Paul Gauguin al Mudec di Milano

 

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Paul Gauguin al Mudec di Milano

Giovanna Rotondo Stuart

La mostra di Paul Gaugain, inaugurata al Mudec di Milano il 28 ottobre, rimarrà in programma fino al 21 febbraio 2016. Il Mudec, il nuovo Museo della Cultura, è stato realizzato nell’area dell’ex Ansaldo, un vecchio complesso industriale comprato dal Comune di Milano e trasformato in area culturale: il comune si occupa della direzione scientifica mentre “24 Ore Cultura” – una società del gruppo del Sole 24 – della programmazione culturale. Un complesso moderno e futurista nella zona di Porta Genova, in via Tortona, un luogo interessante che avrà successo.

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La mostra, promossa dal Comune di Milano Cultura e da 24 Cultura, con la collaborazione della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, è presente al Mudec con 70 capolavori, di cui ben 35 provengono dal museo danese, che raccoglie una delle più significative collezioni di Gauguin, e altrettante sono prestiti provenienti da altre prestigiose Gallerie d’Arte.

Si possono ammirare dipinti importanti di questo grande e inquieto, nonché irrequieto artista, che ha viaggiato da un continente all’altro, per lavoro o in cerca di ispirazione.
Molto interessanti le sculture in legno di quercia dipinto a mano e le bellissime zincografie della suite Volpini, una decina in tutto, stampate su carta gialla, che Gauguin aveva elaborato per decorare le café Volpini.
La mostra esprime il tormentato percorso pittorico dell’artista che, da un ambiente impressionista-naturalista, a volte sofisticato, cerca la sua ispirazione in un mondo più istintivo e primitivo.

Nei due autoritratti di Gauguin presenti in questa rassegna, uno del 1885 e l’altro del 1991, si notano le prime differenze stilistiche: il primo, un bel ritratto realista dell’artista, dipinto secondo le regole del “dipingere ciò che si vede” non esprime ancora la sua ricerca di un’arte meno ragionata e più primitiva come nel secondo autoritratto, con il Cristo Giallo in uno sfondo dai colori piatti e intensi, in cui si coglie la ricerca dell’arte intesa come dipingere anche “ciò che si immagina”, e che diventerà l’essenza della sua pittura.

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Paul Gauguin ha avuto una vita particolare, già all’età di un anno, nel 1849, si trova a viaggiare su una nave alla volta di Lima, la sua era una famiglia benestante e il padre, di idee socialiste, non voleva vivere il clima politico della Francia di quell’epoca, ma muore in nave durante il viaggio e lui crescerà senza l’appoggio di una figura paterna.
Nel 1855 sua madre lo riporta in Francia, a Orleans, insieme a sua sorella Aline, maggiore di lui di un anno, da dove, dopo qualche tempo, si trasferiscono a Parigi. I primi ricordi dell’infanzia dell’artista, vissuta in un mondo pieno di colori e più semplice, probabilmente influenzeranno, negli anni a venire, la sua pittura.
La prima formazione di Gauguin avviene in un istituto cattolico, Le petit Seminaire.
Nel 1862, Gauguin non riesce a superare l’esame di concorso per l’ammissione alla Marina Militare e, dopo un anno, si arruola come allievo pilota nella Marina Mercantile, nella rotta che va da Le Havre a Rio de Janeiro, ma in seguito seguirà anche altri percorsi. L’anno dopo la morte della madre, avvenuta nel 1867, allo scoppio della guerra tra Francia e Prussia, si arruola nella Marina Militare e ci rimane per tutto il tempo della guerra Franco Prussiana, viene congedato nel 1871 e si stabilisce a Parigi.
E qui, a soli 23 anni, inizia la sua nuova vita.

A Parigi intraprende la carriera di Agente di Cambio e, nel 1872, si sposa con una giovane danese, Mette Sofie Gad, da cui ha cinque figli. Ma è solo nel 1874, che Gauguin, che è sempre stato un appassionato d’arte, si iscrive all’Accademia d’arte Colarossi, dove, in quello stesso anno conosce Camile Pissarro, uno dei maggiori impressionisti e che avrà una grande influenza sulla sua pittura, almeno inizialmente.

Un paio di anni dopo, quando perderà il lavoro come agente di cambio, decide di vivere di sola pittura e diventare pittore. Nel 1884 la moglie, anche a causa delle precarie condizioni finanziarie in cui si ritrovano, si trasferisce in Danimarca. Gauguin la segue con i cinque figli che sono nati nel frattempo, ma vivere in quel paese non gli è congeniale e, un anno dopo, se ne torna in Francia, senza un soldo, portando con sé uno dei figli di appena cinque anni.
Insieme vivono un periodo difficile e faticoso, dove Gauguin si adatta a far di tutto pur di guadagnare qualche soldo per curare il figlio che si ammala gravemente di vaiolo.
Finalmente, con il 1886, arriva un anno buono, ricco di avvenimenti, Gauguin frequenta molti pittori del tempo da Pissarro a Signac, da Bonnard a Van Gogh, per menzionarne alcuni, lavora con loro ma, spesso, rompe anche i rapporti.

Tra un viaggio e l’altro, tra una mostra e l’altra, nel 1888, il fratello di Van Gogh, Theo, lo convince ad andare a vivere ad Arles, nel sud della Francia dove Vincent vuole creare un punto d’incontro per pittori.
Vivono nella Casa Gialla di Van Gogh per più di due mesi e, nonostante la convivenza tra i due non sia delle migliori, riescono a dipingere insieme per qualche tempo. Ma sono due persone con esperienze estremamente diverse, ciò si riflette nelle loro abitudini quotidiane e nel modo di esprimersi. Per Van Gogh“Il nostro dover è pensare, non sognare”.  Per Gauguin l’arte è “Prima di tutto emozione”.
Inoltre, a Gauguin non piace Arles, lui sogna altri spazi, altri orizzonti, altri colori… La vita tra i due diventa presto intollerabile e, in seguito a un litigio in cui Van Gogh si taglia un orecchio, Gauguin si trasferisce in albergo; se ne ritornerà a Parigi dopo qualche giorno per viaggiare alla ricerca di quel luogo più primitivo e spontaneo a cui pensa da tempo: una terra in cui vivere e ispirarsi per il suo lavoro.

La prima parte della mostra è dedicate al Gauguin impressionista e sono esposte alcune opere di Pissarro, Cezanne, Van Gogh. Si viaggia in un mondo esotico dove realtà, fantasia e mito si intrecciano. Nella seconda sala si può ammirare Il capolavoro di Gauguin, “Donna tahitiana con fiore” che impersona il suo ideale femminile: una figura dolce e solida dipinta con colori vivaci e poco elaborati.
Non lontano il bellissimo “Nudo di donna che cuce” di dieci anni prima, apprezzato dalla critica per la sua impronta realista. Altrettanto bella è la “Natura morta con fiori”, quasi un’ impressione, come un’impressione è il suo “La costa a Dieppe” di alcuni anni dopo. Molto decorativi i guazzi su tela, una tecnica simile all’acquarello, ma più densa, che fa uso del bianco per schiarire i colori. Gauguin si è cimentato con tecniche e materiali diversi: guazzo, incisione, olio, legno dipinto, zincografia e altro.

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Donna tahitiana con fiore, 1891, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Nudo di donna che cuce, 1880, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Natura morta con con fiori, 1882, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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La costa a Dieppe, 1885, olio su tela, Ny Carlsberg, Copenaghen

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Paesaggio francese, 1885, guazzo su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

La ricerca del Paradiso

La vita dell’artista sarà sempre tormentata e faticosa, dal 1885 in poi è un viaggio tra sogno, realtà e ricerca: Gauguin è un artista che ama sperimentare, come si può notare dalle opere esposte alla mostra. La sua diviene una pittura di forti contrasti di colore, più semplificata e meno elaborata di quella impressionista dei suoi primi anni di studio, uno stile che non lo abbandonerà più fino alla sua morte, avvenuta a Tahiti, dove è sepolto, nel 1903.
La ricerca di un Paradiso, un mondo più libero, meno convenzionale, con poche regole semplici e naturali in cui vivere, diventa per lui una necessità e, dopo aver tentato altre vie, tra cui un breve soggiorno in Martinica con il pittore Laval, nel 1891 si imbarca per la Polinesia.
Ma anche la sua vita in Polinesia sarà tormentata. Si ammala, sputa sangue e deve tornare in Francia per curarsi, ma non ha i soldi per farlo. Verrà rimpatriato a spese del governo e arriverà a Marsiglia, nell’agosto del 1893, con pochi franchi in tasca. A Papeete lascia la sua compagna e il figlio che non vivranno più con lui quando tornerà, due anni dopo.
Al suo ritorno in Polinesia, nel settembre del 1895, l’artista alterna qualche periodo buono a momenti difficili, in cui l’indigenza, ma soprattutto il dolore per le malattie di cui soffre e la depressione, lo affliggeranno al punto che tenterà di togliersi la vita con l’arsenico, senza riuscirci. Quell’anno, il 1897 dipingerà il suo testamento: Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?
Nonostante tutto riesce a lavorare sempre, ad avere nuove compagne e altri figli tuttavia morirà solo.

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Donna con manghi, 1899?, legno di quercia dipinto a mano, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Donna sdraiata con ventaglio, 1889 circa, legno di quercia dipinta, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Due zincografie della suite Volpini stampate su carta gialla, 1889, State Museum for Kunt, Copenhagen

10917371_625355390923612_4261410150210661514_n.jpgLa danza del fuoco, 1891, olio su tela, The Israel Museum, Gerusalemme

gauguin_mostra_milano.jpgDonne Tahitiane sdraiate “Il divertimento dello spirito maligno”, 1894, olio su tela, Ny Carlsberg Gliptotek, Copenaghen

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Hina e Fatou, 1892, legno di Tamanu, Toronto, Art Gallery of Ontario. Ricalco su carta giapponese, tratto da Cilindro di legno con Cristo in croce di Paul Gauguin, 1894, Metropolitan Museum of Art, New York

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Giorno di Dio, 1894, olio su tela, The Art Institute, Chicago

Parole di Gauguin

“Non si deve dipingere solo ciò che si vede ma anche quello che si immagina.
“Io chiudo i miei occhi per poter vedere.”

In questa frase c’è tutto il pensiero di Gauguin: dipinge a colori piatti, senza prospettiva e senza la percezione dello spazio. Ombreggia solo se è in armonia con la composizione, sacrifica colori minori e sfumature per rendere la sua pittura immediatamente comprensibile, emozionante, primitiva.

“Innanzi tutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”

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La felicità

Il passato l’ho vissuto
Nella gioia e nel dolore
Il futuro non mi appartiene.
Amo le lunghe passeggiate
Solitarie lungo il lago
Con qualsiasi tempo,
Qualsiasi colore.
Mi stupisce la bellezza
Delle cose intorno a me,
L’esistenza delle creature.
Penso a quanto mi circonda,
Al sentimento di tenerezza
Che la vita mi ha donato.
Alla quiete intima, profonda
Che oggi mi accompagna.
Può essere questa la felicità?

O è la quiete prima dell’Addio?

Il Risveglio

L’odore che emanava era terribile. Non si respirava quasi. Pensò al medioevo, ai miasmi di allora: a quei tempi esseri umani, animali, rifiuti di ogni tipo e quant’altro vivevano in piena promiscuità. “Ma cosa avete portato. Un pezzo di fogna?” si rese conto che era una cosa seria quando lo vide sulla barella. Due poliziotti controllavano le operazioni di soccorso.
“E’ morto?”
“Sembra di no. Ma lo sarà a breve se non fate qualcosa subito”.
Donata Rosci guardava l’uomo, in posizione fetale, immerso nei suoi escrementi da più e più giorni. Gli occhi sigillati dalle croste, capelli e barba incolti, in uno stato di sporcizia totale.  Cachettico. Sembrava già in preda ai vermi… Bisognava idratarlo ancor prima di pulirlo, rischiava di morire nel frattempo: c’era il pericolo di un blocco renale! Gli disinfettò lei stessa le braccia per le flebo, inserì gli aghi. Preparò ogni cosa con estrema cura, avvertendo tutta la responsabilità delle sue azioni. Gli guardò gli occhi, le croste erano spesse, purulente. Ed era pieno di piaghe, dovevano fare attenzione alle infezioni. Inserì degli antibiotici nella flebo. Fece dei prelievi di sangue da mandare in laboratorio. E proseguì con una prima, accurata disinfezione e pulizia degli occhi. Se avesse superato le prossime ore, avrebbero potuto pulirlo e cambiarlo, sarebbe stato difficile curarlo, altrimenti. Era la seconda volta che pensava “se”. Fu presa dalla nausea e dovette uscire: “Per fortuna è una notte tranquilla”, pensò. Accadeva di rado. “Chissà chi è e come ha fatto a ridursi così o chi l’ha ridotto così”. Avrebbe voluto sapere, ma preferì non chiedere. Non ancora. Era tempo di consultare i colleghi nei reparti e sentire la loro opinione: queste prime ore di cure sarebbero state fondamentali. Donata parlò personalmente con i medici di guardia in nefrologia e in medicina, presenti per il turno di notte, chiese loro di venire al più presto alla rianimazione del PS per un codice rosso. Il gruppo, dopo essersi consultato, decise che bisognava continuare con le flebo e verificare spesso le funzioni renali, che potrebbero essere state compromesse dall’assenza di liquidi. Si poteva procedere a una disinfezione e medicazione delle piaghe dell’uomo, prima di spostarlo in un altro reparto. Donata guardò l’ora, era mezzanotte: bisognava rapargli barba e capelli il più possibile, erano infestati da parassiti. Tagliare gli indumenti che aveva indosso e rimuoverli cercando di non strappargli pezzi di pelle. Continuare con la terapia antibiotica via flebo, la reidratazione e nutrizione sempre via flebo e… sperare!
La dottoressa, insieme al personale ausiliario, si prodigò al massimo: passò la soluzione disinfettante sulle piaghe per rimuovere gli indumenti, diverse volte. Con delicatezza. L’uomo era pelle e ossa, non c’era più niente, solo organi e pelle! Lo girarono pian piano sull’altro lato e rifecero le stesse operazioni. Albeggiava, Donata era sfinita ma contenta: si era affezionata a quel povero essere indifeso che giaceva come un infante. Aveva eseguito con scrupolo tutto quanto era possibile per rimediare al danno da lui subito. Di positivo c’era che l’uomo era ancora vivo: era stato bonificato, coperto da un lenzuolo pulito e presto sarebbe stato trasferito in reparto. Non puzzava più!  Sarebbe tornata a trovarlo al ritorno in servizio. Si chinò a guardarlo con attenzione, quasi volesse ricordarsi del suo viso, dei suoi lineamenti e fu allora che lo udì bisbigliare parole incomprensibili: le sembrò di sentire il nome di una donna o fu solo la sua immaginazione? Il mormorio non era chiaro e non aveva senso logico. Donata provò a fargli delle domande:
“Come si chiama? Sa dirmi chi è?” ma non ci fu risposta.
Prima di staccare dal turno, volle sapere la storia al funzionario di polizia che nel frattempo era venuto a chiederle come stava:
“Difficile dirlo… sono ottimista, c’è stato il tentativo di pronunciare alcune parole, un tentativo meccanico, incomprensibile, non ha ancora ripreso conoscenza: è presto per sciogliere la prognosi. Le prossime ore saranno decisive. Posso sapere qualcosa di lui?”.
Il funzionario raccontò che l’avevano trovato per caso nell’Interland Milanese. Erano all’inseguimento di alcuni spacciatori. Cercavano una consistente partita di droga e setacciavano qualsiasi nascondiglio: siepi, sassi tutto ciò che potesse servire allo scopo. Uno dei cani, raspando il terreno, aveva mosso un piccolo oggetto luccicante: un gemello da polso, molto bello, con delle iniziali, un oggetto strano per quei luoghi! Avevano cominciato a battere il territorio intorno palmo a palmo: ogni siepe, arbusto, finché, sempre per caso, si erano trovati nei pressi di un casupola bassa resa invisibile dalla sterpaglia, senza finestre, solo una grata, per l’aria. Ideale per nascondere della merce. Avevano chiesto rinforzi e tirato giù una pesante porta di legno, chiusa da due robusti catenacci: uno in alto e uno in basso. E lì la scena indescrivibile, il resto lo sapeva. Avevano molti indizi e pochi dubbi sull’identità dell’uomo. Si trattava di un imprenditore sequestrato un paio di mesi prima e di cui si era perso il contatto: Antonio R. La famiglia era già stata allertata. Donata era giunta alla fine del suo turno. Più che un turno era stato un viaggio, ma non voleva andar via. Aveva davanti agli occhi il viso dell’uomo, un cenno di sorriso agli angoli della bocca, quasi sognasse. Chiese al collega di tenerla informata sugli sviluppi della situazione del malato e di comunicarle un suo eventuale trasferimento presso altri ospedali.

Percepiva una sensazione di benessere totale, si sentiva avvolto in una luce bianca che avvertiva filtrare da sotto le palpebre: leggero, pulito, in pace con se stesso, come se fosse appena nato. Accade, qualche volta, tra il risveglio e il sonno, se si è dormito bene. Desiderò di bere una tazza di thé… una tazza di thé forte e nero e di fare una passeggiata: com’era il nome di quei fiori profumati che amava tanto?
Non aveva ancora aperto gli occhi. Ma era da tempo che sentiva la vita intorno a sé. Aveva avvertito lacrime, bisbigli, parole, carezze. Voci ovattate, sussurrate, tenere. Prima o poi avrebbe dovuto arrendersi al mondo là fuori, guardarlo… guardarsi. Sapeva chi era, cosa gli era accaduto e immaginava di sapere dov’era, ma non voleva parlare, non ora, non ancora: non voleva rispondere a domande, raccontare.
Aveva bisogno di solitudine, doveva capire tutte le sensazioni che sentiva dentro di sé, confrontarsi con quella persona nuova, sconosciuta, diversa, che era in lui. Una persona nuova, nata in ore di solitudine e sofferenza. Qualcuno gli toccò la mano, il polso, lievemente. Lui socchiuse gli occhi appena, appena. Vide un camice bianco. Lei gli sorrise:
“Buongiorno. Vedo che sta meglio. Sono Donata Rosci. Ero di guardia al Pronto Soccorso quando l’hanno portata qualche giorno fa. So che è vigile da qualche tempo, non si preoccupi di parlare. Sono entrata un momento per vedere come sta…”
Aveva un timbro di voce che avrebbe voluto ascoltare a lungo, il suo primo contatto dopo tanti giorni terribili, ne rimase avvolto, conquistato. Se ne stette con gli occhi socchiusi a guardarla. “Non vada via, La prego”, sussurrò.
“Non si affatichi a parlare. Lo faccia piano. Potrebbe causarle molta sofferenza”.
“Sì, ma non per gli ultimi avvenimenti. Non sono quelli i più terribili. Quelli potrò raccontarli”, chiuse gli occhi, un’espressione di dolore gli incrinò volto. I suoi pensieri erano lucidi. Donata gli strinse la mano, gliel’accarezzò. Capiva le sue parole, il desiderio di manifestare a qualcuno, a se stesso, il suo tormento per ciò che era stato ma, soprattutto,  la persona nuova che era in lui. Stava meglio, non era più in pericolo di vita, aveva davanti una lunga convalescenza, nel corpo e nello spirito:
“Vieni ancora a trovarmi, ti prego” e tacque.
Lei gli accarezzò la mano e gli sfiorò, il viso. Si vive una vita con gli altri, si parla con loro per abitudine, senza comprendersi poi, un giorno, avviene che s’incontra uno sconosciuto di cui si sa tutto, senza parlare. Indugiò qualche istante prima di lasciarlo. “A volte, gli istanti valgono una vita intera”, si disse.

Antonio, sempre con gli occhi socchiusi, ripercorreva la storia della sua vita, l’antro buio e puzzolente in cui l’avevano tenuto prigioniero. Giorno dopo giorno aveva ricostruito momenti, ore, interi anni della sua vita passata, incominciando da quando era bambino fino agli ultimi istanti di coscienza. Ogni volta che ritornava indietro nel tempo, ritrovava nuovi episodi, era stato come scrivere un libro nella sua mente. La visione della sua vita, in quelle lunghe ore di passione e di intensa solitudine, l’incontro con se stesso, un se stesso che non conosceva, l’aveva addolorato. Il rimpianto di non aver vissuto con tenerezza, di non avere amato, la scoperta di essere vissuto per affermare le sue ambizioni, oltre ogni ragionevole principio, gli procurava sofferenza. Soprattutto a causa di Cristina, sua figlia. Cristina aveva sentito il peso della sua lontananza affettiva, era cresciuta con un padre che faceva scelte socialmente apprezzabili e di successo, ma certo non aiutavano un bimba a formarsi, a diventare adulta, ad avere fiducia. La sua vita di oggi, inquieta e infelice, lo testimoniava. La ricordava corrergli incontro molto piccola, felice di vederlo, lui l’accarezzava distratto, come si fa con un cagnolino, senza quasi rendersi conto di lei, preso com’era dalle sue aspirazioni. Ed era sempre stato così! Ripensò a Sara, sua moglie, e a Dario, suo collega e amico. Dario amava sua moglie… da una vita aspettava il momento per stare con lei. Antonio non se n’era mai reso conto, ne aveva la certezza oggi, rivedendo immagini ed episodi del passato. Ma Sara? Si assopì, pensando a una Sara che non conosceva, il suo rapporto con lei era stato sempre alquanto  formale. Lei entrò in quel momento, si avvicinò, sperando di trovarlo sveglio. Sapeva che era fuori pericolo, non sapeva quali conseguenze, il sequestro che aveva subito, avrebbe avuto sulla sua psiche e sul suo fisico. Poco dopo entrò Dario:
“Novità? Ha ripreso conoscenza?”
“Non in mia presenza. Il medico assicura che ha momenti di lucidità. Presto lo aiuteranno ad alzarsi e ad alimentarsi autonomamente. Dovrà andare in dialisi, ma non è detto che ci debba rimanere tutta la vita. Ho parlato con il funzionario di polizia, mi ha fatto vedere un gemello con le iniziali: era il suo! L’hanno trovato nei pressi di una casupola del milanese, per pura coincidenza; deve averlo smarrito mentre lo trasportavano. Se non avessero trovato il bottone e acuito le indagini nella zona, non l’avremmo più rivisto vivo. Sembra che i sequestratori l’avessero abbandonato o  fossero fuggiti, benché siano  solo supposizioni,”.
L’avevo tolto mentre mi trasportavano, non ero del tutto cosciente e non speravo che ce l’avrei fatta a farlo cadere. Dal suo sonno veglia, Antonio seguiva brani di conversazione, era ancora molto debole e non riusciva a rimanere presente a lungo.
“Ho bisogno di parlarti, Sara. Ho bisogno di parlare con te una volta per tutte, dobbiamo decidere. Sono contento che l’abbiano trovato, il pensiero di lui mi torturava giorno e notte”,  la voce di Dario era incrinata, stanca, quasi disperata.
“Non adesso, non qui. Potrebbe aprire gli occhi da un momento all’altro. Lo faremo nei termini che vorrai appena lui si sarà ristabilito del tutto. Ricorda che io non ti ho mai promesso nulla. Non ho mai illuso le tue aspettative”,  il tono di lei non ammetteva repliche. “Mi hanno anche chiesto che cosa so del suo sequestro e le ragioni per cui abbiamo aspettato più giorni, prima di denunciare la sua scomparsa. Ho risposto che non so nulla più di quanto dichiarato e mi sono affidata a te per qualsiasi decisione” Dario non commentò.
Sara si era sempre adeguata alle situazioni, non aveva mai tentato di discutere: bella e all’apparenza fredda! Chissà se avesse mai avuto il desiderio di un’altra vita.
Si appisolò di nuovo, per svegliarsi senza sapere quanto tempo fosse intercorso tra prima e adesso. C’era qualcuno nella stanza, socchiuse appena gli occhi, tuttavia non si preoccupò di guardare chi fosse. Sentì una voce maschile che diceva:
“E’ tempo che incominci a muoversi. E’ necessario capire il suo stato. Tra oggi e domani l’aiuteremo ad alzarsi e tenteremo di parlare con lui” non era la voce di Dario.
Chissà se Cristina è stata qui… non importa se non viene. Spero di stare con lei quando sarò ritornato a casa… A casa? Ma è ancora la mia casa? No, non tornerò a vivere nel passato…  E si riassopì con quel pensiero.

Giovanna Rotondo Stuart