Chiesa senza Cristiani e Cristiani senza Chiesa

Chi non ha ancora impressi negli occhi e nella memoria quella foto di Piazza San Pietro vuota, con al centro in completa solitudine Papa Francesco e il cerimoniere Monsignor Marini, durante la benedizione Urbi et Orbi impartita la sera del 10 aprile 2020? E i commenti, di teologi e religiosi, in riviste e quotidiani nazionali, su quell’immagine assolutamente inedita, che ha lasciato attonita e muta la terra, non soltanto l’umanità cristiana?
Un’immagine tanto angosciante quanto apocalittica, che mostra una Chiesa, a pandemia ormai conclamata, in versione The day after (Il giorno dopo), molto cattolica e così poco cristiana, per l’esclusione dei suoi fedeli dal rito liturgico del triduo pasquale.
Ma io non mi soffermerei tanto su quella foto, apparsa su tutte le testate giornalistiche del mondo, seppure fonte di oscure premonizioni, quanto su quei commenti che Luca Kocci ha riportato nel Manifesto del giorno 11, con il titolo: Pasqua senza tempio. La pandemia interroga il significato della fede, in cui il valente giornalista domanda e si domanda che senso abbia quest’esperienza religiosa al tempo del coronavirus, dal momento che “ci sono preti che celebrano l’eucaristia da soli, nelle chiese vuote, ripresi da una webcam che trasmette in streaming il rito; e fedeli, che guardano la messa in televisione o sullo schermo di un computer o di uno smartphone, come spettatori di un film o di una serie su Netflix”.
E non solo, se tutto questo “non sia il rovesciamento della natura profonda della fede cristiana, ma anche di altre esperienze religiose e spirituali, fondate su una dimensione comunitaria che ora è inevitabilmente assente”.
Tutte domande, alle quali Kocci cerca ora di rispondere, riunendo più punti di vista. Da quello, in un tweet del 29 febbraio, del priore di Bose, Enzo Bianchi, quando ancora le misure restrittive erano in vigore solo al nord Italia, che si chiedeva: “Ma siamo sicuri che la Chiesa adottando, contro il possibile contagio, misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione? Un cristiano non sospende la liturgia!”; a quello del gesuita Bartolomeo Sorge, ex direttore della Civiltà Cattolica, che il 2 marzo si domandava: “Perché vietare le messe se sull’altare c’è quel Gesù che guariva quanti lo toccavano?”.
Da quello di Alberto Maggi, monaco dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro studi biblici Giovanni Vannucci di Montefano, così restio ad accettare la messa in streaming, sia perché “Dio non è presente solo dentro una chiesa, sta soprattutto fuori dal tempio, quando ci si mette a servizio degli altri”, sia perché “l’eucaristia, momento centrale nella vita della comunità cristiana, va celebrata comunitariamente, con i fedeli presenti”; a quello, sul Foglio, di Luca Diotallevi, sociologo che, dopo avere ammonito “di non trasformare lo schermo in un tabernacolo”, aggiungeva che “il problema sono i preti che sono cresciuti, educati e abituati al rito, e ora, senza, si sentono persi, smarriti”; non certo la Pasqua, che, anche senza la liturgia, “può diventare una Pasqua dinamica (se) l’annuncio di Gesù risorto è “andate”.
A quello, infine, di Vito Mancuso, libero teologo e filosofo, propugnatore dell’idea che la celebrazione della messa senza popolo possa anche considerarsi come “una preghiera individuale del celebrante che, secondo la teologia cattolica, può diventare un grande momento di intercessione per coloro che vorrebbero partecipare ma non possono farlo”.
E fin qui, le riflessioni, raccolte da Luca Kocci nella pagina della cultura del quotidiano italiano, relative al caso in cui la Chiesa si ritrovi d’un tratto, vuota, senza i cristiani, senza gli abituali fedeli o credenti, che dir si voglia.
Ma ora, a paradosso vorrei aggiungere altro paradosso e dire che, mentre riflettevo sopra quei commenti, mi sentivo tirare per la giacca da un aforisma che per similarità di temi e di parole andava a ricomporsi come l’altra faccia di una medesima medaglia. Era il noto motto siloniano “Cristiano senza chiesa”.
Chi sia, ora, questo “cristiano senza chiesa” è presto detto. Non prima, però, d’aver ringraziato Don Aldo Antonelli che mette in guardia, ammonendo di non prendere quel “senza, come avverbio privativo ma come aggettivo qualificativo…; anzi, qualcosa di più, come sostantivo liberativo! (“Sostantivo” nel senso che è pieno di sostanza…)” perché restituisce l’immagine di un cristiano a tutto tondo, erede di “una religione dell’uomo”, come Silone la chiama per bocca di Pier Angelerio del Morrone, più antica, in Abruzzo, del cristianesimo: “Tra questi monti c’è un’antica tradizione, ancora più antica della venuta di Cristo, ed è l’ospitalità. Per i nostri antenati più lontani … secondo la legge naturale impressa nei loro cuori, l’ospite era sacro”.
Cristiano, per Silone, è colui che ha oltrepassato i muri, le barriere, gli steccati che sono stati costruiti dentro di noi in nome di ideologie e dogmi, partiti e chiese, per realizzare, come l’eredità cristiana gli suggerisce, una morale naturale dell’uomo superiore, fondata sul senso di responsabilità che l’uomo superiore sente verso gli altri, come seppe fare solo Cristo, come lui, cosciente e responsabile, che non vuole più essere un eroe per caso, in balia di oscure trame, e non accetta più la pena per una colpa di cui non è consapevole, retaggio di un medioevo mistico e irrazionale.
Il cristiano al quale Silone fa riferimento è, allora, l’uomo che conserva intatta l’utopia di quei secoli, come l’avevano proposta, prima, il cristianesimo comunitario delle origini e dopo più d’un millennio, un santo/eretico meridionale.
Un “Cristiano senza chiesa”, questo, che non tarda a manifestarsi come speculare a “Chiesa senza cristiani” o “Pasqua senza tempio”, che sottolinea come il contrasto fra chiesa profetica e chiesa storica non sia ancora del tutto spento, anche ora al tempo di questa pandemia. Anzi, ne accentua ancora più vistosamente il divario: da una parte, una chiesa la cui unica preoccupazione sembrerebbe quella di esserci ancora il giorno dopo la tempesta, portando i riflettori su San Pietro e la sua suprema autorità istituzionale, il Papa officiante; dall’altra, il dissolvimento delle anime come “fumo”, che, allo stesso modo di Silone-Celestino, continuano a vagare lontano dai templi.
Un’immagine visiva e culturale a un tempo, insomma, quella Piazza San Pietro deserta e il dibattito che ne è seguito, tutt’altro che frutto del Coronavirus, ma espressione di un dissidio, quale si trascina da millenni, in seno a un’Istituzione che ha preferito l’eternità al tempo, fra coloro che sostengono che la fede cristiana non si possa separare dalla speranza e dalla carità e coloro che non sanno o non vogliono riconoscere che la radice di tutti i mali, per la Chiesa, sia nella tentazione del potere.

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Giuseppe Leone

Un articolo nel quale Giuseppe Leone ha evidenziato uno dei più annosi dibattiti della Chiesa: il conflitto tra spiritualità e potere. Un conflitto millenario tutt’ora intenso. Ho ritrovato molti dei miei pensieri in questo scritto da cui potrebbe nascere un confronto vivace e produttivo ma anche necessario alla Chiesa di domani.  Giovanna

 

L’articolo di Giuseppe Leone, storico e critico letterario è pubblicato alle pag.10 e 11 della rivista Pomezia – notizie, diretta dal Prof. Domenico Defelice. Una rivista di approfondimenti culturali di notevole pregio.

La storia e noi

In questi giorni di violenza in tempo di pace – ma la violenza è una condizione quotidiana che quasi non avvertiamo più – si abbattono statue. La storia insegna che nei momenti di rivolta si distruggono le statue dei potenti, si saccheggiano e si distruggono i simboli che li rappresentano.
Ma avviene anche nei momenti di conquista, grande fu il mio dolore per la distruzione delle statue dei Buddah nella valle di Bamyan, in Afghanistan, da parte dei talebani, al fine di mostrare la loro forza. Fu un atto barbaro, vandalico, terroristico. Oggi, negli Usa e nel mondo, vengono abbattute statue che ricordano il passato, soprattutto un passato coloniale e schiavista.
Nancy Pelosi, speaker della Camera, si è espressa a favore della rimozione delle statue di personaggi degli stati confederati del Sud, esposte in Campidoglio. Per quale ragione? per dimenticare che il benessere degli stati del sud era basato sul commercio di schiavi, sul loro lavoro? o perché la storia deve essere una continua revisione del passato? O per le due cose insieme? Fin dopo la seconda guerra mondiale, non abbiamo mai seriamente compreso l’entità e gravità dei crimini commessi contro l’umanità dal potere costituito e di qualsiasi confessione: i più deboli soccombevano, venivano spazzati via dai bisogni del più forte. Ma tra i popoli sta nascendo una coscienza diversa, finalmente, e oggi si incominciano a vedere tutti quei crimini e massacri che la storia non racconta. La storia non può celebrare le vittorie di chi ha commesso crimini e genocidi, nessuno escluso, come la società non deve onorare chi si arricchisce macchiandosi di delitti orribili e poi diventa filantropo. Non si può schiacciare l’occhiolino a comportamenti criminali, devono essere condannati come tali: forte e chiaro!
E spero nasca anche la vergogna del possesso di grandi ricchezze. Per quale ragione poche persone debbano possedere il 90% delle ricchezze della terra? E’ abbietto permettere che milioni di persone muoiano di fame, la prima causa di morte al mondo, mentre pochissimi possiedono sufficienti ricchezze per sfamarli tutti.
Per quale ragione un mercante di schiavi come Edward Colston debba ricevere grandi onori: vie, piazze e statue a suo nome per i secoli a venire? Le sue azioni filantropiche sono opere di beni derivate da ricchezze grondanti sangue per aver ridotto in schiavitù, razziandoli dalla loro terra di origine, e venduto, migliaia e migliaia di persone. Forse che sono da considerare esseri umani di un’altra specie? o inferiori? Tuttavia le opere di bene da lui elargite faranno sì che la comunità lo celebri con statue commemorative e altro. Una grande ipocrisia!
Innumerevoli ricchezze e potenze finanziare sono state costruite su sfruttamento e inquinamento, su repressione di esseri umani, sulla schiavitù più bieca, depredando risorse di altri popoli e, dulcis in fundo, sulla costruzione di armi terribili per fare guerre, che altro non sono che una continuazione di interessi. Io sono più bravo di te e ti violento, ti distruggo, ti do il minimo per vivere, sfrutto tutto ciò che posso e verrò anche rispettato per le mie ricchezze e passerò alla Storia come benefattore. L’hanno fatto i conquistadores, l’hanno fatto i privati, i governanti nelle colonie, la storia lo insegna, ma non dice a sufficienza che dietro a tanti atti si nascondono crimini efferati, genocidi e sofferenze indicibili. Bene, è il momento di dirlo.
L’uccisione di afroamericani e non solo, e altri atti sconsiderati compiuti dalla polizia, non sono tollerabili. La violenza crea violenza e dev’essere condannata, sempre e comunque, e da qualsiasi parte venga, anche le rivolte violente che si sono susseguite a questi atti di violenza. Sono anni che la politica ignora questi episodi o non riesce a imporsi. Perché? Per non perdere voti? O perché è essa stessa violenta? Il discredito, come forma di lotta politica usato contro gli avversari dai politici e ripreso dai mass-media, ha ripercussioni sociali pesantissime. Una politica divoratrice, cannibale! Che non insegna nulla ma semina populismo. E, nonostante tutto, in una larga parte delle popolazioni cresce la consapevolezza dell’ingiustizia sociale, dei diritti violati, di ciò che siamo: preda di un potere intricato che si è stratificato in secoli e anni di ingiustizie, spesso giustificate come ragioni di stato, e fatica a trasformarsi in qualcosa di più accettabile e al servizio del popolo. Si parla dei limiti della democrazia, ma è il potere e coloro che lo detengono a essere il limite della democrazia, non il popolo. Ed è questa concezione del “fine giustifica i mezzi” che dev’essere rivista, altrimenti non ne usciamo. Ed è sempre la politica che alimenta il populismo con comportamenti poco trasparenti, la politica non è interessata al popolo e alla sua formazione, ma semplicemente al suo tornaconto. E se il popolo viene abbandonato a se stesso che cosa può fare? diventa populista! Troppo comodo accusarlo, non diamogli comportamenti corrotti, false notizie ma comportamenti etici: il nostro corpo vive se funziona la testa, ma se la testa non funziona anche il corpo non funziona.
Inoltre la politica e i mass-media distorcono il senso del politicamente corretto, secondo tendenze, bisogni e finanziamenti. Ed è questo l’altro limite della democrazia, se si fosse più attenti a servizi e cultura, a creare bellezza e risorse, anche il popolo migliorerebbe e potrebbe sviluppare una maggiore coscienza critica. La libertà non è il liberismo più bieco: libertà di stampa e di espressione non vuol dire volgarità di pensiero e di costume, ma libertà di poter esprimere il proprio pensiero anche se in disaccordo con il tuo o con il potere, nel rispetto delle regole.
Se vogliamo cambiare la nostra visione di società e potere, dobbiamo capire le ingiustizie perpetrate nei secoli anche da grandi uomini, la storia deve essere riscritta con altri occhi e la grandezza di alcuni riconsiderata. E’ un percorso lento quello della revisione storica, ma è l’unico modo per diventare civili, per non essere razzisti. Le mistificazioni storiche non fanno crescere.

Penso a quel meraviglioso popolo che erano i nativi americani: nella loro concezione di vita la terra era di tutti, si usava solo il necessario per vivere e non si accumulavano ricchezze, non possedevano nulla oltre a quello che potevano trasportare. Sono stati massacrati. Uno dei tanti genocidi della storia, e per lungo tempo sono stati denigrati come selvaggi, ma erano un popolo molto civile. Hanno difeso la loro terra e i loro diritti con fierezza, prima di essere distrutti e relegati nelle riserve, in terre aride, povere e fredde. E così hanno fatto i Conquistadores con gli indigeni nelle terre conquistate e il colonialismo europeo di fine 1800: si credevano addirittura superiori ai popoli che colonizzavano, distruggendone cultura e costumi e depredando le loro risorse. Non si possono continuare a legittimare i delitti perpetrati nei secoli, devono essere condannati. Ma sta nascendo una coscienza diversa, è ancora agli albori, spero solo che continui a crescere.

Riguardo alla statua di Edward Colston – e a statue di personaggi simili – mi sorge spontanea la domanda: “Perché l’avete messa lì”? prima o poi bisognerà rispondere a domande come queste, altrimenti si continuerà a pensare che non tutti gli esseri umani siano uguali. Se tolleriamo o addirittura onoriamo la memoria di simili personaggi  dedicandogli  vie e piazze, oltre che statue, continueremo a vivere nell’ambiguità.

 

Le parole a comprendere di Domenico Defelice

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Domenico Defelice

Le parole a comprendere

Ho ricevuto il bel libro di Domenico Defelice qualche tempo fa, per una recensione, ma gli eventi faticosi di questi terribili mesi di pandemia, e non solo, mi hanno distratto dalla vita quotidiana, portandomi in una dimensione complessa, dove mi sono sentita, e mi sento tutt’ora, prigioniera di un mondo incomprensibile, una “Torre di Babele”.
Grande è stata la mia sorpresa quando, ritrovando il libro di poesie di Defelice, ho notato, cosa che mi era sfuggita all’inizio, l’immagine della Torre di Babele in copertina. Come a ricordare che, se gli eventi si possono percepire ancor prima che accadano, bisogna, tuttavia, avere memoria del passato, per comprendere e vivere il presente e costruire il futuro: non una semplice evocazione del passato, ma coscienza di quello che siamo e da dove veniamo.
Ho letto e riletto il testo più volte, scoprendo, nei versi dello scrittore e poeta, scelte espressive multiple: nella prima parte, la nostalgia di momenti lontani e la consapevolezza del presente, opere di poesia di altissimo livello.
Disillusione e ironia nei comportamenti di chi detiene il potere, per i registri linguistici adottati nelle altre tre sezioni.
Ne “Le parole a comprendere” prima parte del testo, la più poetica e sentita, la poesia di Defelice racconta la storia dell’esistenza, l’esperienze, i sentimenti, il passare del tempo, l’approssimarsi della fine della vita. Uno stile fluido, non enfatico, amorevole nei ricordi familiari, poetico nella narrazione: una persona che ama la natura e che crede in Dio come rifugio finale. Mi ha affascinato l’uso che fa della lingua, la sua bellezza:

Per me bambino selvaggio
era la montagna
degli alberi morti.

Seduto sopra una pietra
d’estate godevo la sua ombra
e scrivevo versi sulle lunghe
e decorate foglie del noce, la mente
persa ad altre montagne
e pianure e mari sconfinati.

——

Parlano i pioppi.
Un ciarlo continuo
nella frescura delle foglie.
Racconti son d’amore
di passeri e fringuelli.

——

Chi ama non urla.
L’amore non si nutre di parole,
ma d’attenzione e silenzi.
Quando l’anima canta
le parole le dicono gli occhi
e qualche furtiva carezza.
——

A cena, pane e cicoria
cotti in acqua di fiume
per le nostre bocche avide.

Ognuno con la sua ciotola grigia
seduti in cerchio sotto il fico moro.

mia madre, attenta vivandiera, non mangia,
sazia della nostra fame mai placata.

Parole a comprendere, parole in cui rivedo la mia infanzia.

Molto graffiante la seconda parte dell’opera: Ridere (per non piangere), in cui l’autore lamenta il declino del paese causato dall’incapacità e dalla voracità dei politici. Descrizioni che rispecchiano una realtà amara, assolutamente condivisibile:

Ed in mezzo allo sfacelo
il politico? Fa festa!
Privilegi, emolumenti, sprechi, inutili poltrone, consulenze, auto blu…
Tutto quanto come prima.
Anzi, no, sempre di più!

——

La manovra è troppo dura?
La batosta è dolorosa?
il tuo reddito è meschino?
La gran fame ti tormenta?
Lascia perdere la lagna,
corri tosto in Parlamento.
Lì è tutta una cuccagna.
Con una spesa assai modesta,
lì si beve e lì “se magna!”

Irriverenti i ritratti della terza e quarta sezione del libro, “Epigrammi” e Recensioni” dove, con tono sarcastico, chi scrive gioca con le parole con grande maestria e padronanza linguistica, ridicolizzando la presunzione e le esternazioni di coloro che affrontano la vita con ipocrisia.

Presidente? E di che, d’un mercimonio?
Tra disgraziati senza comprendonio
signoreggi bastardo più di un mulo
e per fornire di pannolini il culo
vai spendendo, superbo, un patrimonio.

——

Tutta la tua sostanza è una targhetta
appiccicata sopra il tuo portone;
una carta intestata; un ‘etichetta
che un giorno finiranno in un bidone.

——

Di-vini
versi profondi.
versi veramente sopraffini.

Che parole carine,
divine!
Arlecchino
voglio esserlo anch’io
e spero di superarlo, o Dio:
Cia batta ciattaba.
In vece battaccia
tabicata catabita.

attaciba ibattaca
attabiac che così,
ciabattando in siffatta
ciabatta
e frantumando i colori
con gl’ iòni,
sono riuscito ad essere ironico
e fare stupenda poesia!
Dite, se non è
la mia
raffinata follia!

Un libro che sorprende. Contenta di averlo ricevuto, letto, riletto e meditato.
Domenico Defelice è direttore e fondatore di una delle più antiche e interessanti riviste culturali del nostro paese: Pomezia – news.
Una rivista mensile che ospita opere letterarie, saggistica, recensioni e in cui, io stessa, ho avuto il piacere di vedere recensiti due miei libri a firma di Giuseppe Leone, critico letterario, che ringrazio per avermi segnalato questa bella opera di Defelice.

Giovanna Rotondo 

Inserisco il link di Pomezia- notizie per chi volesse visitare il sito, la recensione del libro è visibile a pag.8/9. Molto interessante la rivista e gli articoli pubblicati.

Pomezia Notizie 2020_7 by Domenico – issuu

Chissà…se

Mi mancherà
l’immensità del cielo
le sfumature senza fine
dei suoi colori,
i rossi variegati
dei tramonti e delle albe,
le nuvole leggiadre
che si trasformano,
imprevedibili,
in forme cupe,
gonfie di pioggia.

Mi mancheranno
I cieli stellati
delle notti limpide,
le sottili falci di luna
che si riempiono piano
fino a diventare tonde,
bianche o gialle.
I boschi misteriosi
pieni di vita e di colori,
le lunghe passeggiate
solitarie.

Mi mancherà
quell’assordante
frinire di grilli e cicale
nelle sere d’estate…
I ricordi dell’infanzia
pieni di sogni
seduti sulla porta
di casa a sussurrare,
intorno, voci gioiose
di bimbi
intenti al gioco.

Chissà… se
mi mancherà questa vita,
quando morirò.

In un pandemonio di pandemia, che ho già definito una Torre di Babele, in cui emergono soprattutto incapacità e manipolazione, superficialità… il disagio è grande. Si può trovare conforto nell’arte, nella poesia, nell’amore per la natura, per le persone, ma, anche, nella consapevolezza che non siamo immortali e la fine della vita è il nostro futuro.

Giovanna

 

Aprile 1945 di Bruno Bianchi

Bruno Bianchi descrive quattro morti fucilati, di cui non si vede il viso, distesi nel cortile della scuola. Lo fa senza retorica, con pena e tenerezza: “hanno piedi come quelli dei bambini con qualche buco nelle calze”. Incredulo, che quelle vittime dai piedi di bambino, che “sembrano aspettare la madre”, possano essere il nemico. Uno scritto che commuove.

Ringrazio Elena che mi ha permesso di leggere e pubblicare la tragica testimonianza di un momento di guerra, raccontata da suo padre con rispetto e comprensione per le vittime nemiche. Giovanna

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Bruno Bianchi