Fabiano…

Fabiano, un bambino adorabile e sensibile la cui vivacità si deve confrontare spesso con   la pazienza degli adulti. Due pensieri scritti in due momenti diversi, uno all’inizio dei suoi sette anni e l’altro verso la fine. Tutt’ e due le note fanno riferimento a un luogo che a lui è rimasto impresso perché si è divertito ma, soprattutto, per la stranezza del nome: “I coglioni del nonno”, una trattoria dove l’ha portato il nonno insieme a suo fratello e alla sua mamma. Non ci sono mai andata, penso si trovi in Valsassina e si possono trovare, in versione italiana,  le Hamburger.

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Che meraviglia, i bambini! E se trovassimo più tempo da dedicargli?

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Chiacchiericcio di bimbi

Troppo chiasso e movimento, ho bisogno di una pausa. Fuori piove a dirotto da molte ore e dopo costruzioni, disegni, libri e favole raccontate non ci sono molte altre risorse per tenere buoni due bambini vivaci di sei e sette anni. C’è la tv, ma hanno già guardato anche quella:
“Zitti un poco, svegliate la bimba se continuate così… fuori cani e gatti, grazie. Siamo in troppi qui dentro, si soffoca” dico.
“Ma fuori si bagnano…”
“Staranno sotto il portico, se no peggio per loro, non vi sopporto più!”.
“Nonna, lui ha detto una parolaccia, vero che le parolacce non si dicono?”
“Non è vero, e poi le dice anche il papà quando guida e si arrabbia”.
“Ehm, bè, non dovebbe dirle neanche il papà”.
“Io gliel’ho detto che non si dicono” risponde Gabriele.
“E allora, la parolaccia?”
“Nonna, lui dice “casso” mormora Fabiano, con aria complice.
“Casso?” e che cos’è “casso”?”  indago, facendo finta di non capire.
“Io te lo dico, ma non lo dico per dire una parolaccia, solo per farti un esempio, va bene?” la sollecita Fabiano preoccupato.
“Va bene”.
“Vuol dire “cazzo…” mi sussurra all’orecchio timoroso.
“Ah, ma guarda, e tu sai che cosa significa?” gli chiedo.
“No, la mamma dice che è una parola che non si deve dire”.
“Ah, ma va?” continuo, facendo nascere un po’ di curiosità “ e tu Gabriele, lo sai?”
“No, non lo so, non si dice, uffa”, risponde Gabriele, sempre un po’ petulante.
“Va bene, allora… vediamo… vediamo… chi indovina che cosa vuol dire?” giochicchio, avvertendo la loro impazienza “ma allora, non lo sapete proprio? Ve lo dico? “cazzo” è un altro modo per dire “pisello”, voi ce l’avete il pisello, sì o no?”.
I due mi guardano alquanto stralunati:
“Ma pisello non è una brutta parola…” il viso di Fabiano esprime meraviglia.
“Ma nonna, perché “cazzo” è una brutta parola e “pisello” no”?
“Sì è vero e perché il pisello si chiama pisello?” chiede Gabriele.
“Allora, vediamo, “pisello” è il termine familiare, il vostro pisello assomiglia al baccello che contiene i piselli e per questo chiamiamo il pene “pisello”.
“Allora il mio pisello è un casso?” esclama, Fabiano sorpreso.
“Più o meno! Cazzo è un modo di dire abusato e antipatico e si può usare in modo molto volgare, meglio non farlo, anche se ogni tanto ci scappa, va bene?”.
“Nonna, ma la sorellina non ce l’ha il pisello…”
“Bè, anche lei ha una pisellina, ma non si vede, è dentro,  protetta”.
“Vero” dice Fabiano. “Perché se no quando nascono i bambini si fanno male. Vero, Nonna che i bambini nascono nella pancia della mamma e escono dalla pisella? La mamma aveva una panciona quando è nata lei”.
“Sì, non nascono da soli nella pancia della mamma, un aiuto ce lo mette anche il papà con il seme del suo pisello”.
“Ma quello del papà è un pisellone”. E ghignano tutti e due.
“Quando sarete grandi anche voi avrete dei figli e farete i papà”.
“Nonna io non voglio fare il papà, farò lo zio dei bimbi di Fabiano”. dice Gabriele, vergognoso.
“E perché” chiedo.
“Non mi piacciono le bambine”
“Ah, ma va? E come mai?” sorrido divertita “Non ti piace la tua sorellina?”
“Sì, ma io dicevo le bambine”.
“Eh, ma anche lei è una bambina, solo che adesso è piccola piccola”.
“Ci sono gli angeli femmina?” chiede Fabiano di punto in bianco.
“Ti dirò: non lo so, tu che dici?” lui mi guarda dubbioso e fa spallucce senza rispondere.
“Nonna, adesso possiamo guardare Peppa Pig?”

ORSO BIANCO

Una storia per i più piccini:

 

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Una volta ero un bell’orso bianco,
grande come il mio bambino:
avevo il pelo lungo e gli occhi neri
ed ero ciccione come lui.

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Siamo cresciuti insieme
il mio bambino e io,
adesso lui è diventato più alto di me
e va alla scuola materna.

 

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I primi mesi mi portava sempre,
mi chiudevano nell’armadietto.
Io guardavo i bimbi giocare
dalle fessure e mi divertivo.

 

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Adesso mi tocca stare solo fino
a quando torna, nel pomeriggio.
La nonna dice che sono diventato
grigiastro e spelacchiato.

 

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Ho anche dei graffi bianchi
sugli occhi… infatti,
non ci vedo più tanto bene,
forse dovrò mettere gli occhiali!

 

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Ogni tanto il nonno mi lava nella lavatrice,
brrr… devo dire che non mi piace proprio
per niente sentirmi girare in tutta quell’acqua,
mi vengono i brividi!

 

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Quando sono asciutto, il mio bambino
va in giro a chiedere a tutti di annusarmi:
“Senti com’è porfumato il mio orso”, dice.
Io sono tanto contento…

 

 

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All’ora di cena, lui mi siede
sul seggiolone accanto a sé
“Mangia Orso Bianco”
e m’ imbocca come una mamma.

 

 

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Più tardi, prima della nanna,
Lui mi cerca e, se non mi vede, piange:
“Dov’è Orso Bianco?”
chiede, finché non mi trovano.

 

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Quando andiamo nel lettino,
il mio bambino mi stringe forte, forte
e ascoltiamo insieme
la storia che ci racconta la mamma o il papà.

Si addormenta così… abbracciato a me!

Giovanna Rotondo Stuart

disegni di nonno Antonio
(foto  di nonna Giovanna e  illustrazioni dal web).