La Provincia, un bell’articolo di Silvia Golfari

Bello e completo l’articolo di Silvia Golfari sulla serata all’auditorium di Galbiate, dove, nonostante una pioggia da Diluvio Universale, è venuta parecchia gente.

 

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Amici Museo di Porta Falsa, Nardò

Nardò, una delle più belle, se non la più bella cittadina del Salento, molto ben curata e attiva culturalmente: una città barocca, di origini antiche. I neretini – da neretum o neritum – intervenuti alla presentazione del libro e del video “Omaggio a Orlando Sora Artista del Novecento” sono rimasti conquistati dalla  pittura di Orlando Sora, un artista che non conoscevano. Merito anche del video che mostrava molti dei suoi dipinti. Oltre al Sora pittore si è ricordato il Sora musicista, con alcuni intermezzi musicali interpretati da un musicista che suona e canta per passione, ma fa tutt’altro lavoro, proprio come Sora. Sono stata invitata a tornare per un altro evento, cosa che farò senz’altro. Questa cittadina del Salento mi ha affascinato, pulita, accogliente, la sua gente aperta e ospitale. Sarà un piacere.

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Le foto documentano alcuni dei momenti della serata. C’è anche un video su you tube che può essere visto, non riesco a inserirlo sul blog.

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Il saluto del Presidente degli Amici del Museo di Porta Falsa

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E il saluto dell’Assesore

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Un’introduzione musicale, complimenti al chitarrista cantautore

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Il discorso di uno storico, amante dell’Arte e della Storia

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La lettura di alcuni brani del libro, un momento intenso

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Un discorso originale sul talento di Orlando Sora di Paolo Marzano, Curatore d’Arte 

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Una veduta della sala da un’altra angolazione, ci sono due scale, l’altra si trova a destra

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Emozionata parlo di Orlando Sora

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Il professor Mennonna risponde al pubblico

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Un applauso per la canzone finale, una canzone di Fabrizio de André

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Una dedica a un’amica ammiratrice

Ringrazio gli amici di Nardò per questa bella esperienza e spero di rivederli al  prossimo evento. Sono fortunati a vivere in un luogo così bello e sono bravi per averlo conservato come un gioiello. A Nardò ho trovato dei bagni pubblici pulitissimi, cosa che non capita spesso ed è un segno di grande civiltà. Complimenti!

Ho messo per iscritto il mio intervento, come alcuni mi hanno chiesto di fare, qualcosa in più e qualcosa in meno, ogni volta è un’emozione nuova e non sempre mi ricordo di dire tutte le cose che vorrei.

Orlando Sora Artista del Novecento

Per anni ho desiderato scrivere qualcosa su Orlando Sora e sulla sua pittura, una pittura che amo molto, tuttavia mi sentivo titubante sul come, non volevo fare una catalogo,  volevo trovare la giusta chiave di lettura per parlare di un uomo come Sora, lui era, pur nella sua complessa e multiforme capacità artistica, un uomo semplice che lavorava come un artigiano e amava farlo in silenzio e solitudine.

Quando finalmente ho iniziato a scrivere mi è venuto spontaneo raccontare piccoli episodi della vita quotidiana – avvenimenti realmente accaduti – senza entrare nel vissuto, ma lasciandolo intuire.

Fin dagli inizi della sua carriera Orlando Sora è stato considerato un’autentica promessa per l’Arte Italiana da nomi illustri come Carlo Carrà, Mario Sironi, Aldo Carpi, Vincenzo Bucci – critico d’arte del Corriere – e molti altri, ottenendo grandi riconoscimenti e prestigiosi premi in mostre nazionali e internazionali. Le sue opere sono sparse per l’Italia, soprattutto in Lombardia e nelle Marche, dov’era nato all’inizio del Novecento e dov’è tornato ogni anno fino alla fine della sua vita. Si era stabilito a Milano – dove già viveva un altro pittore marchigiano, Anselmo Bucci, uno dei protagonisti del movimento artistico “Novecento”  – per lavoro, nel 1925, partecipando a mostre personali e collettive, alcune delle quali molto importanti come quella alla Galleria Micheli del 1927, la sua prima grande mostra dove, a soli ventiquattro anni, s’impone alla critica e al pubblico con grande successo.
Nel 1931 si trasferisce a Lecco, il paese dei Promessi Sposi, sul lago di Como, con la moglie e la figlia Giovanna, detta Vanna, e ci rimane. A Lecco nasceranno gli altri due figli, Anna e Riccardo.
Al di là di ciò che piace, di mode artistiche o mercati dell’arte, bisogna riconoscere a Sora il merito di essere stato un grande artista del Novecento.
All’indomani della sua morte, avvenuta nel 1981, un critico lecchese sosteneva che “bisognava pur risolversi a dare una risposta alla domanda che, specialmente dopo la sua scomparsa, diventava sempre più pressante: fu Orlando Sora un grande pittore? e in quali correnti pittoriche può essere incanalato?” Sono passati 35 anni da allora e non hanno ancora dato risposta a questa domanda, anzi Orlando Sora, negli ultimi anni, è stato quasi dimenticato. L’incredibile è che ho ricevuto una domanda simile anche a Fano, sua città natale, qualche tempo fa. Che sia un grande artista non ci sono dubbi, basta guardare i suoi dipinti e visitare i grandi pittori nelle gallerie d’Arte più prestigiose per rendersi conto che è uno di loro! E non è necessario che venga incanalato in correnti di alcun tipo. Sora è un figlio del Novecento, ma non fa mai parte di movimenti artistici, non si aggrega a nessuna scuola e a nessun gruppo: è un solitario, un autodidatta di straordinario talento: sarà la costante della sua vita.
La definizione di Fabio Tombari, grande scrittore e poeta del Novecento, suo amico d’infanzia e di tutta la vita, scritta all’inizio della sua introduzione per il catalogo del 1967: “Orlando Sora è un pittore che è tale per la sua pittura”. Ben gli si addice.
Spero che abbia quel riconoscimento che merita e che fino adesso non ha ancora avuto.

Sora è un artista che ha vissuto delle sua arte, una condizione non facile, soprattutto per un uomo schivo come lui, nonostante non gli sia mai mancato il lavoro, alcuni periodi della sua vita sono stati estremamente faticosi. A poco più di trent’anni aveva già tre figli e tante bollette da pagare. Ma era un grande ritrattista e le ricche famiglie borghesi del lecchese e del milanese amavano avere un ritratto di Orlando Sora, o una sua Madonna o un suo paesaggio. Ma lui non era capace di farsi pagare, il commercio era lontano dalla sua indole e quando vendeva un dipinto si sentiva a disagio e arrossiva. Ovviamente i suoi prezzi non erano mai all’altezza delle sue opere, troppo bassi, una delle ragioni, ma non l’unica, per cui non si è mai arricchito, inoltre, non amava mettersi in mostra.

Quando l’ho conosciuto, alla fine degli anni Cinquanta, i suoi figli già adulti, viveva ancora alla giornata. Sentiva molto la mancanza di un piccolo reddito, quella gocciolina, come la chiamava lui, che gli avrebbe consentito un minimo di serenità per dipingere tutte quelle visioni che lo accompagnavano costantemente, sovrapponendosi, a volte, a quelle del lavoro su commissione.
Il lavoro su commissione, pur limitando la sua ricerca personale gli aveva permesso di sperimentare molte tecniche pittoriche e di cimentarsi con lavori importanti quali l’affresco, l’encausto, il graffito e persino vetrate e mosaici.
Qualche anno prima aveva affrescato “Il Giudizio Universale” nella Chiesa di San Giuseppe al Caleotto di Lecco, un’esperienza importante per lui, “avrei pagato per farla”, soleva dire. Mi raccontava che l’affresco gli aveva procurato qualche preoccupazione a causa di un nudo presente nel dipinto, ma il parroco, don Martino, una persona colta e rara, verso il quale Sora nutriva grande affetto e ammirazione, l’aveva sostenuto e protetto.
Il 28 gennaio 1955, su “l’Italia” di Milano, un grande giornalista e critico d’arte, Alfio Coccia, marchigiano, pubblica un vero e proprio saggio dedicato a Sora: ”I pittori italiani e l’arte sacra”, descrivendo l’affresco della chiesa di San Giuseppe al Caleotto di Lecco come opera di notevole pregio e assimilando Sora a grandi affreschisti come Giotto e Masaccio.
Troviamo un altro mondo espressivo nella sua ultima opera eseguita sul soffitto del Teatro della Società di Lecco, nel 1979, quasi quarant’anni dopo l’affresco del Caleotto. Un acrilico aereo, poetico, stilizzato e lieve. Un dipinto dai colori tenui, in cui prevalgono il rosa e l’azzurro, con le figure che danzano nel cielo cantando la storia della vita: dalla nascita al traguardo finale, quando l’anima si stacca dal corpo. Non è d’impatto immediato, ci vuole del tempo per comprenderne la bellezza.

La pittura di Sora è sempre in movimento, un cammino costante e spontaneo, come il cammino della vita, indietro non si torna, né ci si ferma. Bisogna proseguire aggiungendo a ogni giorno una nuova esperienza a cui far riferimento: un sentire che lo accompagnerà tutta la vita.
Il talento di Sora è stato evidente da subito, ma lui, al suo grande talento ha aggiunto una notevole capacità di lavoro e di studio: lavorava sempre, non c’era piacere più grande per lui del suo lavoro anche se gli capitava di sentirsi molto stanco.
Gli anni trenta sono stati quelli del chiarismo, una pittura delicata anche nella materia, dai toni tenui, a volte giocata sui bianchi, molto espressiva e realista: l’amore per la famiglia, la maternità, la nascita dei figli sono presenti nella bellezza delle sue opere. Un percorso che va dal ritratto, al paesaggio, alla natura morta, alla composizione, studiando e cercando altre forme di espressione, dove la materia diviene, via via più densa, i contorni e i colori più netti e decisi. Da questo cammino pittorico, che diventerà bellissimo verso la fine degli anni Cinquanta e Sessanta, nasce il Sora affreschista, il Sora che si cimenterà con ogni forma di arte figurativa: dal graffitto all’affresco, all’acrilico.
E da qui, nel suo ultimo periodo, Sora si avvia verso un’altra evoluzione pittorica di una levità sconcertante, essenziale, quasi il suo spirito si fosse alleggerito da molti fardelli, dove le figure si incalzano e si rincorrono lievi, serene, a volte ridenti.
La testimonianza più alta è data dall’acrilico del Teatro della Società.
Negli anni, le sue apparizioni a mostre personali e collettive si rarefanno, ma, nel frattempo, coltiva un’altra grande passione, quella per la chitarra classica: ogni pomeriggio, dopo aver lavato i pennelli si mette a suonare o a studiare la chitarra. La sua vita è fatta di passioni che diventano lavoro: la passione per la box negli anni giovanili, la pittura, la musica, e in ognuna si esprime con talento. Verso gli anni Cinquanta incomincia ad apparire in pubblico come concertista, studia anche contrappunto per trascrivere le musiche dei grandi autori e adattarle alla chitarra classica: ha delle bellissime chitarre, dei migliori liutai del mondo, tra cui una Ramirez e una Hauser. Accompagna la Corale di Lecco guidata dal maestro Camillucci nei suoi concerti, suonando accompagnamento musicale per liuto. Suona per la Gioventù Musicale, a Brera e in molte sale del milanese e del lecchese: Bach, Palestrina, Sor, Villa Lobos, Granados, Albeniz… un bellissimo repertorio.
Diventa amico di Segovia, il grande chitarrista spagnolo e suona spesso con lui.
Il suono della sua chitarra è limpido, armonioso: uno dei più puliti che abbia mai ascoltato. La chitarra classica è uno strumento affascinante e particolare: difficile da suonare e non bisogna far sbattere le corde.
Mi diceva sempre che a notte, spesso non dormiva, vedeva immagini e sentiva ritmi musicali nella testa.

Sora era un uomo schivo e mite con un profondo senso dell’etica. Un laico convinto, tuttavia era molto legato alle sue origini e la sua pittura ne è una testimonianza. Il pensiero di Sora non è mai stato ideologico, ciò che contava era l’uomo e la sua capacità di dare risposte; per lui era importante il contatto con la natura, il lavoro.
La cosa che lo infastidiva di più erano i riferimenti tra la sua pittura e quella di altri pittori contemporanei. Li rifuggiva! Diceva che turbavano il filo del suo pensiero e interferivano con il suo lavoro.
Amava l’arte senza distinzione: dalla musica alla poesia, un grande unicum di cui l’uomo era il centro. E amava le donne, ma non era un donnaiolo, le ammirava ed era molto rispettoso dei ruoli. Per lui le donne erano tutta la vita, l’espressione più pura della bellezza che lo circondava e lui amava dipingerle. Quando si sentiva in sintonia, ne coglieva l’espressione più intima e segreta e nel nudo ha raggiunto la parte più delicata e candida della sua pittura. Una pittura meditata: anche nei dipinti più lievi, ogni pennellata, ogni sfumatura di colore sono il frutto di una ricerca, un pensiero, un sogno.
E Il suo sogno era di avere del tempo per dipingere quelle visioni che gli affollavano la mente e per cui appariva costantemente assorto e distratto.

Come ho già detto, molti sanno chi è Sora, almeno tra i meno giovani, tuttavia pochi conoscono realmente la sua pittura, oltre alle opere pubbliche importanti eseguite su commissione che sono disseminate a testimonianza del suo lavoro, c’è un Sora ancora tutto da scoprire… Vi invito a farlo. Magari questo libro potrebbe essere l’inizio.

Giovanna

http://www.portadimare.it/news/cronaca/15667-presentazione-del-libro-di-giovanna-rotondo-omaggio-a-orlando-sora

video della serata https://www.youtube.com/watch?v=qwkw0nsgl8w

Orlando Sora Artista del Novecento. Un articolo di Gianfranco Scotti su La Provincia di Lecco

Pensavo di pubblicare la rassegna stampa del mio libro “Omaggio a Orlando Sora Artista del Novecento“. Alcuni articoli sono belli e vale la pena leggerli. Sono un omaggio a Sora. Il primo articolo è di Gianfranco Scotti, che ha anche scritto una bella prefazione per il libro. Non so se l’ho inserito in modo corretto, spero.    Giovanna

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