei, che hanno responsabilità enormi, anche del sangue sinora versato. C’è una seconda questione, che si intreccia alla prima e che chi è veramente interessato al dialogo non può eludere. Per l’Islàm, gli ebrei hanno alterato la Rivelazione divina e i cristiani hanno pratiche cultuali, oltre a condividere con i primi una Rivelazione alterata, dal sapore idolatrico. È possibile per l’Islàm, in ossequio al Corano e per necessità religiosa interiore dei musulmani osservanti, e non solo perché sollecitato da ebrei e cristiani, apprezzare positivamente, in una prospettiva teologica, ebrei e cristiani in relazione alle problematiche sollevate da questo assunto coranico? Questa seconda domanda fondamentale, per un’erronea comprensione del dialogo e del rispetto, nonché per un dilagante buonismo pressapochista, non viene mai posta, nemmeno dalle stesse autorità religiose cristiane ed ebraiche.

Premesso che ci sono centinaia di migliaia di singoli musulmani, persone degne e buone, realmente religiose, che a queste domande hanno già risposto personalmente con il rispetto per il prossimo e per la sua fede, con un certo pluralismo e con l’integrazione ricercata e praticata, tuttavia manca una reale, inequivocabile, onesta, autorevole e vincolante riflessione teologica islamica al riguardo. È chiaro che se le risposte saranno per lo più negative, non sufficientemente autentiche o caratterizzate da silenzi e imbarazzi ci si troverà tutti di fronte a un immenso problema. E come tale dovrà essere assunto.

C’è una tentazione che può profilarsi, a diversi livelli, sia nel cristianesimo sia nella politica europea: quella di lasciar soli gli ebrei e lo Stato di Israele per facilitare una pace politica, culturale e religiosa con l’Islàm politico. Un accordo, per così dire, tra maggioranze, specie nell’ottica delle future proiezioni demografiche religiose europee e mediterranee. È una strategia fallimentare che i cristiani arabi provarono con il panarabismo e l’antisionismo. Gli esiti sono ben noti: dopo che quasi tutti i Paesi islamici si sono sbarazzati dei “loro” ebrei, si sono concentrati con violenze e massacri sulle ben nutrite minoranze cristiane. È una storia che si ripropone e che va dal genocidio armeno (cento anni fa), ai cristiani copti di Egitto, ai cristiani etiopi e nigeriani, sino a Mosul. E molti Paesi europei, un’intera “classe” di intellettuali e molti cristiani di Occidente hanno le mani grondanti del sangue dei cristiani di Oriente, dato che sono stati disposti a sacrificarli sugli altari del pacifismo, dell’opportunità politica, di un malinteso concetto di tolleranza, della cultura benpensante e radical chic, della “buona” coscienza. A fronte di silenzi, spesso pluridecennali, non ci sono politici innocenti o autorità religiose cristiane che su questo possano dormire serenamente.

La tentazione di abbandonare gli ebrei e Israele è già esistente nei ricorrenti episodi di boicottaggio europeo, sia a livello economico sia a livello culturale e universitario, dello Stato di Israele. Esiste nel silenzio imbarazzato o infastidito sui morti ebrei in Europa oggi. Con buona pace della Giornata della Memoria. La Giornata della Memoria è stata purtroppo addomesticata con liturgie pubbliche e anestetizzata dalle cerimonie in Parlamento e al Quirinale. Le più alte cariche dello Stato dovrebbero annualmente andare a celebrarla a Fossoli, a Bolzano, a San Sabba o nel ghetto di Roma vittima del rastrellamento nazifascista, per far capire che è una realtà possibile, come tale ripetibile, e che si è verificata in Italia, con il plauso, la collaborazione, l’assenso e i silenzi di moltissimi –troppi- italiani. Organizzata come è attualmente, sembra riguardare un qualcosa lontano nel tempo, accaduto soltanto in Germania o in Polonia. Essa così risulta azzoppata, fraintesa e priva di potenzialità dinamiche per comprendere il presente e incidervi positivamente.

E l’ignavia e il diniego europeo sulle questioni presenti e sull’incapacità di affrontare politicamente e culturalmente le insidie legate alle derive dell’Islàm politico, consegnando così a razzisti e xenofobi le risoluzioni del problema, gettano ombre lunghe che rievocano i fantasmi del nazismo e, per gli ebrei, della persecuzione. L’incapacità di comprendere lo Stato di Israele in definitiva si risolve nel fatto che a una certa politica e a una certa cultura europea miope gli ebrei piacciono solo in quanto morti da piangere e ricordare e non come soggetti vivi con cui dialogare e confrontarsi, ovvero oggi, in primo luogo, Israele. Piangere i morti fa sentire nobili e democratici; dialogare con gli ebrei è segno di liberalità e cosmopolitismo; per lo Stato di Israele, se va bene, la linea guida è “…sì, ma!..”, nonostante sia proprio questo il luogo di rifugio per chi fugge da un’Europa evidentemente non più sicura.

La situazione culturale e politica occidentale, per cui non si riesce a comprendere ciò che accade e a chiamarlo per nome, è intrisa di ignoranza, superficialità, inettitudine e pressapochismo. La nostra contemporaneità ricorda tristemente il periodo sinistro tra le due guerre mondiali: una sorta di collasso sistemico. La crisi che viviamo –e in cui per lungo tempo continueremo a vivere- non è economica e demografica soltanto: è una crisi culturale e valoriale, legata alla crisi del cristianesimo e, in un certo senso, della conoscenza della Bibbia, il cardine dell’intera nostra cultura dal punto di vista urbanistico, artistico, musicale, letterario, filosofico, giuridico, politico e religioso. E proprio per questo la Bibbia non è presente nelle scuole. E questa la chiamano laicità!

È stato necessario un attore comico, indubbiamente molto bravo, per far di nuovo parlare, interessando, di Bibbia e del Decalogo: Benigni! Che débacle che sia stato necessario lui dopo duemila anni di cristianesimo e duemila e duecento anni di ebraismo in Italia! Evidentemente qualcosa non va; tuttavia pare che vescovi, pastori e rabbini dormano ancora sonni tranquilli.

L’erosione della conoscenza della Bibbia, non in quanto “tributo antiquario” ma piuttosto in quanto “forza creatrice e rigenerante”, è uno dei fatti più inquietanti e drammatici per il nostro futuro sia religioso, sia culturale nelle sue varie declinazioni, sia in termini economici e politici. Erroneamente si ritiene che i diritti umani universali, quelli che con tanta fatica, sofferenza e milioni di morti siamo in parte riusciti a conquistare, derivino esclusivamente dal diritto greco e romano, da queste culture e dalle loro successive evoluzioni.

I diritti, per come li comprendiamo noi, devono essere valevoli sempre e per tutti, ed è proprio questo che li rende, in una certa misura, universali. Ebbene, in Grecia era “uguale”, e quindi investito di diritti, solo chi era maschio, libero, greco, adulto e non necessitato a lavorare per vivere, cosa altrimenti disdicevole.

È la Bibbia ebraica, la Torah, a rivoluzionare tutto ciò. È la Bibbia ebraica a introdurre nella civiltà umana la libertà quale DNA costitutivo dell’uomo e del creato, speculare alla libertà del Creatore (libertà e non sottomissione!). È la Bibbia ebraica a sostenere che il lavoro umano rende l’essere umano simile a Dio nel creare. È la Bibbia ebraica, a porre, con la straordinaria rivoluzione introdotta dallo Shabbat, un limite al lavoro, altrimenti deleterio, rendendo l’uomo simile a Dio anche nel riposare. È con lo Shabbat che vengono inventati i “diritti umani universali”, includendo uomini, donne, stranieri, schiavi e perfino animali. È con lo Shabbat e con i precetti biblici di aiuto ai poveri e di costruttiva solidarietà con i derelitti della società che trova fondamento la nostra idea di “welfare” e non da altre culture. È la Bibbia, sia ebraica sia cristiana, a ipotizzare in qualche modo una possibile divisione tra politica e religione. Non pochi intellettuali, compresi non pochi pensatori credenti ebrei e cristiani, hanno creduto, erroneamente, che questi valori e che queste conquiste –oggi estremamente fragili e sotto attacco- fossero auto-evidenti e non derivanti da una storia ben precisa.

Aveva ragione C. M. Martini a dire che la Bibbia è il libro del futuro dell’Europa e dell’Occidente, ma non è stato ascoltato. Aveva ragione Benedetto XVI nella ben nota conferenza di Ratisbona, ma fu vittima del discredito mediatico e culturale. E la Bibbia è stata scritta da ebrei, per ebrei, in ebraico, e l’ebraismo ancora oggi sopravvive proprio grazie alla Bibbia. E, parimenti, credo, il cristianesimo.

Il riportare la Bibbia a fondamento della cultura e dell’etica è un impegno religioso possibile, dalla fecondità straordinaria, condivisibile tra ebrei e cristiani: un impegno di cui si avverte l’urgenza impellente e drammatica in questi anni di crisi, di confusione assordante, di efferata violenza e di grande mediocrità. Tale contributo religioso, culturale e morale, congiunto di ebrei e cristiani, oggi risulta quasi inedito ed estremamente necessario. Tuttavia, oggi, come ebbe a dire giustamente il filosofo ebreo E. Fackenheim, senza il reale riferimento positivo e non ambiguo a Israele, non sarà né autentico né produttivo il dialogo tra ebrei e cristiani.

Infine, visti i tempi calamitosi in cui ci troviamo e troveremo ancora di più domani a vivere, invito tutte le persone coscienti e responsabili, sia ebree sia cristiane sia musulmane, come pure di altre religioni, a raccogliersi in preghiera invocando dall’alto l’impulso in ciascuno di noi ad agire ai fini del rispetto del prossimo e della pace, concetto e realtà quest’ultima troppo spesso ideologicamente abusata, estremamente difficile, ma, proprio per questo, da perseguirsi con perseveranza, lucidità e caparbia determinazione.

Giuseppe Laras

Qui di seguito desidero pubblicare un articolo di Angelo Panebianco, articolo che ho apprezzato molto, considerando che non sempre le sue posizioni mi trovano d’accordo.

Difendere Israele sarà reato?

di Angelo Panebianco pubblicato 4 ottobre 2015 sul Corriere della Sera

Quando verrà superata quell’invisibile barriera al di là della quale difendere Israele diventerà un reato? Quando arriverà il momento, qui in Europa, in cui affermare che Israele è un’isola di civiltà circondata da regimi liberticidi (in tutte le possibili varianti: dal più soft paternalismo autoritario al più feroce totalitarismo religioso) basterà per farsi trascinare in un tribunale sotto l’accusa di incitamento all’odio razziale? La leggenda nera su Israele (Israele Stato criminale, nazista, eccetera) si diffonde, praticamente inarrestabile, in Europa. Il Parlamento europeo ha appena votato, a larga maggioranza, a favore della identificazione delle merci provenienti dai territori palestinesi sotto controllo israeliano contribuendo così a rafforzare la spinta già in atto in molti Paesi al boicottaggio dei prodotti israeliani. D a molto tempo ormai, assistiamo a sempre più frequenti gesti di inimicizia nei confronti delle università israeliane da parte di ricercatori europei.

La diffusione e il radicamento della leggenda nera su Israele va di pari passo con la forte crescita, da diversi anni a questa parte, degli episodi di antisemitismo. Le due cose sono collegate. Nelle manifestazioni del 2014 in Francia e in Germania contro l’intervento militare israeliano a Gaza c’era chi gridava «morte agli ebrei» senza che gli altri si sentissero in dovere di allontanarlo dal corteo. E non andrebbe dimenticato che l’attentato del gennaio scorso contro il settimanale satirico Charlie Hebdo è stato accompagnato da un altro sanguinoso attentato contro un negozio di alimentari gestito e frequentato da ebrei.

Diffusione della leggenda nera e ripresa dell’antisemitismo sono spiegabili. Prendiamo il caso della Gran Bretagna dove (insieme ai Paesi scandinavi) la campagna anti israeliana ha fin qui conseguito i maggiori successi. Come conferma anche il fatto che alla guida del Partito laburista sia stato appena eletto un tale, Jeremy Corbyn, che definisce «amici» Hamas e Hezbollah, chiarendo così anche il suo pensiero a proposito di quella che i suddetti amici chiamano «l’entità sionista». I generosi finanziamenti dei governi arabi alle istituzioni educative britanniche hanno certamente moltissimo a che fare con la mobilitazione degli intellettuali di quel Paese contro Israele. La pressione combinata della comunità islamica britannica e dei finanziatori mediorientali spiega bene perché la società britannica sia oggi all’avanguardia nella campagna anti israeliana e perché, contestualmente, l’ostilità per gli ebrei sia in forte crescita. Gli intellettuali influenzano i media, i media influenzano la pubblica opinione, la quale, a sua volta, influenza la politica.

Proprio se si guarda al ruolo degli intellettuali si capisce anche perché laddove (come in Italia) le istituzioni educative restano al riparo dai finanziamenti politicamente orientati provenienti dal mondo arabo, non c’è nessuna garanzia che fenomeni come quelli che si verificano in Gran Bretagna possano essere arginati ancora per molto.

Prendiamo la vicenda dell’invito – che, si spera, venga ora definitivamente ritirato – del Salone del libro di Torino all’Arabia Saudita. Paolo Mieli (sul Corriere del 30 settembre) ha ricordato quale regime sia in realtà quello saudita. E benissimo hanno fatto il sindaco Fassino e il presidente della Regione Chiamparino, facendo leva sulla condanna a morte di un dissidente, a pronunciarsi contro la presenza saudita a Torino. Resta il fatto che l’invito c’era stato. Resta che, prima del pronunciamento di Fassino e Chiamparino, soltanto i radicali avevano fatto una meritoria campagna contro quella presenza. Resta che le manifestazioni di dissenso da parte di intellettuali erano state pochissime. Come mai? Come è stato possibile invitare in quello che dovrebbe essere uno dei templi della libertà di pensiero, nel silenzio e nella connivenza di tanti, un campione dell’integralismo religioso, la principale centrale di diffusione nel mondo della versione più oscurantista dell’Islam (quella wahabita)? Una cosa è dire che con i sauditi è ancora indispensabile trattare sia per ragioni economiche (petrolio) che geopolitiche (equilibri mediorientali). Una cosa assai diversa è proporli come i plausibili partner di incontri e dibattiti culturali. È evidente che non lo sono. Così come non lo sono – detto così, per inciso, allo scopo di prevenire altri futuri inviti – i nemici dei sauditi, gli iraniani. Nonostante ciò che si è detto e sentito in Occidente dopo l’accordo sul nucleare, gli iraniani non sono diversi: sembra accertato che i «riformisti» che fanno capo al presidente Hassan Rouhani siano altrettanto zelanti dei conservatori quando si tratta di sopprimere dissidenti e minoranze in nome della religione.

La verità è che l’invito ai sauditi aveva un senso. Era una scommessa sul disinteresse di tanti intellettuali italiani per le condizioni che permettono l’esercizio della libertà. C’è una connessione con la leggenda nera su Israele. È probabile, infatti, che molti di coloro che non hanno avuto nulla da eccepire sui sauditi a Torino siano anche, contemporaneamente, severi critici di Israele. È la solita storia, la stessa dei tempi del fascismo o della Guerra fredda. Una parte cospicua degli intellettuali non sa rinunciare al vizio antico di preferire le società illiberali.