Una tazza di tè nero

“Una tazza di tè” pensò, ancora quasi dormendo. “Mi alzo e mi faccio una bella tazza di tè nero, nero e forte”. Era il suo primo desiderio al mattino appena sveglia e, di solito, ancor prima di aprire gli occhi, saltava giù dal letto per andare a mettere il bollitore sul fuoco. Un piacere irrinunciabile da molti anni e il modo migliore per iniziare la giornata.
La sensazione di un impedimento la trattenne. Un impedimento dapprima quasi impercettibile, ma che aumentò sensibilmente dopo alcuni istanti. Si concentrò per capire quale fosse la causa del suo malessere. La colpì quello strano silenzio che la circondava, un’ assenza totale di suoni familiari: i fruscii dei gatti, lo scricchiolio del parquet, l’abbaiare lontano dei cani… nulla! Regnava un silenzio totale, pesante. Era disorientata, avvertiva qualcosa di non familiare, di estraneo, intorno a sé. Non sentiva sulla pelle il lenzuolo in cui si avvolgeva sempre mentre dormiva… non c’era! Era sdraiata supina, in una posizione molto composta, lei che si muoveva nel letto come se stesse nuotando. Tentò di muoversi piano… le sembrò che le mancasse lo spazio; cerco di fare un respiro profondo… annaspò per la presenza di un odore sconosciuto; un odore che le fece trattenere il respiro. L’ansia la sconvolse! Non aveva ancora aperto gli occhi, continuava a tenerli chiusi per la paura. Voleva muovere una mano per toccare il vuoto, ma era come paralizzata. Rimase immobile, cercando di controllare quel groviglio di tensioni, doveva rilassarsi: “Non lasciarti prendere dal panico” si disse “sii brava, rilassati, non è nulla, è solo un brutto sogno, un incubo”. L’attesa diventava intollerabile. “Devo fare qualcosa” mormorò infine tra sé e sé. Tuttavia non sapeva che cosa, la terrorizzava scoprire di essere in una bara, morta eppure viva, pur non osando neanche pensarlo quel timore era inconsciamente radicato dentro di lei. Faceva parte dei racconti della sua infanzia, quando, intorno al fuoco, lei ascoltava, bambina, la sua nonna e la sua bisnonna narrare storie macabre di fatti accaduti metà di qua e metà di là, lasciandole lo sgomento dell’ignoto. “Devo fare qualcosa” si ripeté decisa, non posso stare qui terrorizzata per l’eternità: devo aprire gli occhi. Li strinse e, con immensa fatica, li aprì.
Una donna, con indosso un indumento verde, era china su di lei e la guardava. “Sono venuta a prenderla”. le disse e aggiunse. “E’ tutto finito”. “Una tazza di tè” le sussurrò lei, quasi implorandola. “Vorrei bere una tazza di tè nero, nero e forte, per favore”.
“Non si preoccupi” le rispose la donna con voce gentile “fra non molto potrà berlo”. E si mise a spingere il lettino.

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Nascita e morte di Vegana

1. Nascita di Vegana

Vegana guarda orgogliosa la bandiera che viene issata, per la prima volta, alta, sul pennone, Oggi si festeggia la nascita e il simbolo di una nuova nazione: un grande cerchio con intorno la scritta “Together”. All’interno del cerchio un girotondo con mammiferi e altri animali. E il nuovo nome “Vegana”, come il suo, scritto in alto. Il Presidente sta finendo il discorso, ci sono tutte le componenti del governo in carica, la folla partecipa attenta:
“In questo giorno, per noi così importante, ho il piacere di presentarvi la madrina della cerimonia, un’altra Vegana. La prima creatura nata tra noi, al tempo del nostro esodo”.Vegana saluta la folla, sorride commossa, tra le prime file intravede la sua famiglia:
“Sono felice dell’esperienza che sto vivendo insieme a tutti voi. Mi sento onorata di portare lo stesso nome del paese in cui viviamo, che voi avete fondato e fatto diventare come io lo conosco ora. Da piccola, mio nonno mi portava spesso con sé a visitare le città e le comunità che stavano nascendo. Mi raccontava la storia coraggiosa e affascinante del vostro viaggio. La ricerca di un rifugio più compatibile con la filosofia di vita che avevate in mente. Le vostre fatiche sono state premiate!”
“Come tutti voi sapete”, riprende il Presidente, “siamo sbarcati qui, nell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda. Ci abbiamo impiegato più di tre anni a trasportare i membri delle nostre associazioni che avevano deciso di trasferirsi a vivere in questa terra. Oggi, dopo averla colonizzata, le abbiamo scelto un nuovo nome: “Vegana”.
La gente si era appassionata alla scelta del nome, aveva prevalso lo stesso nome che i suoi genitori le avevano imposto, come speranza futura, nuova, quando era nata, 25 anni fa, pensa Vegana, guardandosi intorno, felice.
La sua famiglia di origine veniva dall’Europa. I suoi genitori erano emigrati, appena sposati, in un progetto di trasferimento collettivo alla ricerca di un luogo in cui vivere, meno caotico della vecchia Europa. Vivere senza che il profitto economico sovrastasse ogni etica e ci fosse rispetto per la natura intorno e per qualsiasi creatura vivente.
Lei era stata la prima nata sulla nuova terra!
Le persone incominciano a raccogliersi in gruppi informali. Si salutano, qualcuno, dal palco comunica ai presenti:
“Sono state allestite aree di rinfresco in tutta l’Isola, oggi sarà una giornata di festa memorabile”.
Alcuni dei presenti circondano Vegana, la salutano, la baciano:
“Vegana, a presto, ci vediamo domani”.
“Vegana, vieni con noi”?
“Non posso, sto aspettando Andrew…”
“Ciao, Vegana”.
“Mamma, papà, avete visto Andrew?”
“No, non l’abbiamo visto, Vegana ti fermi con lui o vuoi che vi aspettiamo?”
“No, probabilmente andremo da qualche parte, se riusciremo a trovare un luogo tranquillo”.
Vegana si guarda intorno alla ricerca del suo amico per alcuni minuti:
“Ciao, bella fanciulla, finalmente ti trovo!” un giovane le si avvicina.
“Andrew, sei riuscito ad assistere alla cerimonia?”
“Si, uno spettacolo da ricordare”.
“Bella vero? La nostra nuova terra!” sussurra lei pensosa.
“Non per me… siete voi i nuovi arrivati”, risponde ironico Andrew.
“Noi siamo nate insieme. Sono commossa!” mormora Vegani.
“Le due Vegane della mia vita!” conclude Andrew, riferendosi alla sua ragazza e al paese in cui vivono e che da oggi porta lo stesso nome.
I due si abbracciano contenti di vedersi. Andrew è di statura sopra la media, con un sorriso simpatico. Vegana sembra la protagonista di una favola. Tutti e due sono nati in South Island, ma gli antenati di Andrew vi si sono insediati un paio di secoli prima, Vegana è alla prima generazione.
“Mi fermo fino a domani”.
“Stai da noi?” gli chiede lei.
“No so ancora, perché non ce ne andiamo insieme, da qualche parte, per qualche ora?”
“Va bene. Dove vuoi”.
“Andiamo a cena?”
“Si, ma lontano da qui. Altrimenti ci troviamo troppa gente”.
“Potremmo fare una passeggiata. E’ una giornata meravigliosa”.
“Mi piacerebbe molto”.
“Conosco un ristorante tranquillo, non lontano”.
Si avviano, tenendosi per mano, e, dopo una mezz’ora di cammino, giungono nei pressi di un locale semplice e accogliente, decidono di sedersi in giardino. E’ un bel pomeriggio di inizio estate e la temperatura è mite. Mentre cammina e chiacchiera con Andrew, Vegana ripercorre con la mente la storia della sua gente. Una storia che il nonno non si stanca mai di raccontare e lei di ascoltare.

2.  La terra, un trentennio prima

All’inizio del terzo millennio, verso il 2023 circa, le condizioni di vita del pianeta non godevano di buona salute. I dati erano a dir poco inquietanti: la voracità umana stava letteralmente saccheggiando il pianeta. Si distruggevano intere foreste ed ecosistemi per dare spazio a coltivazioni usate per la produzione di cereali e soia per alimentare animali che sarebbero stati a loro volta malmenati e torturati in allevamenti intensivi, o per prodotti che distruggevano l’ambiente ma rendevano finanziariamente. Scarsa era l’attenzione alla terra e ai suoi abitanti, la legge del profitto economico imperava su qualsiasi altra considerazione.
Ci voleva molta acqua per produrre un chilo di carne e molti metri quadri di foresta, i gas prodotti dalle deiezioni animali e la desertificazione producevano variazioni climatiche devastanti.
La terra ospitava più o meno otto miliardi di persone ed era un gigantesco allevamento: bovini, suini, ovini e quant’altro, senza contare il pollame! Il tutto superava, e di gran lunga, le reali necessità alimentari di coloro che avevano accesso alle proteine animali: l’uso era superiore al bisogno, e, soprattutto, si sarebbe potuto sprecare e consumare molto meno a beneficio di tutti, anche di quei molti che avevano scarso accesso ai beni primari.
Il consumo di acqua stava raggiungendo livelli non più sostenibili, migliaia di persone dovevano fare lunghi percorsi per trovare l’acqua. Le multinazionali si impossessavano e brevettavano di tutto, dalle riserve d’acqua ai prodotti alimentari. Molta acqua, inoltre, viaggiava nei prodotti alimentari sotto forma di bibite e simili.
Le risorse della terra incominciavano a scarseggiare. Le turbolenze climatiche erano tali per cui non si potevano fare programmi sui raccolti e l’inclemenza atmosferica portava a perderne ogni anno una buona parte. Si coltivava sempre di più in gigantesche serre e si usavano ibridi e prodotti geneticamente modificati in tutti i campi. Per non parlare delle acque dei mari e degli oceani, inquinate e con molta vita marina estinta o in via di estinzione.
La situazione stava diventando invivibile, l’effetto serra catastrofico, la forbice sociale aumentava invece di diminuire, pochi si arricchivano in maniera devastante a scapito di una moltitudine di poveri.
Inoltre, gli allevamenti intensivi, per produrre una massiccia quantità di carne, lavoravano come una catena di montaggio su creature viventi – sensibili al dolore e alla sofferenza – in condizioni di crudeltà inconcepibile.
In quegli anni incominciarono ad apparire manifesti provocatori pensati da Vegani, Vegetariani e Amici degli Animali. Il primo manifesto portava la scritta:
“Chi Mangio Oggi?”
L’immagine, sconvolgente, di quello che a prima vista sembrava un bimbo tagliato a fette e messo in una vaschetta del supermercato, fece infuriare molti carnivori.
Le provocazioni continuarono con manifesti che mostravano corpi di uomini, donne e animali tagliati a fette e messi in mostra come prodotti alimentari in vendita, con la scritta:
“Preferisci la coscia o la spalla?”, oppure: “Io non mangio cadaveri!” E, spesso:
“Oggi mi mangio il cane o il gatto?”, con sequenze inguardabili sulle terribili torture inflitte agli animali negli allevamenti, durante il trasporto o la macellazione.
I nonni di Vegana furono tra gli ideatori della campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e indurla a mangiare meno proteine animali e più proteine vegetali, ad avere più rispetto per le creature viventi e a non commerciarle e sfruttarle in modo indegno.
Presto si identificarono in Carnivori coloro che mangiavano carne più di due volta la settimana. In seguito sarebbero stati chiamati Cannibali: le loro abitudine conducevano alla distruzione della terra.
A questa campagna di sensibilizzazione venne data grande risonanza con incontri pubblici, articoli, conferenze e molta informazione sui mass media. Si voleva, oltreché provocare, far pensare. Non si chiedeva di non mangiare carne, di non essere onnivori, si chiedeva più controllo, più rispetto, più etica. Una semplice limitazione per il bene collettivo e individuale, oltretutto, conoscendo le complicazioni e i danni alla salute causati da un’alimentazione troppo ricca di proteine animali, poteva essere un recupero non solo ambientale ma anche un risparmio finanziario: meno malattie, meno spese. E c’era la speranza che abolendo la crudeltà dalla catena alimentare con più considerazione per questi nostri sfortunati amici terrestri di altre razze, avrebbe migliorato gli esseri umani.
Si voleva dare un messaggio che portasse al risparmio delle risorse della terra e al rispetto per tutte le creature che l’abitavano.
Il nonno le raccontava di quanto le loro iniziative causassero le ire di alcuni potenti. Le sedi delle loro Associazioni venivano prese di mira e vandalizzate di frequente; in alcune circostanze avevano temuto per la loro stessa incolumità!
E spesso le descriveva la scena di quando aveva avanzato l’ipotesi, ai suoi amici e soci, di cercare un altro luogo in cui vivere. La sua era stata una battuta di spirito, diventata, in seguito, un vero e proprio programma per un progetto di esodo:
“Ieri, in pieno giorno, in diversi punti del paese, sono stati lanciati sassi contro le vetrina dei nostri negozi”.
“Un’azione intimidatoria…”
“Sì, sappiamo tutto, è intervenuta la Polizia”.
“Sta accadendo con troppa frequenza!”
“Siamo stati avvertiti. Le varie lobbies non intendono sottostare a campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro le loro speculazioni e i loro guadagni. Sono gruppi di potere, possono diventare pericolosi, se noi continueremo con i nostri programmi”.
“Non ci lasceremo ricattare, né intimorire, non smetteremo!”
“Bisogna emigrare, la vita sta diventando impossibile”.
“Ma dove? Il mondo, come si dice, è diventato un villaggio”.
“Non c’è scampo! Si sta distruggendo tutto a una velocità incredibile. La terra, presto, non avrà più risorse”.
“Ma sarà così ovunque, impossibile sfuggire: i danni ambientali sono oramai globali”.
“Me ne rendo conto, tuttavia, non potendo andare nello spazio, possiamo cercare sulla terra alcune arre più accettabili di altre, ce ne sono ancora, per adesso, almeno, e preferisco tentare di fare qualcosa intanto che aspettiamo la Tragedia Universale”.
Fu la molla. Un segnale, qualcosa che tutti volevano accadesse.
Nei giorni a venire, Tommaso e Sara, i nonni di Vegana, e alcuni amici, incominciarono a pensare e a discutere seriamente un’eventualità del genere. I loro figli, Carlo e Luigi, si appassionarono all’idea di creare un mondo diverso. Tutti facevano progetti…
Decisero di mettere la proposta di Tommaso, Presidente dell’Associazione Vegetariana, in calendario per una libera discussione: ipotizzare un programma che prevedesse la possibilità di trasferire, in un’altra parte del pianeta, un gruppo numeroso di persone.
Più di ogni altra cosa bisognava verificare se ci fosse ancora un luogo, sulla vecchia terra, in grado di accoglierli, un luogo dove avrebbero provato a vivere in maniera più semplice e naturale.

3. Andare, sì… ma dove?

“Avverto una certa ansia di concludere i punti all’ordine del giorno, per continuare con un argomento che appassiona tutti: “se, come e dove andare”. Suggerirei di proceder nella discussione, per alzata di mano, come al solito, uno alla volta, per non fare confusioni, qualcuno alla fine tirerà le somme e concluderà, cercando di mettere insieme i vari interventi”.
“Va bene Tommaso, ma dobbiamo prima capire di che cosa vogliamo discutere, altrimenti perdiamo tempo!”
“Sono d’accordo con Andrea. Qual’è la proposta?” chiese Ania, l’avvocato del gruppo, era lei ad occuparsi degli aspetti legali e a dirimere le controversie dell’Associazione.
“E’ questo il punto, non c’è una proposta. Dobbiamo elaborarla insieme. Avevo accennato, come battuta, alla possibilità di cercare un luogo, semmai ce ne fosse uno, dove espatriare e vivere secondo la nostra etica, perché non tentare? almeno parliamone!” rispose Tommaso serio.
“Vuoi dire noi, come comunità?”
“Sì, quella parte che accetterà la sfida!”
Per qualche istante il silenzio divenne protagonista:
“Un’utopia”.
“Può sembrare tale, ma abbiamo strumenti, conoscenze e tecnologie”.
“Non dimenticate i pionieri del passato. Loro sì che andavano allo sbaraglio, per loro muoversi era un’avventura, un’incognita, molto spesso senza ritorno, ma andavano comunque. Noi sappiamo tutto o quasi di ogni luogo, abbiamo mezzi rapidi per viaggiare, possiamo muoverci velocemente da un posto all’altro e tornare quando vogliamo”.
“No, non è impossibile: ci sono ancora delle aree poco sfruttate e sconosciute, da qualche parte, bisogna trovare quelle a noi più congeniali e andare a visitarle”.
“Posta in questi termini, sembra la cosa più semplice del mondo”.
“Senza dubbio non lo sarà, ma è un’impresa possibile: la ricerca di un futuro migliore per noi e i nostri figli. Non in un altro pineta, ma sulla vecchia terra!”
“Ci vuole una divisione dei compiti e un gruppo di studio. Inizialmente ci preoccuperemo del luogo o dei luoghi. In seguito definiremo la portata dell’operazione. Chi si offre?” concluse Tommaso.
Tutti alzarono la mano.
“Dobbiamo dividerci i compiti. Di ogni area individuata si studierà tutto ciò che sarà possibile sapere: caratteristiche dell’area, clima, densità abitativa, infrastrutture, collegamenti con il resto del mondo, tipo di governo e religione”.
“Andrea, sei la dimostrazione che le proposte nascono dall’Assemblea. Sì, ci divideremo i continenti e ne studieremo la morfologia e la storia. Possiamo definire, da subito, chi studia che cosa”.
L’operazione venne compiuta in pochi minuti, tutti aderirono con entusiasmo all’iniziativa.
“Bene, la seduta è aggiornata alla settimana prossima, con il compito di portare notizie su luoghi, climi e governi” concluse.
In seguito, Tommaso si rivolse ad Ania: “lascio la parola al nostro avvocato, la quale ci relazionerà sull’esito della riunione avuta con le Autorità. I gravi episodi intimidatori avvenuti nei nostri riguardi, negli ultimi tempi, non devono essere sottovalutati. Noi tutti crediamo siano stati pilotati dai grandi interessi. Seguirà la lettura del comunicato stampa e la sua diffusione attraverso i mass media a chiusura di questa storica riunione”.
“Più o meno tutti siete a conoscenza”, incominciò Ania, “degli episodi di violenza avvenuti contro le nostre sedi e contro le persone. Alcuni dei nostri associati sono stati aggrediti e picchiati al punto da dover ricorrere a cure mediche e persino a ricoveri ospedalieri. C’è stata la promessa, da parte delle Autorità, di vigilare sulla nostra sicurezza e incolumità, anche se non è ben chiaro come lo faranno: non ci possono scortare, siamo in troppi, né mettere guardie fuori dalle nostre attività o luoghi di lavoro, ma hanno promesso che intensificheranno la sorveglianza.
Inoltre, vi leggerò il comunicato che abbiamo compilato alla presenza delle altre Associazioni, in una riunione straordinaria a cui ho partecipato con Sara: un Appello contro la violenza!
Non possiamo correre il rischio che la situazione ci sfugga di mano, che qualcuno dei nostri, stanco di subire, reagisca contro chi ci aggredisce. Al nostro Appello verrà data grande risonanza sui mass media: tg, radio, comunicati stampa, web, manifesti, ecc.:
Appello
Gli Amici degli Animali e della Terra, Le Associazioni Vegetariane e Vegane ribadiscono il rifiuto a qualsiasi tipo di violenza. Chiedono alle autorità e ai cittadini di vigilare sull’incolumità di coloro che lottano pacificamente per migliorare le condizioni di vita della Terra che ci ospita tutti. Chiedono ai loro collaboratori di non abbassare la guardia, di difendersi dalla violenza, ma di non praticarla se provocati. Ogni forma di lotta per il miglioramento della vivibilità del Pianeta e delle sue creature dovrà essere deciso collegialmente, come previsto dal nostro Statuto.

4. La decisione!

Una settimana dopo alla riunione erano in tanti. Si esaminarono gli esiti del comunicato stampa, che aveva avuto grande risonanza e riscosso le simpatie e l’approvazione di molti cittadini per il suo tono non violento. Dopo i vari commenti, si tornò a parlare dell’argomento che stava a cuore a tutti. Tommaso, in qualità di Presidente dell’Associazione, prese la parola:
“Sono emozionato per quanto stiamo decidendo. Ci stiamo avviando verso una strada senza ritorno, tutti insieme saremo protagonisti della Storia, la nostra storia! Non ci saranno nostalgie, non lasceremo le persone a noi care, ma le porteremo con noi e costruiremo le nostre nuove città. Ci vorrà una vita intera!”
Innanzitutto si decise come procedere. Sarebbe stata nominata una commissione che avrebbe viaggiato e relazionato sui luoghi scelti, indicato perplessità o idoneità circa un’area piuttosto che un altra. Dovevano esserci varie competenze nell’ambito del gruppo che sarebbe partito ad esplorare i luoghi stabiliti, e avere abboccamenti con le Autorità.
Tra le aree prese in visione, la preferita era l’Isola del Sud in Nuova Zelanda, poi Australia e Mongolia. Se Nuova Zelanda e Australia presentavano organizzazioni e infrastrutture, non così la sterminata Mongolia:
“Le costruiremo noi”, disse Sara che era medico, “soprattutto gli ospedali”. Sarà la nostra prima occupazione”.
“La nostra preoccupazione primaria sarà reperire cibo per tutti. Pur coltivando la terra, praticando l’artigianato e lo scambio dei prodotti, nell’immediato non ci sarà sufficiente cibo, dovremo scambiare e comprare molto, ma dovremo anche vendere ciò che produrremo, altrimenti non ce la faremo”.
“Sì, bisognerà studiare un metodo di city planning and living che preveda guadagni e sufficienti introiti da subito. Sarà necessario pensare a scambi e baratti e, in quell’ottica, definire confini e vicinanze.”
“Stiamo divagando. Questi argomenti li affronteremo e svilupperemo in un secondo tempo, quando avremo deciso il dove e il come. Per ora dobbiamo discutere sulla Commissione di esperti che dovrà definire l’abitabilità dei luoghi e la possibilità di fondare piccole comunità autosufficienti”, tagliò corto Tommaso.
“E’ importante che la Commissione sia la stessa per relazionare con lo stesso criterio i vari luoghi”, la proposta veniva da Andrea.
“Non penso sia necessario, anche se possiamo decidere di procedere in questi termini. Non stiamo facendo un paragone tra un’area e l’altra. Dobbiamo avere dei criteri di valutazione che devono definire la vivibilità dei luoghi in base a: acqua, clima, densità abitativa, governo, religione. Più che lo stesso metro di giudizio, dobbiamo confrontarci sulle opportunità, se le troviamo, se ci sono e in che misura e quali sono le problematiche”. L’obiezione fu accolta di buon grado perché di buon senso.
L’aspetto finanziario fu l’altro nodo da risolvere: come inquadrarlo? Chi pagava cosa? Una questione molto delicata! La scelta doveva essere assolutamente democratica e accontentare tutti.
“Non possiamo lasciare la gestione di un progetto così delicato alle singole iniziative, ci devono essere dei parametri uguali per tutti: si deve poter affrontare un’impresa di questo tipo senza l’ansia e l’angoscia dei costi e partecipare se ritenuti idonei”.
“Si, ma come risolviamo la gestione dei fondi?”
“Con delle offerte libere, aperte a tutti, ci sarà un modulo computerizzato a cui si potrà avere accesso per donare in maniera assolutamente anonima. Ci saranno diversi gruppi di supervisori e tesorieri che controlleranno quanto verrà dato e come verrà speso”.
“Nessuno dovrà pagare per il viaggio e l’insediamento. Le spese saranno sostenute dalle Associazioni”.
Dopo varie discussioni si trovò l’accordo, un buon accordo. Si dovevano raccogliere fondi. Ci sarebbero state libere offerte e lasciti, sia nell’ambito delle varie Associazioni sia da parte di privati cittadini che volessero contribuire, anche minimamente, all’ iniziativa.
I viaggi e gli insediamenti sarebbero stati supportati dalla collettività, chi avesse aderito al programma di espatrio, avrebbe venduto i suoi beni personali e contribuito, con una parte del ricavato, all’impresa.
I criteri di scelta dei luoghi dove insediarsi erano stati fissati: il desiderio di tutti era di emigrare in aree dove poter creare un sistema di vita più ecocompatibile e libero, pur nel pieno rispetto delle regole.
Dopo altri giorni di riunioni e discussioni iniziarono i preparativi. Furono confermate alcune zone scelte inizialmente. La sterminata Mongolia in Asia Orientale, la Nuova Zelanda e L’Australia in Oceania, erano tra queste. Ci fu una selezione molto severa: i partecipanti al progetto dovevano essere convinti e credere in ciò che stavano per fare. Si decise di dividere le aree secondo i gruppi di residenza, per non disperdersi troppo e mantenere unite le comunità. Le famiglie non dovevano essere divise, se non per pochissimo tempo. Presto i nuovi pionieri si sarebbero trovati a ricominciare la loro esistenza.

5. La nuova Terra

Un gruppo, molto numeroso, di cui facevano parte i genitori di Vegana, proveniente dall’Europa meridionale, scelse il sud della Nuova Zelanda, South Island: una delle isole più grandi del mondo, la dodicesima, tra le meno popolose, e vi s’insediarono. Un’ operazione di esodo complessa e costosa. Ci vollero diversi anni, ma finalmente ce la fecero!
L’insediamento a South Island si svolse senza incidenti con gli abitanti del luogo, né si ebbero mai, negli anni a venire, manifestazioni di violenza o intolleranza. Il processo d’integrazione fu spontaneo e condiviso.
Nell’arco di un decennio molti dei Carnivori tra i nativi divennero Vegani o Vegetariani o Onnivori. Altri lasciarono l’Isola del Sud e si spostarono all’isola del Nord, ritenendola più congeniale al loro modo di essere. Vegetariani e Vegani di North Island, a loro volta, si spostarono a South Island.
L’isola del Sud presto giunse ad avere un unico governo composto da tre movimenti politici: I Vegetariani erano il gruppo maggioritario, gli Onnivori, il secondo e i Vegani, il terzo, non molto numeroso quest’ultimo gruppo, ma comunque ben inserito nelle politiche del paese. Insieme decidevano e programmavano pacificamente il loro futuro.
Gli Onnivori rientravano in un programma voluto e gestito da loro stessi, in cui si stabiliva la quantità di carne che avrebbero ricevuto ogni mese, proveniente da bestie allevate e curate con attenzione. Non si sentivano per nulla diversi, erano inseriti in un grande progetto che li legava all’ambiente e alla terra. La loro scelta li gratificava e la difendevano con convinzione e rigore.
Da subito, l’agricoltura e l’allevamento degli animali per il consumo di latte o di uova, erano apparsi vitali per la sopravvivenza del gruppo. Le mucche pascolavano e ruminavano com’era giusto che facessero, il pollame viveva libero in recinti spaziosi, alla luce del sole, non veniva ingozzato e si usavano mangimi del tutto naturali. Non esistevano allevamenti o produzioni intensive. Si producevano vegetali in serra e fuori e ogni tipo di cereale e leguminosa. Tutti contribuivano al benessere collettivo. Anche gli studenti servivano nelle comunità agricole alcune ore al giorno o alla settimana, secondo l’età e le necessità scolastiche.
C’era molta tolleranza e rispetto degli uni verso gli altri. Il desiderio più grande dei nuovi abitanti era di uniformare il paese in un tipo di sviluppo etico e sostenibile e perseguirlo.
Qualche anno dopo, la proposta di cambiare nome all’isola che li ospitava fu accolta da tutti con entusiasmo; erano consapevoli delle loro fatiche, questo li faceva sentire ancora più legati al luogo che avevano scelto per vivere. Più di dieci milioni di cittadini di South Island cercarono e votarono, con passione e convinzione, un nome nuovo per la nascita della loro nuova nazione.
Finalmente non ci sarebbero state più confusioni tra le due isole! North Island era la Nuova Zelanda insieme alle isole minori intorno, South Island avrebbe avuto un nome nuovo: Vegana.
Vegana e Nuova Zelanda erano, da quel giorno, due nazioni separate con usi e costumi diversi.

6. Andrew e Vegana

Vegana ricordava la sua infanzia: lei era stata la prima nata della nuova terra e pur non conoscendo altre realtà, oltre a quella in cui viveva, aveva vissuto la sua storia come un privilegio e voleva essere all’altezza di quanto le avevano raccontato e di quanto aveva ricevuto.
Era stata una bimba dolce, tenera e affettuosa, una meraviglia portarla in giro. Ascoltava qualsiasi storia con interesse e faceva domande pertinenti. Era una brava scolara e crescendo era diventata molto bella.
Andrew aveva visto Vegana per la prima volta a una festa sportiva. Lei, allora, era una bimbetta di sei o sette anni. Lui ne aveva una decina: era un ragazzo vivace e molto sveglio. A quel tempo le ragazzine non lo interessavano più di tanto, tuttavia aveva provato simpatia per quella bimba con le treccine, di aspetto esile e dolce e l’aveva salutata:
“Ciao… tu chi sei?” le aveva chiesto.
“Io sono Vegana e tu?”.
“Che buffo nome. Pensa se i miei genitori mi avessero chiamato Vegetariano o Carnivoro” rispose lui ridendo.
“A me piace molto” rispose lei, per nulla offesa, “sono la prima bambina nata su questa terra, tra quelli che sono venuti dalla lontana Europa, alcuni anni fa”.
“Immaginavo. Ciao, devo andare, ci vedremo prima o poi”.
“… non mi hai detto come ti chiami”
“Andrew”.
Era passato circa un anno da quel giorno quando Andrew, che si era recato in una fattoria con i suoi genitori, vi trovò la stessa bimba che aveva incontrato alle gare sportive, la riconobbe subito:
“Ma io ti conosco” le disse, fermandosi a guardarla, “tu sei Vegana. Come stai? Hai incominciato a mangiare carne?”
“No,” rispose lei, arrossendo, si sentiva un poco presa in giro da quel ragazzo dall’aria simpatica e scanzonata di cui si ricordava vagamente.
“Che cosa stai facendo” gli chiese lui, non aspettandosi risposta.
“Sono qui con Celestino, il mio caprone” rispose lei seria.
“E com’è che l’hai chiamato Celestino?”
“Dal colore dei suoi occhi”.
“Oh, vero… e stai qui con lui?”
“Gli faccio un poco compagnia”. rispose lei sorridendo.
“Sei buffa, ma il caprone è simpatico, chissà quante storie vorrebbe raccontarti”. Disse, e si chinò a a baciarla sui capelli, andandosene.
S’incontrarono per caso un paio di volte ancora e c’era sempre una battuta spiritosa da parte di Andrew:
“Come sta Celestino, il tuo caprone?” le chiese un giorno. “Ha imparato a parlare?”
“No, ma sorride quando mi vede” gli rispose lei convinta.
Finché un giorno si trovarono a frequentare la stessa scuola:
“Ciao Vegana, ti chiami ancora Vegana, vero?” le chiese Andrew sorridendo.
“Sì, certo” rispose lei seria, “quello è il mio nome e mi piace sempre”.
“Devo dire che piace anche a me”. disse lui e la bacio su una guancia. “E mi piaci anche tu, ci vediamo…”.
Da quel giorno si videro spesso, frequentavano lo stesso Istituto in classi diverse: lei era all’inizio, lui quasi alla fine del ciclo di studi. Quando s’incontravano, si fermavano a salutarsi o, se erano in strada, camminavano insieme per un tratto, chiacchierando contenti e spensierati.
Un sentimento profondo li univa, e, pur non avendone mai parlato, sapevano che sarebbe stato per sempre.
Quando per Andrew arrivò il tempo di andare all’università, aveva deciso di studiare medicina, le disse: “Ci sposeremo appena avrò finito, o quando tu vorrai e spero che lo vorrai, non potrei vivere altrimenti. Ho capito che sei l’altra metà della mia vita la seconda volta che ti ho visto insieme al caprone Celestino. Puoi portarlo a vivere con noi, se vuoi”.
Andrew diceva le verità più profonde nel modo più semplice possibile, ma lui era così e Vegana lo sapeva.

7. Vegana

Andrew e Vegana giungono al loro ristorante, un luogo tranquillo, tra gli alberi.
“Andrew, ci sediamo in giardino, va bene?”
“Sì, beviamo qualcosa, prima di cenare?”
“Volentieri. Ordina ciò che vuoi. Mi va bene tutto, soprattutto dell’acqua!”
Andrew ride e le accarezza lievemente i lunghi capelli biondi. La guarda e le parla con grandissimo affetto e molto riguardo.
“Raccontami l’esodo della tua famiglia. Ogni tanto ne parliamo, ma non nei particolari! Oggi è un giorno speciale per tutti noi”, dice.
“La nostra storia fa parte della Storia, ormai. Mio padre e mio nonno son venuti prima, insieme ad altri, a esplorare e preparare il terreno, vedere come si sarebbero potute trasportare tante persone e metterle insieme in nuove comunità”.
“Direi che furono addirittura geniali. Mi chiedo come fecero a spostare, nutrire e organizzare il lavoro in comunità così numerose e costruire tutto?”, la interrompe Andrew.
“Sì, dovettero pensare al lavoro, alla scuola, vivere intanto che si costruiva, si coltivava e si creava lavoro. Parlare con le Istituzioni del luogo. Scelsero South Island per i loro insediamenti. La maggior parte della popolazione viveva a North Island perché il clima è più favorevole”.
“La loro fortuna fu che il governo di allora aveva capito la situazione. Il deterioramento mondiale era sotto gli occhi di tutti!” continua lui.
Già nei libri di testo si raccontava la storia di quel meraviglioso esodo! A quei tempi La Nuova Zelanda era una nazione quasi defilata, ma non lo sarebbe rimasta per molto. Il Governo di allora ebbe il merito di capire che poteva diventare un’opportunità per il paese, accogliere le comunità vegetariane e vegane, aiutando i richiedenti asilo con facilitazioni di ordine burocratico e promesse di collaborazione per il futuro.
Andrew ascolta incantato le parole di Vegana, come sempre. Anche lui si sentiva orgoglioso della sua appartenenza alla comunità:
“Oggi assistiamo alla nascita di Vegana, South Island non esiste più. Molti sono diventati convinti Vegetariani e continuano a diventarlo. La storia è andata a pennello: la Nuova Zelanda è a Nord. Qui siamo a Vegana! Un Nuovo Mondo! Incredibile!” esclama convinto
“Era il 2023 quando mio nonno venne qui la prima volta! Da bambina mi portava sulla sua jeep a visitare le città: quelle già esistenti e quelle che si erano formate o si stavano formando”.
“Lui ebbe un grande ruolo, lo si può considerare il padre di questa Nuova Terra!” le fa eco Andrew.
“Anche la nonna ebbe il suo ruolo. Volle la cittadella ospedaliera, quella in cui tu lavori. Il nonno era un architetto all’avanguardia, contribuì molto alla creazione delle nuove comunità: “Vedi, qui c’era un grande allevamento di ovini; offrimmo all’impresa un prezzo alto per comprare quest’area e li convincemmo a trasferirsi a Nord con il loro lavoro” mi raccontava. “Abbiamo cercato di fare delle belle case, autosufficienti, con materiali ecologici. Abbiamo sempre costruito scuole, centri di comunicazioni, biblioteche virtuali e cartacee. Ci siamo inventanti anche delle industrie”. Lui era un fervente urbanista e credeva nella città ideale, non amava le interminabili periferie squallide e invivibili: riteneva il contatto con la natura inalienabile”.
“Mi ricorda vagamente l’esperienza dei Kibbuts Israeliani di un secolo fa”, mormora Andrew, quasi a se stesso.
“Sì, all’inizio dovevano dividere tutto. Era inevitabile, non sarebbero sopravvissuti, altrimenti. Verso il Sud della Nuova Zelanda ci fu un movimento consistente ed organizzato, ma anche il Nord dell’Australia ebbe un importante insediamento, in quegli anni. E uno grandissimo in Mongolia, la grande e sterminata Mongolia, mi incuriosisce sapere come sono riusciti a sopravvivere lontani da tutto, dovremmo visitarli. Ci andremo, spero, dopo aver completato il mio dottorato a Harvard”.
“Sì, sono nate intere città, soprattutto in questo continente, ma anche in Mongolia. Probabilmente erano i luoghi più idonei”.
“Scelsero paesi con vaste superfici e clima accettabile, sempre vicino a fonti d’acqua. A Vegana non c’erano più di tre milioni di abitanti, allora. Siamo diventati circa dieci, per una superficie molto vasta, più di 150 mila metri quadri!”
“Quando ci sposiamo?” chiede Andrew e aggiunge divertito:
“Mi rendo conto che come Onnivoro non godo i favori della tua famiglia, ma sono pronto a qualsiasi metamorfosi pur di sposarti”.
Vegana ride:
“Quasi Giulietta e Romeo! Il problema non si pone, si pone quello dell’etica e del rispetto di tutte le creature viventi. Noi non siamo gli unici “sapiens” del pianeta, tutti gli animali hanno, come gli esseri umani il feeling dell’amore, pensa ai mammiferi”.
“Io sono un mammifero e ti amo. Se vuoi libererò tutte le mucche e i ruminanti del mondo per te. I tuoi desideri sono i miei”.
“Non scherzare. Presto partirò per completare i miei studi in Antropologia, lo sai. Ho ricevuto un invito dall’Università di Harvard, Usa. Dovrò studiare molto e fare ricerca. Non ti ho mai nascosto nulla”, risponde Vegana con quel suo modo fermo e appassionato, “e vorrei tanto che tu venissi con me”.
“Lo so. Ma spero sempre. Harvard è molto distante, ignota, fredda. Un luogo affollato. Lontano. Difficile venire, ma… verrò! Qui siamo in una piccola oasi, la vita nel resto del mondo sta diventando sempre più pericolosa, invivibile”.
“Ma è una Università prestigiosa! Ho questo desiderio di vedere e fare. Tornerò se troverò un clima soffocante. Se riuscirai ad abbandonare i tuoi amati pazienti, viaggeremo insieme. Sarà bello.”
“Quando?”.
“Fra qualche giorno. Dovrò partire fra un paio di settimane. Non voglio lasciarti, ma potremmo sposarci con una cerimonia semplice e tu potresti venire con me, o raggiungermi appena avrai sbrigato i problemi burocratici. E lavorare intanto che io studio, sai bene che non avresti problemi professionali”.
“Ti ringrazio, lasciami riflettere fino a domani, vuoi?” ma sa che non potrà lasciarla.
Le prende la mano e gliel’accarezza. Stanno in silenzio per qualche minuto, uniti da una grande affinità intellettuale e sentimentale.
Di li a poco, voci e rumori li distolgono dai loro pensieri. Una confusione improvvisa e insolita per quei luoghi. Tra gli alberi, nella strada tranquilla fino a pochi minuti prima, s’intravede un gruppo di ragazzotti urlanti: forse stranieri, forse ubriachi. Gridano, lanciano oggetti, urlano parole minacciose, sparano.
Qualcosa colpisce Vegana alla nuca… violentemente. Lei rimane immobile, i suoi meravigliosi occhi stupefatti. Andrew si alza di scatto, la prende tra le braccia, la solleva piano, con estrema cura, come si fa con un bimbo che dorme, appoggia il viso sulla sua spalla e la stringe a sé con tenerezza infinita, disperato.

La piazza

Come ogni mattina Amanda se ne stava tranquilla a leggere il giornale e a bere il caffè, un piacere irrinunciabile nella sua nuova vita di pensionata. Era una bella giornata e si era seduta fuori dal solito bar, nella piazza centrale della città; sceglieva sempre un dei tavolini laterali, se lo trovava libero, le sembrava di avere più privacy, mettendosi di lato: “Una stupida fissa” pensava, ogni tanto.
“Ciao Amanda, come stai?” qualcuno la distolse dai suoi pensieri e dal giornale.
“Ciao Paola, sto benissimo, posso offrirti qualcosa, vuoi sederti un momento?”
“No, mi dispiace, oggi proprio non ho tempo, devo andare a casa. Ci vediamo domani, magari”.
“Va bene. Buona giornata.”
Si leggeva i giornali bevendo un caffè, a volte due, macchiato caldo e senza zucchero. Era qualcosa di estremamente piacevole, dopo anni di corse mattutine per portare i figli a scuola, prima di raggiungere il suo luogo di lavoro, sempre in lotta con il tempo e l’ansia per la paura di far tardi.
Tra un giornale e l’altro, o tra un caffè e l’altro, c’era sempre qualcuno da salutare o con cui far due chiacchiere. Spesso incontrava amici e colleghi di lavoro o persone con cui si era trovata anni prima, quando portava i suoi bambini in piazza per passeggiare e giocare in un luogo senza traffico. Le accadeva anche di vedere mamme o papà che aveva visto piccoli e che, a loro volta, spingevano i loro figli in carrozzina o li accompagnavano per mano.
E non mancava la grande attrazione di tutti i bimbi! Il negozio di giocattoli che si trovava di fronte a lei, sotto i portici: una tappa obbligata per bambini di ogni età. Era già lì quando ci veniva con i figli e adesso ci portava i nipoti:
“Guarda nonna, Ciccio bello bua” diceva uno. “A me piace il trattore” diceva l’altro.
Tutti e due molto speranzosi. Ma lei non era dell’idea di comprare, pensava che avessero già troppi giochi ed evitava l’argomento “mi compri”. “La nonna non ha soldi” tagliava corto.
Nel frattempo, due donne e un uomo si stavano salutando nei pressi del suo tavolo:
“Ciao Max, ciao Anna che piacere vedervi”
“Buongiorno Emanuela vi ho visti a teatro ieri sera. Avrei voluto salutarvi, ma Max aveva fretta e così siamo andati via quasi subito”.
“Voglio sentire la tua opinione sullo spettacolo, io e Anna abbiamo idee diverse”.
“Cosa vuoi che ti dica… non è stato il massimo. Mancava la grandezza di Antigone, tutto il lavoro si è svolto intorno a lei, ma senza di lei”.
“Che strano, a me è piaciuto moltissimo, incalzante, un buon spettacolo, mi ha tenuto sveglia. Antigone è una delle tragedie più belle. Max non ha gradito la musica e parte della coreografia, vero Max?”
“Per niente, ma ci pensi suonare il rock and roll? In una tragedia di Sofocle? Anche in tuta? Per me è stato dissacrante”.
“Ma dai, non fare il bacchettone, non era per niente dissacrante… accompagnava un momento di climax. Il testo è stato rispettato, inoltre Creonte aveva un costume perfetto. E Gino cosa ha detto?”
“A lui deve essere piaciuto abbastanza, non gli ho sentito fare commenti negativi”.
“Vedi, Siete tu e Max i i criticoni”.
“Quasi, quasi mi offendo, potrò esprimere la mia opinione liberamente, oppure no? Emanuela, che impegni avete dopo domani sera tu e Gino?”
“Mah, niente che io sappia. Devo chiedere a lui…”
“Venite da noi a cena. E’ un po’ che non ci vediamo. Cosa ne dici? A te va bene, Anna?”
“Si, mi farebbe molto piacere. Vi prepariamo una cenetta vegetariana. Vi va?”
“A me si, penso anche a Gino, comunque, vi telefono”.
“Benissimo, telefonaci”.
“Ci sentiamo… ”.
Amanda aveva visto lo stesso spettacolo e non le era piaciuta molto, ma non per il rock and roll. Semplicemente non le era sembrata una bella Antigone.
Qualcuno stava allestendo un gazebo di propaganda elettorale dall’altro lato; spesso si posizionavano tavoli per raccolta firme, distribuzione volantini o altro. Piazzarono un tabellone con scritto – Vota alle Primarie – e la gigantografia di un ragazzotto: “Non male!” pensò guardandolo.
Gli attivisti erano due: un signore anziano, occhiali scuri con lenti molto spesse, e una donna.
La donna, non più giovanissima, aveva un aspetto moderno e dinamico: indossava blue jeans, un maglione ampio, scarpe da tennis bianche e portava i capelli tagliati cortissimi.
Lui si mise seduto al tavolo e lei, una volta finito l’allestimento, prese in mano un pacco di volantini che tentava di rifilare ai passanti, abbordandoli con un linguaggio simpatico e vivace e chiedendo loro di votare per le primarie del partito:
“Dai, vota alle primarie… vedi com’è bello il nostro candidato?”
“Dovrebbe essere bravo, piuttosto”
“Garantito. Vota alle primarie…”
“Le primarie di che?”
“Le primarie di partito!”
“Ma che cosa sono?”
“Si sceglie il segretario del partito…”
“E perché dovrei?”
“Perché è necessario rinnovare i partiti“.
“I partiti bisogna eliminarli”.
“E come facciamo senza?”
“Sono solo delle Società Per Azioni! Dei mangiasoldi”.
“Per questo si deve cambiare, vota alle primarie!”
“Io voto quelli delle stelle… “
“Anch’io, ma adesso bisogna votare per le primarie!”
Amanda, incuriosita, smise di leggere per osservare e ascoltare la tizia in questione, la quale si era messa in posizione strategica, in mezzo al passaggio, per intercettare meglio la gente che andava e veniva sui due lati. “Tipo interessante” rifletté “potrei parlarle”.
Pur di ottenere qualche risultato la donna dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Lei la capiva, la situazione del paese rendeva tutti stanchi e sfiduciati…
Una volta aveva tentato di fare politica, ma aveva letteralmente i figli in mezzo alla strada e aveva dovuto smettere. Di tanto in tanto si buttava in qualche campagna solitaria a favore di qualcosa, la iniziava e non la mollava finché non vedeva qualche risultato, pur minimo che fosse. La politica è una passione, ce l’hai dentro.
Oggi avrebbe il tempo per dare il suo contributo, tuttavia era titubante. Troppo accattivante questa libertà di cui finalmente godeva e impegnarla in riunioni, spesso lunghe e inutili, la tratteneva dal prendere delle decisioni. Essere libera di alzarsi al mattino e decidere che cosa volesse fare per il resto della giornata, dopo una vita di lavoro, era una sensazione che la esaltava.
Continuò a sfogliare il giornale con poco interesse. Alla fine pensò di andare a fare una passeggiata.
La piazza aveva una forma insolita, larga e lunga, e si estendeva tra due lati di belle case, per lo più in stile liberty. Sulla destra, andando verso nord, una fila di portici l’accompagnava per tutta la sua lunghezza. Dall’altra parte, di fronte ai portici, si snodava una serie di palazzine che avevano finestre e balconi con doppia vista sulla piazza e sul lago, che si trovava al di là.
Tutti e due i versanti della piazza erano arredati con negozi, bar e ristoranti. Un piccolo mondo dove si trovava di tutto: non solo il negozio di giocattoli, ma anche quello del gioielliere, la gastronomia l’edicola, la macelleria, anzi, le macellerie erano due, una accanto all’altra!  E poi la panetteria, quella dove lei si recava ogni tanto a comprare il pane appena sfornato, lo mangiucchiava camminando: “Vivrei di pane” diceva spesso.
Nel corso degli anni, molte attività commerciali si erano rinnovate o avevano cambiato del tutto la loro ragione sociale: si erano perse alcuni antiche botteghe a beneficio di bar e ristoranti, profumerie e bijou, ma, soprattutto, abbigliamento. “Come se la gente pensasse solo a profumarsi, a vestirsi e poi basta”, rimuginò Amanda tra sé, guardandole.
Nonostante i tanti negozi di abbigliamento e profumerie, la piazza aveva conservato ancora, e per fortuna, un commercio multiplo e accogliente.
Una volta, ricordava, si faceva il mercato sia il sabato che il mercoledì. Il mercato era caratteristico con le sue bancarelle ai lati della piazza e si comprava di tutto: dalla frutta e verdura alla merceria e biancheria, dalle sementi agli uccellini tenuti in gabbiette claustrofobiche che la inorridivano; si trovava persino la gommapiuma da taglio, il ferramenta e l’arrotino.
Lei andava a farci il giretto il sabato mattina, era la sua mattina libera e bighellonare tra le bancarelle, la rilassava. Tornava sempre a casa con qualcosa. In seguito, per esigenze di traffico, il mercato era stato decentrato e lei non era più andata.
Venendo dalla via più importante del centro e andando sempre verso nord, si poteva ammirare, sullo sfondo, il panorama delle montagne e il bel campanile che si stagliava conto di esse.
Amanda si avvio verso il campanile dove la piazza si apriva su un’altra piazza, aperta sui tre lati, con vista su quel lago sublime, sovrastato da montagne, tanto decantato dal Manzoni,
Lungo i portici s’intravedevano le viuzze chiuse al traffico del Centro Storico, anch’esse con i loro commerci e mercanzie di tutti i tipi, e, verso la metà, dalla parte opposta ai portici, si aprivano un paio di passaggi ad arco che portavano al lungo lago. A lato di essi il Palazzo delle paure, così nominato perché tempo addietro era stato la sede dove si riscuotevano i tributi, attualmente aveva altre funzioni, tuttavia il nome era rimasto.
Le piacevano le piazze, i piccoli centri chiusi al traffico dove si recuperavano e si mantenevano rapporti tra le persone. Molti avevano vissuto là intorno una vita intera e le occasioni di incontro erano frequenti. Amanda amava quel luogo: le dava un senso di appartenenza.
Ci aveva passato la vita da quando, ragazzina non ancora adolescente, era arrivata dal sud con la famiglia. La sera andava con sua mamma e le tre sorelle più piccole a mangiare pane e latte in una latteria scomparsa da tempo.
Erano stati anni duri, ma lei si sentiva privilegiata per averli vissuti e per essere quella che era diventata: una persona che stava vivendo un periodo bello della sua vita, almeno a lei sembrava tale.

Ogni giorno si concedeva del tempo passeggiando e pensando. I ricordi non facevano male, non più, neanche i più tristi.
Si sedette su una delle panchine laterali e continuò a guardarsi intorno: che bella piazza! Tranquilla e piena di vita al tempo stesso, tra il lago e il centro, circondata da un paesaggio incantevole, sembrava di essere in vacanza. “Siamo stati fortunati a vivere qui” si disse.
Era seduta lì il giorno in cui aveva deciso di lasciare il grande amore della sua vita. Non proprio su quella panchina, le avevano cambiate da allora, tuttavia nella stessa posizione. Era stato difficile: fino all’ultimo aveva temuto di non potercela fare a dirgli addio. Non riusciva a muoversi, parlare era stata una necessità per ritardare il momento del distacco:
“Devo andare… “
“Ti accompagno”.
“Fin dove?”
“Fin dove vuoi”.
“Non essere sempre così gentile, ti prego”.
“Scusami… ”.
Questo accadeva quasi mezzo secolo fa. Lei portava ancora dentro di sé l’intensità di quei momenti, anche se, con il tempo, le parole si erano sbiadite.
Avvertì un leggero rimpianto per qualche istante, prima di avviarsi verso casa. Nel pomeriggio sarebbe ritornata per prendere i bambini alla Scuola Materna, vicino al Campanile e, dopo il gelato, li avrebbe guardati giocare a bau-cetti mentre si rincorrevano tra le colonne dei portici.

Il Risveglio

L’odore che emanava era terribile. Non si respirava quasi. Pensò al medioevo, ai miasmi di allora: a quei tempi esseri umani, animali, rifiuti di ogni tipo e quant’altro vivevano in piena promiscuità. “Ma cosa avete portato. Un pezzo di fogna?” si rese conto che era una cosa seria quando lo vide sulla barella. Due poliziotti controllavano le operazioni di soccorso.
“E’ morto?”
“Sembra di no. Ma lo sarà a breve se non fate qualcosa subito”.
Donata Rosci guardava l’uomo, in posizione fetale, immerso nei suoi escrementi da più e più giorni. Gli occhi sigillati dalle croste, capelli e barba incolti, in uno stato di sporcizia totale.  Cachettico. Sembrava già in preda ai vermi… Bisognava idratarlo ancor prima di pulirlo, rischiava di morire nel frattempo: c’era il pericolo di un blocco renale! Gli disinfettò lei stessa le braccia per le flebo, inserì gli aghi. Preparò ogni cosa con estrema cura, avvertendo tutta la responsabilità delle sue azioni. Gli guardò gli occhi, le croste erano spesse, purulente. Ed era pieno di piaghe, dovevano fare attenzione alle infezioni. Inserì degli antibiotici nella flebo. Fece dei prelievi di sangue da mandare in laboratorio. E proseguì con una prima, accurata disinfezione e pulizia degli occhi. Se avesse superato le prossime ore, avrebbero potuto pulirlo e cambiarlo, sarebbe stato difficile curarlo, altrimenti. Era la seconda volta che pensava “se”. Fu presa dalla nausea e dovette uscire: “Per fortuna è una notte tranquilla”, pensò. Accadeva di rado. “Chissà chi è e come ha fatto a ridursi così o chi l’ha ridotto così”. Avrebbe voluto sapere, ma preferì non chiedere. Non ancora. Era tempo di consultare i colleghi nei reparti e sentire la loro opinione: queste prime ore di cure sarebbero state fondamentali. Donata parlò personalmente con i medici di guardia in nefrologia e in medicina, presenti per il turno di notte, chiese loro di venire al più presto alla rianimazione del PS per un codice rosso. Il gruppo, dopo essersi consultato, decise che bisognava continuare con le flebo e verificare spesso le funzioni renali, che potrebbero essere state compromesse dall’assenza di liquidi. Si poteva procedere a una disinfezione e medicazione delle piaghe dell’uomo, prima di spostarlo in un altro reparto. Donata guardò l’ora, era mezzanotte: bisognava rapargli barba e capelli il più possibile, erano infestati da parassiti. Tagliare gli indumenti che aveva indosso e rimuoverli cercando di non strappargli pezzi di pelle. Continuare con la terapia antibiotica via flebo, la reidratazione e nutrizione sempre via flebo e… sperare!
La dottoressa, insieme al personale ausiliario, si prodigò al massimo: passò la soluzione disinfettante sulle piaghe per rimuovere gli indumenti, diverse volte. Con delicatezza. L’uomo era pelle e ossa, non c’era più niente, solo organi e pelle! Lo girarono pian piano sull’altro lato e rifecero le stesse operazioni. Albeggiava, Donata era sfinita ma contenta: si era affezionata a quel povero essere indifeso che giaceva come un infante. Aveva eseguito con scrupolo tutto quanto era possibile per rimediare al danno da lui subito. Di positivo c’era che l’uomo era ancora vivo: era stato bonificato, coperto da un lenzuolo pulito e presto sarebbe stato trasferito in reparto. Non puzzava più!  Sarebbe tornata a trovarlo al ritorno in servizio. Si chinò a guardarlo con attenzione, quasi volesse ricordarsi del suo viso, dei suoi lineamenti e fu allora che lo udì bisbigliare parole incomprensibili: le sembrò di sentire il nome di una donna o fu solo la sua immaginazione? Il mormorio non era chiaro e non aveva senso logico. Donata provò a fargli delle domande:
“Come si chiama? Sa dirmi chi è?” ma non ci fu risposta.
Prima di staccare dal turno, volle sapere la storia al funzionario di polizia che nel frattempo era venuto a chiederle come stava:
“Difficile dirlo… sono ottimista, c’è stato il tentativo di pronunciare alcune parole, un tentativo meccanico, incomprensibile, non ha ancora ripreso conoscenza: è presto per sciogliere la prognosi. Le prossime ore saranno decisive. Posso sapere qualcosa di lui?”.
Il funzionario raccontò che l’avevano trovato per caso nell’Interland Milanese. Erano all’inseguimento di alcuni spacciatori. Cercavano una consistente partita di droga e setacciavano qualsiasi nascondiglio: siepi, sassi tutto ciò che potesse servire allo scopo. Uno dei cani, raspando il terreno, aveva mosso un piccolo oggetto luccicante: un gemello da polso, molto bello, con delle iniziali, un oggetto strano per quei luoghi! Avevano cominciato a battere il territorio intorno palmo a palmo: ogni siepe, arbusto, finché, sempre per caso, si erano trovati nei pressi di un casupola bassa resa invisibile dalla sterpaglia, senza finestre, solo una grata, per l’aria. Ideale per nascondere della merce. Avevano chiesto rinforzi e tirato giù una pesante porta di legno, chiusa da due robusti catenacci: uno in alto e uno in basso. E lì la scena indescrivibile, il resto lo sapeva. Avevano molti indizi e pochi dubbi sull’identità dell’uomo. Si trattava di un imprenditore sequestrato un paio di mesi prima e di cui si era perso il contatto: Antonio R. La famiglia era già stata allertata. Donata era giunta alla fine del suo turno. Più che un turno era stato un viaggio, ma non voleva andar via. Aveva davanti agli occhi il viso dell’uomo, un cenno di sorriso agli angoli della bocca, quasi sognasse. Chiese al collega di tenerla informata sugli sviluppi della situazione del malato e di comunicarle un suo eventuale trasferimento presso altri ospedali.

Percepiva una sensazione di benessere totale, si sentiva avvolto in una luce bianca che avvertiva filtrare da sotto le palpebre: leggero, pulito, in pace con se stesso, come se fosse appena nato. Accade, qualche volta, tra il risveglio e il sonno, se si è dormito bene. Desiderò di bere una tazza di thé… una tazza di thé forte e nero e di fare una passeggiata: com’era il nome di quei fiori profumati che amava tanto?
Non aveva ancora aperto gli occhi. Ma era da tempo che sentiva la vita intorno a sé. Aveva avvertito lacrime, bisbigli, parole, carezze. Voci ovattate, sussurrate, tenere. Prima o poi avrebbe dovuto arrendersi al mondo là fuori, guardarlo… guardarsi. Sapeva chi era, cosa gli era accaduto e immaginava di sapere dov’era, ma non voleva parlare, non ora, non ancora: non voleva rispondere a domande, raccontare.
Aveva bisogno di solitudine, doveva capire tutte le sensazioni che sentiva dentro di sé, confrontarsi con quella persona nuova, sconosciuta, diversa, che era in lui. Una persona nuova, nata in ore di solitudine e sofferenza. Qualcuno gli toccò la mano, il polso, lievemente. Lui socchiuse gli occhi appena, appena. Vide un camice bianco. Lei gli sorrise:
“Buongiorno. Vedo che sta meglio. Sono Donata Rosci. Ero di guardia al Pronto Soccorso quando l’hanno portata qualche giorno fa. So che è vigile da qualche tempo, non si preoccupi di parlare. Sono entrata un momento per vedere come sta…”
Aveva un timbro di voce che avrebbe voluto ascoltare a lungo, il suo primo contatto dopo tanti giorni terribili, ne rimase avvolto, conquistato. Se ne stette con gli occhi socchiusi a guardarla. “Non vada via, La prego”, sussurrò.
“Non si affatichi a parlare. Lo faccia piano. Potrebbe causarle molta sofferenza”.
“Sì, ma non per gli ultimi avvenimenti. Non sono quelli i più terribili. Quelli potrò raccontarli”, chiuse gli occhi, un’espressione di dolore gli incrinò volto. I suoi pensieri erano lucidi. Donata gli strinse la mano, gliel’accarezzò. Capiva le sue parole, il desiderio di manifestare a qualcuno, a se stesso, il suo tormento per ciò che era stato ma, soprattutto,  la persona nuova che era in lui. Stava meglio, non era più in pericolo di vita, aveva davanti una lunga convalescenza, nel corpo e nello spirito:
“Vieni ancora a trovarmi, ti prego” e tacque.
Lei gli accarezzò la mano e gli sfiorò, il viso. Si vive una vita con gli altri, si parla con loro per abitudine, senza comprendersi poi, un giorno, avviene che s’incontra uno sconosciuto di cui si sa tutto, senza parlare. Indugiò qualche istante prima di lasciarlo. “A volte, gli istanti valgono una vita intera”, si disse.

Antonio, sempre con gli occhi socchiusi, ripercorreva la storia della sua vita, l’antro buio e puzzolente in cui l’avevano tenuto prigioniero. Giorno dopo giorno aveva ricostruito momenti, ore, interi anni della sua vita passata, incominciando da quando era bambino fino agli ultimi istanti di coscienza. Ogni volta che ritornava indietro nel tempo, ritrovava nuovi episodi, era stato come scrivere un libro nella sua mente. La visione della sua vita, in quelle lunghe ore di passione e di intensa solitudine, l’incontro con se stesso, un se stesso che non conosceva, l’aveva addolorato. Il rimpianto di non aver vissuto con tenerezza, di non avere amato, la scoperta di essere vissuto per affermare le sue ambizioni, oltre ogni ragionevole principio, gli procurava sofferenza. Soprattutto a causa di Cristina, sua figlia. Cristina aveva sentito il peso della sua lontananza affettiva, era cresciuta con un padre che faceva scelte socialmente apprezzabili e di successo, ma certo non aiutavano un bimba a formarsi, a diventare adulta, ad avere fiducia. La sua vita di oggi, inquieta e infelice, lo testimoniava. La ricordava corrergli incontro molto piccola, felice di vederlo, lui l’accarezzava distratto, come si fa con un cagnolino, senza quasi rendersi conto di lei, preso com’era dalle sue aspirazioni. Ed era sempre stato così! Ripensò a Sara, sua moglie, e a Dario, suo collega e amico. Dario amava sua moglie… da una vita aspettava il momento per stare con lei. Antonio non se n’era mai reso conto, ne aveva la certezza oggi, rivedendo immagini ed episodi del passato. Ma Sara? Si assopì, pensando a una Sara che non conosceva, il suo rapporto con lei era stato sempre alquanto  formale. Lei entrò in quel momento, si avvicinò, sperando di trovarlo sveglio. Sapeva che era fuori pericolo, non sapeva quali conseguenze, il sequestro che aveva subito, avrebbe avuto sulla sua psiche e sul suo fisico. Poco dopo entrò Dario:
“Novità? Ha ripreso conoscenza?”
“Non in mia presenza. Il medico assicura che ha momenti di lucidità. Presto lo aiuteranno ad alzarsi e ad alimentarsi autonomamente. Dovrà andare in dialisi, ma non è detto che ci debba rimanere tutta la vita. Ho parlato con il funzionario di polizia, mi ha fatto vedere un gemello con le iniziali: era il suo! L’hanno trovato nei pressi di una casupola del milanese, per pura coincidenza; deve averlo smarrito mentre lo trasportavano. Se non avessero trovato il bottone e acuito le indagini nella zona, non l’avremmo più rivisto vivo. Sembra che i sequestratori l’avessero abbandonato o  fossero fuggiti, benché siano  solo supposizioni,”.
L’avevo tolto mentre mi trasportavano, non ero del tutto cosciente e non speravo che ce l’avrei fatta a farlo cadere. Dal suo sonno veglia, Antonio seguiva brani di conversazione, era ancora molto debole e non riusciva a rimanere presente a lungo.
“Ho bisogno di parlarti, Sara. Ho bisogno di parlare con te una volta per tutte, dobbiamo decidere. Sono contento che l’abbiano trovato, il pensiero di lui mi torturava giorno e notte”,  la voce di Dario era incrinata, stanca, quasi disperata.
“Non adesso, non qui. Potrebbe aprire gli occhi da un momento all’altro. Lo faremo nei termini che vorrai appena lui si sarà ristabilito del tutto. Ricorda che io non ti ho mai promesso nulla. Non ho mai illuso le tue aspettative”,  il tono di lei non ammetteva repliche. “Mi hanno anche chiesto che cosa so del suo sequestro e le ragioni per cui abbiamo aspettato più giorni, prima di denunciare la sua scomparsa. Ho risposto che non so nulla più di quanto dichiarato e mi sono affidata a te per qualsiasi decisione” Dario non commentò.
Sara si era sempre adeguata alle situazioni, non aveva mai tentato di discutere: bella e all’apparenza fredda! Chissà se avesse mai avuto il desiderio di un’altra vita.
Si appisolò di nuovo, per svegliarsi senza sapere quanto tempo fosse intercorso tra prima e adesso. C’era qualcuno nella stanza, socchiuse appena gli occhi, tuttavia non si preoccupò di guardare chi fosse. Sentì una voce maschile che diceva:
“E’ tempo che incominci a muoversi. E’ necessario capire il suo stato. Tra oggi e domani l’aiuteremo ad alzarsi e tenteremo di parlare con lui” non era la voce di Dario.
Chissà se Cristina è stata qui… non importa se non viene. Spero di stare con lei quando sarò ritornato a casa… A casa? Ma è ancora la mia casa? No, non tornerò a vivere nel passato…  E si riassopì con quel pensiero.

Giovanna Rotondo Stuart

Skinny

Spero che li facciano sedere un poco davanti alla tele, ho la testa che mi scoppia. Fanno un chiasso infernale! Ahi, uno dei bimbi, il più grande, quello biondo ricciolino, mi ha dato un calcio:
“Brutto non mi piaci”, mi ha detto, tirandomi fuori la lingua; ci sono rimasto male! Perché non gli piaccio? Per fortuna che è intervenuta la nonna:
“Non toccare Skinny. Lui è il mio amico!” e l’ha sgridato.
Poi hanno ripreso a girare con quegli arnesi infernali, che chiamano monopattino, urlando!
“Bimbi è ora di cena. Fra cinque minuti si mangia. Tutti a lavare le mani. Avanti, marsch!”
Meno male! Almeno ci sarà un po’ meno baccano e poi, mi auguro, andranno a letto presto. O meglio ancora, a casa loro!
“Nonna ma perché Skinny è tuo amico? A me non piace”.
La voce è quella del piccoletto biondo. Ma perché non gli piaccio? Di solito mi trovano tutti molto interessante, mi osservano, fanno commenti su come sono fatto, si fermano a guardami, direi che mi ammirano…
“Ma guarda com’è bello! Io e lui siamo amici da tanti anni”.
Grande amica! E’ vero ci conosciamo da quando non era ancora nonna.
“Bello? Nonna, ma lo sai che sei un po’ strana! Come fa a essere bello quel coso lì?”
Questa è una grande offesa: chiamarmi “coso”. Il coso sei tu, piccolo impertinente!
“Beh, prima o poi gli assomiglieremo tutti”.
“A lui? Tu, io no!”
Che bel complimento! Mi fa proprio felice. Non ci avevo mai pensato che prima o poi mi avrebbero assomigliato. Allora vuol dire che non sono poi tanto brutto. La giornata sta finendo bene, sono contento.
Sono andati a letto. Oh meraviglia! Posso finalmente godermi un po’ di pace. Ma guarda che luna, una stupenda luna piena che illumina tutto. E’ un privilegio poter ammirare questo bel paesaggio. Dov’ero prima non vedevo niente, solo una parete bianca con qualche disegno appeso. Sono contento che mi abbiano trasferito qui, mi sento meno solo.
Ma quei gatti come miagolano! Forse miagolano alla luna… e anche i cani si sono messi ad abbaiare. Ecco, hanno rotto l’incanto. Ma Tacete! Shhhhh sento dei rumori, chi può essere a quest’ora? Non ho capito da dove provengono, non ho sentito la porta aprirsi, mi sembra di udire un fruscio di passi, come quando si cammina a piedi nudi. Ma chi può essere? Uno di noi avrebbe acceso la luce! Qualcuno si muove con circospezione… non vedo più la luna tanto bene, una figura si è sovrapposta tra me e lei e l’ha oscurata. Vedo un’ombra stagliata contro la finestra: sono irrigidito dalla paura, non so cosa fare. L’ombra si gira… ecco, avanza verso di me, non distinguo chi è, non vedo niente, un urlo. Silenzio! Aiuto, aiuto, c’è qualcuno! Una sedia rotola facendo un grande fracasso, vedo una figura che si allontana, inciampa e cade, si ode ancora baccano e un altro grido:
“Quello stupido coso!”
Si accende una luce, ancora quella parola… non sarò io lo stupido “coso”?
Vedo la mamma del piccoletto biondo.
“Ma cosa succede?” sono arrivati anche la nonna e il nonno.
“Nulla, sono inciampata e sono caduta”.
“Ti sei fatta male?”
“Per fortuna no, ero venuta a bere un bicchier d’acqua. C’era la luna che illuminava la stanza e si vedeva abbastanza. Non ho acceso la luce. Poi mi sono girata e, di colpo, me lo sono visto davanti, in un bagliore fosforescente! Mi è andato il sangue in acqua. Mi ero dimenticata che l’avevi messo là. Mi ha spaventata da morire. Butta via quell’orribile scheletro, non voglio più vederlo!”

 Giovanna Rotondo Stuart