La piazza

Come ogni mattina Amanda se ne stava tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile nella sua nuova vita di pensionata. Era una bella giornata e si era seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città; sceglieva sempre un dei tavolini laterali, se lo trovava libero, le sembrava di avere più privacy, mettendosi di lato: “Una stupida fissa” pensava, ogni tanto.
“Ciao Amanda, come stai?” qualcuno la distolse dai suoi pensieri e dal giornale.
“Ciao Paola, sto benissimo, posso offrirti qualcosa, vuoi sederti un momento?”
“No, mi dispiace, oggi proprio non ho tempo, devo andare a casa. Ci vediamo domani, magari”.
“Va bene. Buona giornata.”
Si leggeva i giornali bevendo un caffè, a volte due, macchiato caldo e senza zucchero. Era qualcosa di estremamente piacevole, dopo anni di corse mattutine per portare i figli a scuola, prima di raggiungere il suo luogo di lavoro, sempre in lotta con il tempo e l’ansia per la paura di far tardi.
Tra un giornale e l’altro, o tra un caffè e l’altro, c’era sempre qualcuno da salutare o con cui far due chiacchiere. Spesso incontrava amici e colleghi di lavoro o persone con cui si era trovata anni prima, quando portava i suoi bambini in piazza per passeggiare e giocare in un luogo senza traffico. Le accadeva anche di vedere mamme o papà che aveva visto piccoli e che, a loro volta, spingevano i loro figli in carrozzina o li accompagnavano per mano.
E non mancava la grande attrazione di tutti i bimbi! Il negozio di giocattoli che si trovava di fronte a lei, sotto i portici: una tappa obbligata per bambini di ogni età. Era già lì quando ci veniva con i figli e adesso ci portava i nipoti:
“Guarda nonna, Ciccio bello bua” diceva uno. “A me piace il trattore” diceva l’altro.
Tutti e due molto speranzosi. Ma lei non era dell’idea di comprare, pensava che avessero già troppi giochi ed evitava l’argomento “mi compri”. “La nonna non ha soldi” tagliava corto.
Nel frattempo, due donne e un uomo si stavano salutando nei pressi del suo tavolo:
“Ciao Max, ciao Anna che piacere vedervi”
“Buongiorno Emanuela vi ho visti a teatro ieri sera. Avrei voluto salutarvi, ma Max aveva fretta e così siamo andati via quasi subito”.
“Voglio sentire la tua opinione sullo spettacolo, io e Anna abbiamo idee diverse”.
“Cosa vuoi che ti dica… non è stato il massimo. Mancava la grandezza di Antigone, tutto il lavoro si è svolto intorno a lei, ma senza di lei”.
“Che strano, a me è piaciuto moltissimo, incalzante, un buon spettacolo, mi ha tenuto sveglia. Antigone è una delle tragedie più belle. Max non ha gradito la musica e parte della coreografia, vero Max?”
“Per niente, ma ci pensi suonare il rock and roll? In una tragedia di Sofocle? Anche in tuta? Per me è stato dissacrante”.
“Ma dai, non fare il bacchettone, non era per niente dissacrante… accompagnava un momento di climax. Il testo è stato rispettato, inoltre Creonte aveva un costume perfetto. E Gino cosa ha detto?”
“A lui deve essere piaciuto abbastanza, non gli ho sentito fare commenti negativi”.
“Vedi, Siete tu e Max i i criticoni”.
“Quasi, quasi mi offendo, potrò esprimere la mia opinione liberamente, oppure no? Emanuela, che impegni avete dopo domani sera tu e Gino?”
“Mah, niente che io sappia. Devo chiedere a lui…”
“Venite da noi a cena. E’ un po’ che non ci vediamo. Cosa ne dici? A te va bene, Anna?”
“Si, mi farebbe molto piacere. Vi prepariamo una cenetta vegetariana. Vi va?”
“A me si, penso anche a Gino, comunque, vi telefono”.
“Benissimo, telefonaci”.
“Ci sentiamo… ”.
Amanda aveva visto lo stesso spettacolo e non le era piaciuta molto, ma non per il rock and roll. Semplicemente non le era sembrata una bella Antigone.
Qualcuno stava allestendo un gazebo di propaganda elettorale dall’altro lato; spesso si posizionavano tavoli per raccolta firme, distribuzione volantini o altro. Piazzarono un tabellone con scritto – Vota alle Primarie – e la gigantografia di un ragazzotto: “Non male!” pensò guardandolo.
Gli attivisti erano due: un signore anziano, occhiali scuri con lenti molto spesse, e una donna.
La donna, non più giovanissima, aveva un aspetto moderno e dinamico: indossava blue jeans, un maglione ampio, scarpe da tennis bianche e portava i capelli tagliati cortissimi.
Lui si mise seduto al tavolo e lei, una volta finito l’allestimento, prese in mano un pacco di volantini che tentava di rifilare ai passanti, abbordandoli con un linguaggio simpatico e vivace e chiedendo loro di votare per le primarie del partito:
“Dai, vota alle primarie… vedi com’è bello il nostro candidato?”
“Dovrebbe essere bravo, piuttosto”
“Garantito. Vota alle primarie…”
“Le primarie di che?”
“Le primarie di partito!”
“Ma che cosa sono?”
“Si sceglie il segretario del partito…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare i partiti“.
“I partiti bisogna eliminarli”.
“E come facciamo senza?”
“Sono solo delle Società Per Azioni! Dei mangiasoldi”.
“Per questo si deve cambiare, vota alle primarie!”
“Io voto quelli delle stelle… “
“Anch’io, ma adesso bisogna votare per le primarie!”
Amanda, incuriosita, smise di leggere per osservare e ascoltare la tizia in questione, la quale si era messa in posizione strategica, in mezzo al passaggio, per intercettare meglio la gente che andava e veniva sui due lati. “Tipo interessante” rifletté “potrei parlarle”.
Pur di ottenere qualche risultato la donna dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Lei la capiva, la situazione del paese rendeva tutti stanchi e sfiduciati…
Una volta aveva tentato di fare politica, ma aveva letteralmente i figli in mezzo alla strada e aveva dovuto smettere. Di tanto in tanto si buttava in qualche campagna solitaria a favore di qualcosa, la iniziava e non la mollava finché non vedeva qualche risultato, pur minimo che fosse. La politica è una passione, ce l’hai dentro.
Oggi avrebbe il tempo per dare il suo contributo, tuttavia era titubante. Troppo accattivante questa libertà di cui finalmente godeva e impegnarla in riunioni, spesso lunghe e inutili, la tratteneva dal prendere delle decisioni. Essere libera di alzarsi al mattino e decidere che cosa volesse fare per il resto della giornata, dopo una vita di lavoro, era una sensazione che la esaltava.
Continuò a sfogliare il giornale con poco interesse. Alla fine pensò di andare a fare una passeggiata.
La piazza aveva una forma insolita, larga e lunga, e si estendeva tra due lati di belle case, per lo più in stile liberty. Sulla destra, andando verso nord, una fila di portici l’accompagnava per tutta la sua lunghezza. Dall’altra parte, di fronte ai portici, si snodava una serie di palazzine che avevano finestre e balconi con doppia vista sulla piazza e sul lago, che si trovava al di là.
Tutti e due i versanti della piazza erano arredati con negozi, bar e ristoranti. Un piccolo mondo dove si trovava di tutto: non solo il negozio di giocattoli, ma anche quello del gioielliere, la gastronomia l’edicola, la macelleria, anzi, le macellerie erano due, una accanto all’altra!  E poi la panetteria, quella dove lei si recava ogni tanto a comprare il pane appena sfornato, lo mangiucchiava camminando: “Vivrei di pane” diceva spesso.
Nel corso degli anni, molte attività commerciali si erano rinnovate o avevano cambiato del tutto la loro ragione sociale: si erano perse alcuni antiche botteghe a beneficio di bar e ristoranti, profumerie e bijou, ma, soprattutto, abbigliamento. “Come se la gente pensasse solo a profumarsi, a vestirsi e poi basta”, rimuginò Amanda tra sé, guardandole.
Nonostante i tanti negozi di abbigliamento e profumerie, la piazza aveva conservato ancora, e per fortuna, un commercio multiplo e accogliente.
Una volta, ricordava, si faceva il mercato sia il sabato che il mercoledì. Il mercato era caratteristico con le sue bancarelle ai lati della piazza e si comprava di tutto: dalla frutta e verdura alla merceria e biancheria, dalle sementi agli uccellini tenuti in gabbiette claustrofobiche che la inorridivano; si trovava persino la gommapiuma da taglio, il ferramenta e l’arrotino.
Lei andava a farci il giretto il sabato mattina, era la sua mattina libera e bighellonare tra le bancarelle, la rilassava. Tornava sempre a casa con qualcosa. In seguito, per esigenze di traffico, il mercato era stato decentrato e lei non era più andata.
Venendo dalla via più importante del centro e andando sempre verso nord, si poteva ammirare, sullo sfondo, il panorama delle montagne e il bel campanile che si stagliava conto di esse.
Amanda si avvio verso il campanile dove la piazza si apriva su un’altra piazza, aperta sui tre lati, con vista su quel lago sublime, sovrastato da montagne, tanto decantato dal Manzoni,
Lungo i portici s’intravedevano le viuzze chiuse al traffico del Centro Storico, anch’esse con i loro commerci e mercanzie di tutti i tipi, e, verso la metà, dalla parte opposta ai portici, si aprivano un paio di passaggi ad arco che portavano al lungo lago. A lato di essi il Palazzo delle paure, così nominato perché tempo addietro era stato la sede dove si riscuotevano i tributi, attualmente aveva altre funzioni, tuttavia il nome era rimasto.
Le piacevano le piazze, i piccoli centri chiusi al traffico dove si recuperavano e si mantenevano rapporti tra le persone. Molti avevano vissuto là intorno una vita intera e le occasioni di incontro erano frequenti. Amanda amava quel luogo: le dava un senso di appartenenza.
Ci aveva passato la vita da quando, ragazzina non ancora adolescente, era arrivata dal sud con la famiglia. La sera andava con sua mamma e le tre sorelle più piccole a mangiare pane e latte in una latteria scomparsa da tempo.
Erano stati anni duri, ma lei si sentiva privilegiata per averli vissuti e per essere quella che era diventata: una persona che stava vivendo un periodo bello della sua vita, almeno a lei sembrava tale.

Ogni giorno si concedeva del tempo passeggiando e pensando. I ricordi non facevano male, non più, neanche i più tristi.
Si sedette su una delle panchine laterali e continuò a guardarsi intorno: che bella piazza! Tranquilla e piena di vita al tempo stesso, tra il lago e il centro, circondata da un paesaggio incantevole, sembrava di essere in vacanza. “Siamo stati fortunati a vivere qui” si disse.
Era seduta lì il giorno in cui aveva deciso di lasciare il grande amore della sua vita. Non proprio su quella panchina, le avevano cambiate da allora, tuttavia nella stessa posizione. Era stato difficile: fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare a dirgli addio. Non riusciva a muoversi, parlare era stata una necessità per ritardare il momento del distacco:
“Devo andare… “
“Ti accompagno”.
“Fin dove?”
“Fin dove vuoi”.
“Non essere sempre così gentile, ti prego”.
“Scusami… ”.
Questo accadeva quasi mezzo secolo fa. Lei portava ancora dentro di sé l’intensità di quei momenti, anche se, con il tempo, le parole si erano sbiadite.
Avvertì un leggero rimpianto per qualche istante, prima di avviarsi verso casa. Nel pomeriggio sarebbe ritornata per prendere i bambini alla Scuola Materna, vicino al Campanile e, dopo il gelato, li avrebbe guardati giocare a bau-cetti mentre si rincorrevano tra le colonne dei portici.

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L’attivista

Me ne stavo tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile, al mattino, da quando sono in pensione. Era una bella giornata tiepida e mi ero seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città. Accanto a me, a pochi passi dal mio tavolino, avevano posizionato un gazebo di propaganda elettorale:
“Vota Matteo Renzi alle primarie del Partito Democratico” e una bella gigantografia del giovanotto in questione. -Non male- pensai.
Due attivisti si prendevano cura dell’insieme: un signore anzianotto, seduto al tavolo, occhiali spessi, scuri e capelli radi, tinti, alquanto anacronistico se rapportato al giovanottone sorridente della gigantografia, e una donna.
La donna, di età indefinibile, ma di aspetto più moderno e dinamico, indossava blue jeans, scarpe da tennis, poncho e sciarpa multicolore.
Aveva in mano un pacco di volantini, che tentava di rifilare ai passanti con un linguaggio simpatico e vivace.
La tizia dava delle risposte graffianti e non le mandava a dire. Con i giovani era aggressiva e usava immediatamente il tu. Con le persone anziane si adeguava al loro modo di fare. Se qualcuno poneva una domanda, lei rispondeva con una battuta, ma, se necessario, era pronta a parlare dell’argomento con una certa competenza.
Incuriosita, smisi di leggere per qualche minuto e mi soffermai a osservare e ad ascoltare.
“Votiamo per Matteo Renzi alle primarie del PD? Sì, dai, vedi com’è bello? E così mandiamo a casa qualche vecchiaccio della politica”.
“Mah, tanto non cambia niente, sono tutti uguali”.
“Va bè, allora cosa facciamo, non votiamo? Bisogna imparare a votare bene”.
“Vota Matteo Renzi alle primarie? Dai, Almeno alle primarie di partito!
“Ma non erano di coalizione?
“Eh si, ma noi dobbiamo votare per Renzi!”.
“Ma chi glieli dà i soldi per la campagna elettorale a Renzi?”
“Noi. Ci autotassiamo tutti. Se vuoi dare un contributo, ti do la ricevuta”.
“No… chiedevo tanto per chiedere”.
“Vota Renzi alle primarie, guarda com’è giovane e bello: prova, almeno alle primarie!”
“Eh, sì, ci stavo pensando. Bisogna mandarli a casa tutti”.
“Si spera… almeno una buona parte!”
“Vota Renzi alle primarie come segretario del PD…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare questi partiti di m…, devono smetterla di prendersi i nostri soldi e fare le Società Per Azioni!”
“Io ho altre idee”.
“Se le tenga. Ma voti Renzi alle primarie, questo non la impegna a votare lo stesso partito alle elezioni politiche!”
“Dobbiamo cambiare i partiti. Votiamo in massa per Renzi alle primarie di partito… “
“Ma chi è Renzi?
“E’quello del manifesto, un giovane di belle speranze, al momento Sindaco di Firenze. Dice che dimezzerà il numero dei parlamentari, eliminerà i finanziamenti ai partiti, gli sprechi, i privilegi…”
“Uh, quante cose…!
“Lo voterò quando incomincerà a farle!”
“Se non lo vota come fa…?”
“Ci penserò…”
“Bravo ci pensi e lo voti”.
“Va bè, meglio tentare che mollare!”
“Vota Renzi alle primarie, dai guarda com’è bello e giovane”.
“Io voto Grillo”.
“Anch’io voto Grillo, ma voto anche per Renzi alle primarie, come segretario. Tutti quelli che si sputtanano a dire che toglieranno i finanziamenti pubblici ai partiti, faranno dimagrire la Casta , taglieranno a destra e a manca… io li voto! Voglio vederli alla prova e voglio vedere i partiti con le pezze nel culo!“
“E se poi non fanno niente?”
“Li infilziamo… abbiamo aspettato anche troppo!”
“Vota Matteo Renzi alle Primarie del PD. Non ti impegna a votare il PD!”
“Ma neanche se mi pagano… “
“E allora continua così, ma non ti lamentare se nulla cambia… “
“Il mio voto non me lo fregano più, quelli…”
“Non votando, non si migliora la situazione!”
“Perché, votando si migliora?”
“Bisogna sperare che questa sia la volta buona!”
“Ma si paga per votare alle primarie”?
“Purtroppo si. Due euro”.
“Allora non ci vado: cosa ne ha fatto il PD di tutti i nostri soldi? Più di 200 milioni in meno di quattro anni e chiamalo partito di sinistra!”
“Vero! Si spera di cambiare anche questo… ”

Un’affermazione che non la convinse, sembrava disturbata da un pensiero molesto, continuò a distribuire volantini,  meccanicamente, senza dire nulla, per qualche minuto. Infine, si avviò al gazebo, lasciò sul tavolo quelli che aveva ancora in mano, salutò con un cenno e se se ne andò. Tutto si svolse con una certa rapidità e mi colse di sorpresa… avrei scambiato volentieri due chiacchiere con lei!

Giovanna Rotondo Stuart

Cappuccetto Rosso

La fiaba di Cappuccetto Rosso come la racconto ai miei nipotini

Cappuccetto Rosso saluta la mamma sorridendo. La casa della nonna non è distante dalla sua: solo cinque minuti di strada a piedi. Indossa la mantella rossa con il cappuccio che le ha cucito la mamma e, per questo, la chiamano Cappuccetto Rosso, ma il suo vero nome è Rossolina. Quando è nata aveva un bel ciuffo di capelli rossi e Rossolina sembrava proprio un bel nome per una testolina così colorata.
“Stai sul sentiero Rossolina, non camminare nel bosco perché da lì non ti vedo”.
Le raccomanda la mamma, come sempre.
“Va bene, mamma, non ti preoccupare”.
Rossolina Cappuccetto promette, ma a volte si dimentica, nel bosco ci sono tanti fiori belli e colorati, che può raccogliere per la mamma e per la nonna. E poi è diventata grande, da quest’anno va a scuola!
Quasi ogni giorno va a trovare la nonna, le porta un cesto con delle cose buone da mangiare. La nonna le insegna a fare i dolci, leggono tante storie e a volte pranzano o fanno merenda insieme, poi Cappuccetto torna a casa.
Oggi, mentre raccoglie fiori sul ciglio del sentiero, le si avvicina un lupacchiotto, ha un aspetto simpatico, si guarda intorno con aria timorosa, come uno che ha paura di essere sgridato. A Cappuccetto Rosso piace, le sembra un cucciolo come lei:
“Ciao, dove vai?”
“Mah, giravo un po’ intorno, per passare il tempo. E tu, che fai?”
“Io vado dalla mia nonna, oggi pranzo con lei”.
“Ah si? e che cosa mangiate?”
“La mamma mi ha preparato tante cose buone: la torta e anche una frittata con le uova delle nostre galline, senti come profuma.”
“Sì, mi viene l’acquolina in bocca, quasi svengo dalla fame a sentire l’odore…”
“Oh poverino, non hai ancora mangiato, oggi?”
“No, non mangio da ieri. Non trovo nulla”, risponde triste il lupotto.
“Mi dispiace, ma se non trovi nulla, qualcuno ti darà ben qualcosa?”, chiede Cappuccetto Rosso.
“No, nessuno mi dà niente, anzi, mi lanciano le pietre, quando mi avvicino”.
“Che cattivi! A te cosa piace mangiare?”
“Tutto! Io dovrei essere carnivoro, ma sono pronto a diventare onnivoro, pur di mandar giù qualcosa”.
“Magari ti piacerebbe una bella frittata!” esclama Cappuccetto Rosso.
E così dicendo prende la sua parte di frittata dal cestino e gliela dà, tutta contenta. Il lupotto se la mangia in un baleno: mai visto un lupo più felice di lui…
“Ma come ti chiami?”, le domanda, dopo.
“Rossolina,  anche Cappuccetto Rosso, per via della mantella rossa con il cappuccio che mi ha cucito la mamma. E tu?”
“Io sono un lupo, non ho un nome. Se vuoi, puoi darmene uno tu”.
“Sì, mi piacerebbe. Chiederò alla nonna se qualche volta puoi venire a farci compagnia”.
“… e magari mangiare una frittata con voi.” aggiunge il lupacchiotto speranzoso.
“Ora devo andare. Vuoi fare un pezzo di strada con me?”.
“Molto volentieri”. risponde lui.
E si avviano verso la casa della nonna, chiacchierando.

L’incontro

Laura aveva lavorato tutto il pomeriggio. Voleva fare bella figura con i nuovi amici che sarebbero venuti a cena quella sera. Il piccolo soggiorno appariva gradevole, aveva apparecchiato il tavolo da pranzo con una tovaglia bianca e piatti di linea moderna, decorati con disegni concentrici, molto allegri. Mancavano i fiori, mise i giacinti blu, acquistati la sera prima, in un cestino e li appoggiò su una mensola della libreria. Incominciavano ad aprirsi. Presto il loro profumo sarebbe diventato  intenso. Si guardò intorno. L’occhiata finale la soddisfò!
A Laura piaceva ricevere, ma non lo faceva spesso: lei e Mario, suo marito, lavoravano ed erano fuori casa tutto il giorno, fino a tardi. Lei era maestra d’asilo, i bimbi erano vivaci e la responsabilità grande, a sera era stanca. Mario lavorava come tecnico di laboratorio in ospedale e aveva un lungo percorso in macchina, prima di arrivare a casa.
Con questa cena voleva suggellare, nel modo migliore, l’inizio di una bella amicizia. Si sentiva eccitata.
Aveva preparato dei cibi diversi, Laura non mangiava né carne, né pesce e, pur essendo certa di fare la cosa giusta, non pensava a se stessa come a una vegetariana, forse per riguardo a Mario, suo marito, che non lo era.
Mario, a volte, lamentava la carenza di quelle pietanze nella loro alimentazione, ma si adattava di buon grado alle scelte di sua moglie e le sosteneva. Non gli mancavano le occasioni per mangiare carne o pesce durante il periodo del pranzo.
Lei, quella sera, avrebbe servito verdure crude e semi per antipasto, con riso integrale poi. Non sapendo che cosa i suoi amici potessero gradire e poiché era la prima volta che si vedevano nella sua casa, aveva deciso, per ospitalità, dopo molti dubbi, di preparare un piccolo roastbeef con patate al forno e verdure cotte.
Il roast-beef,  reminiscenza della sua famiglia di origine, era l’unico piatto del suo repertorio culinario!
In realtà Laura non sapeva come trattare la carne e avrebbe preferito preparare dei semplici menu vegetariani. Ma era riservata e non parlava volentieri delle sue decisioni, pur rendendosi conto che queste diventavano sempre più importanti nella sua vita quotidiana e doveva difenderle.
Sapeva che il troppo uso di carne nuoceva alle persone e gli allevamenti intensivi erano una delle principali cause di inquinamento globale.
La produzione di un chilo di carne aveva costi altissimi: comportava un eccessivo spreco di acqua e la distruzione di intere foreste per avere terreno coltivabile a cereali, il tutto con conseguenze devastanti.
Soprattutto non accettava le sofferenze inferte agli animali e non riteneva etico il commercio indiscriminato di creature viventi, spesso oggetto di crudeltà gratuite.
Era tempo di consumare meno proteine animali e più proteine vegetali!
Pur essendo convinta delle sue idee e in grado di motivarle, Laura non era ancora pronta a rivendicarle, ma era sulla buona strada.
Un dolce al cucchiaio e della frutta, avrebbero completato la cena. Le piaceva! Era tutto pronto, mancava il vino, che era compito di Mario, e poi avrebbe avuto il tempo di rilassarsi un momento.

Durante il percorso che li portava a casa di Laura e Mario, Marianna ricordava la prima volta che si erano visti.
Si erano conosciuti in vacanza loro quattro. Un incontro fortuito. Lei e Roberto avevano bucato e si trovavano sul ciglio della provinciale che portava a Follonica.
Tentavano di cambiare la ruota della loro auto, quando videro arrivare una piccola utilitaria, una Ypsilon, che si fermò a pochi metri da loro:
“Scusate, la nostra macchina ha qualche problema, dobbiamo chiamare un carro attrezzi e un tassì”.
Marianna, sempre diffidente con le persone che non conosceva, non si scompose. Roberto si avvicinò per chiedere:
“Sapete che cosa può essere?”
“Pensavo fosse la batteria, ma l’ho fatta controllare prima di partire e andava bene. La spia è sempre accesa e non mi sento tranquillo. Non vorrei fosse il motore”.
“E’meglio rivolgersi a un carro attrezzi. Potremmo darvi un passaggio fino a Follonica. Io sono Roberto e lei è mia moglie Marianna”.
“Ciao, noi siamo Mario e Laura”.
Il Carro attrezzi arrivò in meno di mezz’ora e dopo qualche tempo si trovarono tutti in città. Mario e Laura insistettero per ricambiare la gentilezza ricevuta e vollero offrire loro qualcosa da bere.
Scoprirono di abitare a pochi chilometri di distanza, in una località della Brianza, in Lombardia. A Bosisio Parini, Laura e Mario, a Cantù Marianna e Roberto. Prima di lasciarsi si scambiarono numeri di telefono e indirizzi e si diedero appuntamento per mangiare una pizza la sera dopo, visto che si trovavano ancora in zona. Da allora si erano rivisti un’altra volta.
Avevano fatto una passeggiata lungo il lago del Segrino, che si trovava abbastanza vicino alle due abitazioni. Stavano bene insieme e quella sera si sarebbero trovati a casa di Laura e Mario, per cena.
“Potremmo organizzare una vacanza insieme”, pensava Marianna.
Quando arrivarono, si misero a parlare tutt’e quattro all’unisono:
“Ma che bello! Molto intimo…”
“Come state?”
“Benissimo, abbiamo avuto una settimana faticosa ma buona!”
Passarono più di un’ora chiacchierando e sorseggiando del vino bianco:
“Direi che è proprio ora di cena. Avverto un certo languore…” disse Mario. Si mossero verso il tavolo da pranzo.
Le crudité erano esotiche e saporite, il risotto anche. Il vino di buona qualità. Una meraviglia!
Riposarono un poco prima del grande piatto di portata finché Laura fece il suo ingresso trionfale con il roastbeef, le patate arrosto e le verdure.
Dopo i giri di convenienza, a cui i due uomini non si sottrassero per niente, arrivò il turno delle donne. Marianna si era riempito il piatto di verdure e qualche patata e così Laura:
“Il roastbeef è molto buono, serviti”,  azzardò Laura, ponendo il piatto di portata accanto a Marianna. Incrociò un’occhiata preoccupata di Roberto, ma non la interpretò.
Marianna, con tono che non lasciava spazio ad altre richieste, dichiarò:
“No, grazie! Non mangio cadaveri”.

Giovanna Rotondo Stuart

La Strega

Terzo Classificato PREMIO ITINERANTE HOMBRES X EDIZIONEMotivazione

Medioevo e caccia alle streghe (o presunte tali), l’ambientazione del breve racconto. E’ la denuncia di una sottomessa condizione femminile in effetti senza limiti temporali. Una donna, accusata di praticare la stregoneria, viene torturata, vilipesa e infine bruciata viva. La voce narrante che, ora esterna ora interna alla storia (quella della protagonista), rievoca le vicende accadute; l’uso del discorso diretto, spesso non virgolettato, e quello indiretto, alternati; i nostalgici e dolorosi ricordi delle sue figlie, delineano uno stile narrativo serrato e incalzante che ben rende il clima oppressivo e senza scampo della ineluttabile persecuzione.

 

 LA STREGA
 

La donna  era in piedi su  un carro. Le mani legate, l’aspetto dimesso, malandato. Un uomo, il boia, accanto a lei, la torturava con tenaglie infuocate,   piagandole la carne.  Lei  pareva non avvertire il dolore,  l’espressione del viso assorta… lontana. “Presto sarà finita”,  pensava. “Sono contenta, non potrà essere peggio di così, quando sarò morta”.  Gli occhi non vedevano la folla urlante ma i campi fioriti nelle estati della sua breve infanzia, quando, piccola fanciulla, raccoglieva  fiori e ne faceva ghirlande o, insieme alle contadine del suo villaggio, nella pianura padana, cercava erbe per tisane e decotti.
Il padre, di professione maestro,  le aveva insegnato a leggere, scrivere e a far di conto. A lei, ragazzina svelta e intelligente, lo studio piaceva molto e imparava in fretta.
In seguito, la lettura era diventata  la sua passione, il suo faro illuminante: leggeva quando poteva. Non c’erano tanti libri intorno ma, nelle case benestanti in cui andava a servizio, trovava sempre qualcosa. Lei, di nascosto, leggeva tutto ciò che trovava. Le grida della gente le giungevano distanti, remote.
-Al rogo, al rogo la strega…
-Brucerai all’inferno
Suo padre aveva deciso di darla in sposa, non ancora quattordicenne, a uno che non conosceva, che non era dei luoghi in cui viveva. Sapeva solo che era un mercante e abitava a più di una giornata di cammino dalla loro casa. L’aveva implorato di non farlo, di tenerla lì, ancora qualche tempo. Ricordava di essersi inginocchiata davanti a lui: “ti prego, padre, non farmi andare via. Tienimi qui con te. Lavorerò giorno e notte. Qualsiasi cosa. Ti prego!”  l’aveva supplicato, ma lui non aveva voluto sentire ragioni, né aveva  giustificato  la sua decisione.
Il matrimonio era stata un’esperienza terribile, il marito aveva un carattere violento, la picchiava sempre e la obbligava a  prostituirsi, lei era sola, con nessuno a cui chiedere aiuto… aveva pregato in cuor suo di morire, ma era morto lui, accoltellato in una rissa.
Aveva trovato lavoro come domestica e, per qualche anno,  era andata a servizio nella casa di una famiglia di Milano, il lavoro era duro ma nessuno la picchiava, né la costringeva a prostituirsi. Riusciva anche a leggere e a dedicarsi alla sua altra passione: la ricerca di erbe e fiori.
-Siamo qui per giudicare questa donna, colpevole di preparare e somministrare intrugli malefici e di avere rapporti con Satana!
L’aveva accusata perentorio l’Inquisitore, alcuni mesi prima.  “Il processo è stato una farsa inquietante. Tutte quelle persone  potenti contro una poveretta come me. Anche se fossi stata una strega, come dicono, e forse lo sono, non vuol dire che io abbia   commesso dei crimini”.
La folla  gridava sempre:
-Strega, strega… devi morire!
Qualcuno le lanciava degli oggetti, la copriva di insulti e sputi.
“Poveri creduloni” rifletteva lei, “non esistono le streghe, né il diavolo, né l’inferno. Li inventano loro per controllarci meglio. Esiste solo tanto dolore”.
Lei, una povera serva accusata di stregoneria, aveva capito il meccanismo di controllo del potere! “I medici sono delle botti tronfie, piene di vino cattivo e non sanno come lenire le sofferenze della gente”.
Gli avvenimenti degli ultimi mesi, in quelle aule di tribunale, mentre la processavano con prove inesistenti e false, o nella prigione, sotto  tortura, per farle confessare colpe mai commesse, erano stati per lei una rivelazione.
-L’accusata pratica la magia nera. Si è macchiata di gravi peccati: atti di stregoneria, rapporti promiscui con il Demonio. Omicidio.
Continuò l’Inquisitore rivolgendosi ai membri della Corte: tutti maschi, vestiti di nero, seri, severi.
-Che cos’ ha da dire a sua discolpa?
Le disse, guardandola.
-Nulla, rispose, scuotendo la testa.
-Prepara pozioni e filtri magici?
-Sì…
-Per quale ragione?
-Per alleviare il dolore di chi soffre…
-Sacrilegio!  Questo è compito di Dio, non delle donne, né tantomeno delle streghe. Solo Dio può alleviare il dolore. Ha mai avuto rapporti carnali con il Diavolo?
-Sì,   assentiva lei, annuendo. “Sì, ho avuto rapporti con il diavolo ogni qualvolta sono stata stuprata, violentata o picchiata da qualcuno di voi”,  ma non lo disse.
-Quante volte?
-Non lo so!
-Molte?
-Forse,  sussurrava, tenendo gli occhi bassi.
-Ha tentato volontariamente di avvelenare le persone presso le quali era a servizio?  “Ho preparato solo delle bevande calmanti, con fiori di camomilla o foglie di malva”,  ma taceva e piegava la testa:
-Si,  bisbigliava.
Si chiedeva se tutti quegli uomini di scienza, di cultura, di chiesa, si rendessero conto dell’assurdità di ciò che facevano o dicevano.
“Lo faranno per paura, perché ci credono o gli va bene così?” Rispondeva “sì” a qualsiasi folle domanda le venisse posta, qualsiasi cosa, purché non la torturassero.
Non c’era scampo, come nel supplizio dell’acqua a cui veniva sottoposta una presunta strega: se fosse andata a fondo, con una pietra legata al collo, sarebbe stata innocente, ma sarebbe comunque morta annegata, se fosse rimasta a galla, sarebbe stata colpevole e giustiziata. Un meccanismo perverso!
Ed erano tutti uomini… “Come mai non c’è mai una donna in queste strane assemblee?”
Aveva scoperto il potere degli uomini: ti violentavano e poi ti accusavano di aver peccato,  ti chiedevano delle erbe per i loro mali e poi ti accusavano di essere una strega.
Ti imprigionavano, ti torturavano finché non confessavi ciò che volevano, ti bruciavano sul rogo per peccati che non avevi commesso, né pensato si potessero  commettere.
-E’ vero che l’accusata ha abbandonato le sue figlie avute fuori dal matrimonio, frutto della sua fornicazione? “No, non è vero, non è assolutamente vero”,   l’impulso di urlare con tutta la forza di cui era ancora capace, l’aveva scossa con violenza. Ma sapeva che poi l’avrebbero torturata per farle dire che era vero. Non intendeva stare al gioco, gli avrebbe detto tutto ciò che volevano dicesse. Glielo avrebbe detto da subito.
Un giorno aveva incontrato  un uomo d’arme, un capitano, viveva solo e le aveva chiesto di tenere casa per lui. Lei aveva accettato. Nel giro di pochi anni erano nate due figlie. Lei ascoltava il loro respiro e ne vegliava il sonno e,  mentre dormivano, sfiorava i contorni dei loro visini con la punta delle dita.
-Risponda!
-Sì, è vero,  mormorò in un sospiro di dolore.
Sentiva nel cuore il grido delle figlie che piangevano “mamma, mamma dove sei”,  lo sentiva ogni istante, da allora.
Chiuse gli occhi e sorrise tra sé rivedendo i loro volti di neonate e di più grandicelle, poi. Le aveva amate più di ogni ragione. Le accarezzò teneramente nel suo cuore “Addio bambine mie”  L’avevano costretta a lasciarle in tenera età. Il vescovo aveva ingiunto a lei e al loro padre di dividersi. Erano insieme da molti anni, senza essere sposati e vivevano nel peccato: dovevano essere separati. Il padre delle sue figlie non aveva potuto o voluto sposarla. “Speravo di accudirvi per tutta la vita, di insegnarvi  a leggere e scrivere” aveva sussurrato abbracciandole con una tenerezza senza confini. La obbligarono a prendere servizio in casa di una nobildonna.
-Confessa di essere una strega e di aver compiuto riti di magia nera, con l’aiuto di Satana?
-Si!  Rispose, lei decisa.
-Dopo aver esaminato i gravi crimini di stregoneria, i rapporti promiscui con il Demonio, i comportamenti sacrileghi attribuiti a questa donna e liberamente confessati dall’accusata, questo Tribunale la condanna al rogo!
A lei non interessava ascoltare la sentenza, sapeva che l’avrebbero condannata a bruciare, viva o morta, non cambiava molto. Non le rimaneva più nulla, neanche il suo nome. Si concentrò sulla visione delle sue creature.  “Vi cantavo una ninna nanna per farvi addormentare, cambiavo sempre le parole: dormi, dormi mia piccina, dormi, dormi bel visino, ninna nanna piccoline”  Erano quasi giunti a destinazione, si vedeva, sul fondo, la catasta con il palo su cui sarebbe  stata issata e giustiziata. Intonò una dolce nenia, il suo viso si distese in un attimo di amore.
Il boia scambiò per lamenti la cantilena sommessa e le inflisse altre torture, altro dolore, ma nulla poteva turbare la strega in quel momento.
“Vi auguro ogni bene, figlie mie, Addio!” Il carro si fermò, erano arrivati al punto in cui lei doveva essere impiccata e poi arsa, non molto distante era stato allestito il fuoco. Lanciò un’occhiata distratta alla folla, che si era zittita; “Senza dubbio, altre sciagurate si sono rese conto degli orrendi  misfatti  perpetrati nel nome d Dio. In nome di Dio e mostrando  il crocifisso, si commettono crimini terribili”,  pensò per un momento, guardando i monaci che pregavano con il crocefisso alto, visibile a tutti.
La chiesa perseguiva una violenta caccia alle streghe. Una caccia  fiorente e proficua: confiscava i beni delle presunte streghe e di tutti coloro che avevano, si credeva, rapporti con il diavolo, o erano denunciati perché praticavano riti magici, o ritenuti colpevoli di eresia.
Il boia la fece scendere dal carro e la spinse verso l’ impalcatura, c’erano dei gradini di legno, li salì.  “Chissà se mi bruciano da subito o mi strangolano prima come atto di clemenza, per aver confessato, concedendomi di soffrire meno…”  Non capitava spesso che una donna arrivasse a capire il rapporto tra vittime e potere, era accaduto a una come lei: povera e sola, a cui era stata inflitta una condanna assurda. E forse era proprio questa la ragione.
Aveva compreso che chi fosse capitato nell’ingranaggio veniva stritolato.  La giustizia non esisteva, non c’era e non c’entrava, interessava avere una vittima. Non poteva esserci giustizia là dove era ammessa la tortura. La tortura era strumentale alla confessione, se non confessi, ti faremo confessare con insopportabile dolore. Solo la mente umana poteva escogitare mezzi talmente perversi a cui non si poteva resistere.
La tortura era un’arma immonda: si confessava qualsiasi cosa! Le tenaglie infuocate, le forche, i roghi e quant’altro, erano nulla in confronto.
Si mise a cantare piano, con voce dolce, intanto che saliva i gradini:
-Ninna nanna, dormi dormi, mia piccina che la mamma  ti è vicina.

Giovanna Rotondo Stuart