Giuseppe Pellizza da Volpedo

di Giovanna Rotondo Stuart

da_volpedo_pellizza_giuseppe_autoritratto

Autoritratto, 1888, olio su tela, cm160,55×110,5 Galleria degli Uffizi, Firenze

Giuseppe Pellizza nasce a Volpedo, un piccolo centro della campagna alessandrina, nel 1868. Di famiglia contadina benestante si sente molto legato alla sua terra al punto che, dal 1892, firmerà i suoi dipinti aggiungendo al suo cognome il nome del paese che l’ha visto nascere e diviene: Pellizza da Volpedo. Volpedo è Il paese che ama e che lo vedrà testimone di tante lotte sociali insieme ai contadini del luogo. Ed è a Volpedo che pensa e crea quel meraviglioso documento di pittura sociale che è “Il quarto Stato”, mostrando un’umanità povera e affamata che lotta per la sopravvivenza.
Le prime esperienze scolastiche di Pellizza da Volpedo avvengono all’Istituto tecnico di Castelnuovo Scrivia, tuttavia il bisogno artistico del ragazzo porta il padre a cercare per lui altre strade, tramite il suo lavoro viene in contatto con i De Grubicy, pittori, mercanti e intenditori d’Arte che consiglieranno Pietro Pellizza di iscrivere il figlio all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. In attesa di essere ammesso all’Accademia, nel novembre del 1883, a soli 15 anni, Giuseppe diventa allievo del pittore naturalista Giuseppe Puricelli, per apprendere la tecnica della pittura a olio. A gennaio del 1884 inizierà a frequentare  Brera dove troverà insegnanti illustri come Francesco Hayez, uno dei grandi pittori romantici dell’Ottocento, autore di uno dei più controversi dipinti dell’epoca “Il bacio”, e il pittore verista Giuseppe Bertini, che sarà, dopo Hayez, direttore dell’Accademia. Ed è a Brera che nel 1885 avviene la prima esposizione di Pellizza, con il dipinto “Allo specchio”.
Dallo studio del maestro Puricelli, Pellizza si trasferirà a quello del pittore verista  Pio Sanquirico, dove continuerà a studiare privatamente, esercitandosi a dipingere la figura umana dal vero.

piazza-2.jpg

La piazza di Volpedo, 1888, olio su tela, cm78x96, Collezione privata

Nel 1887, terminata l’Accademia di Brera, va a Roma per proseguire gli studi, ma Roma non gli è congeniale e dopo un breve periodo si sposta a Firenze, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti dove studia con il maestro Giovanni Fattori, ha la fortuna di conoscere Silvestro Lega e Telemaco Signorini, pittori macchiaioli, apprende la costruzione dello spazio per macchie di colore come d’uso nella tradizione macchiaiola. Diventa amico di Plinio Nomellini, suo compagno di corso, il pittore ligure che ritroverà poi a Genova e che lo spingerà a sperimentare la pittura divisionista.
Alla fine dell’esperienza fiorentina ritorna a Volpedo per un periodo di riflessione e di studio. Dipinge “La piazza di Volpedo”, “Il ricordo di un dolore”, studia per la composizione de “Il quarto stato”.

2-pellizza-da-volpedo-la-preghiera-al-cimitero-2

La preghiera al cimitero, 1887, olio su tela, cm138x72,5, Studio Museo, Volpedo

santina-3.jpg

Ricordo di un dolore o Santina Negri, 1889, olio su tela, cm107x79, Accademia Carrara, Bergamo

01784-2.jpg

Mele e uva, 1889/90, olio su tela, cm25x34,3, Beni culturali, Lombardia

Ma Giuseppe Pellizza ritiene che la sua preparazione artistica non sia completa e, nel 1889/90, s’iscrive ai corsi di Cesare Tallone, grande ritrattista, presso l’Accademia Carrara di Bergamo. Frequenterà anche un breve corso di pittura paesaggistica all’Accademia Linguistica di Genova, dove rivede Plinio Nomellini.
A dicembre dello stesso anno si recherà a Parigi per visitare L’Esposizione Universale. Ma dovrà tornare a casa per la morte di sua sorella.
Dopo questo intenso periodo di lavoro e ricerca, decide di stabilirsi definitivamente a Volpedo, dove avvia la costruzione del suo studio, nel retro della casa di famiglia. Tuttavia il suo bisogno di conoscenza e la carenza di studi umanistici nella sua formazione lo porteranno a Firenze a studiare Filosofia, Letteratura, Estetica, qualche anno dopo.
Nel 1892 sposerà Teresa Bidone, che sarà sua modella, insieme ad altri abitanti di Volpedo, per i dipinti “La Fiumana” e “Il Quarto Stato”.
E nasce Pellizza da Volpedo!
Incomincia a esporre i suoi dipinti in varie mostre nazionali e internazionali, facendosi conoscere e apprezzare dal pubblico e dalla critica. Va e viene da Firenze, Roma, Parigi, Torino, per motivi di studio e di lavoro. Frequenta Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Plinio Nomellini, Emilio Longoni, Il gruppo del divisionismo. E la sua pittura si modifica, si evolve, abbandona qualsiasi traccia di accademicità, per trovare uno stile libero e personale che va dall’impressionismo al divisionismo, al simbolismo.

Mammine-2.jpg

Mammine, 1892, olio su tela, cm213x203, Collezione Privata

341-3.jpg

studio per Mammine, matita

101c7231a035e8c41f3f58a4854c7b29

Sul fienile, 1893, olio su tela, cm133x243,5 collezione privata

panni-2

Panni al sole, 1894, olio su tela, cm 87×131 collezione privata

All’esposizione italo americana di Genova, nel 1892, vince la medaglia d’oro con il dipinto “Mammine”, un’opera tenera, vivida nel colore, dove le sorelle più grandi fanno da mamme ai più piccini. Ottiene un grande successo alla Triennale di Milano del 1894 con “Speranze deluse” e “Sul fienile”, le sue prime opere divisioniste. Nel 1900 espone a Parigi, all’Esposizione Internazionale, il bellissimo dipinto simbolista “Specchio della vita”, un’opera delicata e bucolica, in cui l’artista medita il comportamento delle creature e il loro bisogno di aggregarsi. A Monaco di Baviera, nel 1901, gli viene attribuita la medaglia d’oro per il dipinto “Sul fienile” e l’anno dopo partecipa alla Quadriennale di Torino con l’opera “Il quarto stato”. Un’opera in cui crede e per cui ha studiato e lavorato molti anni: il sogno di un’umanità che avanza alla conquista di un futuro migliore. E’ il tempo in cui lo stesso papa Leone XIII pubblica la lettera Enciclica “De Rerum Novarum” — Delle Cose Nuove — e invita il padronato a una maggiore attenzione verso le classi subalterne stremate dalla povertà e sfruttate da una classe padronale sempre più ricca e desiderosa di arricchirsi. Un’opera che non sarà accolta bene e susciterà molte polemiche per il suo contenuto sociale. Amareggiato da queste incomprensioni, Pellizza interrompe i contatti con alcuni intellettuali e artisti dell’epoca con cui aveva intrattenuto scambi epistolari fino a quel momento. In seguito “Il quarto stato” sarà identificato con le lotte di rivendicazione salariale e diventerà uno dei dipinti più famosi del XX secolo. Negli anni a venire Pellizza da Volpedo dipingerà scene di paesaggio e vita quotidiana, diventerà un pittore affermato e inizierà a vendere bene le sue opere: nel 1906, la Casa reale acquisterà il suo “Lo specchio della Vita” per La Galleria d’Arte Moderna di Torino e il ministero della Pubblica Istruzione il dipinto “Il sole” per la Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma. Un periodo bello della sua vita, sereno, come scriverà in alcune delle sue lettere. Tuttavia, l’anno dopo, nel 1907, muore la sua amatissima moglie Teresa – e il figlioletto –  per complicazioni post-partum e Pellizza, a soli 39 anni,  decide di morire anche lui.

Giuseppe Pellizza da Volpedo Tutt'Art@ (11)-1-2.jpg

Speranze deluse, 1894, olio su tela, cm110x70 collezione privata

images-4-2.jpeg

Speranze deluse, particolare del corteo nuziale

pellizza_processione-2.jpg

La processione, 1895, olio su tela, cm84x155, Museo della Scienza e della Tecnica, Milano

lo-specchio-della-vita_thumb-2.jpg

Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa e l’altre fanno), 1898, olio su tela, cm132x291, Galleria d’Arte Moderna, Torino

“Ogni età ha un’arte speciale: l’artista deve studiare la società in cui vive e capire l’arte che gli è data” Pellizza da Volpedo

QuartoStato-1024x556.jpg

Il quarto stato, 1901, olio su tela, museo del Novecento, Milano

4stato_part2-2    disegno-dopo-e1398967239704-2

Giuseppe Pellizza nasce in un contesto di grande cambiamento, suo padre Pietro, uno dei fondatori di Società Operaia nell’alessandrino, è molto impegnato in politica e nel sociale; Pellizza è cosciente di quanto avviene intorno a lui, partecipa e sente di dover interpretare quel cambiamento con la sua arte.

Pellizza da Volpedo non si è limitato ad usare il suo talento in modo ripetitivo, ha lavorato e studiato con impegno: una lunga evoluzione che lo ha portato dalla pittura verista al divisionismo, al simbolismo; la sua non è solo una pittura di denuncia sociale, come potrebbero far pensare i suoi dipinti e disegni sulla lotta di classe, ma una pittura che studia la natura ed è attenta ai sentimenti delle persone. Osservando il suo autoritratto si nota la gentilezza della sua espressione, un’espressione mite, composta ed essenziale. Tratti che si ritrovano nelle sue opere e in cui è evidente l’amore per la natura, l’attenzione alla sofferenza, basta osservare la tenerezza di “Mammine”, dove un gruppo di ragazzine più grandi si prende cura dei bimbi più piccoli o in Ricordo di un dolore o “L’amore nella vita” per citare le parole del titolo di un pentittico, un’opera che Pellizza non ha mai completato. E sono poetiche  le sue opere  sull’amore e sulle stagioni, dipinte in un tondo, un simbolo anche questo di tutto e di niente, dell’infinito.

idillio-2

Idillio di Primavera, 1896, olio su tela, diametro cm 99,5 Collezione privata

L'amore nella vita2-2.JPG

L’amore nella vita, 1901/04, olio su tela, d. cm 104 Galleria d’Arte Moderna, Torino

Passeggiata-amorosa-2.jpg

Passeggiata amorosa, 1901/o2, olio su tela d. cm 100, Pinacoteca civica Ascoli Piceno

poesia-02-2.JPG

Il sole o Il sole nascente, 1904, olio su tela, cm 155×155, Galleria d’Arte Moderna, Roma

L’opera  di Pellizza  va oltre i confini di uguaglianza e giustizia sociale, esplora la vita e tutto ciò che lo circonda: la bellezza del paesaggio e della campagna  che ama, i sentimenti, la solitudine. Dipinge la realtà e vi associa allegorie e simboli. La morte di Giovanni Segantini, al quale è legato da profondo affetto e ammirazione, gli causerà grande sofferenza, al punto che sentirà il bisogno di andare in Engadina, quasi in pellegrinaggio, a ritrovare se stesso e l’amico perduto. Molto diversi tra loro per retroterra culturale, questi due grandi pittori del divisionismo italiano sono accomunati da una stessa visione della vita e da intensa spiritualità. L’amore per la pittura, la ricerca dello spazio, lo studio della luce attraverso la divisione del colore fanno parte della loro esistenza. Lo si può scoprire osservando i loro  dipinti.

1347-membra-stanche-fileminimizer-2

Membra stanche, o famiglie di emigranti, 1906, olio su tela, cm 127×164 collezione privata

La-Neve-2.jpg

La neve, 1906, olio su tela, cm 94×94 collezione privata

Tran-tran-2.jpg

Il tran.tran Volpedo -Voghera, 1903, gessi, inchiostro e pastelli, cm 96×154,5

L’intero paese di Volpedo è testimone della bellezza della pittura di Pellizza, il suo studio è diventato una Casa Museo, le sue opere sono ben tracciate e segnalate. Interessante è la collezione della Fondazione della Cassa di Risparmio di Tortona.

Annunci

La pittura sociale

di Giovanna Rotondo Stuart

I primi segni di pittura sociale si hanno con il romanticismo e il naturalismo verso la prima metà dell’800: il periodo in cui lo scrittore Victor Hugo ambienta il suo “I Miserabili” – uno dei romanzi più letti del XIX secolo – e Emile Zola denuncia, nei suoi trattati, lo sfruttamento sul lavoro e le terribili condizioni di vita nelle periferie urbane. Tuttavia è con il Realismo che la pittura muove i primi passi verso altre espressioni, liberandosi dai condizionamenti e dagli stereotipi della cultura accademica e dagli eccessi del romanticismo. Il Realismo osserva e racconta la vita della persone in modo oggettivo e concreto: così com’è nella realtà. Lo ha fatto Van Gogh nel suo celebre dipinto “I mangiatori di patate”.
Il termine realismo viene usato la prima volta da Gustave Courbet per la sua esposizione del 1855 chiamata: Pavillion du Réalisme.
Il movimento realista nasce in Francia, con l’affermazione della Seconda Repubblica, nel 1848, in un momento di grandi cambiamenti sociali e culturali.
Tra i suoi interpreti più significativi ricordiamo Jean François Millet, Gustave Courbet e Honoré Daumier. Millet racconta la fatica della vita dei campi con grande sensibilità e lirismo, Corot e Daumier la durezza del lavoro nelle fabbriche, l’estrema povertà delle grandi periferie urbane: cercano la bellezza nella realizzazione di ciò che vedono. L’Arte diventa denuncia delle condizioni di vita dei più sfortunati e sfruttati.

Eugène Delacroix 1789-1863
“La Libertà che guida il popolo” del 1830, in seguito ai tre giorni di rivolta contro Carlo X, può essere considerato uno dei primi dipinti di pittura sociale: il pittore interpreta il desiderio di cambiamento del popolo che si ribella. Eugène Delacroix, uno tra i più importanti pittori del romanticismo, nato in una famiglia agiata e ben inserito nella buona borghesia, raffigura, in questo dipinto, tutte le categorie sociali che marciano insieme verso la conquista della libertà e si schiera con gli oppressi.

image1.png

“La libertà che guida il popolo”, 1830

Jean François Millet 1814-1875
Jean François Millet nasce in una famiglia di origine contadina di condizioni molto modeste. Dipinge la vita e la fatica degli umili con poesia e religiosità; a lui si ispirano molti pittori tra cui Van Gogh e Segantini. Nel 1849 si unisce agli artisti della Scuola di Barbizon, nella foresta di Fontaineblau, e ci rimane per il resto della sua vita. E’ un grande pittore!

image2.jpg

Le lavandaie, 1853/55, olio su tela, cm42x52, Museum of Fine Arts Boston

millet-spigolatrici.jpgLe spigolatrici, olio su tela, 1857 circa, cm 55,5×66, Musée d’Orsay, Parigi

Gustave Courbet 1819-1877
Gustave Courbet si definisce uno spirito libero da qualsiasi condizionamento religioso, accademico o politico e, in effetti, lo è. Autodidatta, nei suoi quadri dipinge la dura realtà del popolo mostrando le condizioni estreme in cui lavora e vive. Significativa la sua opera “Gli spaccapietre”, poi andata distrutta durante i bombardamenti di Dresda nella seconda guerra mondiale. Un pittore che non piace alla borghesia per i suoi soggetti troppo realisti. I suoi dipinti non saranno mai accettate nelle mostre ufficiali.

a4374bec8f082e6a302f9e5cfb88c819.jpgLe vagliatrici di grano, olio su tela, 1853 , cm 1,31×1,67, Musée des beaux-arts, Parigi

image5.jpeg

Gli spaccapietre, olio su tela, 1849, cm 1,65×2,57, già esposta al museo di Dresda

Honoré Daumier 1808-1879
Una mente vivace, pronta a cogliere cause ed effetti di ciò che lo circonda. Osservatore attento dipinge la disperazione e le terribili disuguaglianze sociali. Di famiglia povera incomincia a lavorare presto e, pur avendo frequentato per qualche tempo l’accademia, è essenzialmente un autodidatta. Partecipa alla Rivoluzione del 1830 e in seguito lavora come disegnatore satirico a una delle maggiori riviste di opposizione .
Con Daumier la pittura sociale diventa denuncia. Daumier interpreta le condizioni di totale indigenza in cui vive il proletariato urbano. Inoltre, nelle sue caricature di satira politica denuncia la totale inaffidabilità e incapacità della classe politica, nonché la sua voracità: è un grande! La sua attività gli costerà processi e una condanna a sei mesi di carcere, nel 1832, per attività sediziosa, nonché la chiusura del giornale presso cui lavora. Regna Luigi Filippo succeduto a Carlo X dopo le tre giornate di Parigi del 1930 in cui Delacroix dipinge “La Libertà che guida il popolo.

Incredibile la bellezza del suo dipinto “La difficoltà”; un dipinto in movimento in cui si legge tutta la fatica, l’ansia, e l’affanno per la sopravvivenza.

image6.jpgIncitamento allo sciopero, olio su tela, 1840 circa, cm 87,6×113, The Philippe Collection, Washington, DC

saltimbanques.jpgSaltimbanchi nomadi, olio su legno,1847 circa, cm 32,6x 24,8, The National Gallery of Art, Washington, D.C.

Daumier-La-lavandaia-Licia.jpg

La difficoltà o La lavandaia 1850/1853 cm130x98? olio su tela, The Hermitage, SanPietroburgo

Telemaco Signorini 1835-1901
Signorini, ben inserito nell’ambiente benestante, suo padre è pittore presso la corte del Granduca di Toscana, frequenta la Scuola di Belle Arti di Firenze. A Firenze diviene un assiduo frequentatore del Caffè Michelangelo, all’epoca luogo di ritrovo di artisti e critici d’arte come Diego Martelli. Inizia, con Silvestro Lega ed altri, lo studio sulla ricerca del contrasto cromatico: luce e ombra, chiaro e scuro, la pittura a macchia e da qui il termine “macchiaioli”. Le sue ricerche sulla luce non gli impediscono di dedicarsi alla pittura impegnata e nel suo dipinto, “La sala delle agitate”, affronta e raffigura la realtà come vuole la migliore scuola naturalista, ovvero senza sentimentalismi. Viaggia e studia molto, in Francia incontra Corot e altri artisti della scuola di Barbizon. Fonderà, con Diego Martelli, una rivista letteraria: “Il Gazzettino delle Arti e del disegno”, di cui sarà un attivo collaboratore, in seguito si occuperà di critica e satira.

image9.jpg

La sala delle agitate, olio su tela, 1865, cm 66×59, Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro, Venezia

Signorini_L_alzaia.jpgL’alzaia, olio su tela, 1864, cm58,4×173,2, Collezione privata

Angelo Morbelli 1853–1919
Angelo Morbelli avrebbe intrapreso la carriera musicale, ma una progressiva sordità glielo impedirà e diviene pittore. Un pittore estremamente realista per i soggetti che dipinge: in “Venduta” e “Derelitta” denuncia la prostituzione minorile. Compassione e denuncia per la solitudine degli anziani nella serie di dipinti sul Pio Albergo Trivulzio e per il duro lavoro delle mondine nelle risaie.
Verso il 1890 s’interessa alla pittura divisionista e adotta la tecnica della scomposizione del colore. Diviene amico di Pellizza da Volpedo.
Nel 1897 vince la medaglia d’oro a Dresda con “Per ottanta centesimi” in cui racconta il duro lavoro delle mondine e “S’avanza”, un tondo dai toni luminosi. Nel 1900 viene premiato con la medaglia d’oro dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900 con “Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio”.

image10.jpgPer ottanta centesimi, olio su tela, 1895 , cm 124,5×169 , Museo Francesco Borgogna, Vercelli

image11.jpgVenduta, olio su tela, 1897, cm 67×107, collezione privata

Emilio Longoni, 1859-1932
Figlio di un fabbro e quarto di dodici figli, ha un’infanzia povera e difficile, ma riesce a frequentare l’Accademia di Brera con ottimi riconoscimenti. Sarà un grande amico di Giovanni Segantini e dei fratelli Grubicy, pittori, galleristi e mercanti d’arte attivi nella ricerca di giovani artisti. Longoni, come Segantini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, è attratto dallo stile divisionista, la ricerca della luce e la scomposizione del colore sono alla base del movimento. Per il suo impegno sociale viene coinvolto in tumulti politici e sorvegliato dalla polizia che lo considera il pittore degli anarchici. L’opera”Riflessioni di un affamato” gli costa una denuncia per “istigazione alla lotta di classe”.

image12.jpg

L’oratore dello sciopero, 1890/92, Banca di Credito Cooperativo, Barlassina

9287386_orig.jpg

Ona staderada (la venditrice di frutta), 1891

image13.jpg

Riflessioni di un affamato, 1894, Museo del territorio biellese, Biella

Giovanni Sottocornola, 1855 1917
Amico di Emilio Longoni, Andrea Previati, Giovanni Segantini e altri pittori del movimento divisionista che incontrerà all’Accademia di Belle Arti di Brera, Giovanni Sottocornola nasce in una famiglia di umili origini e dovrà impiegarsi come garzone per aiutare la famiglia a causa della precoce morte del padre. A vent’anni riesce a iscriversi all’Accademia di Brera che frequenterà per qualche anno. La sua produzione varia tra realismo sociale e realismo paesaggistico. E’ anche un abile pastellista. Tra le sue produzioni di pittura sociale troviamo L’alba dell’operaio e Frutera.

image14.jpg

L’alba dell’operaio, olio su tela, 1897 cm 141×253, Galleria d’Arte Moderna, Milano

giovanni-sottocornola-le-operaie.jpg

Le operaie, 1897 matita sanguigna, cm.54×56

image15.jpg

Frutera, 1886, olio su tele, cm78,5×48,5, Gallerie di Piazza Scala

Plinio Nomellini 1866-1943

Nel 1885 Plinio Nomellini ottiene una borsa di studio per l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove ha la fortuna d’incontrare Giovanni Fattori che sarà suo maestro e diventerà l’amico di un’intera vita. Oltre a frequentare i macchiaioli Telemaco Signorini e Silvestro Lega, Nomellini diventerà con Angelo Morbelli e Pellizza da Volpedo uno dei maggiori pittori divisionisti con attenzione verso le tematiche sociali, come è proprio del movimento divisionista. Nomellini si trasferisce a Genova nel 1890 dove insieme a un gruppo di artisti fonda “Il gruppo di Albaro” che dà impulso alla vita artistica genovese. Nel 1894 sarà arrestato e imprigionato con l’accusa di partecipare a riunioni anarchiche e di essere amico di attivisti anarchici. Giovanni Fattori, Il critico d’Arte Diego Martelli e Telemaco Signorini si batteranno per la sua innocenza e liberazione. Signorini lo difenderà strenuamente durante il processo.

image16.jpg

Lo sciopero, olio su tela, 1889, cm 29,5×40,5 Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

image17.jpg

Piazza caricamento, olio su tela, 1891, cm 120×160 Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

Nomellini.jpg

Il mattino in officina, 1893, olio su tela, cm21,2×31,5, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1868 -1907, e la questione sociale

La questione sociale aveva sempre appassionato Giuseppe Pellizza. Lui, di famiglia agiata, osservava con scoramento la fatica dei lavoratori della terra nelle campagne e degli operai nelle fabbriche. Non è certo stato il primo ad occuparsi del problema sociale, ma i suoi quadri, da Ambasciatori della fame a La fiumana a Il cammino dei lavoratori, divenuto poi Il quarto stato, mostrano la passione e l’evoluzione del suo pensiero. Lui ci credeva nel cammino dei lavoratori e si era impegnato con il cuore e con la mente a dare un contributo a quel cammino. Un contributo non solo pittorico, che tuttavia rimase la parte più significativa della sua partecipazione, ma anche di consiglio e supporto alle loro rivendicazioni.

Incominciò il progetto nel 1891 con Ambasciatori della fame, proseguì con Fiumana e terminò, intorno al 1900 con Il cammino dei lavoratori che divenne poi Il Quarto Stato nel 1901. E’ interessante vedere, negli anni, la realizzazione di un’intuizione che lo porterà, nella sua opera finale, a rappresentare L’Umanità in cammino. Guardando “Il quarto stato” si ha l’impressione fisica dell’Umanità che avanza. Ed è interessante vedere il percorso del suo lavoro: dal primo bozzetto, molto piccolo, su una tavoletta, fino alla realizzazione finale de “Il quarto stato”, di notevoli dimensioni.
Nonostante sia conosciuto principalmente per le sue opere di impegno sociale, Pellizza da Volpedo rimane un grande pittore del divisionismo italiano, con composizioni di una sensibilità e poesia incredibili.

image18.jpg

Ambasciatori della fame, 1891, olio su tavola cm 25×37

Ambasciatori_della_Fame.jpg

Ambasciatori della fame, 1892, olio su tela cm 51,5×73 collezione privata

image017.jpg
Ambasciatori della fame bozzetto 1893/94, carboncino e gessi su carta cm 159,5×19

La_fiumana_(Volpedo).jpg

La fiumana, 1895-97, olio su tela, cm255×438, Pinacoteca di Brera, Milano

image023.jpg

Il cammino dei lavoratori, 1898, olio su tela, cm66x116

Quarto_Stato.jpg

Il quarto stato, 1898-1902, olio su tela, cm283x550 Museo del Novecento, Milano

Pellizza da Volpedo ha studiato dal vero i personaggi de “Il quarto stato” ambientato nella piazza di Volpedo, dove l’artista si univa alle rivendicazioni dei contadini che chiedevano condizioni di vita meno terribili. Sia abitanti del luogo sia persone della sua famiglia hanno posato per la realizzazione dell’opera. Il disegno e il particolare del dipinto raffigurano la moglie dell’artista, Teresa.

4stato_part2-2       disegno-dopo-e1398967239704-2

 

image011.jpg

Foto a cui Pellizza da Volpedo si deve essere ispirato per le sue composizioni

 

 

Angelo Tommasi Raffaello Cambogi

 

angiolo2btommasi2bgli2bemigranti252c2b19852b252832529.jpg

Angiolo Tommasi, Emigranti

 

quadro

Raffaello Cambogi, Emigranti

Edward Hopper

Un pittore che conquista per la sua poesia: ciò che racconta lo si comprende con immediatezza. Hopper riesce a captare quei momenti solitari che prima o poi si presentano nella vita delle persone, e li raffigura. Momenti solitari, ma anche di solitudine e di isolamento, sensazioni di altre esistenze che ancora oggi si avvertono, viaggiando nella provincia americana. Nella staticità delle sue composizioni, il tempo appare immutabile.
Hopper non dipinge la povertà, il lavoro o la gioia di vivere, ma vite inespresse in momenti di intimità che appaiono eterni, e lasciano, a chi guarda, l’interpretazione della storia. Con grande abilità tecnica porta le persone a riconoscersi in comportamenti della vita quotidiana. E’ stato definito un realista, ma è indubbio che le sue composizioni esprimono grande spiritualità: “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che provo”,  è una sua frase.

25c142a7427cbada96f93d4ae18c4030.jpg   69537.jpg  hopper autoritratto.jpg

Due autoritratti di Hopper, uno del 1903, si trova al Museo di Fine Arts di Boston, l’altro 1925/30 al Witney Museum di New York e così il disegno di Hopper ragazzo.
Edward Hopper nasce a Nyack, cittadina dello Stato di New York, il 22 luglio 1882, in una famiglia benestante e colta della borghesia americana. I suoi genitori, di fede Battista, incoraggiano da subito le sue aspirazioni artistiche. Nel 1900 si iscrive e frequenta la New School of Art e Robert Henri, pittore realista suo insegnane, incita Hopper a trovare la sua ispirazione nella vita di tutti i giorni, lontano dal manierismo del tempo. La New School of Art è frequentata da allievi che sarebbero diventati tra i personaggi più significativi della vita artistica americana tra cui George Bellows, pittore, litografo e illustratore, e William Merrit Chase, pittore americano esponente dell’impressionismo e responsabile di una delle più rinomate Art Schools of Design di New York.
Hopper rimane alla School of Fine Arts fino al 1906, anno del suo primo viaggio a Parigi. Parigi a quei tempi era il centro della vita culturale del mondo, La Ville Lumière, impossibile non esserne affascinati. Le opere di artisti come Manet, Degas e Paul Cèzanne sono determinanti per la sua formazione, anche se, da persona schiva e riservata qual era, l’artista non frequenterà i pittori dell’avanguardia parigina ma condurrà una vita solitaria osservando la vita degli altri.
Dopo le visite europee si può dire che il futuro dell’artista si rischiari di nuove luci. Ama la natura, ma anche la città, interpreta le cose che lo circondano secondo il suo modo di sentire. Con il tempo elaborerà il suo personalissimo stile pittorico: uno stile con una prospettiva spesso fotografica. Tra il 1906 e il 1910 va in Europa tre volte, oltre i soggiorni parigini, visita alcune capitali europee, ma non verrà in Italia. In seguito, non lascerà più gli Stati Uniti. Lavora come illustratore pubblicitario alla C.C. Phillips & Company. L’unica occupazione retribuita che ha per molti anni. Le sue acqueforti e puntesecche sono apprezzate e ottengono notevoli riconoscimenti. Hopper è un grande illustratore oltreché un grande pittore, ma anche un fine conoscitore delle diverse tecniche usate: olio, acquerello e acquaforte.
Un’altra caratteristica della sua arte sono i disegni e i dipinti di nudo: erotici, sorprendenti, originali, a volte inquietanti: una delle molteplici capacità interpretative di Edward Hopper, artista innovativo e segreto.

images.jpg

The boy and the moon 1906/07, acquerello

sittingAtTable.jpg

Uomini seduti al caffè, 1906 acquerello opaco e trasparente, penna e inchiostro, pennello e inchiostro e la matita di graffite su carta.

_edward-hopper-night-shadows3.jpg
Ombre notturne, acquaforte, 1921, Whitney Museum of American Art, N.Y.

evening-wind.jpg

Vento della sera, acquaforte, 1921, Whitney Museum of American Art, N.Y.

I dipinti

Edward_Hopper_Summer_Interior-2.jpg

Interno d’estate, 1908, olio su tela, Whitney Museum of American Art, N.Y.

american-village-2.jpg

Villaggio Americano, 1912, olio su tela, Whitney Museum of American Art, N.Y.

Le sue tele, principalmente a olio, non incontrano il favore del pubblico. L’impulso al suo lavoro di pittore arriva dopo la mostra al Witney Club nel 1920, di cui è uno dei soci della prima ora. Non vende neanche una tela, ma, seppur con pareri controversi, una delle sue composizioni parigine “Soir bleu” (Sera azzurra), una tela di notevoli dimensioni, viene notata da pubblico e critica. Tuttavia, Hopper, non gradendo i molti commenti – “Soir Bleu” è un dipinto di difficile comprensione in una Società pragmatica come quella americana – arrotola la tela e la mette in disparte, sarà riconsiderata molti anni dopo.

hopper-soir-bleu-1914-2.jpg

Soir bleu (Sera azzurra), 1914, Whitney Museum of American Art, N.Y.

Nel 1924, alcuni suoi acquerelli vengono esposti alla Frank Rehn gallery di Gloucester, New York, con successo. Da quel momento la carriera di pittore fiorisce e trova tutti i riconoscimenti che merita. Nello stesso anno Hopper sposa Josephine Verstille Nivison, anch’ella pittrice: sarà la sua modella in tutti i personaggi femminili dei suoi dipinti.

doc_arte_hopper_04.jpg

Il faro a due luci, 1927, acquarello, Whitney Museum of American Art, New York

In quegli anni dipinge Apartment Houses che viene acquistata dalla Pennsylvania Academy. Il suo primo dipinto a olio ad essere acquistato per una collezione pubblica e il primo dipinto venduto dopo più di dieci anni. Nel 1930 il dipinto House by the Railroad (la casa vcino alla ferrovia) viene donata al Moma – Metropolitan Museum on N. Y. da un collezionista, Stephen C. Clark. E il Moma gli dedica una retrospettiva due o tre anni dopo. Una curosità, il dipinto fu usato come modello per la casa di Psycho, il film di Alfred Hitchock.

railroad-sunset-2.jpg

Tramonto sulla ferrovia, 1929, olio su tela, Whitney Museum of American Art, New York

hopper_5_06.jpg
Apartment house east river, 1930, olio su tela, Whitney Museum of American Art

Agli inizi degli anni trenta, Hopper costruisce una cosa a Truro, nella penisola di Cape Cod. Una casa affacciata sull’oceano dove si recherà ogni anno per le sue vacanze e che, indubbiamente, ispirerà molti suoi dipinti. La ricerca della luce è una costante delle opere di Hopper: la luce è la protagonista indiscussa dei suoi dipinti! “Tutto ciò che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato della casa”.  E questa ricerca diventerà sempre più evidente nella sua produzione artistica.

image-1.-2.jpg

Tramonto a Cape Cod 1934, olio su tela, Whitney Museum of American Art, New York

gas-2.jpg

Pompa di Benzina, 1940, olio su tela, Museum of Modern Art, New York

7.png

I nottambuli, 1942, olio su tela, Art institute of Chicago, Chicago

rooms-by-the-sea-2.jpg

 

Stanze sul mare, 1955, olio su tela, Yale University Art Gallery, New Haven, Connecticut

20_South_Carolina_Morning-590x443.jpg

Mattino in Sud Carolina, olio su tela, 1955, Whitney Museum of American Art, New York

Hopper viene considerato il caposcuola dei realisti americani con le sue solitarie case vittoriane, i binari ferroviari, i sui paesaggi surreali, i distributori di benzina, i personaggi immobili per l’eternità. Il pittore ha descritto la provincia americana come la si vede ancora oggi nelle back street, silenziosa e solitaria, impenetrabile e statica. Hopper è un pittore enigmatico che ha colto aspetti della vita quotidiana, sublimandoli e rendendoli eterni. La sua vita è stata lunga e laboriosa, muore a 85 anni, nel 1967, nel suo studio a New York.

hopper_7_35.jpg

Secondo piano al sole, olio su tela, 1960, Whitney Museum of American Art, New York

Ci sarebbero molte considerazioni da fare guardando le opere di questo artista e pensando che ha vissuto in un momento particolarissimo della storia dell’umanità. Un periodo di guerre e difficoltà, di depressioni economiche, ma anche di avanguardie e grandi fermenti artistici, di cui non si avverte traccia nel suo lavoro. Tuttavia è nel contatto con la natura, in quelle bellissime tele di paesaggi e tramonti, indescrivibili attimi di bellezza, in cui bisogna cercare il suo messaggio. E nella sensazione di solitudine e di isolamento che le sue figure trasmettono: in quelle immagini è possibile interpretare la visione solitaria e silenziosa che l’artista ha dell’esistenza.

two-comedians-2.jpg

Two Comedians (Due attori), 1965, olio su tela, collezione privata

I due commedianti, una delle ultime opere, se non l’ultima, di Edward Hopper, datata l’anno prima della sua morte. Il dipinto dell’addio: due piccole figure che omaggiano un pubblico virtuale! Un dipinto commovente e al contempo ironico. I due protagonisti, l’artista e sua moglie Jo, salutano prima di uscire di scena: la scena della loro vita.

Giovanna Rotondo Stuart

 

 

Paul Gauguin al Mudec di Milano

 

gauguin-mudec-biglietti

Paul Gauguin al Mudec di Milano

Giovanna Rotondo Stuart

La mostra di Paul Gaugain, inaugurata al Mudec di Milano il 28 ottobre, rimarrà in programma fino al 21 febbraio 2016. Il Mudec, il nuovo Museo della Cultura, è stato realizzato nell’area dell’ex Ansaldo, un vecchio complesso industriale comprato dal Comune di Milano e trasformato in area culturale: il comune si occupa della direzione scientifica mentre “24 Ore Cultura” – una società del gruppo del Sole 24 – della programmazione culturale. Un complesso moderno e futurista nella zona di Porta Genova, in via Tortona, un luogo interessante che avrà successo.

mudec-ap.jpg

La mostra, promossa dal Comune di Milano Cultura e da 24 Cultura, con la collaborazione della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, è presente al Mudec con 70 capolavori, di cui ben 35 provengono dal museo danese, che raccoglie una delle più significative collezioni di Gauguin, e altrettante sono prestiti provenienti da altre prestigiose Gallerie d’Arte.

Si possono ammirare dipinti importanti di questo grande e inquieto, nonché irrequieto artista, che ha viaggiato da un continente all’altro, per lavoro o in cerca di ispirazione.
Molto interessanti le sculture in legno di quercia dipinto a mano e le bellissime zincografie della suite Volpini, una decina in tutto, stampate su carta gialla, che Gauguin aveva elaborato per decorare le café Volpini.
La mostra esprime il tormentato percorso pittorico dell’artista che, da un ambiente impressionista-naturalista, a volte sofisticato, cerca la sua ispirazione in un mondo più istintivo e primitivo.

Nei due autoritratti di Gauguin presenti in questa rassegna, uno del 1885 e l’altro del 1991, si notano le prime differenze stilistiche: il primo, un bel ritratto realista dell’artista, dipinto secondo le regole del “dipingere ciò che si vede” non esprime ancora la sua ricerca di un’arte meno ragionata e più primitiva come nel secondo autoritratto, con il Cristo Giallo in uno sfondo dai colori piatti e intensi, in cui si coglie la ricerca dell’arte intesa come dipingere anche “ciò che si immagina”, e che diventerà l’essenza della sua pittura.

images.jpg         503.jpg

Paul Gauguin ha avuto una vita particolare, già all’età di un anno, nel 1849, si trova a viaggiare su una nave alla volta di Lima, la sua era una famiglia benestante e il padre, di idee socialiste, non voleva vivere il clima politico della Francia di quell’epoca, ma muore in nave durante il viaggio e lui crescerà senza l’appoggio di una figura paterna.
Nel 1855 sua madre lo riporta in Francia, a Orleans, insieme a sua sorella Aline, maggiore di lui di un anno, da dove, dopo qualche tempo, si trasferiscono a Parigi. I primi ricordi dell’infanzia dell’artista, vissuta in un mondo pieno di colori e più semplice, probabilmente influenzeranno, negli anni a venire, la sua pittura.
La prima formazione di Gauguin avviene in un istituto cattolico, Le petit Seminaire.
Nel 1862, Gauguin non riesce a superare l’esame di concorso per l’ammissione alla Marina Militare e, dopo un anno, si arruola come allievo pilota nella Marina Mercantile, nella rotta che va da Le Havre a Rio de Janeiro, ma in seguito seguirà anche altri percorsi. L’anno dopo la morte della madre, avvenuta nel 1867, allo scoppio della guerra tra Francia e Prussia, si arruola nella Marina Militare e ci rimane per tutto il tempo della guerra Franco Prussiana, viene congedato nel 1871 e si stabilisce a Parigi.
E qui, a soli 23 anni, inizia la sua nuova vita.

A Parigi intraprende la carriera di Agente di Cambio e, nel 1872, si sposa con una giovane danese, Mette Sofie Gad, da cui ha cinque figli. Ma è solo nel 1874, che Gauguin, che è sempre stato un appassionato d’arte, si iscrive all’Accademia d’arte Colarossi, dove, in quello stesso anno conosce Camile Pissarro, uno dei maggiori impressionisti e che avrà una grande influenza sulla sua pittura, almeno inizialmente.

Un paio di anni dopo, quando perderà il lavoro come agente di cambio, decide di vivere di sola pittura e diventare pittore. Nel 1884 la moglie, anche a causa delle precarie condizioni finanziarie in cui si ritrovano, si trasferisce in Danimarca. Gauguin la segue con i cinque figli che sono nati nel frattempo, ma vivere in quel paese non gli è congeniale e, un anno dopo, se ne torna in Francia, senza un soldo, portando con sé uno dei figli di appena cinque anni.
Insieme vivono un periodo difficile e faticoso, dove Gauguin si adatta a far di tutto pur di guadagnare qualche soldo per curare il figlio che si ammala gravemente di vaiolo.
Finalmente, con il 1886, arriva un anno buono, ricco di avvenimenti, Gauguin frequenta molti pittori del tempo da Pissarro a Signac, da Bonnard a Van Gogh, per menzionarne alcuni, lavora con loro ma, spesso, rompe anche i rapporti.

Tra un viaggio e l’altro, tra una mostra e l’altra, nel 1888, il fratello di Van Gogh, Theo, lo convince ad andare a vivere ad Arles, nel sud della Francia dove Vincent vuole creare un punto d’incontro per pittori.
Vivono nella Casa Gialla di Van Gogh per più di due mesi e, nonostante la convivenza tra i due non sia delle migliori, riescono a dipingere insieme per qualche tempo. Ma sono due persone con esperienze estremamente diverse, ciò si riflette nelle loro abitudini quotidiane e nel modo di esprimersi. Per Van Gogh“Il nostro dover è pensare, non sognare”.  Per Gauguin l’arte è “Prima di tutto emozione”.
Inoltre, a Gauguin non piace Arles, lui sogna altri spazi, altri orizzonti, altri colori… La vita tra i due diventa presto intollerabile e, in seguito a un litigio in cui Van Gogh si taglia un orecchio, Gauguin si trasferisce in albergo; se ne ritornerà a Parigi dopo qualche giorno per viaggiare alla ricerca di quel luogo più primitivo e spontaneo a cui pensa da tempo: una terra in cui vivere e ispirarsi per il suo lavoro.

La prima parte della mostra è dedicate al Gauguin impressionista e sono esposte alcune opere di Pissarro, Cezanne, Van Gogh. Si viaggia in un mondo esotico dove realtà, fantasia e mito si intrecciano. Nella seconda sala si può ammirare Il capolavoro di Gauguin, “Donna tahitiana con fiore” che impersona il suo ideale femminile: una figura dolce e solida dipinta con colori vivaci e poco elaborati.
Non lontano il bellissimo “Nudo di donna che cuce” di dieci anni prima, apprezzato dalla critica per la sua impronta realista. Altrettanto bella è la “Natura morta con fiori”, quasi un’ impressione, come un’impressione è il suo “La costa a Dieppe” di alcuni anni dopo. Molto decorativi i guazzi su tela, una tecnica simile all’acquarello, ma più densa, che fa uso del bianco per schiarire i colori. Gauguin si è cimentato con tecniche e materiali diversi: guazzo, incisione, olio, legno dipinto, zincografia e altro.

220px-Paul_Gauguin_040.jpg

Donna tahitiana con fiore, 1891, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

Paul_Gauguin_001.jpg
Nudo di donna che cuce, 1880, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

1446046712488.jpg--natura_morta_con_fiori.jpg
Natura morta con con fiori, 1882, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

96608089.jpg

La costa a Dieppe, 1885, olio su tela, Ny Carlsberg, Copenaghen

images-5.jpg

Paesaggio francese, 1885, guazzo su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

La ricerca del Paradiso

La vita dell’artista sarà sempre tormentata e faticosa, dal 1885 in poi è un viaggio tra sogno, realtà e ricerca: Gauguin è un artista che ama sperimentare, come si può notare dalle opere esposte alla mostra. La sua diviene una pittura di forti contrasti di colore, più semplificata e meno elaborata di quella impressionista dei suoi primi anni di studio, uno stile che non lo abbandonerà più fino alla sua morte, avvenuta a Tahiti, dove è sepolto, nel 1903.
La ricerca di un Paradiso, un mondo più libero, meno convenzionale, con poche regole semplici e naturali in cui vivere, diventa per lui una necessità e, dopo aver tentato altre vie, tra cui un breve soggiorno in Martinica con il pittore Laval, nel 1891 si imbarca per la Polinesia.
Ma anche la sua vita in Polinesia sarà tormentata. Si ammala, sputa sangue e deve tornare in Francia per curarsi, ma non ha i soldi per farlo. Verrà rimpatriato a spese del governo e arriverà a Marsiglia, nell’agosto del 1893, con pochi franchi in tasca. A Papeete lascia la sua compagna e il figlio che non vivranno più con lui quando tornerà, due anni dopo.
Al suo ritorno in Polinesia, nel settembre del 1895, l’artista alterna qualche periodo buono a momenti difficili, in cui l’indigenza, ma soprattutto il dolore per le malattie di cui soffre e la depressione, lo affliggeranno al punto che tenterà di togliersi la vita con l’arsenico, senza riuscirci. Quell’anno, il 1897 dipingerà il suo testamento: Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?
Nonostante tutto riesce a lavorare sempre, ad avere nuove compagne e altri figli tuttavia morirà solo.

Gauguin_donnamango-300x225.jpg
Donna con manghi, 1899?, legno di quercia dipinto a mano, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

images-4.jpg
Donna sdraiata con ventaglio, 1889 circa, legno di quercia dipinta, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

CTtnY1EWcAg-Tdr.jpg        images-8.jpg

Due zincografie della suite Volpini stampate su carta gialla, 1889, State Museum for Kunt, Copenhagen

10917371_625355390923612_4261410150210661514_n.jpgLa danza del fuoco, 1891, olio su tela, The Israel Museum, Gerusalemme

gauguin_mostra_milano.jpgDonne Tahitiane sdraiate “Il divertimento dello spirito maligno”, 1894, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

images-2.jpg                                    images-1.jpg

Hina e Fatou, 1892, legno di Tamanu, Toronto, Art Gallery of Ontario. Ricalco su carta giapponese, tratto da Cilindro di legno con Cristo in croce di Paul Gauguin, 1894, Metropolitan Museum of Art, New York

Gauguin_giornodidio-U10175739679tpC--258x258@IlSole24Ore-Web.jpg

Giorno di Dio, 1894, olio su tela, The Art Institute, Chicago

Parole di Gauguin

“Non si deve dipingere solo ciò che si vede ma anche quello che si immagina.
“Io chiudo i miei occhi per poter vedere.”

In questa frase c’è tutto il pensiero di Gauguin: dipinge a colori piatti, senza prospettiva e senza la percezione dello spazio. Ombreggia solo se è in armonia con la composizione, sacrifica colori minori e sfumature per rendere la sua pittura immediatamente comprensibile, emozionante, primitiva.

“Innanzi tutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”

Giovanni Segantini

segantini_portrait[1]

Il ritorno a Milano

Milano è la città in cui avviene la formazione artistica di Giovanni Segantini e che rimane il suo punto di riferimento per tutta la vita, il centro del mondo e il luogo che predilige per esporre le sue opere. E la città lo ricambia accogliendolo tra i suoi artisti più apprezzati e amati. La bellissima mostra di Giovanni Segantini, realizzata a Palazzo Reale dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Fondazione Mazzotta e Skira Editore, si protrarrà fino al 18 Gennaio 2015. E sono bellissimi i 120 dipinti e disegni in mostra provenienti dai più importanti musei del mondo, alcuni mai esposti in Italia. Un uomo, Segantini, di cui si intuisce la grandezza d’animo e il talento guardando le sue opere e leggendo la storia della sua vita e… non si può non amarlo!

L’esposizione è divisa in otto sezioni a tema con una parte introduttiva che raccoglie documenti, lettere, fotografie e altre opere che lo rappresentano. Colpisce un acquarello di Giovanni Giacometti che raffigura il pittore sul letto di morte (avvenuta nel 1899, a soli 41 anni). Nella parte preliminare sono anche esposti tutti o quasi gli autoritratti di Segantini dall’età di vent’anni. La prima sezione, “Gli esordi”, è dedicata a Milano. Si possono ammirare paesaggi dei Navigli con la neve e immagini della città. Nella seconda sezione: “Allo specchio. Dal ritratto al simbolo”, troviamo ritratti della borghesia milanese e della famiglia dell’artista. Nella terza parte, “Il vero ripensato: la natura morta”, si nota una splendida “Anatra appesa”, tutta giocata su sfumature bianche, una bella “Azalea” e fiori molto decorativi, le nature morte dalle composizioni interessanti, probabilmente richieste dalla borghesia del tempo, sono seguite con grande maestria da Segantini. La quarta e la quinta sezione “Natura e vita dei campi” e “Natura e simbolo” raccontano la vita e la fatica degli umili: Segantini, come Van Gogh, s’ispira al verismo di Jean Francois Millet, il pittore naturalista francese. Nella quarta sezione troviamo anche “il disegno dal dipinto”: disegni da dipinti già realizzati in cui Segantini dimostra di avere capacità stilistiche eccezionali. La sesta sezione è dedicata a “Fonti letterarie e illustrazioni” e la settima al “Trittico dell’Engadina” o “Trittico delle Alpi” composto da tre tele di grandi dimensioni, non presenti alla mostra a causa della loro fragilità, ma con possibilità di vederne i filmati. Infine, l’ultima parte, “La maternità” divisionista e simbolista dove sono esposti i capolavori “Le due madri” nelle due versioni: la composizione dell’1889, considerata la prima opera del divisionismo italiano alla Triennale di Brera, e quella del 1899, uno dei suoi ultimi dipinti. E’ interessante osservare, nel filmato “Le cattive Madri” (l’opera non e’ presente), come Segantini raffiguri con simbolismo allegorico molto nordico la sua visione di cattiva madre. Una mostra che commuove per la spiritualità che trasmette e si avverte, a causa della prematura scomparsa dell’artista, la privazione e il rimpianto per quell’Arte da lui mai dipinta. La sorte gli è stata avversa e amica al tempo stesso premiandolo, con grande successo, già nei primi passi della sua vita di artista, quasi a compensarlo degli anni terribili della sua fanciullezza di orfano e bambino abbandonato. Segantini a dodici anni viene rinchiuso in un riformatorio, il Marchiondi, con l’accusa di vagabondaggio: è solo e derelitto dall’età di sette anni e cioè dall’anno della morte della madre avvenuta ad Arco di Trento nel 1865. In quell’anno il padre lo manda a Milano, affidandolo alla sorellastra Irene che si guadagna da vivere come modista, lavorando dall’alba al tramonto e il bambino rimane solo tutto il giorno. Sarà l’altro fratellastro, Napoleone, che a gennaio del 1873 andrà a prenderlo al riformatorio e lo porterà a lavorare con sé, come apprendista, nel suo laboratorio di fotografia in Trentino, a Borgo Valsugana, dove rimane un paio d’anni. Torna a Milano e s’iscrive ai corsi serali dell’accademia di Brera, in seguito frequenterà i corsi regolari. Riesce a mantenersi agli studi lavorando come decoratore e insegnando disegno. Studia a Brera per diversi anni; ed è proprio a Brera che riceve i primi riconoscimenti per le sue opere. Il 1879 si può definire l’anno della svolta per Segantini, il suo dipinto, “Il coro di Sant’Antonio”, viene notato dalla critica all’Esposizione Nazionale di Brera e sarà acquistato dalla Società per le Belle Arti di Milano.

423px-Artgate_Fondazione_Cariplo_-_Segantini_Giovanni,_Il_coro_della_chiesa_di_Sant'Antonio_in_Milano

Il coro della chiesa di Sant’Antonio, 1879

A Brera, Segantini frequenta artisti che molto conteranno nella sua vita, tra cui: Emilio Longoni, Carlo Bugatti e Vittore Gubricy de Dragon, quest’ultimo, gallerista e critico d’Arte, oltre che pittore, lo introdurrà nel mondo della borghesia milanese. E incontra Bice Bugatti, sorella di Carlo, che diventerà la compagna della sua vita e la madre dei suoi quattro figli.

Dopo la nascita del primo figlio, nel 1882, l’artista si sposta, con tutta la famiglia da Milano a Eupilio, nell’alta Brianza, dove dipinge la prima versione di “Ave Maria a trasbordo”, poi andata distrutta e per cui ebbe il primo riconoscimento, una medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Amsterdam. E un’altra medaglia d’oro riceverà ad Anversa, nel 1886, per “La tosatura delle pecore”. Con la grande composizione “Alla Stanga”, dipinto esposto alla Permanete di Milano, ottiene un’altra medaglia d’oro ad Amsterdam. Il quadro viene acquistato dallo Stato italiano per la Galleria d’Arte Moderna di Roma, dove si trova tutt’ora. Diviene ben presto un pittore affermato e di successo; la vendita delle sue opere consentirebbe a lui e alla sua famiglia un buon tenore di vita, se  il suo rapporto con il denaro fosse più oculato.

La mia famiglia, 1882

La mia famiglia, 1882

Uno di più, disegno 1886/88

Uno di più, disegno 1886/88

Nel 1886 Segantini dipingerà la seconda versione di “Ave Maria a trasbordo”, un dipinto di grande luminosità che, pur con qualche riserva, può essere considerato la prima opera divisionista. Ci sono diversi disegni di quest’opera: è interessante notare la differenza di stile tra le due Ave Marie, quella a trasbordo e quella sui monti. Di stile divisionista il bel disegno di Ave Maria sui monti.

La Scapigliatura  

Intorno al 1860 nasce a Milano “La Scapigliatura”: un movimento artistico e letterario animato da spirito di ribellione che vuole esprimersi senza i vincoli, gli schemi e le regole della cultura tradizionale. Il termine “Scapigliatura” e “Scapigliati” è una libera interpretazione della vita di “bohème”, o “vita da zingari”, e si ispira all’esistenza anticonformista e disordinata degli artisti parigini. Il movimento è animato da personaggi come Antonio Ghislanzoni, Arrigo Boito, Tranquillo Cremona, Mosè Bianchi, Carlo Dossi, Amilcare Ponchielli e molti altri.

Divisionismo e Simbolismo

Il divisionismo si diffonde in Italia verso la fine dell’800, soprattutto a Milano, una corrente antiaccademica al seguito della Scapigliatura Lombarda. Si può associare, per certi versi, al puntinismo francese, ma meno scientifico e tecnico come stile. il puntinismo continua lo studio sulla luce secondo il metodo impressionista, cercando, con la scomposizione del colore, di ottenere la massima luminosità rifacendosi alle scoperte scientifiche del tempo, in cui era la retina dell’occhio a ricomporre il colore. Il divisionismo si esprime con piccole pennellate di colore puro, tese a catturare la luce, e, a differenza del più sofisticato puntinismo, è uno stile naturalista e dipinge soprattutto la bellezza della natura, con evidenti riferimenti alla pittura di Francois Millet. La natura e il paesaggio sono fonti di grande ispirazione per Segantini: ama lo spazio, studia la luce, la dipinge. Ama l’incanto delle montagne, dei laghi, la vita dei semplici, le stalle, gli animali… la sua famglia.

Le due madri, 1889

Le due madri, 1889

Le due madri, 1899

Le due madri, 1899

Con il definitivo trasferimento in Svizzera nel 1886, in un ambiente solitario e incontaminato, il profondo misticismo dell’artista si manifesta in composizioni di grande respiro in cui spiritualità, vastità e armonia si fondono diventando simboli. Un Simbolismo molto personale quello di Segantini; i simboli della sua vita diventeranno, nel suo percorso artistico, i simboli della sua pittura e lui vi esprimerà tutto ciò in cui crede: la purezza, la vita, la maternità, la morte… l’ umanità! Lo si sente nelle magnifiche composizioni del Trittico delle Alpi che possono essere considerate il testamento artistico e spirituale di questo grande pittore: La Vita, La Natura e La Morte in mostra permanente al Museo Segantini di St. Moritz; notevoli sono i bozzetti e i disegni esposti che fanno parte della preparazione dell’opera.

L’ora mesta, 1892

L’ora mesta, 1892

Sul Balcone, 1892

Sul Balcone, 1892

Trittico delle Alpi

E’ un’opera grandiosa delle montagne che Segantini ama e che l’hanno visto nascere ad Arco, in provincia di Trento,  e morire a Pontresina, in alta Engadina. Il Trittico viene iniziato nel 1897 e rimane incompiuta per la morte del pittore. Avrebbe dovuto rappresentare l’Engadina all’esposizione di Parigi del 1900.

La vita

La vita

La natura

La natura

La morte

La morte

Questa breve rassegna sul grande pittore può terminare con una considerazione: Segantini, a dodici anni, quando viene rinchiuso al riformatorio Marchiondi, è analfabeta. Riesce, in quel periodo, a imparare a leggere e scrivere, pur se con qualche piccola lacuna ortografica, e potrà comunicare i suoi pensieri con intelligenza e sensibilità. Di seguito alcune sue riflessioni all’amico Vittore, così come lui le ha scritte:

[…] ultimamente studiai l’umane forme piú precisamente nelle loro belleza come feci colle pecore, i cavalli, le vacche, e tutti gli altri animali; cosí passai dalla pianura ai colli da questi ai monti fino alle cime senza altra peoccupazione che di rendere nelle cose quella passione affascinante che mi determinò a concederle tutto il mio amore. così d’amore, in amore, passai dall’espresione delle belle forme per le forme, alla bella colorazione in se, e per la conoscienza della luce, e per la conoscinza del colore nella sua bellezza armoniosa e per la conoscenza delle belle forme e delle belle linee e per quella dei bei sentimenti, e per la conoscenza di tutte queste bellezze in sieme, credo di poter comporre il mio pensiero verso la bellezza suprema, creando liberamente quello che lo spirito mi detta. (da Lettera a Vittore Grubicy de Dragon da Maloja del 17 IV 98, p. 74)

“Il godimento della vita sta nel sapere amare, nel fondo dogni opera buona c’è l’amore”. (da Lettera a Vittore Grubicy de Dragon, [Savognino, 4 gennnaio 1890], p. 32) “.

I dipinti, se non altrimenti specificato, sono a olio su tela.

Giovanna Rotondo Stuart

Cliccando il cursore sulle foto centrali si può visionare data e titolo dell’opera