Recensione di Giuseppe Leone

al libro di Giovanna Rotondo “Quando Lavorare è bello. Lettere dal carcere.”  che sarà presentato questa sera, Venerdì 8 settembre 2017 ore 20.30 al terzo appuntamento letterario all’ex Convento di Santa Maria la Vite di Olginate.

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QUANDO LAVORARE È BELLO
Lettere dal carcere

A distanza di poco più di due anni dalla pubblicazione di Non è colpa di Pandora. La zona d’ombra delle dipendenze, un saggio-racconto su un percorso di terapia di gruppo per i famigliari dei pazienti in trattamento di sostanze che creano dipendenza; e di Orlando Sora. Artista del Novecento, una monografia dedicata alla vita e l’opera pittorica dell’artista marchigiano, Giovanna Rotondo ha dato alle stampe nel marzo 2017, sempre presso l’Editrice La vita felice di Milano, Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere. Un volume che racconta, a detta di Silvana Ceruti che ne ha curato una lusinghiera e dettagliatissima prefazione, l’esperienza umana dell’autrice che entra in un carcere, per la prima volta, come tutor di un corso di Fondo Sociale Europeo per operatori di Legatoria e Cartotecnica presso la sezione maschile del carcere di Monza.
Si tratta di un libro di 136 pagine corredate di foto a cura di Ian Stuart che ritraggono opere eseguite dagli allievi, suddiviso in due parti: una prima, dove la Rotondo parla della legatoria, del laboratorio, del tutor, delle perquisizioni periodiche nelle celle dei ragazzi (28); di Luca, il ragazzo più giovane e più bravo del corso trasferito dopo tre mesi ad altro carcere (40); di Matteo, giovane trentacinquenne di talento, entrato in carcere, dopo aver rifiutato gli arresti domiciliari per non recare disagio ai propri genitori (43); dei ragazzi della Sezione Sperimentale che frequentano il corso d’informatica; delle cooperative di lavoro, come prima accoglienza di inserimento fuori dal carcere, chiodo fisso di William (37); e una seconda, che comprende 23 lettere, che allievi come Luca, Enrico, Matteo, Carlo, William, Luigi, si scambiano tra loro e con i docenti, dando vita a un intreccio di informazioni e confessioni che vanno ben oltre l’apprendimento di una tecnica di legatoria, per diventare – scrive la Ceruti – “un incremento di umanità, a beneficio del singolo e della società” (12); nonché altri scritti apparsi sul giornalino del carcere Qui Clerici! (95), due fogli senza pretesa messi assieme dagli allievi per esprimere disagi e desideri, dove ciascuno dei corsisti, docenti e tutor possono dire la propria, intervenendo con poesie, canzoni rap, lettere, articoli.
Ne vien fuori un mondo in odore di libertà, inaspettato e insospettato, in flagrante contraddizione, si direbbe, rispetto all’ambiente dove si svolge il corso. Stupisce che in un luogo di pena come il carcere, l’autrice parli di aspettative di riscatto e di aspirazione al bene, o che, nell’introduzione, scriva che in questo libro si stanno raccontando “comportamenti, necessità quotidiane… di persone… che sono… esattamente le stesse persone… intelligenti, stupide, creative, più o meno oneste di altre… con cui ci confrontiamo ogni giorno nel nostro lavoro, nei viaggi, in famiglia (13).
Ragazzi normali, insomma – per la scrittrice – che, in un momento di fragilità, si erano persi con conseguenze terribili per la loro esistenza e quella delle persone che gli vivevano intorno (36). Tutt’altro che realtà di mondi segregati e negati alla legge dell’evoluzione, come vorrebbero, invece, far credere le parole che una delle vicedirettrici del carcere rivolge a Giovanna: “Non si faccia illusioni… la prenda come un’esperienza. Criminali sono e criminali rimangono” (37).
Libertaria e russoviana, Giovanna Rotondo non poteva non scontrarsi con un’istituzione carceraria così palesemente sorda ai richiami di tanta letteratura pedagogica a partire dal modernissimo diciottesimo secolo, da quando Cesare Beccaria ha cominciato ad ammonire che sia meglio prevenire i delitti con l’educazione piuttosto che reprimerli con le pene, dopo.
Non si scontra invece con la prefatrice, la quale non solo condivide quanto la scrittrice propone, ma cerca anche di spiegarsi il successo di questo corso, dovuto, secondo lei, al fatto che Giovanna era entrata in questo carcere, con occhio attento e delicato, proprio di chi sa che il saluto del mattino è un rito importante quanto quello di scambiare due parole con tutti durante la giornata ((23-24). E non solo, anche di chi è avvezza a parlare con tutti con discrezione e non chiede mai le ragioni per cui uno si trova lì (24); di chi, infine, più che parlare, sa soprattutto ascoltare, perché “alle volte l’aiuto richiesto non è quello di trovare la soluzione a un problema, altre la richiesta è solo quella di essere ascoltati” (9). Ne è prova la soddisfazione che esprimeranno i ragazzi nelle loro lettere ai docenti: “Nel mio lungo inverno – scrive Enrico – mi avete dato calore… la vostra umiltà di gente normale mi ha affascinato e sorpreso”; oppure: “non ho mai ricevuto tante attenzioni da persone come te – fa sapere Luca che scrive al suo professore di Legatoria – e “sappi Alberto che non ti dimenticherò mai e che farò tesoro di quello che ho imparato da te” (71-72); oppure ancora: “cara Giovanna devo confidarle che mi manca il laboratorio” – confessa Matteo (86).
Eppure, quelle parole di colore oscuro della vicedirettrice non si dimenticano facilmente, né sono poi così inopportune ai fini di una buona riuscita del saggio stesso, anzi diventano quasi provvidenziali, tanto che, nell’economia del testo, ogni sua parte ne guadagna, poiché tutto, d’ora in poi, diventa una sfida contro di esse. Già il titolo. Appunto, quando lavorare è bello? È bello quando, nel caso specifico, “l’allievo è in grado di riparare e rilegare libri, di usare la pressa a dorare e di confezionare agende e oggettistica per l’ufficio e per la casa”. E non solo, soprattutto quando può pensare al recupero e all’inserimento fuori, dopo che avrà finito di scontare la sua pena (14).
Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere è, allora, un libro nato, come i precedenti, da un’esperienza lavorativa della scrittrice, ma che si distingue da quelli per il minore spazio lasciato alle cosiddette belle promesse, per cedere ormai il passo a sicure certezze. E Giovanna Rotondo, ormai, è una certezza. Non si può dire che sia nata, certo, una nuova Elsa Morante, una nuova Natalia Ginzburg, ma neppure che sia una scrittrice sprovveduta e improvvisata, poiché lei è dotata di un’autentica vocazione all’arte narrativa. Non interessa, per ora, che sia piccola o grande, interessa, al contrario, che lei abbia da dire delle cose non frivole e che le sappia dire in modo personale.
Sebbene non faccia la letterata di professione, Giovanna Rotondo si mostra ben consapevole delle tecniche scrittorie. Lei si ricollega alla letteratura di certo realismo, ma è capace di spaziare nei significati più profondi delle sue storie, fino a scendere nelle pieghe più nascoste. E anche se al fondo di quello che racconta quasi sempre c’è una radice autobiografica, va subito precisato che i suoi recuperi memoriali, che riguardino un vissuto personale o sociale, avvengono di consueto in terza persona, quasi a porre, fra sé e la materia narrata, quel po’ di distacco necessario alla trattazione oggettiva.

Giuseppe Leone

 

La recensione è tratta dalla rivista letteraria Pomezia-Notizie, Roma, maggio 2017, pp. 40-42.

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Caffè amaro

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Il 16 maggio mi è stato chiesto di fare da moderatrice alla presentazione dell’ultimo libro di Simonetta Agnello Hornby, Caffè amaro, nell’Auditorium di una cittadina della Provincia di lecco. Ho accettato con molto piacere – con qualche patema, per via della mia timidezza – e ho letto il libro. L’ho trovato avvincente nella narrazione e accurato nella ricostruzioni degli eventi del tempo.

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Simonetta Agnello Hornby è nata e cresciuta in Sicilia, ma dal 1972 vive a Londra dove ha esercitato la professione di avvocato dei minori. Oggi è anche scrittrice di grande successo: i suoi libri sono tradotti in tutte le lingue.
Ha pubblicato molto con Feltrinelli e altre case editrici. I suoi romanzi, oltre a raccontare bellissime storie, trasmettono esperienze e conoscenze: in ogni libro Simonetta ha un messaggio da dare, qualcosa da dire. E questo fa di lei una scrittrice singolare e interessante.

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Caffè Amaro è un libro che fa riflettere. Attraverso la storia di una nobile e ricca famiglia siciliana: la famiglia Sala, sono narrate vicende della storia della Sicilia di cui si parla poco o non si parla affatto. Nel libro si percorre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento alla fine degli anni Quaranta.
Il romanzo incomincia con l’incontro dei due protagonisti, Maria e Pietro. Pietro si innamorerà di Maria guardandola dalla finestra: “un vero colpo di fulmine”. Ai due personaggi si aggiungerà Giosuè, l’altro protagonista del racconto.
Nelle prime pagine del libro Giosuè rievoca il massacro di Vuttara, a cui ha assistito bambino di sei anni, e dove suo padre è stato ucciso durante una manifestazione pacifica organizzata dai Fasci dei lavoratori siciliani. Una manifestazione per la presa di possesso simbolica della terra di un ex feudo, diventato demaniale, che doveva essere assegnato e diviso tra i contadini. Terreni che erano voluti da uomini potenti e dalla mafia. Era il 20 gennaio del 1893.
Giosuè viene affidato da suo padre, prima di morire, al padre di Maria, che aveva partecipato con lui al corteo, con la promessa di allevarlo ed educarlo.
Si racconta, in modo avvincente, la nascita della famiglia di Maria e Pietro. Il desiderio di emancipazione di Maria, il suo grande senso del dovere. Una fanciulla che non avrà una vita facile, ma che sarà anche felice.
La scoperta del suo amore per Giosuè, che è ebreo, le leggi razziali, le guerre, i terribili bombardamenti di Palermo ci accompagneranno lungo tutto il percorso.
E non manca una toccante descrizione delle condizioni di lavoro dei carusi, bambini di sette, otto anni che lavorano nelle miniere di zolfo. Il libro è animato da un profondo senso di giustizia e di amore ma anche da grande sfiducia verso la politica, sempre camaleontica e lenta nel dare risposte.
La storia chiude, sul finire del romanzo, con il resoconto di un’altra strage, avvenuta, questa, a Palermo, Il 19 ottobre del 1944, cinquant’anni dopo quella dei Fasci dei lavoratori siciliani. Si spara contro un corteo a cui partecipano donne, uomini, ragazzi e perfino bambini che marciano, cantando disarmati: “pane, pasta e lavoro”. Vengono uccisi 24 manifestanti e feriti centocinquantasei. “La strage del pane”, così verrà chiamata, rimarrà impunita.
Nonostante in quel periodo storico vi siano eventi tragici, non è un libro triste: la storia dei personaggi, il loro carattere, affascina il lettore. Un bel libro!

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Giovanna Rotondo

Biografia Ufficiale di Simonetta Agnello Hornby

Nata e cresciuta a Palermo, Simonetta Agnello Hornby ha sposato un inglese dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1967. Da allora ha vissuto all’estero, dapprima negli Usa e in Zambia e poi, dal 1970, a Londra.
Nel 1979 ha fondato Hornby and Levy, uno studio legale nel quartiere di immigrati di Brixton che ben presto si è specializzato nel diritto di famiglia e dei minori. Hornby and Levy è stato il primo studio d’Inghilterra a creare un settore riservato ai casi di violenza all’interno della famiglia.
La maggior parte dei clienti dello studio è caraibica o nera, e nel 1997 Hornby and Levy ha pubblicato in un libro, The Caribbean Children’s Law Project, il risultato della ricerca sui diritti dei minori e sulle strutture per i minori condotta da quattro membri dello studio legale in Giamaica, Trinidad, Barbados e Guyana. È tuttora l’unico lavoro del genere al mondo.
Simonetta Agnello Hornby ha insegnato diritto dei minori all’Università di Leicester e per otto anni è stata presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal. Dal 2000 ha iniziato a scrivere e ha pubblicato con Feltrinelli molte opere tra cui La Mennalura, il suo primo romanzo, tradotto in 19 lingue e che ha avuto riconoscimenti e premi importanti, tra cui: Premio Letterario Forte Village; nello stesso anno, ha vinto il Premio Stresa di Narrativa e il Premio Alassio Centolibri – Un Autore per l’Europa, ed è stato finalista del Premio Giovedì ”Marisa Rusconi”.
Dal 2008 Simonetta Agnello Hornby, pur continuando a esercitare l’attività di avvocato, si dedica principalmente alla scrittura. Dal 2012 collabora con la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence, attiva in Italia attraverso l’affiliata EDV Italy.

 

Guida ai paesi dipinti della Lombardia

Un evento interessante a cui ho preso parte e per cui ho scritto una breve recensione. Mi è sembrato una buona idea pubblicare l’articolo anche nel mio blog. Sapevo vagamente dell’esistenza di paesi dipinti in Lombardia e altrove, tuttavia, con questa guida, la conoscenza diventa più precisa e molto piacevole.

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In copertina, Aligi Sassu, Corridori, Arcumeggia 1957

Molto accurata la guida turistico/culturale presentata il quattro febbraio nella prestigiosa sede del Touring di Milano, in Corso Italia, pubblicata dalla Casa EditriceLa Vita Felice” al prezzo di 16 euro. La guida contiene informazioni in lingua inglese per le area presentate e specifica che: “Ogni scheda della nuova Guida ai Paesi Dipinti di Lombardia è arricchita da simboli grafici indicanti quali forme di attività turistica, in natura e cultura, sono consigliabili nell’area presa in esame”.

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Con prefazione di Flavio Caroli e a cura di Salvatore Giannella, giornalista e scrittore, Benedetta Rutigliano, storica dell’arte e del fotografo Vittorio Giannella, collaboratore di riviste di viaggi e turismo italiane ed estere, questa bellissima guida invita al viaggio nei borghi dipinti della Lombardia, lontani dal turismo di massa.

Flavio Caroli, Ordinario di Storia dell’arte moderna presso il Politecnico di Milano, Storico dell’arte moderna e c contemporanea, scrive nella sua introduzione:
Già  dall’8000 a.C. la comunicazione in Lombardia, resa efficace dalla bellezza della forma, passava attraverso l’arte murale: ne sono prova, ancora evidenti, i graffiti lasciati dai Camuni in Valcamonica, esempio di arte rupestre più importante d’Europa. Questo primato è in qualche modo onorato da un secondo primato lombardo. Arcumeggia, frazione di Casalzuigno, in provincia di Varese, è infatti il primo paese dipinto d’Italia: è nel 1956 che nasce la prima “Galleria all’aperto dell’affresco”, un vero e proprio museo all’aria aperta dove passeggiare tra le opere di grandi maestri  che raccontano ognuno una storia, per lo più legata alle vicende del luogo, dipinta sui muri delle case degli abitanti. Ancora arte come racconto, arte come segno per comunicare in maniera immediata: perché cosa è più efficace dell’immagine? Arte per il popolo, per chi è di passaggio, non solo per gli addetti ai lavori. Arcumeggia è il primo di oltre 200 paesi dipinti in Italia, di cui 27 sono in Lombardia. Così le tesserine raccolte in questo volume sintetizzano la storia regionale per immagini, una storia destinata a tutti.

Salvatore Giannella ha parlato di recupero turistico, turismo e arte ad uso e consumo del tempo libero in modo qualitativo. C’è un’Italia ancora tutta da scoprire, piena di storia e di arte nei piccoli paesi, lontani dai centri urbani. Ci sono paesi che sono musei all’aperto e non si deve pagare il biglietto per visitarli. Ha parlato dell’importanza della cultura nell’economia di un comune, spiegando come una ricerca/studio di Monza e Brianza abbia valutato di quattro volte maggiore il valore del Pil di quei comuni che abbiano avuto cura del tessuto culturale e storico del luogo, magari adottando anche un pittore, uno scrittore, un artista.
E l’accoglienza del visitatore deve essere un aspetto di primaria importanza nell’economia turistica. Il visitatore deve essere accompagnato e guidato con tutte le informazioni necessarie in ogni momento del suo tempo libero e tutto ciò deve essere facilmente reperibile.

Benedetta Rutigliano ha illustrato alcune delle più importanti opere dei vari borghi. Molte le curiosità: la millenaria storia di Calcio, un paese in provincia di Bergamo dove esiste la seconda Chiesa più grande della Lombardia dopo il Duomo di Milano. La Chiesa di S. Vittore, iniziata nel i792, fu portata a termine dall’architetto Carlo Maciachini quasi un secolo dopo. Opere dello stesso architetto sono il Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, nel 1863, la facciata della Chiesa di San Marco e di Santa Maria del Carmine, sempre a Milano nel decennio successivo.

Vittorio Giannelli ha fotografato con maestria e passione i borghi dipinti della Lombardia, luoghi spesso sconosciuti e tuttavia carichi di storia e arte. Attualmente sta portando in giro una mostra dal titolo Quando fotografia fa rima con poesia, luoghi che hanno ispirato rime indimenticabili di poeti e scrittori.

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Arcumeggia, Varese, Abitanti e lavori del posto, Remo Brindisi 1957

Ad Arcumeggia, Varese, “la prima galleria all’aperto d’Italia”, verso la metà degli anni cinquanta, per risollevare il paese dallo spopolamento e dargli impulso turistico, l’Ente Provinciale decide di trasformare il paese in un borgo dipinto. In seguito a questa decisione giunsero in paese gli artisti più importanti del tempo, da Aligi Sassu ad Achille Funi, da Remo Brindisi a Sante Monachesi, per citarne alcuni, ad affrescare le mura esterne delle case del borgo.
Fiocco Rosa ad Acumeggia dove nel 2014 ad non esisteva una struttura ricettiva, né un bar. Dopo una denuncia fatta da Salvatore Giannella sul suo Blog, Giannella Channel, la situazione è cambiata ed è rinata la storica Locanda del Pittore in Piazza Minola, 1 di Alfonso Bonfanti, un appassionato di arte, cibo e innovazione, come si definisce lui stesso, che spera di vivacizzare questo meraviglioso museo all’aria aperta con la sua iniziativa.

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Sagome di Rondini in compensato marino per mascherare i cavi elettrici, Gravellona Lomellina, Provincia di Pavia, 2001. Un paese molto curato, che ha saputo ben coltivare le sue inclinazioni artistiche, istituendo persino una festa dell’arte che ha luogo ogni anno da vent’anni.

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Parlasco, provincia di Lecco, comune montano della Valsassina situato sulla sponda sinistra del torrente Pioverna, accoglie i visitatori con questo cartello. Le storie murali di Parlasco si ispirano a Lasco, il bandito della Valsassina, che da bandito diviene ispiratore colorato del pittoresco borgo.

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Salvatore Giannelli ed Elisabetta Rutigliano a Cadorago in Provincia di Como, dove esiste il più grande museo a cielo aperto: nelle vie del paese si possono ammirare più di trecento opere d’arte tra dipinti, sculture e ceramiche.

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Calcio, Bergamo, “L’arrivo del primo treno” di Callisto Gritti,  1999.

Calcio, in provincia di Bergamo sarà una delle prime mete, m’incuriosisce visitare questo borgo carico di storia e di opere d’arte a pochi chilometri dalla mia casa.

Sono belli e interessanti i dodici borghi illustrati da questo team molto affiatato e meritano di essere visitati tutti. Un turismo che porta a scoprire storia e arte locale e si preoccupa di dare al visitatore la migliore accoglienza possibile, accompagnandolo per tutto il tempo della sua visita.

Giovanna Rotondo