Ninna nanna per una piccola bimba sconosciuta

Ninna nanna per una neonata di nove mesi morta a Milano denutrita, trascurata, straziata.
Una ninna nanna dedicata a lei e a tutti i bambini maltrattati e dimenticati.

Ninna nanna
piccola bimba
sconosciuta
sopravvissuta
nove mesi,
morta di stenti
di incuria
piena di piaghe
sola
e senza sorriso.

Dormi, dormi
mia piccina,
ti ninnerò
dolcemente
tenendoti
abbracciata

Dormi, dormi
piccolina
vedi: vien buio
già la luna
ti guarda
di lassù.

Dormi, dormi,
bimba cara
il tuo risveglio
sarà gioioso
sorridente
amorevole

Dormi, dormi
bimba bella
ti guarderò
sgambettare
nuda, felice
profumata.

Dormi, dormi
piccolina
ogni creatura
intorno
ti sussurra
il suo amore

Ninna, nanna
mia piccina
ovunque tu sia.

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Edward Hopper

Un pittore che conquista per la sua poesia: ciò che racconta lo si comprende con immediatezza. Hopper riesce a captare quei momenti solitari che prima o poi si presentano nella vita delle persone, e li raffigura. Momenti solitari, ma anche di solitudine e di isolamento, sensazioni di altre esistenze che ancora oggi si avvertono, viaggiando nella provincia americana. Nella staticità delle sue composizioni, il tempo appare immutabile.
Hopper non dipinge la povertà, il lavoro o la gioia di vivere, ma vite inespresse in momenti di intimità che appaiono eterni, e lasciano, a chi guarda, l’interpretazione della storia. Con grande abilità tecnica porta le persone a riconoscersi in comportamenti della vita quotidiana. E’ stato definito un realista, ma è indubbio che le sue composizioni esprimono grande spiritualità: “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che provo”,  è una sua frase.

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Due autoritratti di Hopper, uno del 1903, si trova al Museo di Fine Arts di Boston, l’altro 1925/30 al Witney Museum di New York e così il disegno di Hopper ragazzo.
Edward Hopper nasce a Nyack, cittadina dello Stato di New York, il 22 luglio 1882, in una famiglia benestante e colta della borghesia americana. I suoi genitori, di fede Battista, incoraggiano da subito le sue aspirazioni artistiche. Nel 1900 si iscrive e frequenta la New School of Art e Robert Henri, pittore realista suo insegnane, incita Hopper a trovare la sua ispirazione nella vita di tutti i giorni, lontano dal manierismo del tempo. La New School of Art è frequentata da allievi che sarebbero diventati tra i personaggi più significativi della vita artistica americana tra cui George Bellows, pittore, litografo e illustratore, e William Merrit Chase, pittore americano esponente dell’impressionismo e responsabile di una delle più rinomate Art Schools of Design di New York.
Hopper rimane alla School of Fine Arts fino al 1906, anno del suo primo viaggio a Parigi. Parigi a quei tempi era il centro della vita culturale del mondo, La Ville Lumière, impossibile non esserne affascinati. Le opere di artisti come Manet, Degas e Paul Cèzanne sono determinanti per la sua formazione, anche se, da persona schiva e riservata qual era, l’artista non frequenterà i pittori dell’avanguardia parigina ma condurrà una vita solitaria osservando la vita degli altri.
Dopo le visite europee si può dire che il futuro dell’artista si rischiari di nuove luci. Ama la natura, ma anche la città, interpreta le cose che lo circondano secondo il suo modo di sentire. Con il tempo elaborerà il suo personalissimo stile pittorico: uno stile con una prospettiva spesso fotografica. Tra il 1906 e il 1910 va in Europa tre volte, oltre i soggiorni parigini, visita alcune capitali europee, ma non verrà in Italia. In seguito, non lascerà più gli Stati Uniti. Lavora come illustratore pubblicitario alla C.C. Phillips & Company. L’unica occupazione retribuita che ha per molti anni. Le sue acqueforti e puntesecche sono apprezzate e ottengono notevoli riconoscimenti. Hopper è un grande illustratore oltreché un grande pittore, ma anche un fine conoscitore delle diverse tecniche usate: olio, acquerello e acquaforte.
Un’altra caratteristica della sua arte sono i disegni e i dipinti di nudo: erotici, sorprendenti, originali, a volte inquietanti: una delle molteplici capacità interpretative di Edward Hopper, artista innovativo e segreto.

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The boy and the moon 1906/07, acquerello

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Uomini seduti al caffè, 1906 acquerello opaco e trasparente, penna e inchiostro, pennello e inchiostro e la matita di graffite su carta.

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Ombre notturne, acquaforte, 1921, Whitney Museum of American Art, N.Y.

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Vento della sera, acquaforte, 1921, Whitney Museum of American Art, N.Y.

I dipinti

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Interno d’estate, 1908, olio su tela, Whitney Museum of American Art, N.Y.

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Villaggio Americano, 1912, olio su tela, Whitney Museum of American Art, N.Y.

Le sue tele, principalmente a olio, non incontrano il favore del pubblico. L’impulso al suo lavoro di pittore arriva dopo la mostra al Witney Club nel 1920, di cui è uno dei soci della prima ora. Non vende neanche una tela, ma, seppur con pareri controversi, una delle sue composizioni parigine “Soir bleu” (Sera azzurra), una tela di notevoli dimensioni, viene notata da pubblico e critica. Tuttavia, Hopper, non gradendo i molti commenti – “Soir Bleu” è un dipinto di difficile comprensione in una Società pragmatica come quella americana – arrotola la tela e la mette in disparte, sarà riconsiderata molti anni dopo.

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Soir bleu (Sera azzurra), 1914, Whitney Museum of American Art, N.Y.

Nel 1924, alcuni suoi acquerelli vengono esposti alla Frank Rehn gallery di Gloucester, New York, con successo. Da quel momento la carriera di pittore fiorisce e trova tutti i riconoscimenti che merita. Nello stesso anno Hopper sposa Josephine Verstille Nivison, anch’ella pittrice: sarà la sua modella in tutti i personaggi femminili dei suoi dipinti.

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Il faro a due luci, 1927, acquarello, Whitney Museum of American Art, New York

In quegli anni dipinge Apartment Houses che viene acquistata dalla Pennsylvania Academy. Il suo primo dipinto a olio ad essere acquistato per una collezione pubblica e il primo dipinto venduto dopo più di dieci anni. Nel 1930 il dipinto House by the Railroad (la casa vcino alla ferrovia) viene donata al Moma – Metropolitan Museum on N. Y. da un collezionista, Stephen C. Clark. E il Moma gli dedica una retrospettiva due o tre anni dopo. Una curosità, il dipinto fu usato come modello per la casa di Psycho, il film di Alfred Hitchock.

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Tramonto sulla ferrovia, 1929, olio su tela, Whitney Museum of American Art, New York

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Apartment house east river, 1930, olio su tela, Whitney Museum of American Art

Agli inizi degli anni trenta, Hopper costruisce una cosa a Truro, nella penisola di Cape Cod. Una casa affacciata sull’oceano dove si recherà ogni anno per le sue vacanze e che, indubbiamente, ispirerà molti suoi dipinti. La ricerca della luce è una costante delle opere di Hopper: la luce è la protagonista indiscussa dei suoi dipinti! “Tutto ciò che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato della casa”.  E questa ricerca diventerà sempre più evidente nella sua produzione artistica.

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Tramonto a Cape Cod 1934, olio su tela, Whitney Museum of American Art, New York

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Pompa di Benzina, 1940, olio su tela, Museum of Modern Art, New York

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I nottambuli, 1942, olio su tela, Art institute of Chicago, Chicago

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Stanze sul mare, 1955, olio su tela, Yale University Art Gallery, New Haven, Connecticut

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Mattino in Sud Carolina, olio su tela, 1955, Whitney Museum of American Art, New York

Hopper viene considerato il caposcuola dei realisti americani con le sue solitarie case vittoriane, i binari ferroviari, i sui paesaggi surreali, i distributori di benzina, i personaggi immobili per l’eternità. Il pittore ha descritto la provincia americana come la si vede ancora oggi nelle back street, silenziosa e solitaria, impenetrabile e statica. Hopper è un pittore enigmatico che ha colto aspetti della vita quotidiana, sublimandoli e rendendoli eterni. La sua vita è stata lunga e laboriosa, muore a 85 anni, nel 1967, nel suo studio a New York.

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Secondo piano al sole, olio su tela, 1960, Whitney Museum of American Art, New York

Ci sarebbero molte considerazioni da fare guardando le opere di questo artista e pensando che ha vissuto in un momento particolarissimo della storia dell’umanità. Un periodo di guerre e difficoltà, di depressioni economiche, ma anche di avanguardie e grandi fermenti artistici, di cui non si avverte traccia nel suo lavoro. Tuttavia è nel contatto con la natura, in quelle bellissime tele di paesaggi e tramonti, indescrivibili attimi di bellezza, in cui bisogna cercare il suo messaggio. E nella sensazione di solitudine e di isolamento che le sue figure trasmettono: in quelle immagini è possibile interpretare la visione solitaria e silenziosa che l’artista ha dell’esistenza.

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Two Comedians (Due attori), 1965, olio su tela, collezione privata

I due commedianti, una delle ultime opere, se non l’ultima, di Edward Hopper, datata l’anno prima della sua morte. Il dipinto dell’addio: due piccole figure che omaggiano un pubblico virtuale! Un dipinto commovente e al contempo ironico. I due protagonisti, l’artista e sua moglie Jo, salutano prima di uscire di scena: la scena della loro vita.

Giovanna Rotondo Stuart

 

 

Il Calicanto

 

Dell’inverno amo
il profumo del calicanto.
I suoi minuscoli fiori
dai petali giallo pallido
con piccole corolle
viola e oro al centro,
emanano una fragranza
che si espande intensa
per un largo tratto intorno,
avvolgendo e inebriando
tutto ciò che incontra.
Ogniqualvolta mi trovo
accanto a un calicanto
mi lascio incantare
dal quel profumo pungente
e mi soffermo ad ammirare
i rami intricati e spogli
di questo arbusto,
modesto e generoso,
ricoperto di gemme
raggruppate fitte fitte
qua e là, che offre,
splendide e odorose
al freddo inverno.
E, al finire di esso,
si riveste di verdi,
riposanti foglie
per donare frescura
ai caldi giorni estivi.
Senza nulla mai chiedere
all’una e all’altra stagione.

Mai dimenticare!

Non ho bisogno
del giorno della memoria
per ricordare coloro
la cui vita è stata
violata
abusata
negata.
Li porto con me
ogni istante
che respiro.

Come dimenticarli?

 

Il mio nipotino di sei anni ha visto a scuola questo video sulla Shoa, con i suoi compagni di classe e la sua maestra, e ne hanno parlato. A casa, ha  raccontato tutta la storia con grande emozione, abbiamo cercato il video su you tube e l’abbiamo riguardato insieme a suo fratello. Ve lo raccomando!    Giovanna

 di Chaz Smith

Paul Gauguin al Mudec di Milano

 

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Paul Gauguin al Mudec di Milano

Giovanna Rotondo Stuart

La mostra di Paul Gaugain, inaugurata al Mudec di Milano il 28 ottobre, rimarrà in programma fino al 21 febbraio 2016. Il Mudec, il nuovo Museo della Cultura, è stato realizzato nell’area dell’ex Ansaldo, un vecchio complesso industriale comprato dal Comune di Milano e trasformato in area culturale: il comune si occupa della direzione scientifica mentre “24 Ore Cultura” – una società del gruppo del Sole 24 – della programmazione culturale. Un complesso moderno e futurista nella zona di Porta Genova, in via Tortona, un luogo interessante che avrà successo.

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La mostra, promossa dal Comune di Milano Cultura e da 24 Cultura, con la collaborazione della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, è presente al Mudec con 70 capolavori, di cui ben 35 provengono dal museo danese, che raccoglie una delle più significative collezioni di Gauguin, e altrettante sono prestiti provenienti da altre prestigiose Gallerie d’Arte.

Si possono ammirare dipinti importanti di questo grande e inquieto, nonché irrequieto artista, che ha viaggiato da un continente all’altro, per lavoro o in cerca di ispirazione.
Molto interessanti le sculture in legno di quercia dipinto a mano e le bellissime zincografie della suite Volpini, una decina in tutto, stampate su carta gialla, che Gauguin aveva elaborato per decorare le café Volpini.
La mostra esprime il tormentato percorso pittorico dell’artista che, da un ambiente impressionista-naturalista, a volte sofisticato, cerca la sua ispirazione in un mondo più istintivo e primitivo.

Nei due autoritratti di Gauguin presenti in questa rassegna, uno del 1885 e l’altro del 1991, si notano le prime differenze stilistiche: il primo, un bel ritratto realista dell’artista, dipinto secondo le regole del “dipingere ciò che si vede” non esprime ancora la sua ricerca di un’arte meno ragionata e più primitiva come nel secondo autoritratto, con il Cristo Giallo in uno sfondo dai colori piatti e intensi, in cui si coglie la ricerca dell’arte intesa come dipingere anche “ciò che si immagina”, e che diventerà l’essenza della sua pittura.

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Paul Gauguin ha avuto una vita particolare, già all’età di un anno, nel 1849, si trova a viaggiare su una nave alla volta di Lima, la sua era una famiglia benestante e il padre, di idee socialiste, non voleva vivere il clima politico della Francia di quell’epoca, ma muore in nave durante il viaggio e lui crescerà senza l’appoggio di una figura paterna.
Nel 1855 sua madre lo riporta in Francia, a Orleans, insieme a sua sorella Aline, maggiore di lui di un anno, da dove, dopo qualche tempo, si trasferiscono a Parigi. I primi ricordi dell’infanzia dell’artista, vissuta in un mondo pieno di colori e più semplice, probabilmente influenzeranno, negli anni a venire, la sua pittura.
La prima formazione di Gauguin avviene in un istituto cattolico, Le petit Seminaire.
Nel 1862, Gauguin non riesce a superare l’esame di concorso per l’ammissione alla Marina Militare e, dopo un anno, si arruola come allievo pilota nella Marina Mercantile, nella rotta che va da Le Havre a Rio de Janeiro, ma in seguito seguirà anche altri percorsi. L’anno dopo la morte della madre, avvenuta nel 1867, allo scoppio della guerra tra Francia e Prussia, si arruola nella Marina Militare e ci rimane per tutto il tempo della guerra Franco Prussiana, viene congedato nel 1871 e si stabilisce a Parigi.
E qui, a soli 23 anni, inizia la sua nuova vita.

A Parigi intraprende la carriera di Agente di Cambio e, nel 1872, si sposa con una giovane danese, Mette Sofie Gad, da cui ha cinque figli. Ma è solo nel 1874, che Gauguin, che è sempre stato un appassionato d’arte, si iscrive all’Accademia d’arte Colarossi, dove, in quello stesso anno conosce Camile Pissarro, uno dei maggiori impressionisti e che avrà una grande influenza sulla sua pittura, almeno inizialmente.

Un paio di anni dopo, quando perderà il lavoro come agente di cambio, decide di vivere di sola pittura e diventare pittore. Nel 1884 la moglie, anche a causa delle precarie condizioni finanziarie in cui si ritrovano, si trasferisce in Danimarca. Gauguin la segue con i cinque figli che sono nati nel frattempo, ma vivere in quel paese non gli è congeniale e, un anno dopo, se ne torna in Francia, senza un soldo, portando con sé uno dei figli di appena cinque anni.
Insieme vivono un periodo difficile e faticoso, dove Gauguin si adatta a far di tutto pur di guadagnare qualche soldo per curare il figlio che si ammala gravemente di vaiolo.
Finalmente, con il 1886, arriva un anno buono, ricco di avvenimenti, Gauguin frequenta molti pittori del tempo da Pissarro a Signac, da Bonnard a Van Gogh, per menzionarne alcuni, lavora con loro ma, spesso, rompe anche i rapporti.

Tra un viaggio e l’altro, tra una mostra e l’altra, nel 1888, il fratello di Van Gogh, Theo, lo convince ad andare a vivere ad Arles, nel sud della Francia dove Vincent vuole creare un punto d’incontro per pittori.
Vivono nella Casa Gialla di Van Gogh per più di due mesi e, nonostante la convivenza tra i due non sia delle migliori, riescono a dipingere insieme per qualche tempo. Ma sono due persone con esperienze estremamente diverse, ciò si riflette nelle loro abitudini quotidiane e nel modo di esprimersi. Per Van Gogh“Il nostro dover è pensare, non sognare”.  Per Gauguin l’arte è “Prima di tutto emozione”.
Inoltre, a Gauguin non piace Arles, lui sogna altri spazi, altri orizzonti, altri colori… La vita tra i due diventa presto intollerabile e, in seguito a un litigio in cui Van Gogh si taglia un orecchio, Gauguin si trasferisce in albergo; se ne ritornerà a Parigi dopo qualche giorno per viaggiare alla ricerca di quel luogo più primitivo e spontaneo a cui pensa da tempo: una terra in cui vivere e ispirarsi per il suo lavoro.

La prima parte della mostra è dedicate al Gauguin impressionista e sono esposte alcune opere di Pissarro, Cezanne, Van Gogh. Si viaggia in un mondo esotico dove realtà, fantasia e mito si intrecciano. Nella seconda sala si può ammirare Il capolavoro di Gauguin, “Donna tahitiana con fiore” che impersona il suo ideale femminile: una figura dolce e solida dipinta con colori vivaci e poco elaborati.
Non lontano il bellissimo “Nudo di donna che cuce” di dieci anni prima, apprezzato dalla critica per la sua impronta realista. Altrettanto bella è la “Natura morta con fiori”, quasi un’ impressione, come un’impressione è il suo “La costa a Dieppe” di alcuni anni dopo. Molto decorativi i guazzi su tela, una tecnica simile all’acquarello, ma più densa, che fa uso del bianco per schiarire i colori. Gauguin si è cimentato con tecniche e materiali diversi: guazzo, incisione, olio, legno dipinto, zincografia e altro.

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Donna tahitiana con fiore, 1891, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Nudo di donna che cuce, 1880, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Natura morta con con fiori, 1882, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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La costa a Dieppe, 1885, olio su tela, Ny Carlsberg, Copenaghen

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Paesaggio francese, 1885, guazzo su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

La ricerca del Paradiso

La vita dell’artista sarà sempre tormentata e faticosa, dal 1885 in poi è un viaggio tra sogno, realtà e ricerca: Gauguin è un artista che ama sperimentare, come si può notare dalle opere esposte alla mostra. La sua diviene una pittura di forti contrasti di colore, più semplificata e meno elaborata di quella impressionista dei suoi primi anni di studio, uno stile che non lo abbandonerà più fino alla sua morte, avvenuta a Tahiti, dove è sepolto, nel 1903.
La ricerca di un Paradiso, un mondo più libero, meno convenzionale, con poche regole semplici e naturali in cui vivere, diventa per lui una necessità e, dopo aver tentato altre vie, tra cui un breve soggiorno in Martinica con il pittore Laval, nel 1891 si imbarca per la Polinesia.
Ma anche la sua vita in Polinesia sarà tormentata. Si ammala, sputa sangue e deve tornare in Francia per curarsi, ma non ha i soldi per farlo. Verrà rimpatriato a spese del governo e arriverà a Marsiglia, nell’agosto del 1893, con pochi franchi in tasca. A Papeete lascia la sua compagna e il figlio che non vivranno più con lui quando tornerà, due anni dopo.
Al suo ritorno in Polinesia, nel settembre del 1895, l’artista alterna qualche periodo buono a momenti difficili, in cui l’indigenza, ma soprattutto il dolore per le malattie di cui soffre e la depressione, lo affliggeranno al punto che tenterà di togliersi la vita con l’arsenico, senza riuscirci. Quell’anno, il 1897 dipingerà il suo testamento: Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?
Nonostante tutto riesce a lavorare sempre, ad avere nuove compagne e altri figli tuttavia morirà solo.

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Donna con manghi, 1899?, legno di quercia dipinto a mano, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Donna sdraiata con ventaglio, 1889 circa, legno di quercia dipinta, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Due zincografie della suite Volpini stampate su carta gialla, 1889, State Museum for Kunt, Copenhagen

10917371_625355390923612_4261410150210661514_n.jpgLa danza del fuoco, 1891, olio su tela, The Israel Museum, Gerusalemme

gauguin_mostra_milano.jpgDonne Tahitiane sdraiate “Il divertimento dello spirito maligno”, 1894, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Hina e Fatou, 1892, legno di Tamanu, Toronto, Art Gallery of Ontario. Ricalco su carta giapponese, tratto da Cilindro di legno con Cristo in croce di Paul Gauguin, 1894, Metropolitan Museum of Art, New York

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Giorno di Dio, 1894, olio su tela, The Art Institute, Chicago

Parole di Gauguin

“Non si deve dipingere solo ciò che si vede ma anche quello che si immagina.
“Io chiudo i miei occhi per poter vedere.”

In questa frase c’è tutto il pensiero di Gauguin: dipinge a colori piatti, senza prospettiva e senza la percezione dello spazio. Ombreggia solo se è in armonia con la composizione, sacrifica colori minori e sfumature per rendere la sua pittura immediatamente comprensibile, emozionante, primitiva.

“Innanzi tutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”