Le poesie di Gaetano

Ci portano pensieri, emozioni, parlano di solitudine. E’ bello leggerle. 

 

Scrivere  

A chi non si sa!

Forse anonimi individui

dal volto a volte

sorridente a volto spento

e capire che c’è 

qualcosa di più

del semplice scrivere

e leggere.

A volte basta un niente

per scrivere,

basta un sorriso

e tutto viene da sé.

 

Di poesia… (2002)

Di poesia si muore

di poesia si vive,

ricchi di poesia non si diventa

l’amore in poesia è un richiamo,

i poeti, 

una canzone diceva,

strane creature.

 

Poesia  (2000)

Andando per la via

poca gente per strada

Sembra che l’umanità

sia sparita.

E poi dove?

Non so dare una risposta.

E mi rendo conto 

che nessuno mi 

ha mai chiesto qualcosa. 

 

Poesia anno (2000)

Scrivere poesie 

e poemetti

è come mettersi

in gioco

senza corazze,

come una casa

senza porte e finestre

che il tempo accarezza.

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A voce nuda – poesie di Francesca Rotondo

“La poesia salva la vita”,  scrive l’Editore nella sua presentazione al bel libro di poesie di Francesca Rotondo. Una presentazione poetica e irrinunciabile che invita alla riflessione tanto quanto la lettura delle poesie. Un piccolo capolavoro questo libretto edito dalla Vita Felice che della poesia ha fatto la parte più importante della sua editoria, indubbiamente una scelta non facile e controcorrente.

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Il primo minuto

Non è dato
nel primo minuto
avere fame
come i ciechi
e l’elemosina
che ci atterra solitari.

Rarissime di gioia
al colore restavano unite
pupille
e di terra gli occhi.

La poesia salva la vita, ci aiuta a capire noi stessi e il mondo attraverso le parole. Molti dicono di non amare la poesia perché la trovano oscura, difficile, inutile alla nostra vita “moderna”. I poeti, a volte, amano essere oscuri, difficili, amano non farsi capire e si occupano di aspetti della vita che sono lontanissimi dal nostro quotidiano. La poesia, però, non va vista come una tecnica astrusa, bensì come un’affascinante, a volte imprevedibile “alfabeto della vita”, “alfabeto del mondo”; la vera vera connotazione della poesia, dunque, non è solo letteraria, ma prima ancora è “esistenziale”: riguarda tutti noi semplicemente in quanto essere umani.

La poesia è la chiave preziosa e insostituibile per entrare in contatto con la parte più vasta e a volte sconosciuta del nostro “essere” che concerne le emozioni; la poesia ci aiuta a viverle e a esprimerle in modo creativo. Abbiamo infinitamente bisogno delle sue magie e dei suoi giochi per vivere meglio, e ritrovare quello sguardo di meraviglia che andiamo perdendo man mano che cresciamo.
Allora la poesia forse non salva la nostra vita, ma può davvero aiutarci a viverla meglio, ci libera dal senso di noia, di inutilità e di malinconia che ci afferra quando la nostra creatività — un dono che noi spesso non sappiamo di possedere — giace chiusa e dimenticata in un cassetto.

Questo, per me il senso della poesia e il senso di essere poeti oggi.

Leggendo A voce nuda di Francesca Rotondo, ho trovato conferma di questo mio pensiero. I suoi componimenti poetici, anche quando sono brevi, sono pieni di immagini. I versi sono tutti belli e rivelano una reale, non comune forza poetica proprio nell’essenzialità del linguaggio e nella potenza delle immagini. Il loro valore complessivo non viene meno neppure in quei rari momenti in cui il versificare poetico si fa meno lirico e più esplicativo. La poesia abita a buon diritto in Francesca Rotondo ed è per questo che consegno nelle mani dei lettori una raccolta poetica gelosamente custodita in un cassetto e che ora vede finalmente la luce.

L’Editore (Gerardo Mastrullo)

FRANCESCA ROTONDO A voce nuda

recensione di Giuseppe Leone

Con un dipinto in copertina di Edgar Degas che ritrae una Giovane donna allo specchio e una limpida, aderente presentazione dell’editore sul valore della poesia, è apparsa, nel novembre 2016, per conto dell’editrice milanese La vita felice, una raccolta di liriche di Francesca Rotondo dal titolo A voce nuda, forse il libro di versi più bello tra quanti mi è capitato di leggere negli ultimi anni.
Come rilevato un po’ nella presentazione, in particolare dove si dice che “la poesia salva la vita, ci aiuta a capire noi stessi e il mondo attraverso le parole”; che “è la chiave preziosa e insostituibile per entrare in contatto con la parte più vasta e sconosciuta del nostro “essere” che concerne le emozioni”, la silloge è soprattutto un’intensa meditazione sul senso della poesia oggi, ma “non vista come una tecnica astrusa, bensì come un affascinante, a volte imprevededibile, “alfabeto della vita”, in una connotazione che non è solo letteraria, ma anche esistenziale, che “riguarda tutti noi semplicemente in quanto esseri umani”(5).
Detto così, in estrema sintesi, si potrebbe rischiare di far passare il libro come una celebrazione della poesia, e invece di pagina in pagina affiora sempre più, e resiste, la convinzione che la poesia è qui un vortice / di rovine (48).
Ovunque rovine: da quelle che si respirano a Talvera, dove l’uomo ha distrutto gli equilibri vitali, illudendosi di ristabilirli attraverso soluzioni artificiali, sostituendo gli argini naturali del fiume con passeggiate cementificate; a quelle che testimoniano guerre e massacri, come a Mostar, la cittadina dell’Erzegovina che, tra il ’92 e il ’93, in seguito ad un referendum popolare che la dichiarò indipendente in base all’allora vigente Costituzione della Jugoslavia di Tito, fu soggetta a bombardamenti e ad un assedio lungo nove mesi; a Banská Bystrica, paese in cui le persecuzioni contro i Rom sono frequenti; a Port Bou, cittadina al confine tra Francia e Spagna, dove, secondo alcuni, è sepolto il filosofo ebreo, suicida, Walter Benjamin, autore, tra le altre opere, di Aura e choc, a cui pare faccia pure riferimento la poetessa, quando scrive: Secca e schioccata / la frusta del tempo: / dipana la trasparenza dell’aria (26).
Dalle rovine, ancora, che si vedono a Londra, Sotto il Tamigi (dove) urlano / gli occhi delle donne / (e) i loro figli hanno narici / colme di fango; a quelle prodotte dall’inquinamento a Milano, dove L’estate ingialliva tra i gas (23); a quelle dell’uomo contemporaneo condannato a una fuga senza fine, di cui sono simbolo Franz Tunda, per esempio, personaggio uscito dalla penna dello scrittore ebreo Joseph Roth (11); Ernst Wiechert, scrittore tedesco, uno dei pochissimi cristiani che si opposero al nazismo (49); Franz Kafka, che con lunghe gambe / quasi volando / sorpassa inebriato / la concretezza del mondo (14).
E questo è il filo logico, per così dire, che collega le parti più significative dell’ itinerario poetico di Francesca Rotondo, tremendamente schiacciato sulla crisi del mondo attuale, al di là degli accenni al male di vivere più in generale, ravvisabili in Alicante, con le affermazioni perentorie che la vita è fatta di niente (15); ne La stagione bella, ossimorico titolo rispetto a un testo che rimane sarcastico (22); in Tempo, con una poetessa perplessa davanti all’assurdo andare del suo corso, così della sera, così del mezzogiorno (9).
Il libro, naturalmente, contiene anche dell’altro, ci sono altre poesie che sollecitano a riflessioni diverse, digressioni solo apparenti rispetto al tema di fondo, quali la percezione ludica e pur pungente della creazione del mondo, in barba alla gravità delle teorie scientifiche o religiose (51); il dubbio sulla divisione delle età dell’uomo e, di conseguenza, lo smarrimento del filo unico della storia (29), la morte della tradizione umanistica quale si percepisce dalla confessione della poetessa di non avere avuto maestri che non fossero / acque, cieli, boschi (53).
La cosa che più sorprende, comunque, è che, pur nel variare dei temi, la poetessa riesce a mantenere costanti stile e forma che, se pure, all’apparenza, sembrerebbero rimandare all’ermetismo, al simbolismo, al surrealismo, nella realtà, con queste correnti nulla hanno da spartire, grazie all’agilità di un pensiero sempre intuitivo capace di creare immagini ardite e originali. Del resto lo ha pure dichiarato, facendosi vanto di non avere mai avuto maestri.
Che dire, allora, di questa raccolta di “marmo pregiato”, come tiene a precisare il suo editore? e di una poetessa, che sembra volerlo contraddire definendo legno scadente le sue poesie?
Marmo pregiato e legno scadente – mi piace ricordare – era la definizione dell’equazione con la quale Einstein descriveva la sua teoria della relatività come un monumento composto da marmo pregiato (la parte che riguarda il campo gravitazionale) e da legno scadente (la parte che riguarda la materia).
Dire che A voce nuda sia una plaquette composta di questi ingredienti, per di più della premiata pasticceria Einstein, non può che rendere onore alla poetessa per aver saputo trasformare le rovine attuali in perle poetiche di rara lucentezza, riunite in una Collana editoriale che non poteva non avere il nome che porta: quello di Agape, parola che deriva dal greco e significa amore fraterno, lo stesso che la poetessa non nega alle vittime del nostro tempo, sia che risultino persone note, sia ignote cadute a causa di guerre e terrorismo.
Non si è ancora detto che Francesca Rotondo, laureata all’Università degli Studi di Parma, non si è occupata solo di poesia, ma ha anche lavorato come traduttrice per alcune case editrici milanesi. È stata consulente per ricerche universitarie e tesi di laurea; e, seppure in ambiti diversi, ha dedicato gran parte del suo tempo all’insegnamento. Ha frequentato per un anno l’Ecole des Hautes Études en Sciences sociales a Parigi, dove ha presentato un lavoro sul teatro, e ha anche pubblicato negli anni articoli e poesie su giornali e riviste.
Tutto bello e tutto perfetto, dunque, questo libro? Tutto bello sì e abbiamo pure spiegato perché, ma non tutto perfetto. Fa specie – data la maturità dei suoi versi – non riscontrare nella sua biobibliografia un passato tra i “poeti laureati”, con tanto di carriera luminosa alle spalle, ricca di premi e di riconoscimenti. Sfido chi, leggendo questi versi, non si sarebbe aspettato come loro autore un nome famoso. Eppure, non è la prima volta che cose del genere succedano nel mondo della letteratura. Ma devo precisare che, almeno per questa volta, non si può né si deve parlare di “caso” letterario. Nessun critico è colpevole per non averne parlato, perché prima d’ora le poesie di Francesca Rotondo erano in un cassetto della sua scrivania. Va dato, perciò, atto nonché merito all’editore Gerardo Mastrullo per essersene accorto di questa grande novità.

Giuseppe Leone
Francesca Rotondo
A voce nuda
La vita felice, Milano, 2016.
pp.64. Euro 10.00.

Reciprocità

Una riflessione per questo nuovo anno, con la speranza che sia una anno buono per tutti.

Reciprocità è un parola a cui penso spesso negli ultimi tempi.
La reciprocità intesa come dare/avere non è nelle mie corde, sono convinta che il significato del termine vada ben oltre il semplice scambio. La reciprocità coinvolge la sfera dei sentimenti: si possono avere affinità ed empatia occasionali, anche molto piacevoli, tuttavia, in contatti più frequenti, è necessario praticare, in qualche misura, la reciprocità.

Giovanna (2016)

La piazza

Come ogni mattina Amanda se ne stava tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile nella sua nuova vita di pensionata. Era una bella giornata e si era seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città; sceglieva sempre un dei tavolini laterali, se lo trovava libero, le sembrava di avere più privacy, mettendosi di lato: “Una stupida fissa” pensava, ogni tanto.
“Ciao Amanda, come stai?” qualcuno la distolse dai suoi pensieri e dal giornale.
“Ciao Paola, sto benissimo, posso offrirti qualcosa, vuoi sederti un momento?”
“No, mi dispiace, oggi proprio non ho tempo, devo andare a casa. Ci vediamo domani, magari”.
“Va bene. Buona giornata.”
Si leggeva i giornali bevendo un caffè, a volte due, macchiato caldo e senza zucchero. Era qualcosa di estremamente piacevole, dopo anni di corse mattutine per portare i figli a scuola, prima di raggiungere il suo luogo di lavoro, sempre in lotta con il tempo e l’ansia per la paura di far tardi.
Tra un giornale e l’altro, o tra un caffè e l’altro, c’era sempre qualcuno da salutare o con cui far due chiacchiere. Spesso incontrava amici e colleghi di lavoro o persone con cui si era trovata anni prima, quando portava i suoi bambini in piazza per passeggiare e giocare in un luogo senza traffico. Le accadeva anche di vedere mamme o papà che aveva visto piccoli e che, a loro volta, spingevano i loro figli in carrozzina o li accompagnavano per mano.
E non mancava la grande attrazione di tutti i bimbi! Il negozio di giocattoli che si trovava di fronte a lei, sotto i portici: una tappa obbligata per bambini di ogni età. Era già lì quando ci veniva con i figli e adesso ci portava i nipoti:
“Guarda nonna, Ciccio bello bua” diceva uno. “A me piace il trattore” diceva l’altro.
Tutti e due molto speranzosi. Ma lei non era dell’idea di comprare, pensava che avessero già troppi giochi ed evitava l’argomento “mi compri”. “La nonna non ha soldi” tagliava corto.
Nel frattempo, due donne e un uomo si stavano salutando nei pressi del suo tavolo:
“Ciao Max, ciao Anna che piacere vedervi”
“Buongiorno Emanuela vi ho visti a teatro ieri sera. Avrei voluto salutarvi, ma Max aveva fretta e così siamo andati via quasi subito”.
“Voglio sentire la tua opinione sullo spettacolo, io e Anna abbiamo idee diverse”.
“Cosa vuoi che ti dica… non è stato il massimo. Mancava la grandezza di Antigone, tutto il lavoro si è svolto intorno a lei, ma senza di lei”.
“Che strano, a me è piaciuto moltissimo, incalzante, un buon spettacolo, mi ha tenuto sveglia. Antigone è una delle tragedie più belle. Max non ha gradito la musica e parte della coreografia, vero Max?”
“Per niente, ma ci pensi suonare il rock and roll? In una tragedia di Sofocle? Anche in tuta? Per me è stato dissacrante”.
“Ma dai, non fare il bacchettone, non era per niente dissacrante… accompagnava un momento di climax. Il testo è stato rispettato, inoltre Creonte aveva un costume perfetto. E Gino cosa ha detto?”
“A lui deve essere piaciuto abbastanza, non gli ho sentito fare commenti negativi”.
“Vedi, Siete tu e Max i i criticoni”.
“Quasi, quasi mi offendo, potrò esprimere la mia opinione liberamente, oppure no? Emanuela, che impegni avete dopo domani sera tu e Gino?”
“Mah, niente che io sappia. Devo chiedere a lui…”
“Venite da noi a cena. E’ un po’ che non ci vediamo. Cosa ne dici? A te va bene, Anna?”
“Si, mi farebbe molto piacere. Vi prepariamo una cenetta vegetariana. Vi va?”
“A me si, penso anche a Gino, comunque, vi telefono”.
“Benissimo, telefonaci”.
“Ci sentiamo… ”.
Amanda aveva visto lo stesso spettacolo e non le era piaciuta molto, ma non per il rock and roll. Semplicemente non le era sembrata una bella Antigone.
Qualcuno stava allestendo un gazebo di propaganda elettorale dall’altro lato; spesso si posizionavano tavoli per raccolta firme, distribuzione volantini o altro. Piazzarono un tabellone con scritto – Vota alle Primarie – e la gigantografia di un ragazzotto: “Non male!” pensò guardandolo.
Gli attivisti erano due: un signore anziano, occhiali scuri con lenti molto spesse, e una donna.
La donna, non più giovanissima, aveva un aspetto moderno e dinamico: indossava blue jeans, un maglione ampio, scarpe da tennis bianche e portava i capelli tagliati cortissimi.
Lui si mise seduto al tavolo e lei, una volta finito l’allestimento, prese in mano un pacco di volantini che tentava di rifilare ai passanti, abbordandoli con un linguaggio simpatico e vivace e chiedendo loro di votare per le primarie del partito:
“Dai, vota alle primarie… vedi com’è bello il nostro candidato?”
“Dovrebbe essere bravo, piuttosto”
“Garantito. Vota alle primarie…”
“Le primarie di che?”
“Le primarie di partito!”
“Ma che cosa sono?”
“Si sceglie il segretario del partito…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare i partiti“.
“I partiti bisogna eliminarli”.
“E come facciamo senza?”
“Sono solo delle Società Per Azioni! Dei mangiasoldi”.
“Per questo si deve cambiare, vota alle primarie!”
“Io voto quelli delle stelle… “
“Anch’io, ma adesso bisogna votare per le primarie!”
Amanda, incuriosita, smise di leggere per osservare e ascoltare la tizia in questione, la quale si era messa in posizione strategica, in mezzo al passaggio, per intercettare meglio la gente che andava e veniva sui due lati. “Tipo interessante” rifletté “potrei parlarle”.
Pur di ottenere qualche risultato la donna dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Lei la capiva, la situazione del paese rendeva tutti stanchi e sfiduciati…
Una volta aveva tentato di fare politica, ma aveva letteralmente i figli in mezzo alla strada e aveva dovuto smettere. Di tanto in tanto si buttava in qualche campagna solitaria a favore di qualcosa, la iniziava e non la mollava finché non vedeva qualche risultato, pur minimo che fosse. La politica è una passione, ce l’hai dentro.
Oggi avrebbe il tempo per dare il suo contributo, tuttavia era titubante. Troppo accattivante questa libertà di cui finalmente godeva e impegnarla in riunioni, spesso lunghe e inutili, la tratteneva dal prendere delle decisioni. Essere libera di alzarsi al mattino e decidere che cosa volesse fare per il resto della giornata, dopo una vita di lavoro, era una sensazione che la esaltava.
Continuò a sfogliare il giornale con poco interesse. Alla fine pensò di andare a fare una passeggiata.
La piazza aveva una forma insolita, larga e lunga, e si estendeva tra due lati di belle case, per lo più in stile liberty. Sulla destra, andando verso nord, una fila di portici l’accompagnava per tutta la sua lunghezza. Dall’altra parte, di fronte ai portici, si snodava una serie di palazzine che avevano finestre e balconi con doppia vista sulla piazza e sul lago, che si trovava al di là.
Tutti e due i versanti della piazza erano arredati con negozi, bar e ristoranti. Un piccolo mondo dove si trovava di tutto: non solo il negozio di giocattoli, ma anche quello del gioielliere, la gastronomia l’edicola, la macelleria, anzi, le macellerie erano due, una accanto all’altra!  E poi la panetteria, quella dove lei si recava ogni tanto a comprare il pane appena sfornato, lo mangiucchiava camminando: “Vivrei di pane” diceva spesso.
Nel corso degli anni, molte attività commerciali si erano rinnovate o avevano cambiato del tutto la loro ragione sociale: si erano perse alcuni antiche botteghe a beneficio di bar e ristoranti, profumerie e bijou, ma, soprattutto, abbigliamento. “Come se la gente pensasse solo a profumarsi, a vestirsi e poi basta”, rimuginò Amanda tra sé, guardandole.
Nonostante i tanti negozi di abbigliamento e profumerie, la piazza aveva conservato ancora, e per fortuna, un commercio multiplo e accogliente.
Una volta, ricordava, si faceva il mercato sia il sabato che il mercoledì. Il mercato era caratteristico con le sue bancarelle ai lati della piazza e si comprava di tutto: dalla frutta e verdura alla merceria e biancheria, dalle sementi agli uccellini tenuti in gabbiette claustrofobiche che la inorridivano; si trovava persino la gommapiuma da taglio, il ferramenta e l’arrotino.
Lei andava a farci il giretto il sabato mattina, era la sua mattina libera e bighellonare tra le bancarelle, la rilassava. Tornava sempre a casa con qualcosa. In seguito, per esigenze di traffico, il mercato era stato decentrato e lei non era più andata.
Venendo dalla via più importante del centro e andando sempre verso nord, si poteva ammirare, sullo sfondo, il panorama delle montagne e il bel campanile che si stagliava conto di esse.
Amanda si avvio verso il campanile dove la piazza si apriva su un’altra piazza, aperta sui tre lati, con vista su quel lago sublime, sovrastato da montagne, tanto decantato dal Manzoni,
Lungo i portici s’intravedevano le viuzze chiuse al traffico del Centro Storico, anch’esse con i loro commerci e mercanzie di tutti i tipi, e, verso la metà, dalla parte opposta ai portici, si aprivano un paio di passaggi ad arco che portavano al lungo lago. A lato di essi il Palazzo delle paure, così nominato perché tempo addietro era stato la sede dove si riscuotevano i tributi, attualmente aveva altre funzioni, tuttavia il nome era rimasto.
Le piacevano le piazze, i piccoli centri chiusi al traffico dove si recuperavano e si mantenevano rapporti tra le persone. Molti avevano vissuto là intorno una vita intera e le occasioni di incontro erano frequenti. Amanda amava quel luogo: le dava un senso di appartenenza.
Ci aveva passato la vita da quando, ragazzina non ancora adolescente, era arrivata dal sud con la famiglia. La sera andava con sua mamma e le tre sorelle più piccole a mangiare pane e latte in una latteria scomparsa da tempo.
Erano stati anni duri, ma lei si sentiva privilegiata per averli vissuti e per essere quella che era diventata: una persona che stava vivendo un periodo bello della sua vita, almeno a lei sembrava tale.

Ogni giorno si concedeva del tempo passeggiando e pensando. I ricordi non facevano male, non più, neanche i più tristi.
Si sedette su una delle panchine laterali e continuò a guardarsi intorno: che bella piazza! Tranquilla e piena di vita al tempo stesso, tra il lago e il centro, circondata da un paesaggio incantevole, sembrava di essere in vacanza. “Siamo stati fortunati a vivere qui” si disse.
Era seduta lì il giorno in cui aveva deciso di lasciare il grande amore della sua vita. Non proprio su quella panchina, le avevano cambiate da allora, tuttavia nella stessa posizione. Era stato difficile: fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare a dirgli addio. Non riusciva a muoversi, parlare era stata una necessità per ritardare il momento del distacco:
“Devo andare… “
“Ti accompagno”.
“Fin dove?”
“Fin dove vuoi”.
“Non essere sempre così gentile, ti prego”.
“Scusami… ”.
Questo accadeva quasi mezzo secolo fa. Lei portava ancora dentro di sé l’intensità di quei momenti, anche se, con il tempo, le parole si erano sbiadite.
Avvertì un leggero rimpianto per qualche istante, prima di avviarsi verso casa. Nel pomeriggio sarebbe ritornata per prendere i bambini alla Scuola Materna, vicino al Campanile e, dopo il gelato, li avrebbe guardati giocare a bau-cetti mentre si rincorrevano tra le colonne dei portici.

Io ricordo

shoah

Mi sono recata al “Binario 21”, al Memoriale della Shoah, il binario sotterraneo della Stazione Centrale di Milano, da dove si deportavano ai campi di sterminio, stipati in vagoni bestiame, ebrei e altri “diversi” o dissidenti.

Avvertivo il bisogno di rendere omaggio ai tanti che sono morti in quei viaggi, il bisogno di dire una preghiera.
Lungo il percorso di visita mi sono accompagnata a tutti loro che, muti e solitari, mi camminavano intorno.

Non dimentichiamoli mai!