Skinny

Spero che li facciano sedere un poco davanti alla tele, ho la testa che mi scoppia. Fanno un chiasso infernale! Ahi, uno dei bimbi, il più grande, quello biondo ricciolino, mi ha dato un calcio:
“Brutto non mi piaci”, mi ha detto, tirandomi fuori la lingua; ci sono rimasto male! Perché non gli piaccio? Per fortuna che è intervenuta la nonna:
“Non toccare Skinny. Lui è il mio amico!” e l’ha sgridato.
Poi hanno ripreso a girare con quegli arnesi infernali, che chiamano monopattino, urlando!
“Bimbi è ora di cena. Fra cinque minuti si mangia. Tutti a lavare le mani. Avanti, marsch!”
Meno male! Almeno ci sarà un po’ meno baccano e poi, mi auguro, andranno a letto presto. O meglio ancora, a casa loro!
“Nonna ma perché Skinny è tuo amico? A me non piace”.
La voce è quella del piccoletto biondo. Ma perché non gli piaccio? Di solito mi trovano tutti molto interessante, mi osservano, fanno commenti su come sono fatto, si fermano a guardami, direi che mi ammirano…
“Ma guarda com’è bello! Io e lui siamo amici da tanti anni”.
Grande amica! E’ vero ci conosciamo da quando non era ancora nonna.
“Bello? Nonna, ma lo sai che sei un po’ strana! Come fa a essere bello quel coso lì?”
Questa è una grande offesa: chiamarmi “coso”. Il coso sei tu, piccolo impertinente!
“Beh, prima o poi gli assomiglieremo tutti”.
“A lui? Tu, io no!”
Che bel complimento! Mi fa proprio felice. Non ci avevo mai pensato che prima o poi mi avrebbero assomigliato. Allora vuol dire che non sono poi tanto brutto. La giornata sta finendo bene, sono contento.
Sono andati a letto. Oh meraviglia! Posso finalmente godermi un po’ di pace. Ma guarda che luna, una stupenda luna piena che illumina tutto. E’ un privilegio poter ammirare questo bel paesaggio. Dov’ero prima non vedevo niente, solo una parete bianca con qualche disegno appeso. Sono contento che mi abbiano trasferito qui, mi sento meno solo.
Ma quei gatti come miagolano! Forse miagolano alla luna… e anche i cani si sono messi ad abbaiare. Ecco, hanno rotto l’incanto. Ma Tacete! Shhhhh sento dei rumori, chi può essere a quest’ora? Non ho capito da dove provengono, non ho sentito la porta aprirsi, mi sembra di udire un fruscio di passi, come quando si cammina a piedi nudi. Ma chi può essere? Uno di noi avrebbe acceso la luce! Qualcuno si muove con circospezione… non vedo più la luna tanto bene, una figura si è sovrapposta tra me e lei e l’ha oscurata. Vedo un’ombra stagliata contro la finestra: sono irrigidito dalla paura, non so cosa fare. L’ombra si gira… ecco, avanza verso di me, non distinguo chi è, non vedo niente, un urlo. Silenzio! Aiuto, aiuto, c’è qualcuno! Una sedia rotola facendo un grande fracasso, vedo una figura che si allontana, inciampa e cade, si ode ancora baccano e un altro grido:
“Quello stupido coso!”
Si accende una luce, ancora quella parola… non sarò io lo stupido “coso”?
Vedo la mamma del piccoletto biondo.
“Ma cosa succede?” sono arrivati anche la nonna e il nonno.
“Nulla, sono inciampata e sono caduta”.
“Ti sei fatta male?”
“Per fortuna no, ero venuta a bere un bicchier d’acqua. C’era la luna che illuminava la stanza e si vedeva abbastanza. Non ho acceso la luce. Poi mi sono girata e, di colpo, me lo sono visto davanti, in un bagliore fosforescente! Mi è andato il sangue in acqua. Mi ero dimenticata che l’avevi messo là. Mi ha spaventata da morire. Butta via quell’orribile scheletro, non voglio più vederlo!”

 Giovanna Rotondo Stuart

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The gravel breaker (Il sogno di Jebel)

Jebel era accovacciata ai bordi di un mucchio di pietre, una parte di queste era di piccole dimensioni, le altre piuttosto grandi. Aveva un martello tondo in mano, un martello con l’impugnatura di legno e la testa metallica. La mano sinistra teneva ferma la pietra mentre la destra la colpiva. Era una gravel breaker: una spacca pietre.
Dietro di lei si vedevano cumuli di pietre già pronte o da frantumare e altri gravel breakers, per lo più donne con i loro bambini, che spaccavano pietre anche loro. Sul fondo una serie di capannoni grigi.
Jebel avrebbe ricevuto alcuni dollari di paga per la quantità di lavoro eseguito. Era un lavoro duro e spesso doveva interromperlo perché le faceva male il braccio e le venivano le vesciche alle mani. Stava imparando ad usare il martello anche con la sinistra, all’inizio aveva fatto molta fatica, ma migliorava.
Era qui dall’alba, fra poco avrebbe fatto molto caldo e lei aveva la bimba con sé e doveva allattarla. Il mucchietto di stracci che la conteneva era accanto a lei, coperta da un telo per ripararla dal sole.
Jebel abitava vicino al fiume, alla periferia della città di Juba, la capitale del Sud Sudan, e ci voleva quasi un’ora da dove si trovava, alle pendici del Jebel Kujur, la montagna di Juba, per giungere alla sua capanna e un’altra buona mezz’ora per andare al fiume a prendere l’acqua.
Si alzò e prese la bimba per allattarla, si sarebbe messa in cammino subito dopo aver ricevuto la paga per il suo lavoro. Era molto magra, quasi emaciata, come la maggior parte della popolazione del Sud Sudan. Appariva molto giovane, doveva avere meno di vent’anni.
Suo marito, l’uomo a cui era stata ceduta adolescente, era rimasto ucciso in uno dei tanti raid tribali per il controllo della terra, del petrolio o dell’acqua.
Lei e la bimba si erano rifugiate, con altri profughi, in un campo di assistenza internazionale. Sua figlia aveva circa un mese, durante la fuga non si trovava cibo e lei non aveva mangiato per giorni.
La vita al campo era stata un incubo, iniziava la stagione delle piogge e tutto era bagnato, sempre, ma si erano presi cura di loro. Jebel aveva voluto per la bimba lo stesso nome della dottoressa che le aveva curate. Al campo non si stancava mai di osservarla mentre lavorava. Non sapeva che le donne potessero essere così belle e importanti!
E aveva scoperto la radio. All’inizio non capiva bene il linguaggio e di che cosa parlassero, ma pian piano aveva imparato a comprendere i discorsi e a distinguerli. Era tutto nuovo per lei.
Ascoltava le notizie sul Sud Sudan. La gente aveva votato un referendum, per l’indipendenza dal Sudan, poco più di un anno prima, nel luglio del 2011, dopo decenni di devastazioni, guerre e guerriglie, Juba era diventata la capitale del Sud Sudan, il nuovo Stato a maggioranza cristiana.
Porto fluviale sul Nilo Bianco, affluente del Nilo, Juba contava al momento più di un milione di abitanti. Nel 2005 ne vivevano meno di duecentomila. Le organizzazioni umanitarie lanciavano continui allarmi: Juba rischiava la catastrofe umanitaria!
Una volta al mese Jebel tornava al campo per la visita a Maja e visitavano anche lei. Tutt’e due erano state inserite in un programma alimentare per un anno. Dovevano prendere degli integratori ogni giorno, quando li finivano era tempo di tornare per il controllo e per il rifornimento.
Un piccolo mucchietto di proteine che le manteneva in vita. Quel giorno, o all’indomani, doveva recarsi al centro. A volte ci andava prima dello scadere della visita, si sedeva in un angolo e ascoltava la radio.
Si avviò verso i capannoni e, dopo una breve sosta, s’inoltrò lungo il sentiero che la portava in direzione della sua capanna. Si vedevano poveri rifugi disseminati ovunque, più che altro erano canne piantate nel terreno tenute insieme da legacci di ogni tipo, con sopra, per tetto, qualsiasi cosa e un pezzo di stoffa, quando esisteva, al posto della porta.
La capanna di Jebel aveva una stuoia all’entrata e una per terra che fungeva da giaciglio. Sul pavimento di terra rossa, appoggiata alle canne, si trovava una brocca per l’acqua, un paio di utensili e un cesto.
Nel cesto si vedevano delle stoffe dai colori vivaci, un paio grandi per lei, alcune piccole per Maja e pochi altri indumenti.
Jebel aveva mangiato una ciambella di cereali all’alba, nient’altro. Sarebbe passata al mercato, per comprare qualcosa, prima di scendere al fiume. Lavò Maja, con i residui dell’acqua che c’era nella brocca, e la cambiò. Al fiume si sarebbero lavate meglio.
La dottoressa le aveva raccomandato di lavarsi le mani ogni volta che poteva! Si sdraiò sulla stuoia con la bimba accanto a sé e la guardò con tenerezza.
Maja era una bimba buona, sorrideva e cominciava a emettere piccoli suoni. Aveva poco più di sei mesi. Lei si sentiva bene. Non si era mai sentita così felice! Il solo fatto di poter andare al campo per il controllo della bimba, una volta al mese, la faceva stare tranquilla.
Quando arrivava, le lasciavano ascoltare la trasmissione che a lei piaceva: “La voce della Donna” di Radio Sudan, condotta da un’associazione umanitaria. Il programma era rivolto alle donne, ai problemi che ogni giorno dovevano affrontare e alle gravi discriminazioni sociali a cui erano sottoposte. Le intervistavano e le aiutavano a raccontare la loro storia. Più dell’80% delle donne del Sud Sudan non sapeva né leggere né scrivere.
Lei non aveva mai sentito queste cose prima, ma le conosceva per averle subite e vissute.
Oggi si rendeva conto del cambiamento e non voleva altri padroni. Stava bene con la sua bimba e voleva stare con lei.
A Juba mancava tutto, c’era tutto da fare, da edificare. Avevano bisogno di molta ghiaia per le strade e per le costruzioni. E lei poteva guadagnare qualche soldo spaccando pietre. Era giovane, avrebbe lavorato ancora tanti anni. Doveva solo stare attenta a non farsi male…
Si addormentarono per qualche tempo. Prima di uscire Jebel si cambiò e si avvolse in un telo di stoffa colorata, era longilinea con lineamenti decisi ma belli, i capelli crespi, corti.
Mise Maja nella sacca sulle spalle, la brocca per l’acqua sulla testa e uscì. Si sarebbe fermata al mercato che si trovava in una spianata lungo la strada.
Il Sud Sudan era una grande terra rossa arsa dal sole, dove vivevano migliaia di persone che andavano in tutte le direzioni. Si trovavano poche strade e pochi sensi di marcia. Inoltre, da quando il paese era indipendente, tutto costava almeno il doppio.
Il mercato era avvolto nella polvere, quando passava una macchina o una mototaxì, sollevava terra in grande quantità. Il panorama era, se possibile, ancor più desolante.
Qualche capannone qua e là, gente seduta per terra che vendeva povere cose, banchetti colorati con merce di tutti i tipi ai lati della strada, bambini che giocavano in mezzo alle immondizie bruciate. Su tutto il mercato aleggiava un odore acre e sgradevole, impastato di polvere e fumo che rendeva l’aria irrespirabile.
Jebel si guardò intorno in cerca di qualcosa da mangiare per cena e per l’indomani. Ai lati della strada cumuli di rifiuti esalavano miasmi di ogni genere, diede un’occhiata nei vari mucchi per vedere se in mezzo ci fosse finito del cibo ancora usabile, ma non trovò niente. Comprò la solita schiacciata di cereali e qualche dattero. Domani avrebbe cercato delle foglie commestibili lungo il fiume.
Imboccò un sentiero laterale, meno trafficato e polveroso e si diresse verso un’ansa del fiume, dove la gente del luogo si recava a prendere l’acqua. Lungo il sentiero il panorama era sempre lo stesso, qualche spiazzo con povere capanne tra gli alberi, qualcuno che lavorava un pezzo di terra o accudiva qualche animale.
Al fiume s’incontrò con altre donne, gli uomini ci venivano di rado. Si vedevano soprattutto donne e bambini! Era un momento sereno. Le donne parlavano e i bimbi giocavano. Alcune di loro erano poco più che bambine e avevano già un figlio o due.
Jebel si mise a chiacchierare intanto che si lavava,  lavava il suo telo e quello di Maja. Maja era felice di trovarsi in mezzo ad altri piccoli e sorrideva. Dopo aver giocato con lei per qualche momento, Jebel la prese in braccio, se la strinse nella fascia sulle spalle, riempì la brocca di acqua pronta per intraprendere la via del ritorno.
Cambiò ancora direzione. Il percorso era più lungo ma le piaceva camminare di là. Lo faceva quasi tutti i giorni. A metà strada si fermò davanti a una costruzione piuttosto brutta, lunga e bassa, era una delle poche case in giro! A Jebel piaceva stare là a guardare la casa. Ogni volta che passava si fermava fuori dalla recinzione e guardava a lungo, sorridendo, i bambini e le bambine che giocavano nel cortile.
I bambini indossavano indumenti simili a un divisa: camicia color panna e gonna o pantaloni blu. Spesso parlava con loro e con gli adulti che vedeva. Le avevano detto che era una scuola. Un luogo dove s’imparava a leggere e scrivere. La dottoressa, al campo, le diceva sempre che doveva imparare a leggere, che doveva andare a scuola e mandare Maja a scuola, ma non c’erano molte scuole nel Sud Sudan. E neanche molti insegnanti, lei non ne aveva mai sconosciuti.
Oggi voleva parlare con qualcuno, avrebbe aspettato di vedere uno dei grandi. Ma non venne nessuno e Jebel, alla fine, se ne andò. Mancava circa un’ora al tramonto, il tempo giusto per arrivare alla sua capanna, prima che diventasse buio.
Sarebbe ritornata domani o un altro giorno. Lei aveva un desiderio grande: voleva chiedere che cosa doveva fare per imparare a leggere e mandare Maja  a scuola quando sarebbe diventata più grande.

Giovanna Rotondo Stuart

Pablo Picasso

Autoritratto di Picasso a 19 anni

Autoritratto di Picasso a 19 anni

Autoritratto di Picasso a 90 anni

Autoritratto di Picasso a 90 anni

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Pablo Picasso

Per comprendere Picasso, bisogna visitare il Museo Picasso a Barcellona. Certo, non è un obbligo. Ma è da lì che è partito! Lo dice lui stesso: “Qui è dove tutto ha avuto inizio… qui è dove ho capito fin dove potevo arrivare”.
Il Museo trasmette una visione completa della sua vita artistica anche se, qua e là, mancano alcuni collegamenti. Picasso amava Barcellona e ha investito molto nel museo che porta il suo nome, che lui stesso ha voluto e a cui ha donato moltissime opere, tra cui tutta la serie dei dipinti di “Las Meninas”.
Lo scrittore e amico fraterno di Picasso, Jaime Sabartes, diventato poi segretario del pittore, dedicherà parte della sua vita alla realizzazione del Museo di Barcellona.

Un artista a tutto campo Picasso, che si è cimentato, durante la sua lunga vita, con un’intensa attività di grafico, attraverso incisioni e litografie.
Uomo intelligente, con una personalità complessa e impositiva, Picasso è stato una figura controversa: ne sanno ben qualcosa le donne della sua vita che, in più di un cas-

Le opere giovanili
Picasso ha solo quindici anni quando dipinge le prime opere importanti: “La prima comunione” della sorella Lola e “Scienza e Carità”, sono rari esempi di quadri a tema religioso e sociale. In questi dipinti si avverte la cultura accademica dell’epoca e gli insegnamenti del padre, ma Picasso troverà presto quello stile che, pur nelle variazioni tematiche e cromatiche della sua inesauribile ricerca pittorica, rimarrà personale e inconfondibile, sempre.

Le opere elencate, se non altrimenti specificato, sono a olio su tela.

Casa di campagna, 1893 Museo Picasso di Barcellona

Casa di campagna, 1893 Museo Picasso di Barcellona

Prima Comunione, 1895-96 Museo Picasso Barcellona

Prima Comunione, 1895-96 Museo Picasso Barcellona

Scienza e carità, 1897, Museo Picasso  Barcellona

Scienza e carità, 1897, Museo Picasso Barcellona

Natura morta “The dessert” 1901,  Museo Picasso Barcellona

Natura morta “The dessert” 1901, Museo Picasso Barcellona

Nel 1900 Picasso compie il suo primo viaggio a Parigi, dove rimane un paio di mesi. Dipingerà, come Renoir e Toulouse-Lautrec, il famoso “Moulin de la Gallette”, suo primo dipinto parigino. Un vecchio mulino adibito a locale notturno nel 1870.

Il Moulino de la Galette, 1900  Guggenheim Museum, New York

Il Moulino de la Galette, 1900 Guggenheim Museum, New York

Il periodo blu 1901/1904 

Il suicidio per amore, a vent’anni, del suo grande amico Carlos Casagemas, porta Picasso a una forma di depressione e, come lui stesso affermerà: “quando mi resi conto che Casagemas era morto, incominciai a dipingere in blu”.
Inoltre, un viaggio attraverso la Spagna, la visione di molti derelitti, lo mette a contatto con la parte triste e depressa della vita e trasmette nel suo lavoro, con grande partecipazione, la sofferenza che vede intorno a sé. Usa forme allungate e toni scuri di blu e turchese, in composizioni monocromatiche.
L’inizio di questo periodo risale tra la primavera e l’autunno del 1901. Quando dipinge “Poveri in riva al mare”, Picasso ha solo ventidue anni: le sue capacità interpretative sono sorprendenti!

Poveri in riva al mare, 1903, Museo Picasso  Barcellona

Poveri in riva al mare, 1903, Museo Picasso Barcellona

La stiratrice, 1904 Guggenheim Museum New York

La stiratrice, 1904 Guggenheim Museum New York

Vita a Parigi, Montmartre
Tornato a Parigi nel 1904, Picasso vi si stabilisce definitivamente. Abita a Montmartre, in un casa fatiscente, poco più di una baracca, con la sua compagna, Fernande Olivier, che sarà la sua ispiratrice e modella in molti dipinti del periodo rosa.
Entra a far parte, a pieno titolo, della vita artistica parigina. Conosce Gertrude Stein scrittrice e critica d’arte che sarà la sua prima biografa.
La casa studio di Picasso è molto frequentata: Max Jacobs, Apollinaire, Georges Braque, Amedeo Modigliani, Juan Gris e altri artisti dell’epoca.
Alcuni non disdegnavano notti allegre e festaiole che a volte finivano in risse, se bevevano troppo. Il gruppo, capeggiato da Picasso, viene denominato “La bande à Picasso”, da Gertrude Stein.

Il periodo rosa 1905/1906

I colori si schiariscono, diventano più tenui e rosati. L’attenzione di Picasso si sposta, non senza una certa malinconia, dalle scene di vita amara degli ultimi anni, a quelle della vita di guitti e saltimbanchi del circo, che sembra prediligere ad altri soggetti.

Famiglia di acrobati con scimmia, 1905 tecniche miste su cartoncino   Konstmuseum  (Goeteborg)

Famiglia di acrobati con scimmia, 1905 tecniche miste su cartoncino
Konstmuseum (Goeteborg)

I due fratelli, 1906 guazzo su carta cartone Museo Nazionale Picasso Parigi

I due fratelli, 1906 guazzo su carta cartone Museo Nazionale Picasso Parigi

Famiglia di saltimbanchi, 1905 National Gallery Washington D.C.

Famiglia di saltimbanchi, 1905 National Gallery Washington D.C.

Il Cubismo

Il Cubismo è una delle rivoluzioni più importanti della pittura moderna, in cui, attraverso la scomposizione dell’oggetto, si ottiene una diversa visione prospettica, che va oltre la pittura naturalistica del Novecento.
Un modo razionale di vedere gli oggetti e rappresentarli. A prima vista i dipinti sembrano fatti di tanti frammenti scollegati tra loro, in realtà i vari elementi sono rappresentati in modo da mostrare contemporaneamente diversi lati, osservati da più punti di vista.
Il termine “Cubismo” è casuale, come lo era stato anni prima per “Impressionismo”: l’impressione e i piccoli cubi, parole coniate tutt’e due le volte da critici d’arte, in senso negativo, e in seguito usate per definire il movimento Impressionista e Cubista.
Pablo Picasso e Georges Braque sono considerati i primi pittori cubisti. Si conoscono nel 1907, a una mostra retrospettiva dedicata a Cezanne, che per primo, nelle sue solitarie sperimentazioni, aveva realizzato la scomposizione delle forme. Picasso sta lavorando alle “Damigelle d’Avignon”, la sua opera più significativa di quel periodo, e si ispira all’Arte Africana, soprattutto alla scultura e alle maschere tribali. Oggetti e figure vengono semplificate e ridotte a forme geometriche. Molto cerebrale!

Le damigelle d’Avignon, 1907 Museo di  Arte Moderna, New York

Le damigelle d’Avignon, 1907 Museo di Arte Moderna, New York

Cubismo analitico: si sviluppa tra il 1909 e il 1912: sia Braque che Picasso studiano, attraverso la scomposizione e ricomposizione delle forme e dello spazio, una diversa visione prospettica, caratterizzata da una forte frammentazione degli oggetti: non è più un’espressione della realtà percepita fisicamente, è una realtà ragionata. Le composizioni sono monocromatiche sui toni del Terra-ocra. Difficile distinguere chi è Picasso e chi è Braque. Con Juan Gris e Fernand Legér sono gli artefici principali del Movimento Cubista.

Il poeta, 1911, Museo Guggenheim, Venezia

Il poeta, 1911, Museo Guggenheim, Venezia

Natura morta con sedia impagliata, 1912 Collage di olio, tela cerata,carta e corda su tela  Museo Nazionale Picasso Parigi

Natura morta con sedia impagliata, 1912 Collage di olio, tela cerata,carta e corda su tela
Museo Nazionale Picasso Parigi

Cubismo sintetico: la fase successiva del cubismo, che va dal 1912 al 1914, detta “Cubismo sintetico”, trova la sua sintesi integrando il dipinto con oggetti reali: vengono inserite, direttamente sulla tela, carte, listelli di legno e materiali di varia natura. Nascono i papiers collés (carte incollate), con pezzi di carta da parati, carte da gioco, giornali. Un avvicinamento alla realtà quotidiana, sempre molto razionale.
Lo scoppio della prima guerra mondiale porrà un termine alla ricerca di Picasso e Braque, ma il cubismo è diventato uno stile conosciuto e studiato da altri pittori in Europa e in Nord America.

La Parigi degli anni Venti
O degli “Anni Folli”, come viene altrimenti detta. Luogo di grandi incontri e laboratorio di nuove tendenze artistiche, Parigi, all’indomani della Grande Guerra, vede personaggi come Picasso, Braque, Monet, Matisse, Modigliani, Chagall, De Chirico, Mirò, Magritte e molti altri, vivere e lavorare in un clima di fermento intellettuale e cosmopolita. E non solo pittori, La Ville Lumière attira artisti da ogni parte del mondo: musicisti, scrittori, coreografi, cineasti in cerca di fortuna e celebrità.

Due donne che corrono sulla spiaggia, 1922  Bozzetto, pittura a guazzo su compensato  Museo Nazionale Picasso di Parigi

Due donne che corrono sulla spiaggia, 1922 Bozzetto, pittura a guazzo su compensato
Museo Nazionale Picasso di Parigi

Picasso si dedica allo studio del nudo e alla realizzazione di opere neoclassiche, di notevoli dimensioni, secondo la moda dell’epoca, senza trascurare la scultura e qualsiasi forma d’arte a lui congeniale.
Il bozzetto delle “Due donne che corrono sulla spiaggia”, è lo schizzo per il fondale di scena di un balletto: 10 metri per quasi dodici. Dipinto da Picasso nel 1924, oggi fa parte della collezione del Victoria & Albert Museum di Londra.
Nel 1937, in seguito al bombardamento di Guernica, durante la Guerra Civile Spagnola, Picasso dipinge il famoso quadro che raffigura la città, da cui il grande dipinto prende il nome, in perfetta fusione tra cubismo analitico e cubismo sintetico. L’opera misura 3 metri e mezzo per quasi otto ed è un grido di dolore contro la barbarie della guerra.

Guernica, 1937 Museo Nazionale Regina Sofia Madrid

Guernica, 1937 Museo Nazionale Regina Sofia Madrid

La colomba della pace, uno schizzo di Picasso del 1949

La colomba della pace, uno schizzo di Picasso del 1949

La Maternità
Le raffigurazioni di maternità sono presenti e ricorrenti tra le opere di Picasso: ogni periodo ha le sue composizioni: sofferenti e tenere nel periodo blu e rosa, scomposte nelle forme, in quello cubista, di sembianze voluminose in quello neoclassico: Un bel dipinto cubista del 1953, mostra Françoise Gilot con i figli Paloma e Pablo.

Maternità 1905 collezione  privata

Maternità 1905 collezione privata

Madre e bimbo, 1921 Art Museum Chicago

Madre e bimbo, 1921 Art Museum Chicago

Maternità su fondo bianco, 1953 Eredi

Maternità su fondo bianco, 1953 Eredi

Evolvendosi, il cubismo accompagnerà Picasso lungo il suo di cammino di artista. La sua capacità espressiva lo porterà, secondo l’ispirazione del momento, dalle forme opulente del neoclassico a quelle stilizzate del cubismo. Le sue composizioni diventeranno, via, via, più brillanti nel colore, meno angolose e persino tondeggianti.
Picasso e las Meninas di Velazquez
Picasso ama ricreare dipinti famosi, lo farà con Manet, in “Le Déjuner sur l’herbe”, nel 1960, e non solo. Molto interessanti sono le rivisitazioni del capolavoro di Velazquez “Las Meninas” (Le damigelle d’onore). Il quadro è un ritratto collettivo della famiglia del Re di Spagna: raffigura L’Infanta Marguerita, figlia dei Sovrani, lo stesso Velazquez, Las Meninas, i due nani, il cane e figure minori della famiglia.
Cinquantotto tele cubiste create a Cannes nell’estate/autunno del 1957. Un vero esercizio pittorico! Le tele sono brillanti sia nel colore che nell’esecuzione. Un mondo nuovo, irriconoscibile all’inizio, ma pian piano, guardando, vi si ritrovano i personaggi di Velazquez, reinterpretati da Picasso, e non sembrano né strani, né irriconoscibili.

D. Velazquez, Las Meninas, 1656, olio su Tela Museo del Prado, Madrid

D. Velazquez, Las Meninas, 1656, olio su Tela Museo del Prado, Madrid

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L’infanta Marguerita, 1957 museo Picasso Barcellona

Las Meninas, 1957 Museo Picasso Barcellona

Las Meninas, 1957 Museo Picasso Barcellona

Las Meninas, 1957 Museo Picasso Barcellona

Las Meninas, 1957 Museo Picasso Barcellona

Nel tempo le sue opere affiancheranno il surreallismo, l’astrattismo, l’action painting, ma, con il suo stile inconfondibile e originale, Picasso rimarrà, fino alla fine, un maestro del rinnovamento!
Un’ incredibile composizione di Picasso del 1960. Il pittore ha quasi ottant’anni! L’anno dopo si sposerà con Jacqueline Rocque, sua modella e compagna, che dividerà con lui gli anni a venire.

Nudo di donna sulla spiaggia con paletta, 1960 Collezione privata

Nudo di donna sulla spiaggia con paletta, 1960 Collezione privata

Picasso è anche un grandissimo scultore, ceramista, grafico, incisore… tutto! La sua produzione è vastissima, la sua curiosità insaziabile!
Dipingerà uno dei suoi ultimi capolavori nel 1970, a quasi novant’anni, e il suo autoritratto qualche tempo dopo, ma continuerà a disegnare fino a pochi mesi prima di morire.
Questa mini rassegna presenta principalmente opere pittoriche di Picasso, soffermandosi su quelle giovanili, meno conosciute, ma di indubbio valore che forse aiutano, come diceva lui, “a capire dove poteva arrivare“.

Le matador, ottobre 1970 Museo Nazionale Picasso Parigi

Le matador, ottobre 1970 Museo Nazionale Picasso Parigi

Una bella foto di Robert Capa fatta a Picasso e Françoise Gilot, in un momento spensierato della loro via.

Robert Capa,  1948 Picasso e Françoise Gilot A Golf Juan

Robert Capa, 1948 Picasso e Françoise Gilot A Golf Juan

“Credo di saper cosa si provi ad essere Dio”. Pablo Picasso

L’incontro

Laura aveva lavorato tutto il pomeriggio. Voleva fare bella figura con i nuovi amici che sarebbero venuti a cena quella sera. Il piccolo soggiorno appariva gradevole, aveva apparecchiato il tavolo da pranzo con una tovaglia bianca e piatti di linea moderna, decorati con disegni concentrici, molto allegri. Mancavano i fiori, mise i giacinti blu, acquistati la sera prima, in un cestino e li appoggiò su una mensola della libreria. Incominciavano ad aprirsi. Presto il loro profumo sarebbe diventato  intenso. Si guardò intorno. L’occhiata finale la soddisfò!
A Laura piaceva ricevere, ma non lo faceva spesso: lei e Mario, suo marito, lavoravano ed erano fuori casa tutto il giorno, fino a tardi. Lei era maestra d’asilo, i bimbi erano vivaci e la responsabilità grande, a sera era stanca. Mario lavorava come tecnico di laboratorio in ospedale e aveva un lungo percorso in macchina, prima di arrivare a casa.
Con questa cena voleva suggellare, nel modo migliore, l’inizio di una bella amicizia. Si sentiva eccitata.
Aveva preparato dei cibi diversi, Laura non mangiava né carne, né pesce e, pur essendo certa di fare la cosa giusta, non pensava a se stessa come a una vegetariana, forse per riguardo a Mario, suo marito, che non lo era.
Mario, a volte, lamentava la carenza di quelle pietanze nella loro alimentazione, ma si adattava di buon grado alle scelte di sua moglie e le sosteneva. Non gli mancavano le occasioni per mangiare carne o pesce durante il periodo del pranzo.
Lei, quella sera, avrebbe servito verdure crude e semi per antipasto, con riso integrale poi. Non sapendo che cosa i suoi amici potessero gradire e poiché era la prima volta che si vedevano nella sua casa, aveva deciso, per ospitalità, dopo molti dubbi, di preparare un piccolo roastbeef con patate al forno e verdure cotte.
Il roast-beef,  reminiscenza della sua famiglia di origine, era l’unico piatto del suo repertorio culinario!
In realtà Laura non sapeva come trattare la carne e avrebbe preferito preparare dei semplici menu vegetariani. Ma era riservata e non parlava volentieri delle sue decisioni, pur rendendosi conto che queste diventavano sempre più importanti nella sua vita quotidiana e doveva difenderle.
Sapeva che il troppo uso di carne nuoceva alle persone e gli allevamenti intensivi erano una delle principali cause di inquinamento globale.
La produzione di un chilo di carne aveva costi altissimi: comportava un eccessivo spreco di acqua e la distruzione di intere foreste per avere terreno coltivabile a cereali, il tutto con conseguenze devastanti.
Soprattutto non accettava le sofferenze inferte agli animali e non riteneva etico il commercio indiscriminato di creature viventi, spesso oggetto di crudeltà gratuite.
Era tempo di consumare meno proteine animali e più proteine vegetali!
Pur essendo convinta delle sue idee e in grado di motivarle, Laura non era ancora pronta a rivendicarle, ma era sulla buona strada.
Un dolce al cucchiaio e della frutta, avrebbero completato la cena. Le piaceva! Era tutto pronto, mancava il vino, che era compito di Mario, e poi avrebbe avuto il tempo di rilassarsi un momento.

Durante il percorso che li portava a casa di Laura e Mario, Marianna ricordava la prima volta che si erano visti.
Si erano conosciuti in vacanza loro quattro. Un incontro fortuito. Lei e Roberto avevano bucato e si trovavano sul ciglio della provinciale che portava a Follonica.
Tentavano di cambiare la ruota della loro auto, quando videro arrivare una piccola utilitaria, una Ypsilon, che si fermò a pochi metri da loro:
“Scusate, la nostra macchina ha qualche problema, dobbiamo chiamare un carro attrezzi e un tassì”.
Marianna, sempre diffidente con le persone che non conosceva, non si scompose. Roberto si avvicinò per chiedere:
“Sapete che cosa può essere?”
“Pensavo fosse la batteria, ma l’ho fatta controllare prima di partire e andava bene. La spia è sempre accesa e non mi sento tranquillo. Non vorrei fosse il motore”.
“E’meglio rivolgersi a un carro attrezzi. Potremmo darvi un passaggio fino a Follonica. Io sono Roberto e lei è mia moglie Marianna”.
“Ciao, noi siamo Mario e Laura”.
Il Carro attrezzi arrivò in meno di mezz’ora e dopo qualche tempo si trovarono tutti in città. Mario e Laura insistettero per ricambiare la gentilezza ricevuta e vollero offrire loro qualcosa da bere.
Scoprirono di abitare a pochi chilometri di distanza, in una località della Brianza, in Lombardia. A Bosisio Parini, Laura e Mario, a Cantù Marianna e Roberto. Prima di lasciarsi si scambiarono numeri di telefono e indirizzi e si diedero appuntamento per mangiare una pizza la sera dopo, visto che si trovavano ancora in zona. Da allora si erano rivisti un’altra volta.
Avevano fatto una passeggiata lungo il lago del Segrino, che si trovava abbastanza vicino alle due abitazioni. Stavano bene insieme e quella sera si sarebbero trovati a casa di Laura e Mario, per cena.
“Potremmo organizzare una vacanza insieme”, pensava Marianna.
Quando arrivarono, si misero a parlare tutt’e quattro all’unisono:
“Ma che bello! Molto intimo…”
“Come state?”
“Benissimo, abbiamo avuto una settimana faticosa ma buona!”
Passarono più di un’ora chiacchierando e sorseggiando del vino bianco:
“Direi che è proprio ora di cena. Avverto un certo languore…” disse Mario. Si mossero verso il tavolo da pranzo.
Le crudité erano esotiche e saporite, il risotto anche. Il vino di buona qualità. Una meraviglia!
Riposarono un poco prima del grande piatto di portata finché Laura fece il suo ingresso trionfale con il roastbeef, le patate arrosto e le verdure.
Dopo i giri di convenienza, a cui i due uomini non si sottrassero per niente, arrivò il turno delle donne. Marianna si era riempito il piatto di verdure e qualche patata e così Laura:
“Il roastbeef è molto buono, serviti”,  azzardò Laura, ponendo il piatto di portata accanto a Marianna. Incrociò un’occhiata preoccupata di Roberto, ma non la interpretò.
Marianna, con tono che non lasciava spazio ad altre richieste, dichiarò:
“No, grazie! Non mangio cadaveri”.

Giovanna Rotondo Stuart