Un articolo sul gioco d’azzardo

Incommentabili le parole dello psichiatra sul gioco d’azzardo!

 Il gioco d’azzardo è devastante  per i danni che produce alle persone e, oltre a ridurle sul lastrico, coinvolge irrimediabilmente la qualità della vita del nucleo familiare. Mi dispiace che sia lo stato a gestire il gioco d’azzardo che viene chiamato “gioco lecito”, una finzione per mascherare una realtà perversa: quella dello stato divenuto pusher e biscazziere. Il gioco d’azzardo o “gioco lecito” come viene chiamato, sta impoverendo il paese: come può esserci una ripresa in queste condizioni?

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Lo stato lo chiama gioco “lecito”

Martina assisteva alla conferenza sbigottita, sentiva l’ansia e la rabbia montarle dentro. Un insieme di sentimenti misti a indignazione e incredulità per quanto stava ascoltando. Il rappresentante del governo parlava di gioco d’azzardo in maniera impersonale, come se sciorinasse informazioni su una serie di partite di calcio: il deficit, il guadagno, le problematiche. Monotonamente. Le cifre che lo stato guadagnava sul gioco d’azzardo erano incredibili: almeno otto miliardi l’anno!, e sulla pelle delle persone! Non c’era solo chi si limitava a giocare qualche gratta e vinci, c’erano anche quelli che giocavano molto e, pur senza rovinarsi, potevano perdere una grande quantità di denaro con risvolti negativi sulle persone che gli vivevano intorno. C’erano poi quelli che si rovinavano totalmente, trascinandosi dietro tutta la famiglia, e non solo per una generazione. Ricordava una povera ragazza con due bimbe piccole, tutt’e due in età prescolare, il cui marito si giocava tutto ciò che riusciva a guadagnare, quando guadagnava, alle slot machines, e lei non poteva comprare da mangiare per le bambine. Più di una volta Martina le aveva fatto la spesa: “e mangia anche lui” si lamentava lei, “se io chiedo la carità, lo faccio per le mie figlie, non è giusto che lui mangi quello che io ricevo per loro”.
Ogni tanto Martina ci pensava – o forse ci pensava sempre, abbiamo pensieri che non ci lasciano mai – e si chiedeva che fine avessero fatto lei e le sue bambine.
Non l’aveva più vista, sapeva che si era trasferita in un luogo più vicino alla sua famiglia di origine ed era aiutata dai servizi sociali, sperava che questi l’aiutassero a cercare un lavoro, senza portarle via le bimbe per darle in affido o, peggio ancora, per metterle in qualche comunità.
Alla conferenza erano presenti diversi rappresentanti delle sale da gioco, ma non molto pubblico, la cosa le dispiaceva, era un argomento importante e ci sarebbe dovuta essere più gente, le persone dovevano rendersi conto di quanto stava accadendo al paese. Tuttavia non aveva visto né un manifesto né un volantino che pubblicizzasse l’incontro: lei stessa l’aveva saputo per caso. Un realtà devastante quella del gioco d’azzardo soprattutto se diventava patologico, una realtà con cui, sebbene non avesse mai giocato, le era capitato di doversi confrontare più di una volta.
Una dottoressa relazionava i presenti, in maniera molto competente, sulle malattie causate dal gioco d’azzardo: “il gioco può causare dipendenza, ciò non avviene subito, qualcuno se ne rende conto prima di giungere allo stadio finale e riesce a tirarsi fuori, dopo diventa un’ossessione che non si può più controllare, poiché il bisogno diventa compulsivo e, pur rimanendo in una sfera di lucidità, la persona non è in grado di frenare l’impulso a giocare, riducendo sul lastrico se stessa e le persone che gli stanno vicino, chiedendo soldi a tutti e rubando. E non vive più!” diceva la relatrice.
“Negli ultimi anni si calcola che le situazioni di dipendenza siano aumentate più del cento per cento a causa dell’accessibilità dell’offerta di slot machines, videolottery, gratta e vinci e altri prodotti mangia soldi disseminati su tutto il territorio nazionale, per non parlare delle sale gioco: vere bische legalizzate! E che, per ogni persona dipendente, ce ne siano almeno sette che subiscono le terribili conseguenze di questa patologia con povertà, emarginazione sociale, famiglie distrutte”.
Inoltre, come tutte le dipendenze, il gioco d’azzardo, oltre a non divertire, alienava. La dottoressa aveva mostrato foto di persone che giocavano alle slots e alle videolottery: degli automi spiritati che aspettavano, nella risposta di una macchina, la loro chance. Non c’era abilità in questo tipo di gioco, non s’interagiva con nulla e nessuno, neanche con la macchina. Si era totalmente passivi: un’azione meccanica a cui veniva data una risposta meccanica, in un intreccio di luci e suoni striduli.
Aveva conosciuto un tizio che di lavoro faceva l’assicuratore, anche lui aveva due bambine, ma più grandicelle delle altre due, giocava con tutto, ma soprattutto con le slot e le videolottery: si era giocato i soldi che gli avevano affidato i clienti, il risparmio della famiglia, ipotecato l’appartamento appena finito di pagare, una disfatta! Per un periodo di tempo era riuscito, con salti mortali, a tener nascosto il suo disagio, poi non ce l’aveva più fatta a contenere i debiti, ed era stato costretto a dirlo all’assicurazione e alla moglie. L’assicurazione, per coprire lo scandalo, aveva pagato i conti dei clienti e lui avrebbe dovuto restituire ogni mese, su un diverso lavoro che gli avevano assegnato, tre quarti di qualsiasi somma avesse guadagnato, e per il resto della sua vita. La moglie aveva chiesto il divorzio e se n’era andata con le figlie. Per non morire era riuscito a mettere insieme un gruppo di auto-aiuto con altri infelici distrutti dal gioco d’azzardo e andava a mangiare alla Caritas, dormendo in luoghi di fortuna. Neanche di lui sapeva più nulla. Alcuni si suicidavano, simulando incidenti di varie forme, troppo disperati per chiedere aiuto, consapevoli che aiutarli non  fosse cosa facile soprattutto per l’enorme quantità di debiti che spesso avevano accumulato.
Uno dei rappresentanti delle sale gioco si lamentava degli orari di apertura delle stesse, avevano perso un ricorso sulla richiesta di apertura 24 ore su 24 e dovevano chiudere da mezzanotte alle dieci, una pausa per  diminuire il danno, purtroppo non avveniva in tutti i comuni. Alcuni sindaci si adoperavano per quella che si definiva “la riduzione del danno”,  una serie di misure per contenere una piaga che stava assumendo risvolti sociali pesanti,  e cioè la chiusura notturna, numero massimo di slot per superficie e sale da gioco a non meno di 500 metri distanza dai luoghi sensibili: scuole, oratori, ospedali e altri luoghi frequentati da minori. Ma non serviva a molto, inoltre, la pubblicità che si faceva su internet e in televisione e la possibilità di giocare on line creavano delle situazioni non controllabili. In un intervento, un signore aveva puntualizzato che bisognava eliminare la pubblicità che imperversava sui mass-media, almeno nelle fasce orarie più esposte ai bambini.
Il rappresentante del governo parlava dei soldi che si volevano stanziare per la prevenzione: assolutamente ilare, si disse Martina. Che senso aveva fare prevenzione in un contesto in cui praticamente non ci si poteva difendere, soprattutto se si apparteneva a una condizione sociale medio/bassa. Terrificante il prezzo che si pagava! E questo era il gioco legalizzato, quello controllato dallo stato: il padre e la madre che mandano i propri figli alla rovina sapendo di farlo, anzi studiando sistemi per rendere il più avvolgente possibile l’adescamento.
Aveva chiesto al rappresentante del governo perché lo Stato facesse il biscazziere e gestisse il gioco d’azzardo e questi le aveva risposto che lo Stato, legalizzando il gioco – non diceva mai gioco d’azzardo – lo toglieva dal controllo delle mafie.
Certo, lo stato aveva reso legale il gioco d’azzardo, rendendo il tutto molto accessibile e alla portata di tutti; ormai si poteva giocare dappertutto, senza più nascondersi o dover cercare una bisca clandestina: si giocava nei bar, nei supermercati, nelle sale gioco. Bastava mettervi una slot machine o una videolottery e avevi una bisca leglizzata e il gioco d’azzardo veniva chiamato “gioco lecito”. Un paradosso! E facendo questo lo stato ne aveva fatto uno strumento di rovina e morte alla luce del sole e alla portata di tutti.
Le associazioni di volontariato o quelli come lei, si prodigavano per recuperare i danni: “ma i danni recuperati erano sempre minimi se paragonati a quelli ricevuti”. Rifletteva Martina con grande scoramento.

Giovanna Rotondo