Artemisia Gentileschi: la passione e la rabbia

di Alessia Ghisi Migliari image1 Un omaggio ad Artemisia Gentileschi, grande pittrice, e ad Alessia Ghisi Migliari per aver scritto un bellissimo articolo su questa coraggiosa figura di donna e artista, che molto ebbe a lottare per la sua affermazione.

Suo padre era un ottimo rappresentante della pittura in stile Caravaggio. E, si dice, tale padre tale figlia. Ma lei, Artemisia, fece di più: svilluppò uno stile proprio, fervente, teatrale, quasi disperato – e vi riuscì perchè fu la sua vita a essere così (prima ancora della sua arte). Nata a Roma nel 1593, cresciuta ovviamente tra pennelli e tele nella bottega paterna, mai luogo fu più appropriato per svelare il talento – e il talento si mostrò da subito, inesorabile. Certo, non te lo saresti aspettato, allora, da una donna. O, per lo meno, da una leggiadra creatura ti saresti atteso tocchi di colore fatti con armonia, non con una vitalità quasi carnale. E sarà la carnalità, a segnare Artemisia. Agostino Tassi è un compositore di magnifici paesaggi e marine e collabora col Gentileschi a un progetto ambizioso: è un libertino e, quando inizia a istruire la giovane Artemisia ai segreti del dipingere, è anche altro cui punta.
La violenza sessuale avviene che la ragazza ha appena diciotto anni: dal processo dell’epoca – protratto in termini inquisitori e crudeli – ci sono rimasti particolari precisi su quanto avvenne. Stuprata, spaventata, tranquillizzata solo dalla promessa del Tassi di “riparare” col matrimonio, avviene fra i due, per mesi, una sorta di relazione: può iniziare nella fanciulla un reale interesse per qualcuno che l’ha così profondamente segnata? O è la soluzione in attesa di nozze che sono a quel punto necessarie?
Piccola difficoltà: Agostino è già sposato. A questo punto, Orazio Gentileschi, venuto a sapere il tutto, per difendere l’onore della famiglia porta in tribunale il suo collega, trascinando quindi anche la dignità della figlia che, visti i tempi, viene visitata, sondata, umiliata e studiata (anche torturata, per saggiare la sincerità delle sue dichiarazioni) come fosse uno strano e indegno esemplare: era davvero vergine o aveva avuto altri? Nulla viene taciuto, alla presenza dell’aula gremita.
La ferra volontà viene premiata: il Tassi viene rinchiuso in carcere, ma la pittrice deve trovare il modo di uscire “onorevolmente” dalla vicenda: prende per marito un certo (e non caratterialmente riposante) Stiattesi e parte con lui alla volta di Firenze, per ricostruirsi in ogni senso. La coppia ha diversi figli, ma la loro convivenza non è serena. In Toscana ha un certo successo: Cristina de’ Medici l’apprezza molto, i suoi lavori sono noti e richiesti – ma i debiti aumentano senza sosta.
Gli spostamenti, nella vita di Artemisia, si fanno costanti: torna a Roma, dove riesce a mantenere una certa fama per le sue capacità, ma dove, anche, non le viene commissionato quel qualcosa di “grandioso” di cui la sua carriera avrebbe realmente avuto bisogno. Si sposta dunque verso il 1630 a Venezia per poi passare a Napoli. Napoli diviene casa sua. Si trova bene, è valutata col giusto merito e se ne allontana solo per un periodo, per raggiungere il padre a Londra: di nuovo si ritrovano vicini, nella vita e nel lavoro, fino alla morte di lui. Il rientro nella città partenopea è naturale e felice: e qui resta, senza mai smettere di dipingere, fino alla propria morte, nel 1652 (o 1653, a seconda delle fonti). Figura inusuale, quella di Artemisia. Dal momento della violenza in poi, i suoi quadri acquisiscono una forza che è vera e propria violenza: la sua risposta a quanto è accaduto è palese nello stravolgente “Giuditta che decapita Oloferne”, dove si palesa una rabbia implacabile, una volontà di vendetta che si realizza nella faccia feroce e decisa di Giuditta – le interpretazioni psicologiche si sono sprecate, su questa opera, e non a torto. GENTILESCHI_Judith

In una luce da Caravaggio, la protagonista afferra una spada con foga, con foga la passa sul collo di Oloferne. Una protagonista dalle curve morbide, tonde, abbondanti – perchè spesso, in maniera più nascosta di quanto facesse Frida Kahlo, è se stessa, che Artemisia rappresenta fisicamente: è il suo volto, la sua sagoma, le sue braccia corpose. Un continuo mettersi in scena, come per esorcizzare la tempesta che ha dentro, il suo passato, un’intensità di sentimenti che non trova spazio nel quotidiano.

Un continuo mettersi in scena per guarirsi, per ricreare di sì un’immagine intera, integra e non violata nell’identità di persona e donna da quanto le è successo, dalla disapprovazione verso di lei, pittrice e femmina e forse dissoluta.

La bellezza della sua arte si perde nella ferita che non guarisce, nel frantumarsi del proprio Io, difficile da ricomporre: i nomi biblici diventano, sotto il suo pennello, quasi feroci, ben poco spirituali – un’angoscia neanche tanto sottile che rende riconoscibilissimo il suo tratto. Anche nel proprio autoritratto si mostra di profilo, con la testa inclinata, tutta intenta a carpire il soggetto. Non mostra il viso, così ripreso altrove, ma solo se stessa nella posizione adatta a vedere, forse vedersi, una mano pronta a imprimere sulla tela probabilmente il viso che è il suo.

Un’idea innovativa: non ripropone sé, ma se stessa mentre è intenta a scorgere o scorgersi.

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Una ricerca senza sosta – ci ha lasciato un’Artemisia tutta presa dall’osservazione, tesa nel tentativo di catturare un’essenza. E il titolo: Autoritratto come allegoria della pittura. Ed è lei la pittura: ecco dunque che si compie, il tentativo di ricostituire un’integrità, un’identità per sopravvivere. Lei è la pittura – e così può superare ciò che è stato dramma.
L’arte che non è più estasi, ma bisogno, che non è più altrove ma diventa un nome e un corpo: Artemisia. E’ forse in questo dipinto, che si mostra la volizione: io sono la Pittura, nessuno lo può negare, ciò io sono, e non lo si può togliere – nessuna onta può farlo. E si ha quindi un altro esempio di come le doti artistiche possano essere processo per risanarsi, nell’espressione e liberazione di quanto interiorizzato male e con dolore.
E da qui emerge dunque un immane talento, riconosciutissimo all’estero e meno da noi. Alessia Ghisi Migliari (pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice e di Psicolab.net)

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Recensione a “Come le donne” di Tiziana Viganò

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Giovanna Rotondo Stuart

Un invisibile filo rosso lega le donne, descritte da Tiziana Viganò, a tutte le donne senza nome che trovano il coraggio di lottare per ricominciare a vivere, dopo anni di violenze fisiche e psicologiche. Donne schiave delle religioni o di convenzioni sociali a cui gli stessi uomini si piegano, spesso senza averne coscienza. Donne inespresse, travolte da un esistenza senza ruolo, che non sopportando più di essere considerate alla stregua di un mobile di casa o un’appendice della cucina, combattono la depressione, cercano l’indipendenza economica, imparano a chiedere aiuto per non soccombere. Non vogliono essere vittime, non vogliono vivere da vittime. Si ribellano: “Come un serpente che a primavera esce dalla sua vecchia pelle e si rinnova, anche loro escono dalla loro vecchia pelle e rinascono”, scrive Tiziana Viganò. Spinte da maltrattamenti indescrivibili. Fanciulle, sorelle, figlie, mogli e madri abusate e trascurate che hanno lottato e lottano per sopravvivere, come “Pelle Nera”, venduta al suo futuro marito, ragazzina adolescente, per ben trenta mucche, che a vent’anni, dopo tre figli, riesce a fuggire da un ambiente ostile e a rinascere. E non una volta sola: sempre, quando incontra delle difficoltà, per grandi che siano, trova la forza e la determinazione necessarie per rialzarsi e cambiare vita, proprio come il il serpente cambia la sua pelle.
Tiziana Viganò ha potuto raccontare la storia di alcune fortunate che hanno trovato il loro riscatto, per tante di loro nelle stesse condizioni, spesso fanciulle, poco più che bambine, vittime di un mondo o di circostanze crudeli, dobbiamo raccontarla noi la storia e portare nei nostri cuori le loro vite negate. Non possiamo e non vogliamo abbandonare tutte quelle che necessitano il nostro aiuto, con il nostro lavoro, la nostra testimonianza dobbiamo prodigarci affinché la parità di genere diventi presto un elemento acquisito nell’esistenza di tutte le donne del mondo, svantaggiate e discriminate che sono la maggior parte.
Oggi possiamo dire che non solo le donne hanno tanto cervello quanto gli uomini, ma sono in grado di gestire le situazioni di stress meglio degli uomini e che “il loro cervello”, a detta del Prof Paolo Pancheri, psichiatra, e come ha evidenziato la Pet (tomografia ad emissione di positroni) “è più raffinato, più sofisticato di quello maschile, più completo. Le donne sono più intuitive dell’uomo grazie a una maggior connessione tra i due emisferi del cervello”.
E hanno dimostrato di possedere grandi risorse, queste madri, figlie, sorelle, mogli, amiche e anche colleghe di lavoro, che scopriamo essere competenti e professionali.
Sono le donne a farsi carico dei problemi familiari e sono inesauribili, come inesauribile è il loro desiderio di scoprire, di fare, di imparare. Difficilmente si mettono in poltrona, basta uscire di casa di giorno, di sera: andare a teatro, al cinema, in palestra, a fare un viaggio, per vederle. Tante donne indomite che sfidano e rischiano di subire atti di violenza, ma rivendicano il loro diritto di essere e sentirsi libere, non solo sul lavoro o in famiglia, ma in tutte le azioni quotidiane.

Una donna

 
Una donna
porta
nel palmo
delle mani
il corpicino
esausto
di un bimbo.
Un bimbo
morto
per fame.
Con gesti
lenti
composti
si china,
lo adagia
in una piccola
fossa
poco
profonda,
senza coprirlo.
Dopo averlo
accudito
con cura,
si accuccia
accanto a lui.
Lo circonda
come
un sottile
arco di luna.
Lo guarda
con amore,
lo sfiora
con una carezza.
Infine,
sfinita,
chiude gli occhi
in attesa.
 
 
Giovanna Rotondo Stuart