Giovanni Segantini

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Il ritorno a Milano

Milano è la città in cui avviene la formazione artistica di Giovanni Segantini e che rimane il suo punto di riferimento per tutta la vita, il centro del mondo e il luogo che predilige per esporre le sue opere. E la città lo ricambia accogliendolo tra i suoi artisti più apprezzati e amati. La bellissima mostra di Giovanni Segantini, realizzata a Palazzo Reale dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Fondazione Mazzotta e Skira Editore, si protrarrà fino al 18 Gennaio 2015. E sono bellissimi i 120 dipinti e disegni in mostra provenienti dai più importanti musei del mondo, alcuni mai esposti in Italia. Un uomo, Segantini, di cui si intuisce la grandezza d’animo e il talento guardando le sue opere e leggendo la storia della sua vita e… non si può non amarlo!

L’esposizione è divisa in otto sezioni a tema con una parte introduttiva che raccoglie documenti, lettere, fotografie e altre opere che lo rappresentano. Colpisce un acquarello di Giovanni Giacometti che raffigura il pittore sul letto di morte (avvenuta nel 1899, a soli 41 anni). Nella parte preliminare sono anche esposti tutti o quasi gli autoritratti di Segantini dall’età di vent’anni. La prima sezione, “Gli esordi”, è dedicata a Milano. Si possono ammirare paesaggi dei Navigli con la neve e immagini della città. Nella seconda sezione: “Allo specchio. Dal ritratto al simbolo”, troviamo ritratti della borghesia milanese e della famiglia dell’artista. Nella terza parte, “Il vero ripensato: la natura morta”, si nota una splendida “Anatra appesa”, tutta giocata su sfumature bianche, una bella “Azalea” e fiori molto decorativi, le nature morte dalle composizioni interessanti, probabilmente richieste dalla borghesia del tempo, sono seguite con grande maestria da Segantini. La quarta e la quinta sezione “Natura e vita dei campi” e “Natura e simbolo” raccontano la vita e la fatica degli umili: Segantini, come Van Gogh, s’ispira al verismo di Jean Francois Millet, il pittore naturalista francese. Nella quarta sezione troviamo anche “il disegno dal dipinto”: disegni da dipinti già realizzati in cui Segantini dimostra di avere capacità stilistiche eccezionali. La sesta sezione è dedicata a “Fonti letterarie e illustrazioni” e la settima al “Trittico dell’Engadina” o “Trittico delle Alpi” composto da tre tele di grandi dimensioni, non presenti alla mostra a causa della loro fragilità, ma con possibilità di vederne i filmati. Infine, l’ultima parte, “La maternità” divisionista e simbolista dove sono esposti i capolavori “Le due madri” nelle due versioni: la composizione dell’1889, considerata la prima opera del divisionismo italiano alla Triennale di Brera, e quella del 1899, uno dei suoi ultimi dipinti. E’ interessante osservare, nel filmato “Le cattive Madri” (l’opera non e’ presente), come Segantini raffiguri con simbolismo allegorico molto nordico la sua visione di cattiva madre. Una mostra che commuove per la spiritualità che trasmette e si avverte, a causa della prematura scomparsa dell’artista, la privazione e il rimpianto per quell’Arte da lui mai dipinta. La sorte gli è stata avversa e amica al tempo stesso premiandolo, con grande successo, già nei primi passi della sua vita di artista, quasi a compensarlo degli anni terribili della sua fanciullezza di orfano e bambino abbandonato. Segantini a dodici anni viene rinchiuso in un riformatorio, il Marchiondi, con l’accusa di vagabondaggio: è solo e derelitto dall’età di sette anni e cioè dall’anno della morte della madre avvenuta ad Arco di Trento nel 1865. In quell’anno il padre lo manda a Milano, affidandolo alla sorellastra Irene che si guadagna da vivere come modista, lavorando dall’alba al tramonto e il bambino rimane solo tutto il giorno. Sarà l’altro fratellastro, Napoleone, che a gennaio del 1873 andrà a prenderlo al riformatorio e lo porterà a lavorare con sé, come apprendista, nel suo laboratorio di fotografia in Trentino, a Borgo Valsugana, dove rimane un paio d’anni. Torna a Milano e s’iscrive ai corsi serali dell’accademia di Brera, in seguito frequenterà i corsi regolari. Riesce a mantenersi agli studi lavorando come decoratore e insegnando disegno. Studia a Brera per diversi anni; ed è proprio a Brera che riceve i primi riconoscimenti per le sue opere. Il 1879 si può definire l’anno della svolta per Segantini, il suo dipinto, “Il coro di Sant’Antonio”, viene notato dalla critica all’Esposizione Nazionale di Brera e sarà acquistato dalla Società per le Belle Arti di Milano.

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Il coro della chiesa di Sant’Antonio, 1879

A Brera, Segantini frequenta artisti che molto conteranno nella sua vita, tra cui: Emilio Longoni, Carlo Bugatti e Vittore Gubricy de Dragon, quest’ultimo, gallerista e critico d’Arte, oltre che pittore, lo introdurrà nel mondo della borghesia milanese. E incontra Bice Bugatti, sorella di Carlo, che diventerà la compagna della sua vita e la madre dei suoi quattro figli.

Dopo la nascita del primo figlio, nel 1882, l’artista si sposta, con tutta la famiglia da Milano a Eupilio, nell’alta Brianza, dove dipinge la prima versione di “Ave Maria a trasbordo”, poi andata distrutta e per cui ebbe il primo riconoscimento, una medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Amsterdam. E un’altra medaglia d’oro riceverà ad Anversa, nel 1886, per “La tosatura delle pecore”. Con la grande composizione “Alla Stanga”, dipinto esposto alla Permanete di Milano, ottiene un’altra medaglia d’oro ad Amsterdam. Il quadro viene acquistato dallo Stato italiano per la Galleria d’Arte Moderna di Roma, dove si trova tutt’ora. Diviene ben presto un pittore affermato e di successo; la vendita delle sue opere consentirebbe a lui e alla sua famiglia un buon tenore di vita, se  il suo rapporto con il denaro fosse più oculato.

La mia famiglia, 1882

La mia famiglia, 1882

Uno di più, disegno 1886/88

Uno di più, disegno 1886/88

Nel 1886 Segantini dipingerà la seconda versione di “Ave Maria a trasbordo”, un dipinto di grande luminosità che, pur con qualche riserva, può essere considerato la prima opera divisionista. Ci sono diversi disegni di quest’opera: è interessante notare la differenza di stile tra le due Ave Marie, quella a trasbordo e quella sui monti. Di stile divisionista il bel disegno di Ave Maria sui monti.

La Scapigliatura  

Intorno al 1860 nasce a Milano “La Scapigliatura”: un movimento artistico e letterario animato da spirito di ribellione che vuole esprimersi senza i vincoli, gli schemi e le regole della cultura tradizionale. Il termine “Scapigliatura” e “Scapigliati” è una libera interpretazione della vita di “bohème”, o “vita da zingari”, e si ispira all’esistenza anticonformista e disordinata degli artisti parigini. Il movimento è animato da personaggi come Antonio Ghislanzoni, Arrigo Boito, Tranquillo Cremona, Mosè Bianchi, Carlo Dossi, Amilcare Ponchielli e molti altri.

Divisionismo e Simbolismo

Il divisionismo si diffonde in Italia verso la fine dell’800, soprattutto a Milano, una corrente antiaccademica al seguito della Scapigliatura Lombarda. Si può associare, per certi versi, al puntinismo francese, ma meno scientifico e tecnico come stile. il puntinismo continua lo studio sulla luce secondo il metodo impressionista, cercando, con la scomposizione del colore, di ottenere la massima luminosità rifacendosi alle scoperte scientifiche del tempo, in cui era la retina dell’occhio a ricomporre il colore. Il divisionismo si esprime con piccole pennellate di colore puro, tese a catturare la luce, e, a differenza del più sofisticato puntinismo, è uno stile naturalista e dipinge soprattutto la bellezza della natura, con evidenti riferimenti alla pittura di Francois Millet. La natura e il paesaggio sono fonti di grande ispirazione per Segantini: ama lo spazio, studia la luce, la dipinge. Ama l’incanto delle montagne, dei laghi, la vita dei semplici, le stalle, gli animali… la sua famglia.

Le due madri, 1889

Le due madri, 1889

Le due madri, 1899

Le due madri, 1899

Con il definitivo trasferimento in Svizzera nel 1886, in un ambiente solitario e incontaminato, il profondo misticismo dell’artista si manifesta in composizioni di grande respiro in cui spiritualità, vastità e armonia si fondono diventando simboli. Un Simbolismo molto personale quello di Segantini; i simboli della sua vita diventeranno, nel suo percorso artistico, i simboli della sua pittura e lui vi esprimerà tutto ciò in cui crede: la purezza, la vita, la maternità, la morte… l’ umanità! Lo si sente nelle magnifiche composizioni del Trittico delle Alpi che possono essere considerate il testamento artistico e spirituale di questo grande pittore: La Vita, La Natura e La Morte in mostra permanente al Museo Segantini di St. Moritz; notevoli sono i bozzetti e i disegni esposti che fanno parte della preparazione dell’opera.

L’ora mesta, 1892

L’ora mesta, 1892

Sul Balcone, 1892

Sul Balcone, 1892

Trittico delle Alpi

E’ un’opera grandiosa delle montagne che Segantini ama e che l’hanno visto nascere ad Arco, in provincia di Trento,  e morire a Pontresina, in alta Engadina. Il Trittico viene iniziato nel 1897 e rimane incompiuta per la morte del pittore. Avrebbe dovuto rappresentare l’Engadina all’esposizione di Parigi del 1900.

La vita

La vita

La natura

La natura

La morte

La morte

Questa breve rassegna sul grande pittore può terminare con una considerazione: Segantini, a dodici anni, quando viene rinchiuso al riformatorio Marchiondi, è analfabeta. Riesce, in quel periodo, a imparare a leggere e scrivere, pur se con qualche piccola lacuna ortografica, e potrà comunicare i suoi pensieri con intelligenza e sensibilità. Di seguito alcune sue riflessioni all’amico Vittore, così come lui le ha scritte:

[…] ultimamente studiai l’umane forme piú precisamente nelle loro belleza come feci colle pecore, i cavalli, le vacche, e tutti gli altri animali; cosí passai dalla pianura ai colli da questi ai monti fino alle cime senza altra peoccupazione che di rendere nelle cose quella passione affascinante che mi determinò a concederle tutto il mio amore. così d’amore, in amore, passai dall’espresione delle belle forme per le forme, alla bella colorazione in se, e per la conoscienza della luce, e per la conoscinza del colore nella sua bellezza armoniosa e per la conoscenza delle belle forme e delle belle linee e per quella dei bei sentimenti, e per la conoscenza di tutte queste bellezze in sieme, credo di poter comporre il mio pensiero verso la bellezza suprema, creando liberamente quello che lo spirito mi detta. (da Lettera a Vittore Grubicy de Dragon da Maloja del 17 IV 98, p. 74)

“Il godimento della vita sta nel sapere amare, nel fondo dogni opera buona c’è l’amore”. (da Lettera a Vittore Grubicy de Dragon, [Savognino, 4 gennnaio 1890], p. 32) “.

I dipinti, se non altrimenti specificato, sono a olio su tela.

Giovanna Rotondo Stuart

Cliccando il cursore sulle foto centrali si può visionare data e titolo dell’opera

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Pollock e gli Irascibili

Palazzo Reale, Milano

 

 

 

Jackson  Pollock, 1950, opera  27                                Olio,smalto e pittura di alluminio su tela

Jackson Pollock, 1950, opera 27
Olio,smalto e pittura di alluminio su tela

 

Quella su Jackson Pollock e gli Espressionisti Astratti, come sono denominati, anche se un grande come Mark Rothko non gradisce la definizione, è senza dubbio una mostra importante, se non per il numero delle opere, una cinquantina di tele per più di una decina di artisti, tutte provenienti dal Whitney Museum di New York, ma per il cambiamento che rappresenta.
Il movimento nasce negli anni Quaranta del secolo scorso, la società sente il bisogno di lasciarsi alle spalle il pesante coinvolgimento della guerra, del nucleare, le terribili dittature che l’hanno preceduta: Nazismo in Germania, Fascismo in Italia, Franchismo in Spagna.
Molti artisti europei si rifugiano negli USA per sfuggire alle varie dittature, altri emigrano con le loro famiglie. New York, in particolare, diventa il centro del fermento artistico, per la prima volta nella storia dell’arte, e nasce “La Scuola di New York“.
Mark Rothko, di origini ebree, viene dalla Lettonia, Willem de Kooning dall’Olanda, Arshile Gorky dall’Armenia, Hedda Sterne dalla Romania. Alcuni erano emigrati da adulti, come William de Kooning che entra negli Stati Uniti via mare da clandestino, alcuni erano bambini, con le loro famiglie, o, altri ancora, come Barnett Newman e Lee Krasner, nascono a New York, da genitori russi di origine ebrea, immigrati negli Usa.

La mostra inizia con un’emblematica foto in cui si riconoscono alcuni tra i più grandi artisti del tempo. Sono tutti vestiti in maniera formale, con giacca e cravatta. Pollock, al centro, è l’unico a non indossarla. Mark Rothko è il primo a destra di chi guarda. Hedda Sterne è la sola donna del gruppo.
La foto, commissionata da Barnett Newman alla fotografa di moda Nina Leen e pubblicata sulla rivista Life, nel gennaio del 1951, ritrae quindici dei diciotto firmatari di una lettera scritta nel maggio 1950.
La lettera, nella quale gli artisti manifestano il loro grande dissenso, per la scelta fatta dalla direzione del Museo, di non includerli tra i partecipanti all’esposizione d’arte contemporanea americana, viene inviata al Direttore del Metropolitan Museum di New York e al quotidiano New York Times.

 

Quindici dei diciotto firmatari

Quindici dei diciotto firmatari

 

Ci sono quasi tutti i protagonisti dell’Espressionismo Astratto: Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rpthko, Barnett Newman, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, Jimmy Brooks, BradleTomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still e Hedda Sterne.

Una lettera che diventerà famosa quanto i suoi autori, annoverati oggi tra gli artisti più pagati al mondo. Sono proprio questi i principali nomi che composero il gruppo degli “Irascibili”, così definiti dal quotidiano “Herald Tribune. L’Espressionismo Astratto rifiuta qualsiasi forma di studio dal vero: sono gli anni della psicanalisi, della scoperta dell’inconscio, la ricerca di emozioni nel colore, il coinvolgimento fisico del pittore con la sua opera, le sensazioni immediate.
Pollock, oltre ad essere un esponente dell’Espressionismo Astratto, impersona a tutto campo l’Action Painting. Lui dipinge a suon di jazz, senza cavalletto, con la tela stesa per terra, perché gli è più congeniale girargli intorno, dice:
“Non dipingo sul cavalletto, preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento, ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura,  sul pavimento mi trovo più a mio agio,  mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente dentro al dipinto…”
Impiega molta energia e fa sua la tecnica del dripping (sgocciolamento), il colore fatto sgocciolare dal pennello o da un bastone. Usa di tutto, pezzi di vetro, alluminio, lavora sempre con la sigaretta in bocca e la cenere si mescola al dripping e non di rado, anche il mozzicone.
La vita di Pollock, caratterizzata da un’adolescenza problematica e infelice, è vivace e inquieta come il suo lavoro. Ha combattuto per anni contro l’alcolismo per cui ha subito un lungo ricovero ospedaliero. Morirà in un incidente d’auto, in cui guidava in stato di ebbrezza, a soli 44 anni, nel 1956.

 

Jackson Pollock

Jackson Pollock

 

L’opera 27 di Pollock, la ventisettesima eseguita nel 1950, una delle sue tele più famose, tre metri per uno e mezzo, è stata prestata, eccezionalmente a causa della sua fragilità, dovuta anche alle proporzioni, dal Whitney Museum. Occuperà un’intera parete in una delle sale di Palazzo Reale.
Una curiosità, l’opera 5 dell’artista, del 1950, non presente alla mostra, è stata venduta per 140 milioni di dollari nel 2005.

 

Pollock, 1948 Fireworks opera 7                            Pollock, 1948 opera 5                     Olio su tela

Pollock, 1948 Fireworks opera 7 Pollock, 1948 opera 5
Olio su tela

 

Pollock, 1948 opera 5                     Olio su tela

Pollock, 1948 opera 5
Olio su tela

 

 

Se Pollock è uno dei massimi esponenti dell’Active Painting, dove dinamismo, gestualità e segno sono una costante, Mark Rothko è molto più cerebrale.
Si dedica alla ricerca del colore, fino a diventare, negli ultimi anni della sua vita, ossessivamente monocromatico, riuscendo a trasmettere il disagio esistenziale che lo opprime.
Rothko è un pittore amato per la grande spiritualità che esprime nelle sue tele e per le emozioni e le sensazioni che suscitano. Nell’osservazione delle sue vaste composizioni, soprattutto in quelle monocromatiche, sorprende il profondo aspetto meditativo che le pervade.
“Dipingere un quadro non riguarda un’esperienza: è un’esperienza”.
Muore suicida nel 1970, tagliandosi le vene.

 Rothko, 1954, Untitled olio su tela (blue, yellow, green on red)

Rothko, 1954, Untitled olio su tela (blue, yellow, green on red)

 

Rothko, 1954, Untitled Olio su tela

Rothko, 1954, Untitled
Olio su tela

 

Mark Rothko, William de Kooning, Barnett Newman e Jackson Pollock sono considerati tra i maggiori esponenti dell’Espressionismo Astratto, con delle differenze sostanziali dovute soprattutto alla loro personalità e al loro modo di sentire. La corrente dell’Action Painting, con Pollock, de Kooning, Hofmann e altri, ricerca l’ improvvisazione, il ritmo, la gestualità, il segno. Troppo vivace per persone dal temperamento riservato, portati alla contemplazione lirica come Rothko.

Nasce, sempre nell’ambito dell’Espressionismo Astratto, un’altra corrente: il Color Field Painting (Pittura a Campi di Colore) di cui Rothko, Newman, Ad Rreinhardt, Clyfford Still sono gli ispiratori. Grandi spazi di colore dal forte impatto emotivo.
Tutto il gruppo condivide e difende la scelta di rottura con il passato.
Barnett Newman è, senza dubbio, l’intellettuale del gruppo, è anche scrittore e filosofo. La casa editrice Abscondita ha pubblicato, nella collana Miniature, alcuni suoi scritti. In uno, molto interessante, pubblicato dopo la sua morte, e scritto probabilmente verso la metà degli anni Quaranta: L’immagine plasmica, Newman è in grado di cogliere e analizzare i cambiamenti artistici nascenti.
Dopo vicissitudini varie nel campo artistico, si avvicina al Color Field Painting. Crea composizioni cromatiche con ampi spazi di colore attraversati da linee contrapposte, (the zip), la cerniera, che diventa una caratteristica della sua pittura. Con il tempo usa colori allo stato puro, stesi su tele di grandi dimensioni, le forme vengono ridotte al minimo.
Solo dopo il 1950 Newman riceve riconoscimenti critici positivi e viene invitato a partecipare a mostre di arte contemporanea nelle più grandi gallerie.
Nel 1970 gli viene conferita la Brandeis University Arts Medal.

Newman, 1949, The promise, olio su tela

Newman, 1949, The promise, olio su tela

 

Come Pollock, William de Kooning è strettamente legato all’Action Painting, a differenza di Pollock, non usa la tecnica del dripping, ma un insieme di linee curve, aggrovigliate e sovrapposte, con risultati alquanto grotteschi soprattutto nella serie di studi femminili: The Women, che risalgono ai primi anni Cinquanta. In seguito, riprenderà le composizioni sulle donne in maniera più soft. Alterna la ricerca e lo studio della figura femminile dipingendo paesaggi astratti, a volte d’ispirazione minimalista, con contrapposizione di bianchi e neri. Lavora fino a tarda età. Negli ultimi decenni della sua vita si dedica alla scultura e viene fortemente attratto dalla pittura di Matisse. Anche lui soffre di alcolismo.

 

 

De Koning, 1949, Landscape, abstract

De Koning, 1949, Landscape, abstract

 

De kooning, 1960,  Door to the river

De kooning, 1960, Door to the river

 

Lo studio del segno nero su fondo bianco appassiona per lungo tempo Frank Kline, la composizione di ogni sua opera è studiata con attenzione:
“la gente pensa che io prenda una tela bianca e ci dipinga un segno nero. Dipingo il bianco come il nero, il bianco è altrettanto importante”.

Kline, 1960, Mahoning, olio e collage su carta

Kline, 1960, Mahoning, olio e collage su carta

 

Arshile Gorky  (Nato Vostanik Manuk Adoian)

Arshile Gorky
(Nato Vostanik Manuk Adoian)

 

Omaggio a Gorky The artist and his mother(ca.1926-36)                                                                                                (Non presente alla mostra)

Omaggio a Gorky
The artist and his mother  (ca.1926-36)
(Non presente alla mostra)

 

Arshile Gorky, uno dei pittori più amati della Scuola di New York, un personaggio dalla vita difficile e amara, viene descritto alto, di aspetto bello e romantico, appassionato di carattere. Nasce nell’Armenia turca da dove, per sfuggire alle persecuzioni in atto contro il suo popolo, fugge verso un paese ospitale, con sua madre e le sue sorelle. La madre muore di stenti durante il difficile percorso. Gorky dipingerà il ritratto di sua madre e di lui fanciullo, in piedi, vicino a lei. Raggiunge gli Usa prima dei vent’anni e diventerà cittadino americano con il nome di Ashrile Gorky, in omaggio al poeta russo. E’ attratto dall’arte moderna europea, soprattutto da Cezanne, che considera uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.
Nel 1940 crea lo stile che caratterizza gli ultimi anni della sua vita: composizioni delicate di organismi viventi fluttuanti, disegnandoli sulla carta prima dell’esecuzione pittorica. Qualcuno ha definito la pittura di Gorky un ponte tra Surrealismo e Espressionismo Astratto.
La sua vita non è certo facile, racchiusa com’è in due mondi, quello doloroso da cui è fuggito e quello non ancora conquistato del paese che l’ha accolto. Nel momento in cui tutto sembra finalmente sorridergli, una serie di incidenti si sovrappongono. Una ventina delle sue ultime opere vengono distrutte da un incendio, viene operato di cancro, dopo qualche mese, a seguito di un incidente d’auto, rimane paralizzato a un braccio. Soprattutto ha difficoltà relazionali nella sua vita coniugale. Muore suicida, nel 1948, a 44 anni, impiccandosi.

 

 

Gorky, 1947, The Betrothal, olio su tela

Gorky, 1947, The Betrothal, olio su tela

 

In questa rassegna non può mancare un riconoscimento alle donne presenti: Lee Krasner, nata Lena Krassner, cambia il nome in Lee, nomignolo maschile, per sentirsi meno discriminata, in quanto donna. Hofmann, suo insegnante e figura carismatica del movimento espressionista, commenta il suo lavoro dicendole: “Ottimo, non si direbbe dipinto da una donna”. Sposa Pollock nel 1945.
Dopo la morte del marito, riprende a dipingere con dedizione. Non ha mai smesso, ma solo rallentato nel periodo di grande attività che ha caratterizzato l’unione con Pollock. È una sua grande ammiratrice e ne sponsorizza l’arte. Spesso, insoddisfatta delle sue opere le distrugge, ricercando attivamente uno stile personale.
Hedda Sterne, la sola donna presente nella famosa foto con il gruppo degli “Irascibili”, discreta e riservata, è considerata una delle fondatrici del movimento espressionista. I suoi lavori si trovano nelle collezioni di molti Musei tra cui tra cui il Moma di New York e la National Gallery of Arts, Washington, D.C. Ha vissuto 100 anni.
La terza figura femminile, Helen Frankenthaler, nata a New York da una famiglia prestigiosa, è colta, molto dotata, e viene citata come esponente del Color Field Painting. All’inizio degli anni Cinquanta crea una tecnica, ispirata al dripping, ma molto più fluida e diluita, per dipingere su tela grezza non preparata. Ottiene un delicato effetto acquarello pur usando colori a olio.
Nel 2001 riceve un’importante onorificenza la “National Medal of Arts”.

 

Lee krasner, 1960, olio e vernice su tela

Lee krasner, 1960, olio e vernice su tela

 

Hedda Sterne, 1955, Aerograf, olio e                                                 smalto su tela

Hedda Sterne, 1955, Aerograf, olio e smalto su tela

 

Helen Frankenthaler, 1955, Mountain and Sea olio e smalto su tela

Helen Frankenthaler, 1955, Mountain and Sea
olio e smalto su tela

David Smith, unico scultore presente alla mostra con un’opera in acciaio dalla bella struttura aerea, molto decorativa, merita di chiudere questa semplice rassegna dell’Impressionismo Astratto.

David Smith Hudson River Landscape, 1951, acciaio saldato dipinto e acciaio inossidabile

David Smith Hudson River Landscape, 1951,
acciaio saldato dipinto e acciaio inossidabile

 

Prima di concludere vorrei ricordare Betty Parson e Peggy Guggenheim, due donne con la passione per l’Arte con l’A Maiuscola, e per l’ arte moderna in particolare, e che molto hanno contribuito al riconoscimento della stessa.
Sia Betty Parson che Peggy Guggenheim aprono una Galleria d’Arte. Mary Parson a Manhattan, nel 1946: la Betty Parsons Gallery, dove espongono i pittori della Scuola di New York.
Di famiglia facoltosa, Peggy Guggenheim dedica la sua vita all’arte del Novecento e alla creazione della sua galleria: Art of this Century, che inaugura nel 1942. Diventa collezionista d’Arte, organizza mostre di pittori contemporanei europei e americani, allora sconosciuti, come Pollock, Rothko, Motherwell e altri.
Peggy e la sua Galleria sono molto importanti per la nascita e lo sviluppo del primo movimento artistico americano a livello internazionale.
Nel 1948 Peggy viene invitata a esporre la sua collezione alla Biennale di Venezia. Opere di artisti del calibro di Gorky, Pollock e Rothko, sono visibili per la prima volta in Europa e in Italia. Un successo inarrestabile! Una parte del merito va a Peggy Guggenheim per aver aiutato, creduto e sostenuto, anche a livello economico, tanti giovani artisti contemporanei.

 

Giovanna Rotondo Stuart