La piazza

Come ogni mattina Amanda se ne stava tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile nella sua nuova vita di pensionata. Era una bella giornata e si era seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città; sceglieva sempre un dei tavolini laterali, se lo trovava libero, le sembrava di avere più privacy, mettendosi di lato: “Una stupida fissa” pensava, ogni tanto.
“Ciao Amanda, come stai?” qualcuno la distolse dai suoi pensieri e dal giornale.
“Ciao Paola, sto benissimo, posso offrirti qualcosa, vuoi sederti un momento?”
“No, mi dispiace, oggi proprio non ho tempo, devo andare a casa. Ci vediamo domani, magari”.
“Va bene. Buona giornata.”
Si leggeva i giornali bevendo un caffè, a volte due, macchiato caldo e senza zucchero. Era qualcosa di estremamente piacevole, dopo anni di corse mattutine per portare i figli a scuola, prima di raggiungere il suo luogo di lavoro, sempre in lotta con il tempo e l’ansia per la paura di far tardi.
Tra un giornale e l’altro, o tra un caffè e l’altro, c’era sempre qualcuno da salutare o con cui far due chiacchiere. Spesso incontrava amici e colleghi di lavoro o persone con cui si era trovata anni prima, quando portava i suoi bambini in piazza per passeggiare e giocare in un luogo senza traffico. Le accadeva anche di vedere mamme o papà che aveva visto piccoli e che, a loro volta, spingevano i loro figli in carrozzina o li accompagnavano per mano.
E non mancava la grande attrazione di tutti i bimbi! Il negozio di giocattoli che si trovava di fronte a lei, sotto i portici: una tappa obbligata per bambini di ogni età. Era già lì quando ci veniva con i figli e adesso ci portava i nipoti:
“Guarda nonna, Ciccio bello bua” diceva uno. “A me piace il trattore” diceva l’altro.
Tutti e due molto speranzosi. Ma lei non era dell’idea di comprare, pensava che avessero già troppi giochi ed evitava l’argomento “mi compri”. “La nonna non ha soldi” tagliava corto.
Nel frattempo, due donne e un uomo si stavano salutando nei pressi del suo tavolo:
“Ciao Max, ciao Anna che piacere vedervi”
“Buongiorno Emanuela vi ho visti a teatro ieri sera. Avrei voluto salutarvi, ma Max aveva fretta e così siamo andati via quasi subito”.
“Voglio sentire la tua opinione sullo spettacolo, io e Anna abbiamo idee diverse”.
“Cosa vuoi che ti dica… non è stato il massimo. Mancava la grandezza di Antigone, tutto il lavoro si è svolto intorno a lei, ma senza di lei”.
“Che strano, a me è piaciuto moltissimo, incalzante, un buon spettacolo, mi ha tenuto sveglia. Antigone è una delle tragedie più belle. Max non ha gradito la musica e parte della coreografia, vero Max?”
“Per niente, ma ci pensi suonare il rock and roll? In una tragedia di Sofocle? Anche in tuta? Per me è stato dissacrante”.
“Ma dai, non fare il bacchettone, non era per niente dissacrante… accompagnava un momento di climax. Il testo è stato rispettato, inoltre Creonte aveva un costume perfetto. E Gino cosa ha detto?”
“A lui deve essere piaciuto abbastanza, non gli ho sentito fare commenti negativi”.
“Vedi, Siete tu e Max i i criticoni”.
“Quasi, quasi mi offendo, potrò esprimere la mia opinione liberamente, oppure no? Emanuela, che impegni avete dopo domani sera tu e Gino?”
“Mah, niente che io sappia. Devo chiedere a lui…”
“Venite da noi a cena. E’ un po’ che non ci vediamo. Cosa ne dici? A te va bene, Anna?”
“Si, mi farebbe molto piacere. Vi prepariamo una cenetta vegetariana. Vi va?”
“A me si, penso anche a Gino, comunque, vi telefono”.
“Benissimo, telefonaci”.
“Ci sentiamo… ”.
Amanda aveva visto lo stesso spettacolo e non le era piaciuta molto, ma non per il rock and roll. Semplicemente non le era sembrata una bella Antigone.
Qualcuno stava allestendo un gazebo di propaganda elettorale dall’altro lato; spesso si posizionavano tavoli per raccolta firme, distribuzione volantini o altro. Piazzarono un tabellone con scritto – Vota alle Primarie – e la gigantografia di un ragazzotto: “Non male!” pensò guardandolo.
Gli attivisti erano due: un signore anziano, occhiali scuri con lenti molto spesse, e una donna.
La donna, non più giovanissima, aveva un aspetto moderno e dinamico: indossava blue jeans, un maglione ampio, scarpe da tennis bianche e portava i capelli tagliati cortissimi.
Lui si mise seduto al tavolo e lei, una volta finito l’allestimento, prese in mano un pacco di volantini che tentava di rifilare ai passanti, abbordandoli con un linguaggio simpatico e vivace e chiedendo loro di votare per le primarie del partito:
“Dai, vota alle primarie… vedi com’è bello il nostro candidato?”
“Dovrebbe essere bravo, piuttosto”
“Garantito. Vota alle primarie…”
“Le primarie di che?”
“Le primarie di partito!”
“Ma che cosa sono?”
“Si sceglie il segretario del partito…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare i partiti“.
“I partiti bisogna eliminarli”.
“E come facciamo senza?”
“Sono solo delle Società Per Azioni! Dei mangiasoldi”.
“Per questo si deve cambiare, vota alle primarie!”
“Io voto quelli delle stelle… “
“Anch’io, ma adesso bisogna votare per le primarie!”
Amanda, incuriosita, smise di leggere per osservare e ascoltare la tizia in questione, la quale si era messa in posizione strategica, in mezzo al passaggio, per intercettare meglio la gente che andava e veniva sui due lati. “Tipo interessante” rifletté “potrei parlarle”.
Pur di ottenere qualche risultato la donna dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Lei la capiva, la situazione del paese rendeva tutti stanchi e sfiduciati…
Una volta aveva tentato di fare politica, ma aveva letteralmente i figli in mezzo alla strada e aveva dovuto smettere. Di tanto in tanto si buttava in qualche campagna solitaria a favore di qualcosa, la iniziava e non la mollava finché non vedeva qualche risultato, pur minimo che fosse. La politica è una passione, ce l’hai dentro.
Oggi avrebbe il tempo per dare il suo contributo, tuttavia era titubante. Troppo accattivante questa libertà di cui finalmente godeva e impegnarla in riunioni, spesso lunghe e inutili, la tratteneva dal prendere delle decisioni. Essere libera di alzarsi al mattino e decidere che cosa volesse fare per il resto della giornata, dopo una vita di lavoro, era una sensazione che la esaltava.
Continuò a sfogliare il giornale con poco interesse. Alla fine pensò di andare a fare una passeggiata.
La piazza aveva una forma insolita, larga e lunga, e si estendeva tra due lati di belle case, per lo più in stile liberty. Sulla destra, andando verso nord, una fila di portici l’accompagnava per tutta la sua lunghezza. Dall’altra parte, di fronte ai portici, si snodava una serie di palazzine che avevano finestre e balconi con doppia vista sulla piazza e sul lago, che si trovava al di là.
Tutti e due i versanti della piazza erano arredati con negozi, bar e ristoranti. Un piccolo mondo dove si trovava di tutto: non solo il negozio di giocattoli, ma anche quello del gioielliere, la gastronomia l’edicola, la macelleria, anzi, le macellerie erano due, una accanto all’altra!  E poi la panetteria, quella dove lei si recava ogni tanto a comprare il pane appena sfornato, lo mangiucchiava camminando: “Vivrei di pane” diceva spesso.
Nel corso degli anni, molte attività commerciali si erano rinnovate o avevano cambiato del tutto la loro ragione sociale: si erano perse alcuni antiche botteghe a beneficio di bar e ristoranti, profumerie e bijou, ma, soprattutto, abbigliamento. “Come se la gente pensasse solo a profumarsi, a vestirsi e poi basta”, rimuginò Amanda tra sé, guardandole.
Nonostante i tanti negozi di abbigliamento e profumerie, la piazza aveva conservato ancora, e per fortuna, un commercio multiplo e accogliente.
Una volta, ricordava, si faceva il mercato sia il sabato che il mercoledì. Il mercato era caratteristico con le sue bancarelle ai lati della piazza e si comprava di tutto: dalla frutta e verdura alla merceria e biancheria, dalle sementi agli uccellini tenuti in gabbiette claustrofobiche che la inorridivano; si trovava persino la gommapiuma da taglio, il ferramenta e l’arrotino.
Lei andava a farci il giretto il sabato mattina, era la sua mattina libera e bighellonare tra le bancarelle, la rilassava. Tornava sempre a casa con qualcosa. In seguito, per esigenze di traffico, il mercato era stato decentrato e lei non era più andata.
Venendo dalla via più importante del centro e andando sempre verso nord, si poteva ammirare, sullo sfondo, il panorama delle montagne e il bel campanile che si stagliava conto di esse.
Amanda si avvio verso il campanile dove la piazza si apriva su un’altra piazza, aperta sui tre lati, con vista su quel lago sublime, sovrastato da montagne, tanto decantato dal Manzoni,
Lungo i portici s’intravedevano le viuzze chiuse al traffico del Centro Storico, anch’esse con i loro commerci e mercanzie di tutti i tipi, e, verso la metà, dalla parte opposta ai portici, si aprivano un paio di passaggi ad arco che portavano al lungo lago. A lato di essi il Palazzo delle paure, così nominato perché tempo addietro era stato la sede dove si riscuotevano i tributi, attualmente aveva altre funzioni, tuttavia il nome era rimasto.
Le piacevano le piazze, i piccoli centri chiusi al traffico dove si recuperavano e si mantenevano rapporti tra le persone. Molti avevano vissuto là intorno una vita intera e le occasioni di incontro erano frequenti. Amanda amava quel luogo: le dava un senso di appartenenza.
Ci aveva passato la vita da quando, ragazzina non ancora adolescente, era arrivata dal sud con la famiglia. La sera andava con sua mamma e le tre sorelle più piccole a mangiare pane e latte in una latteria scomparsa da tempo.
Erano stati anni duri, ma lei si sentiva privilegiata per averli vissuti e per essere quella che era diventata: una persona che stava vivendo un periodo bello della sua vita, almeno a lei sembrava tale.

Ogni giorno si concedeva del tempo passeggiando e pensando. I ricordi non facevano male, non più, neanche i più tristi.
Si sedette su una delle panchine laterali e continuò a guardarsi intorno: che bella piazza! Tranquilla e piena di vita al tempo stesso, tra il lago e il centro, circondata da un paesaggio incantevole, sembrava di essere in vacanza. “Siamo stati fortunati a vivere qui” si disse.
Era seduta lì il giorno in cui aveva deciso di lasciare il grande amore della sua vita. Non proprio su quella panchina, le avevano cambiate da allora, tuttavia nella stessa posizione. Era stato difficile: fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare a dirgli addio. Non riusciva a muoversi, parlare era stata una necessità per ritardare il momento del distacco:
“Devo andare… “
“Ti accompagno”.
“Fin dove?”
“Fin dove vuoi”.
“Non essere sempre così gentile, ti prego”.
“Scusami… ”.
Questo accadeva quasi mezzo secolo fa. Lei portava ancora dentro di sé l’intensità di quei momenti, anche se, con il tempo, le parole si erano sbiadite.
Avvertì un leggero rimpianto per qualche istante, prima di avviarsi verso casa. Nel pomeriggio sarebbe ritornata per prendere i bambini alla Scuola Materna, vicino al Campanile e, dopo il gelato, li avrebbe guardati giocare a bau-cetti mentre si rincorrevano tra le colonne dei portici.

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Ricordando Marilyn (cinque dialoghi)

dialogo uno

Dialogo tra Norma Jeane e sua madre

Una donna e una bimba camminano lungo un viale alberato, ci sono delle panchine ai lati. Ne scelgono una. La donna appare stanca e affatica. La bimba, di otto anni, forse nove, si tiene fortemente stretta a lei tanto da impedirne i movimenti:

“Sediamoci, Norma Jean, mi sento un poco stanca e vorrei riposare”.

“Si, mamma”.

“Ecco, qui va bene. Siamo al sole. Abbiamo bisogno di qualche raggio di sole”.
“Voglio stare vicino a te”.
“Siamo molo vicine, cara”.
“Ancora di più, stringimi forte, mamma”.
Stanno in silenzio per qualche momento, la bambina si raggomitola nel grembo della mamma, quasi volesse ritornarci, sorride:

“E bello stare qui con te, mamma. Vorrei rimanerci sempre”.
“Anch’io vorrei bambina mia, ma non posso. Presto dovrò tornare al lavoro. Non pensiamoci, adesso. C’è un sole tiepido,   piacevole. Mi sento già meglio”.
“Vederti è un bellissimo regalo di compleanno!”
“Mi racconti qualcosa della scuola Norma Jean, ne parliamo così poco!”
“Mi piace tantissimo cantare. Ma anche leggere”.
“Anche a me piaceva cantare e leggere. Raccontami una favola che hai letto ultimamente”.
“Ho letto una storia. Una storia vera. Di una bambina che va a cercare la sua mamma”.
“E la trova?”
“Sì”.
“E’ proprio una bella storia Norma Jean, molto commovente”.
Stanno in silenzio per qualche tempo e mentre la luce si affievolisce la donna incomincia a cantare piano “Happy Birthday”, con voce dolce, a volte solo il tono.

dialogo due

Dialogo tra Marilyn e Joe di Maggio

La scena si svolge in un ampio soggiorno, arredato con eleganza: un uomo e una donna sono in piedi, la donna è appoggiata al camino, l’uomo guarda fuori dalla portafinestra che dà sul giardino. Lei è bionda, non molto alta, senza dubbio appariscente. Lui è di statura al di sopra della media e ha l’aspetto di un atleta:
“No, non posso vivere così”.
“Perché, Joe? Che cosa ci manca?”
“La nostra vita!”
“Lo sapevi quando ci siamo conosciuti che ero un’attrice, un’attrice ambiziosa e non avrei smesso. Ne abbiamo anche parlato”.
“Pensaci, Marilyn… non riusciamo quasi a vederci. Non abbiamo un momento di intimità. Tu sei all’apice del successo. Hai mille impegni di lavoro e di presenza. Non puoi che andare avanti per la tua strada”.
“Non possiamo farlo insieme? Rimani al mio fianco, in questi momenti per me così importanti, ti prego. Me l’avevi promesso quando ci siamo sposati”.
“Non lo nego, ma non posso Marilyn. Non pensavo di diventare la tua ombra. Non era questo il mio sogno”.
“Pensavo che il tuo sogno fosse stare con me. Non chiedermi di rinunciare alla mia carriera, mi è costata sacrifici oltre ogni dire, lo sai. Dovresti capirlo, sei un mostro sacro del baseball, un mito! Hai persino lavorato nel cinema. Conosci l’ambiente, sai com’è: un mondo duro”.
“Si, ma non è il mio. Io non cerco una vita di celluloide: sempre sotto i riflettori, sempre in mezzo alla gente. Ci tengo alla mia privacy e la difendo”.
“Non è facile per una diva al culmine del successo avere una vita privata. Oltre al lavoro ci sono degli obblighi pubblicitari e mondani”.
“Che ti piacciono molto! Puoi essere una professionista seria e famosa pur non apparendo a ogni evento”.
“Mi stai chiedendo di abbandonare… ”
“No, non ti sto chiedendo nulla. E non funzionerebbe, comunque. Non rinunceresti certo alla tua carriera e alla tua vita per amor mio”.
“Non potrei. Mi piace tutto ciò che faccio, voglio essere libera di conquistare il mio pubblico senza impedimenti, stare con gli amici, uscire a tutte le ore”.
“Hai creato il tuo personaggio con intelligenza, ma non riesci più a distinguere tra realtà e finzione”.
“Sei ingiusto nei miei riguardi: sono generosa con il mio pubblico e mi concedo senza fare calcoli”.
“E’ vero. In Giappone hai interrotto la nostra luna di miele per andare in Corea. Ci eravamo appena sposati!”
“E’ stato molto bello, per me. L’ho fatto con convinzione e passione. Mi dispiace che tu ti sia risentito”.
“No, non mi sono risentito. Ho capito ciò che avevi in mente, ho compreso il tuo desiderio di dare un contributo e ti ho ammirata. Ero preoccupato per la tua incolumità!”
“E’ stata un’esperienza reale, vera. Quei ragazzi hanno dimenticato per qualche momento l’orrore della guerra, ho sentito la loro gratitudine: lo rifarei anche in condizioni più difficili”.
“Non sono questi gli episodi che ti rimprovero, ma la vita frenetica che conduci. Mi sono illuso che l’amore potesse essere più forte e duraturo di qualsiasi altro coinvolgimento”.
“Ma si tratta della mia carriera”.
“Tu sei un simbolo! Tutti ti desiderano, ti amano, ti invidiano. Sei brava e lo diventerai ancor di più. Non sarò io a limitare il tuo successo”.
“Diamoci un’altra chance, Joe. Tentiamo ancora. Non voglio lasciarti. Sei una persona tenera, riservata, anche se un po’ orso, tuttavia la più affidabile intorno a me”.
“No, durerebbe solo alcune ore, non comunichiamo da tempo. A volte ci troviamo nella stessa stanza e io faccio fatica a parlarti, mi sento pieno di rancore, prigioniero dei miei sentimenti. Tu diventi insofferente, litighiamo. Come negli ultimi giorni. Non ha senso”.
“Dimmi che cosa possiamo fare. Ti prego, Joe!”
“Solo lasciarci, ci penso da molti giorni e molte notti. Sono geloso della tua immagine, di quanti ti guardano. Non mi piacciono le parti che ti fanno recitare, non mi piace come ti vesti. Vorrei stare con te, sempre. Non sono disposto, pur amandoti molto, a dividerti con il pubblico, con il tuo lavoro, i tuoi amici. Vederti quando capita”.
“Joe, non sono pronta a rinunciare a tutto questo. Non ancora. Forse un giorno. Ho bisogno di loro… ho bisogno di te”.
“Desideravo una famiglia, Marylin. La mia era povera, ma molto affiatata, eravamo in tanti, ci volevamo bene, ci aiutavamo. Avrei voluto creare una vera famiglia con te, per te”.
“Anch’io vorrei una famiglia, dei figli. Era il sogno della mia adolescenza. Ma voglio anche il successo. Il riscatto di tanti anni di umiliazioni. E non posso interromperlo ora”.
“Era il mio desiderio, non è mai stato il tuo. Tu hai bisogno di un guardiano fedele ed è un ruolo che non mi appartiene”.
“Mi stai attribuendo il fallimento del nostro matrimonio, e forse è così. Ti ho sposato per amore e ti amo tutt’ora”.
“Me ne rendo conto con dolore, ma è il tuo momento, non il nostro. Ci siamo incontrati nel periodo sbagliato, non c’è posto per me nella tua vita di oggi”.
“C’è nel mio pensiero”.
“Speravo di svegliarmi al mattino, preparare la colazione. Passeggiare con te al parco, abbracciati come due amanti. Saresti diventata la mia luce”.
“Ti prego, non voglio piangere”.
“Non piangere Marilyn. Potrai contare su di me tutta la vita!”
“Se questa è la tua decisione, non mi resta che accettarla. Addio Joe”.
I love you, my dear. For ever.

dialogo tre

Dialogo tra Marilyn e il suo psichiatra

Uno studio arredato come un salotto. Una grande scrivania e, di lato, un lettino, quasi un sofà su cui è sdraiata una donna dall’aspetto sofferente e sciupato. Un uomo, seduto accanto a lei, le stringe una mano.
“Che cosa succede, Marilyn?”
“Mi sento strana. Ho un malessere intenso dentro di me, un tremolio diffuso, non riesco a calmarmi, non c’è nulla che mi calmi, che mi rilassi. Ho bisogno di aiuto. Sto male, sto sempre male”.
“Bevi troppo! Ti fa male. Devi smettere di bere, lo sai”.
“Si, e prendo anche troppe medicine, lei me le prescrive”.
“Se tu non le prendessi, staresti peggio, il tremolio interno sarebbe anche esterno. Si noterebbe vistosamente”.
“Ma divento ebete! Gli psicofarmaci mi impediscono di vivere. Mi fanno sentire una bambola rotta, buttata via”.
“E’ tempo che tu decida della tua vita, Marilyn. Se continuerai a vivere in questo modo, ti distruggerai”.
“Norma mi aiuterà, lei non è fragile come Marilyn”.
“Norma non esiste, esiste solo Marilyn”.
“Io sono Norma e Marilyn. Sono tutt’e due dentro di me. Sono Marilyn e Norma insieme”.
“Siete due persone diverse, Norma non c’è più: vive solo nella tua mente, devi liberartene!”
“Lei è la parte migliore di me, la mia coscienza, mi tiene sveglia”.
“Sii fiera di te stessa. Norma Jean è diventata Marilyn Monroe. Una splendida creatura”.
“Che tutti vogliono e nessuno ama!”
“Amare è ancora più importante”.
“Non posso amare con questo malessere dentro di me”.
“Devi uscirne: è un percorso molto faticoso, non ce un’altra via. Hai bisogno di un lungo ricovero. Sola, non ce la farai mai… ”
“Ho provato. Era terribile!”
“Lo so. Dovevi resistere. E’ stato un errore interrompere la terapia”.
“Non c’è un modo meno crudele, per tirarmi fuori da tutto questo? Joe, il mio ex marito, ha detto che devo smettere di bere e prendere barbiturici. Soprattutto cambiare giro di amici, ma non ci riesco. Non ho le energie per farlo! Lei è il mio psichiatra, dovrebbe consigliarmi”.
“Posso trovarti una buona clinica che ti aiuti a disintossicarti, ma tu devi volerlo fortemente. Non sarà una passeggiata, ci vorranno molti mesi”.
“Ci penserò alla fine dell’estate. Volevo vedere l’uomo che amo, ma a lui non interessa vedermi. Almeno, non tanto quanto me”.
“Intendi il Presidente?”
“No, ero invaghita di lui e non si può non esserlo: è bello come il sole, ma non è lui a cui penso e lei lo Sto arrivando!”.
“No, non lo so e non è necessario che io lo sappia”.
“Mi hanno trattata come una Diva. Una bambola che suscita piacere, ammirazione e poi si accantona. Ho bisogno di tenerezza, di tanto amore, ho bisogno di sentirmi amata… devo essere più importante di qualsiasi scandalo!”
“Ciò che dici è molto grave. Sei irrazionale come una bimba piccola”.
“Ma è vero! Desiderano la mia immagine, non me. Non possono usarmi come un loro passatempo”.
“Parlane con la persona che dici di amare… ”
“Ho tentato, per farmi coraggio devo bere”.
“Cerca di farlo da sobria”.
“Tremo, non riesco a combinare il discorso. Se prendo le pillole è ancora peggio, non so neanche come mi chiamo”.
“Il punto è sempre quello: non puoi pretendere che ti si ami in queste condizioni. Devi curarti, non hai altra scelta. Se non lo farai, soccomberai”.
“Ho tentato tante volte, senza successo”.
“Non devi tentare, devi volerlo! devi essere tu e solo tu. Gli altri possono aiutarti dandoti pillole. Nient’altro”.
“Anche questo è un abuso”.
“Sei tu che abusi di te stessa, solo tu, Marilyn”.
“Ma lei non può aiutarmi? La pago per questo. E anche bene!”
“Mi sono illuso di poterlo fare, mia cara. Il mio obiettivo era di aiutarti a uscire dalla dipendenza da barbiturici e alcool: un insieme che ti sta uccidendo. Sono troppi anni che vivi così. Posso solo prescriverti dei sedativi per farti stare meno male, ma non risolvono nulla, sono solo dei palliativi”.
“Allora perché mi permette di prenderli?”
“Te l’ho spiegato più di una volta: staresti peggio se non li prendessi”.
“Mi farò ricoverare. Mi farò disintossicare. Mi scelga una clinica che non sia troppo violenta”.
“Non sarà la clinica ad essere violenta. E’ la lotta per liberarti dalla dipendenza che sarà dura e violenta”.
“Le sue parole mi spaventano. Come farò con il lavoro?”
“Non sei in grado di far fronte ai tuoi impegni, comunque, in queste condizioni, lo sai. Devi renderti conto della situazione in cui ti trovi, per accettarla e combatterla”.
“Lo farò presto! Ho bisogno di qualche giorno ancora per decidere. Devo pensare”.
“Non aspettare troppo, Marilyn”.
“Chi mi starà vicino? Chi mi verrà a trovare? Chi si occuperà di me?”
“Io ti aiuterò, per quanto mi sarà possibile”.
“Ma lei non potrà aiutarmi come qualcuno che mi ama. Lei è solo il mio psichiatra, la pago per curarmi!”
“Farò del mio meglio, te lo prometto”.
“Sì, andrò alla fine dell’estate!”

dialogo quattro

Dialogo tra Marilyn e Norma Jeane

La stanza è in penombra, s’intravede un letto, una figura femminile sdraiata, immobile. Sembra dormire. Si odono dei mormorii strascicati:

“Ho freddo, ho tanto freddo. Non posso muovermi, Norma dove sei?”
“Sono qui con te, bambina mia, come sempre”.
“Mi sento male, ho i brividi… ”
“Vuoi parlare un poco?”
“Sì, mi sento così sola… ”
“Farei qualsiasi cosa per aiutarti, Marilyn, lo sai”.
“Lo so Norma, tu sei la mia coscienza e io non ti do mai ascolto”.
“Dovevi rimanere Norma Jean. Oggi saresti una signora piacente, un po’ sovrappeso forse, magari con dei marmocchi”.
“Sarebbe stato bello!”
“Sì, solo che ero io a volere dei bambini… ”
“Norma, ci ho provato anch’io”.
“Ho qualche dubbio che tu ci abbia provato per davvero, ero io quella che voleva avere dei figli e una famiglia”.
“Aiutami, per favore, sto troppo male”.
“L’hai fatto ancora! Questa volta non avrai scampo”.
“Devi telefonare subito al mio medico, chiamarlo… ”
“A che scopo? Per farti dare delle altre pillole? Ne hai già prese tante!”
“Non mi tormentare. Ho fatto del mio meglio, anzi, di più, c’è stato un momento in cui ho pensato di poter essere felice.
Hai lavorato tanto e studiato tanto e io con te. Lo meritavi! Ma dentro di te sei rimasta Norma Jean. La tua insicurezza è devastante”.
“Che cosa dovevo fare? Non riesco ad essere ciò che non sono. E mi sento braccata. Sempre! E adesso? Dimmi, adesso cosa posso fare?”
“Nulla, non ho consigli da darti. Puoi soltanto morire! Sì, mi sembra un buona via di uscita. Molti ti rimpiangeranno. Ti ricorderanno bella, bella e patetica nella tua infinita solitudine”.
“Perché usi il passato? Non sono più bella?”

“Il tuo aspetto fisico è terribile: i tuoi capelli sono secchi e radi, la tua pelle grigiastra e piena di rughe. Troppe pillole e troppo alcol ti hanno devastata!”
“Ma sono sempre Marilyn!”
“Sì, la tua immagine, benché tu non ci sia più. Non sei più tu. Impasticcata e ubriaca dalla mattina alla sera. Per la maggior parte del tempo non sai quello che fai, né ciò che dici. Ci vuole un esercito per metterti in piedi”.
“Non essere crudele con me. Non avevo scelta se volevo andare avanti. Perché sono schiava di tutte quelle pillole?”
“E l’alcol dove lo metti? Persino quando sei andata a ritirare Il Golden Globe eri ubriaca, così ubriaca che non è stato possibile trasmetterti mentre ritiravi il premio. Mi sono vergognata terribilmente!”
“Anch’io mi sono vergognata. Ero terrorizzata da tutto quel pubblico… Mai avrei pensato di arrivare a tanto successo: bevevo per farmi coraggio”.
“Uno dei riconoscimenti più importanti al mondo. Dopo tutta quella fatica che abbiamo fatto per arrivarci! Povera, povera Marilyn”.
“Non rimproverarmi, sono già stata punita abbastanza”.
“E anch’io con te, non ci hai mai pensato a me, vero?”
“Non avevo tempo, dimmi che cosa devo fare, Norma, me l’hai sempre detto, questa volta ti ascolterò!”
“Meglio farla finita. Prima che ti distruggano gli altri. Tu hai incominciato a farlo tanti anni fa, non opporre resistenza, rilassati!”
“Vorrei un po’ di tenerezza, un po’ di amore. Norma tu lo sai, sei la mia parte migliore, ti porto dentro di me, ti parlo. Ho sempre avuto amore e tenerezza nel mo cuore”.
“Sono io che ho sempre avuto amore e tenerezza, Marilyn, tu eri troppo ambiziosa per lasciarti andare. Ero io che non ci tenevo a diventare una celebrità”.
“Se qualcuno potesse accarezzarmi, scaldarmi, mi sentirei meglio. Sto male, tanto male, Norma. Sento di essere alla fine”.
“Chiudi gli occhi piccola mia, pensa a qualcosa che possa aiutarti a star meglio”.
“Ricordo quella volta che la mamma mi portò al parco. Era una bella giornata di sole, lei mi prese tra le braccio e mi accarezzò a lungo, con dolcezza, e mi strinse a sé tutto il pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento ancora le sue carezze”.
“Si, mi ricordo di quel giorno, fu l’ultima volta. Aveva l’aria così affaticata, ma io ero troppo felice di vederla per rendermene conto: era il mio compleanno! Mi strinsi a lei tutto il pomeriggio. Anche lei era sola e malata”.
“E’ stata la causa maggiore delle miei paure, dei miei complessi. Doveva darmi in adozione”.
“Ha fatto tutto ciò che ha potuto, non riusciva a pensare di non vederti più”.
“Tirarsi fuori da quella vita randagia non è stato facile, tutte quelle famiglie che mi hanno ospitato… ”
“Non lo dimentico, tuttavia sei stata brava: eri bella e determinata. Hai studiato, sei diventata famosa”.
“E infelice. Nessuno mi ha veramente amato, per quale ragione?”
“Hanno tentato. Il successo non l’ha permesso. L’alcol e i barbiturici non l’hanno permesso e tu stessa non l’hai realmente voluto”.
“Non ricordo l’inizio”.
“Hai incominciato presto a mandar giù pillole di ogni tipo. Oggi non ce la fai più a rispettare i tuoi impegni di lavoro”.
“Ho sempre lavorato tanto… ”
“Dovresti lavorare adesso. Raccogliere quello che hai seminato. Ma non sei più professionale: sempre in ritardo, sempre ubriaca… ”
“Ti prego, Norma, ti prego non infierire. Ero paralizzata dalla timidezza e dalla paura. Non riuscivo a farcela da sola; avevo bisogno di aiuto”.
“Hai scelto l’aiuto peggiore: la dipendenza. Mi meraviglio come tu abbia retto tanti anni in quelle condizioni! Sei intelligente, sensibile. Avresti potuto essere un mostro di bravura”.
“Volevo essere colta, all’altezza delle situazioni. Avevo paura di sbagliare, soprattutto se dovevo parlare in pubblico, recitare. Per quello bevevo, prendevo pillole e arrivavo in ritardo: non riuscivo a muovermi”.
“Quando hai cantato: “Happy Birthday, Mr President”, eri intensa e bellissima. Avresti dovuto accontentarti! Hai avuto il desiderio e l’ambizione di voler far parte di un mondo che non ti apparteneva”.
“Ma non sono io che l’ho cercato, quel mondo è venuto a cercarmi”.
“Dovevi incassare il tuo successo. Essere discreta. Curarti. Cambiare stile di vita. Dovevi essere tu a volerlo per riuscire. Ti sei logorata e sei andata avanti per la tua deriva. Una deriva amara!”
“Tu non capisci, io ci ho creduto veramente, ma loro non mi hanno voluta. Non mi hanno ritenuto all’altezza”.
“Te l’ho detto tante volte: dentro di te sei rimasta Norma Jean. Io ero una ragazza fragile, insicura, romantica e avrei desiderato tanto avere una famiglia. Per diventare Marilyn hai dovuto prendere pillole per tutto: dormire, lavorare, svegliarti. Anche per far l’amore”.
“Sì, mi sono trovata al centro di un mondo scintillante”.
“A cui non hai voluto rinunciare neanche per amore”.
“E’ vero!”
“Non sei stata in grado di scegliere il marito o l’amante giusto, neanche il medico o la donna di servizio”.
“Né il marito né l’amante e neanche lo psichiatra… Perché? Eppure non sono peggiore di altri”.
“No, non lo sei, mia povera Marilyn”.
“Ho sperato che funzionasse con Joe e poi con Arthur… ”
“Non hai lottato abbastanza, con Joe hai preferito la tua carriera, lo sai, te l’ho detto tante volte. Lui ti amava davvero, non voleva dividerti con mezzo mondo. Io sarei rimasta con lui per tutta la vita. Mi avrebbe protetto, amato. Ero felice quando l’ho sposato e non avrei mai divorziato”.
“Sì, Norma Jean, tu lo eri, ma non io. Con Miller ci ho creduto, volevo avere un figlio da lui”.
“Era troppo diverso da te, da me. Un intellettuale, non ha capito le tue difficoltà. Neanche io capivo lui”.
“Se avessi avuto un figlio da stringere al cuore… ”
“Ma non l’hai avuto, almeno sei sicura che non sarà stato infelice”.
“Sarebbe stato bello. l’avrei amato tanto! Ho freddo, Norma, tanto freddo, mi sento così rigida, non riesco a rilassarmi. Forse dovrei… coprirmi…
Addio, Marilyn…

dialogo cinque

Dialogo tra Marilyn Monroe e Andy Warhol

I due camminano lungo una strada senza fine tenendosi per mano. Lei cammina a piccoli passi su un paio di scarpe dai tacchi altissimi, gli occhi socchiusi, un sorriso splendente, i capelli biondi, perfetti. Lui, molto magro, di aspetto ricercatamente sciatto, indossa mocassini e capelli color platino.

“Andy, sei un grandissimo impostore. Guarda cosa sei riuscito a combinare!”
“Nulla, non ho combinato proprio nulla. Ho dato loro quello che volevano… ”
“Hai fatto di me una persona che vivrà per sempre, bella e luminosa”.
“In effetti, mi sei riuscita bene”.
“Io che ero diventata brutta e pelata, sarò come tu mi hai raffigurato per l’eternità”.
“Si, finché esisterà l’eternità: come la Coca Cola e la minestra della Campbell!”
“Non essere sarcastico, non puoi paragonarmi a una bottiglietta o a una lattina!”
“Tu sei un oggetto di consumo, esattamente come lo sono le lattine e le bottigliette”.
“Non pensi che ci fosse qualcos’altro, dentro di me?”
“Questo non interessa più. Noi dobbiamo scegliere, tu hai scelto di essere quella, per sempre”.
“Ma chi l’ha detto?”
“Non l’ha detto nessuno, sei tu, con le tue azioni, che l’hai determinato”.
“Non è vero, sono stata una vittima fin dall’infanzia… Se avessi avuto una famiglia normale, sarei stata più felice”.
“Si, senza dubbio, ma poi hai scelto, come me, anzi, più di me, di essere un personaggio pubblico”.
“Io volevo studiare, non volevo rimanere un’oca”.
“E perché non l’hai fatto?”
“Mah, me lo chiedo, ogni tanto… ”
“Dì che ti piaceva essere famosa, desiderata: un sex symbol!”
“Sì! E sono contenta della nicchia che mi sono conquistata, anche grazie a te e al fatto che sono morta giovane”.
“Ma ti sei uccisa per davvero?”
“Bella domanda: non lo so neanch’io. Mi sono impasticcata e ho bevuto come al solito, mi sarò dimenticata di aver preso le pillole e ne ho prese ancora e… eccomi qua!”
“Vuoi dire che non sai che cosa ti sia successo in seguito?”
“Proprio per niente”.
“Furbetta!”
“Come te, ci hai propinato le tue riproduzioni fotografiche come autentici capolavori: hai un ottimo senso degli affari!”
“Bé, come te, amo il lusso. I miei erano poveri e allora ho aguzzato il mio ingegno creativo e, credimi, ne avevo una buona dose”.
“Sì, ho visto le tue “Ossidazioni”. Vere creazioni di sedute urinarie! Ma dimmi, non puzzavano?”
“Finché le tele non asciugavano… il fondo era trattato in modo particolare”.
“C’erano indicazioni sul numero dei partecipanti?”
“No, si poteva eseguire in gruppo o singolarmente. Chi c’era, c’era”.
“Presumo che ci fossero molti getti incrociati”.
“Presumi bene. Ci siamo divertiti, lavorando. Tuttavia è stato solo un periodo, abbiamo creato molto altro”.
“Avresti vissuto qualche anno in più?”
“Che differenza avrebbe fatto?”
“Ma non rimpiangi nulla?”
“Che domanda banale!”
“Bé, di banalità ce ne hai vendute tante… ”
“Anche tu. I miti vendono bene!”

Dialogo tra Norma Jean e Marilyn

La stanza è in penombra, s’intravede un letto, una figura femminile sdraiata, immobile. Sembra dormire. Si odono dei mormorii strascicati:

“Ho freddo, ho tanto freddo. Non posso muovermi, Norma dove sei?”
“Sono qui con te, bambina mia, come sempre”.
“Mi sento male, ho i brividi…”
“Vuoi parlare un poco?”
“Sì, mi sento così sola… ”
“Farei qualsiasi cosa per aiutarti, Marylin, lo sai”.
“Lo so Norma, tu sei la mia coscienza e io non ti do mai ascolto”.
“Ne abbiamo parlato tante volte: non dovevi diventare Marilyn, dovevi rimanere Norma Jean. Oggi saresti una signora piacente, un po’ sovrappeso forse, magari con dei marmocchi”.
“Sarebbe stato bello”!
“Ma ero io a volere dei bambini…”
“Norma, ci ho provato anch’io”
“Forse, ma guardati perché l’hai fatto ancora? Questa volta non avrai scampo”.
“Devo telefonare subito al mio medico, chiamarlo…”
“A che scopo? Per farti dare delle altre pillole? Ne hai già prese tante!”
“Ti prego non mi tormentare. Ho fatto quello che ho potuto, anzi, di più, c’è stato un momento in cui ho pensato di poter essere felice”.
“Si, hai lavorato tanto e studiato tanto. Lo meritavi. Ma dentro di te sei rimasta Norma Jeane. La tua insicurezza è devastante”.
“Che cosa dovevo fare? Non riesco ad essere ciò che non sono. E mi sento braccata. Sempre! E adesso? Dimmi adesso cosa posso fare”?
“Nulla, non ho consigli da darti. Puoi soltanto morire! Si, mi sembra un buona via di uscita. Molti ti rimpiangeranno. Ti ricorderanno bella…  bella e patetica nella tua infinita solitudine. E lo eri!”
“Perché usi il passato? Non sono più bella?”
“Il tuo aspetto fisico è terribile: i tuoi capelli sono secchi e radi, la tua pelle grigiastra e piena di rughe. Troppe pillole e troppo alcol ti hanno devastata!”
“Ma sono sempre Marylin!”
“Si la tua immagine, benché tu non ci sia più. Non sei più tu. Impasticcata e ubriaca dalla mattina alla sera. Per la maggior parte del tempo non sai quello che fai, né ciò che dici. Ci vuole un esercito per metterti in piedi”.
“Non essere crudele con me. Non avevo scelta se volevo andare avanti. Perché sono schiava di tutte quelle pillole?”
“E l’alcol dove lo metti? Persino quando sei andata a ritirare Il Golden Globe eri ubriaca, così ubriaca che non è stato possibile trasmetterti mentre ritiravi il premio. Mi sono vergognata terribilmente”.
“Anch’io mi sono vergognata. Ero terrorizzata da tutto quel pubblico… Mai avrei pensato di arrivare a tanto successo: bevevo per farmi coraggio”.
“Uno dei riconoscimenti più importanti al mondo… Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per arrivarci! Povera, povera Marilyn”.
“Ti prego, Norma, non rimproverarmi, sono già stata punita abbastanza”.
“E io con te, non ci hai mai pensato a me, vero?”
“Non avevo tempo, dimmi che cosa devo fare, Norma, me l’hai sempre detto, questa volta ti ascolterò!”
“Meglio farla finita. Prima che ti uccidano gli altri. Tu hai incominciato a farlo tanti anni fa… non opporre resistenza, rilassati!”
“Vorrei un po’ di tenerezza, un po’ di amore. Norma tu lo sai, sei la mia parte migliore, ti porto dentro di me, ti parlo. Ho sempre avuto amore e tenerezza nel mio cuore”.
“Sono io che ho sempre avuto amore e tenerezza, Marylin, tu eri troppo ambiziosa per lasciarti andare…  io non ci tenevo a diventare una celebrità!”
“Se qualcuno potesse accarezzarmi, scaldarmi, mi sentirei meglio. Sto male, tanto male, Norma. Sento di essere alla fine”.
“Chiudi gli occhi piccola mia, pensa a qualcosa che possa aiutarti a star meglio”.
“Ricordo quella volta che la mamma mi portò al parco. Era una bella giornata di sole, lei mi prese tra le braccio e mi accarezzò a lungo, con dolcezza, e mi strinse a sé tutto il pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento ancora le sue carezze”.
“Si, mi ricordo di quel giorno, fu l’ultima volta. Aveva l’aria così affaticata, ma io ero troppo felice di vederla per rendermene conto: era il mio compleanno! Mi strinsi a lei tutto il pomeriggio. Anche lei era sola e malata”.
“E’ stata la causa maggiore delle miei paure, dei miei complessi. Doveva darmi in adozione!”
“Ha fatto tutto quanto ha potuto, non riusciva a pensare di non vederti più”.
“E’stato difficile tirarsi fuori da quella vita randagia, tutte quelle famiglie che mi hanno ospitato”.
“Tuttavia sei stata brava: eri bella e determinata. Hai studiato, sei diventata famosa”.
“E infelice. Nessuno mi ha veramente amato, per quale ragione?”
“Hanno tentato… troppo difficile. Il successo non l’ha permesso! L’alcol e i barbiturici non l’hanno permesso e tu stessa non l’hai voluto”.
“Non ricordo più l’inizio”.
“Hai incominciato presto a impasticcarti. Oggi non ce la fai più a rispettare i tuoi impegni di lavoro”.
“Ma ho sempre lavorato tanto… ”
“Dovresti lavorare adesso. Raccogliere quello che hai seminato. Ma non sei più professionale: sempre in ritardo, sempre ubriaca…”
“Ti prego, Norma, ti prego non infierire. Ero paralizzata dalla timidezza e dalla paura. Non riuscivo a farcela da sola: avevo bisogno di aiuto”.
“Hai scelto l’aiuto peggiore: la dipendenza. Mi meraviglio come tu abbia retto tanti anni in quelle condizioni! Sei intelligente, sensibile. Avresti potuto essere un mostro di bravura”.
“Volevo essere colta, all’altezza delle situazioni. Avevo paura di sbagliare, soprattutto quando dovevo parlare in pubblico, recitare. Per quello mi impasticcavo e arrivavo in ritardo: non riuscivo a muovermi.
“Quando hai cantato: “Happy Birthday, Mr President”, eri intensa e bellissima. Avresti dovuto accontentarti! Hai avuto il desiderio e l’ambizione di voler far parte di un mondo che non ti appartiene”.
“Ma non sono io che l’ho cercato, quel mondo è venuto a cercarmi”.
“Dovevi incassare il tuo successo. Essere discreta. Curarti. Cambiare stile di vita. Dovevi essere tu a volerlo per riuscire, adesso è tardi. Ti sei logorata e sei andata avanti per la tua deriva. Una deriva amara!”
“Tu non capisci, io ci ho creduto veramente, ma loro non mi hanno voluta. Non mi hanno ritenuto all’altezza”.
“Te l’ho detto tante volte: dentro di te sei rimasta Norma Jean. Io sono una ragazza fragile, insicura, romantica e desidererei tanto avere una famiglia. Per diventare Marylin hai dovuto prendere pillole per tutto: dormire, lavorare, svegliarti. Anche per far l’amore”.
“Sì, mi sono trovata al centro di un mondo scintillante”.

“A cui non hai mai voluto rinunciare neanche per amore”.

“E’ vero!”

“Non sei stata in grado di scegliere il marito o l’amante giusto, neanche il medico o la donna di servizio”.

“Né il marito né l’amante e neanche lo psichiatra… Perché? Eppure non sono peggiore di altri”.
“No, non lo sei, mia Marilyn”.
“Ho sperato che funzionasse con Joe e poi con Arthur…”
“Non hai lottato abbastanza… con Joe hai preferito la tua carriera, lo sai, te l’ho detto tante volte. Lui ti amava davvero, non voleva dividerti con mezzo mondo. Io sarei rimasta con lui per tutta la vita. Mi avrebbe protetto, amato… ero felice quando l’ho sposato e non avrei mai divorziato”.
“Sì, Norma Jean, tu lo eri, ma non io. Con Miller ci ho creduto, volevo avere un figlio da lui”.
Era troppo diverso da te, da me. Un intellettuale, non ha capito le tue difficoltà. Neanche io capivo lui”.
“Se avessi avuto un figlio da stringere al cuore… ”
“Ma non l’hai avuto, almeno sei sicura che non sarà stato infelice”.
“Sarebbe stato bello. l’avrei amato tanto! Ho freddo, Norma, tanto freddo… Mi sento così rigida, non riesco a rilassarmi. Forse dovrei coprirmi…”
Addio, Marilyn…