Il figlio di mia madre

S’incontrarono una mattina, dopo parecchi anni che non si vedevano e si salutarono con molte effusioni: 

“Ciao, Gianna, come stai?”

“Bene, dai, non mi lamento proprio, ho visto periodi peggiori, almeno per quanto riguarda la salute, e tu?”. 

“Anch’io, grazie” rispose l’amica. Gianna e Maria non si vedevano da qualche tempo, o, quantomeno, si vedevano sempre di corsa. Quella era una tranquilla mattina di agosto e, libere da impegni, si fermarono a salutarsi: 

“Prendiamo un caffè insieme?”

“Volentieri. Più tardi devo trovarmi con “il figlio di mia madre” disse Maria, sorridendo alla sua frase che aveva virgolettato con il tono della voce, “ma adesso ho tempo”.  

“Ah, Giulio… sai, penso spesso a lui e a tua mamma. Una storia bellissima la loro” mormorò Gianna.

Maria la guardò allibita:

“Non pensavo tu la conoscessi, o te ne ricordassi, dopo tanti anni”.

“Li vedevo quando venivo a trovarti. Mi aveva colpito molto la storia di Giulio e mi aveva colpito il modo semplice con cui tua mamma l’aveva accolto”. disse lei e aggiunse “Non potrei mai dimenticarlo, storie così non si possono dimenticare. Mi chiedo spesso come stia Giulio, come sia la sua vita di oggi”. 

Quella tra Dina e Giulio era stata una storia d’amore tenerissima. Dina aveva oltrepassato i quaranta, probabilmente era più vicina ai cinquanta che ai quaranta, quando la mamma di Giulio morì: era andata in ospedale per fare un semplice intervento e non era più tornata viva. Giulio aveva sei anni e, quando aveva visto la sua mamma morta, si era rifugiato nelle braccia di Dina e lei l’aveva accolto: non si erano più lasciati. Dina abitava al piano di sopra e faceva la sarta. Giulio, appena tornava da scuola, saliva da lei e le si sedeva accanto e chiacchierava, con il tempo aveva imparato a fare tante piccole cose con l’ago e il filo. Lei l’aiutava a fare i compiti e giocavano anche. 

Maria, figlia di Dina e dell’uomo con il quale sua madre aveva sognato di vivere tutta la sua vita,  allora era una giovane maestra elementare.  Sorrise parlando di Giulio:

“Giulio sta bene, è sposato e ha una figlia. Ci vediamo spesso e mi aiuta quando non riesco a fare qualcosa. Suo papà si è risposato quando lui aveva tredici anni, ma il rapporto con mia madre è sempre rimasto profondo e non l’ha mai dimenticata, come non ha mai dimenticato la mamma che l’ha messo al mondo: si chiamava Dina come mia madre”. 

Gianna aveva considerato quell’incontro un segno del destino:

“Sai, non sapevo che anche la mamma di Giulio si chiamasse Dina come la tua, una coincidenza che ha dell’incredibile”.

“Sì,” le fece eco Maria “due mamme con lo stesso nome… A volte, quando giocavamo, la chiamavamo e la invitavamo a giocare con noi”. 

“Tua mamma era una persona eccezionale, riservata e generosa. L’ho sempre ammirata”.  

“Anch’io, e sempre di più” rifletté l’amica, ricordandola: “Lei ha avuto molte difficoltà quando sono nata io. Non era sposata”.

“Non conosco la storia, ma posso immaginare che cosa potesse significare, in quegli anni, avere un figlio fuori dal matrimonio”.  ammise Gianna.

“Lavorava a Firenze, con mio padre, in una sartoria molto conosciuta e tra i due era nato un amore intenso, tuttavia, quando aveva saputo di me, lui l’aveva lasciata sola. Lei si era rifugiata dai miei nonni che ci avevano ospitato e accudito. Io ho avuto un infanzia felice”.

“Non sapevo nulla di tutto questo” commentò Gianna. “Sì a quei tempi era durissima. E in un momento in cui una donna  ha più bisogno di aiuto. Che mondo orribile!”.

“Per fortuna, in alcune cose, siamo diventati più civili. Io avevo scritto figlia di NN sul mio documento d’identità e avevo chiesto a mia madre che cosa volesse dire: Maria X figlia di N.N. e lei mi aveva risposto “Figlia di Nonno e Nonna”.

A Gianna venne in mente il film “La Grande Guerra” di Mario Monicelli, in cui uno dei protagonisti era figlio di NN.

“Ma che bella risposta, Maria!” esclamò. 

“Sì, fantastica! Ma era un marchio infamante negli Anni Quaranta, quando sono nata io. In seguito, mio padre era venuto a cercarci, anzi, aveva inviato qualcuno a parlare con noi, ma era passato troppo tempo. Mia madre era abbastanza in là con gli anni, io lavoravo, ero indipendente e ben inserita nel mio mondo. Abbiamo avuto paura di perdere una serenità e un equilibrio che avevamo conquistato a fatica. Non so, a volte è difficile decidere che cosa sia meglio fare”.

Dina era una donna orgogliosa e decisa, con una grande umanità, nessuno le passava vicino senza ricevere da lei una parola di comprensione, un aiuto, un apprezzamento, era come se ti dicesse: a volte è difficile, ma il sole prima o poi ritorna. Nonostante la sua faticosa quotidianità, era riuscita a rendere positiva la vita delle persone intorno a sé. E quando Giulio si era rifugiato tra le sue braccia, gli aveva dedicato il suo tempo e il suo affetto con estrema semplicità, come può accadere solo a persone sensibili e amorevoli. 

Maria era molto affezionata a Giulio, lui, per lei, era diventato “il figlio di mia madre” e  gli voleva molto bene. Giulio, da adulto, e padre a sua volta, non aveva mai dimenticato Maria, la vedeva almeno una volta la settimana ed era disponibile per qualsiasi necessità.  

“A Giulio piacevano le avventure di Rin Tin Tin, lui e Dina cantavano le canzoncine della serie televisiva” raccontava Maria “e cantavano anche “C’eran tre Tamburin che tornavan dalla guerra. Il più piccin di lor  l’avea una rosa in mano…”

Maria si era commossa nel rievocare la canzone dei tre Tamburini o dei tre soldatini, secondo le varie versioni popolari e la canticchiò per qualche momento. Poi, le parlò delle vacanze al mare, sulla riviera adriatica, tutti e tre insieme, soffermandosi a ricordare alcuni eventi con quel bimbo che il destino aveva portato nella vita sua e di sua madre. Anche Gianna era commossa, era convinta che l’incontro di quella mattina fosse avvenuto per un omaggio a Dina e a tutte le persone come lei: tante persone umili e sconosciute che, con il loro coraggio e le loro azioni quotidiane, rendono più vivibile la vita di altre persone. 

Giovanna Rotondo 

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Newsletter del 13 luglio amiciperilcarcere

Mi è arrivata questa Newsletter da parte degli Amici per il  Carcere, a cura di Alberta Cariboni, una bella iniziativa e, come tale, ho pensato che valesse la pena inserirla nel blog, insieme ad altri momenti di riflessione sul 13 luglio. Giovanna

Presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”

Scrivo da parte di don Mario per alcuni avvisi veramente importanti.

1 – Venerdì 13 luglio, presso l’oratorio di Pescarenico, alle ore 21, all’interno della Sagra de Pescarenech 2018, presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere” di Giovanna Rotondo. Interverranno l’autrice, la direttrice del carcere di Lecco Dott.ssa Antonina D’Onofrio e il Direttore Generale dell’esecuzione penale del Ministero di Grazia e Giustizia Dott.ssa Lucia Castellano.

“OFFERTO ALLA CITTADINANZA”
, un’occasione davvero speciale, forse unica per stimolare la cittadinanza a riflettere sull’argomento “carcere”.

2 – Questo evento sarà preceduto, nel pomeriggio dello stesso giorno, da una edizione ridotta all’interno del carcere, alla quale sarà possibile partecipare secondo le indicazioni presenti nell’invito riportato qui sotto, che mi è pervenuto dalla scrittrice stessa Giovanna Rotondo

DIREZIONE CASA CIRCONDARIALE LECCO:

Siamo lieti di invitare le S.V. alla presentazione del libro “QUANDO LAVORARE E’ BELLO. LETTERE DAL CARCERE” della scrittrice GIOVANNA ROTONDO che avrà luogo in data 13.07.2018 alle ore 17:30 all’interno della Casa Circondariale di Lecco. In occasione dell’evento sarà ospite la Dr.ssa Lucia Castellano, Dirigente Generale dell’Esecuzione Penale Estrerna e di messa alla prova del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, che per diversi anni ha rivestito l’incarico di Direttore della II° Casa di Reclusionedi Milano-Bollate. Nella circostanza alcuni brani del libro verranno letti dalle persone detenute di questa Casa Circondariale. F.to Il Direttore in missione Dr.ssa Antonina D’ONOFRIO Trasmette Uff. Segreteria Si resta in attesa di conferme di partecipazione al numero di tel. 0341 22821 e/o e-mail cc.lecco@giustizia.it

3 – Per non sovraccaricarci di impegni e per favorire la partecipazione all’evento (agli eventi) di cui sopra, si sta prendendo in esame di annullare il nostro incontro di dopodomani, giovedì 5 luglio (?). Voi cosa ne pensate? Qualcuno, che fosse impossibilitato ad essere presente il 13, vorrebbe che ci incontrassimo comunque giovedì per confrontarci? Resto in attesa di risposta entro domani, mercoledì 4 luglio, ore 21

Cordiali  saluti, Alberta

Carissimi tutti,
eccomi a relazionarvi sugli eventi del 13 luglio. Ringrazio tutti quelli che, presenti ad uno o ad entrambi gli eventi, hanno accolto la mia richiesta di scrivere qualche riga in merito e hanno risposto con generosità.  Ecco, un po’ per volta, i contributi.
Il primo scritto è di Maria Renata che, proprio dall’interno del carcere, ha preparato e coordinato gli interventi dei “nostri ragazzi” della casa circondariale.

Presentazione del libro   “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”

di Giovanna Rotondo

Carcere di Pescarenico di Lecco- Venerdì 13 luglio 2018

La presentazione del libro di Giovanna Rotondo riguardante il carcere di Monza ha indotto a pensare come i detenuti di Lecco potessero, tramite la conoscenza del libro, avere una parte attiva nell’ evento, e come potessero avere l’opportunità di dare visibilità al risultato delle attività che qui a Lecco vengono svolte.

Grazie alla gentile e simpatica collaborazione dell’autrice dal libro sono stati estrapolati alcune lettere e poesie significative che cinque detenuti hanno letto con molto entusiasmo e impegno.

Le letture sono state accompagnate da un sottofondo musicale composto interamente ed eseguito da uno di loro.

Nel programma è stata inserita pure la lettura della poesia” di Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo se sognato”, per il suo forte significato.

La sorpresa del finale ha visto l’esecuzione corale dei cinque detenuti di una canzone inserita nel libro, anche questa armonizzata ed eseguita alla chitarra da uno di loro.

Il coinvolgimento emotivo dei presenti è stato grande: ora  facciamo nostre le parole della poesia di Danilo Dolci perché fin che li sogniamo ciascuno di loro crescerà!

Lecco, 19 luglio 2018                            Maria Renata Gianola

Ciascuno cresce solo se sognato

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.



C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Danilo Dolci

Ma ecco, in una breve intervista, soprattutto per chi non l’ha potuta conoscere, cosa ha da dire Giovanna Rotondo in merito alla sua esperienza di carcere….
….I PENSIERI DI DUE PERSONE CHE HANNO PARTECIPATO ALL’ INCONTRO DENTRO AL CARCERE … ( la dottoressa Lucia Castellano non ha potuto essere presente per problemi personali)
Sono Marialuisa Reatti e faccio parte del Direttivo di Appello x Lecco e per tale ruolo (oltre che x amicizia con Giovanna Rotondo) ero a conoscenza degli eventi di venerdì 13 cm sia nella Casa Circondariale di Pescarenico nel pomeriggio, che nella sala riunioni dell’ oratorio (sempre di Pescarenico) alla sera e ho partecipato ad entrambi.
Riguardo alla Casa Circondariale avevo avuto un precedente ai tempi del liceo, avendo avuto come insegnante di religione don Guido Stucchi, allora cappellano e grande persona. Ed anche per questo che dei due, è stato il momento a cui ho voluto con maggior determinazione partecipare.
Come sempre io arrivo per tempo e mi son seduta in seconda fila e mi son ritrovata ad un certo punto coi ragazzi (anzi giovanotti) detenuti che avrebbero dato “corpo” all’evento, seduti dinanzi a me. Anagraficamente, diciamolo pure, avrebbero potuto essere miei figli.
E da lì per me, ancor prima dell’inizio e per tutta la durata dell’evento, si è concretizzata ed ho beneficiato di una grande “boccata di ossigeno” a livello umano .
Ho visto dei ragazzi emozionati, ansiosi di “essere all’altezza”, che si davano incoraggiamento e carica a vicenda e ripassavano di continuo ciò che avrebbero dovuto leggere. Desiderosi di fare bella figura, loro stessi, ma soprattutto per le volontarie (insegnanti e no) che con loro ogni giorno affrontano e percorrono un cammino per un futuro non solo dignitoso, ma costruttivo e propositivo. La loro esperienza di vita e la scoperta o rivalutazione di loro potenzialità a beneficio, a supporto della società (di cui fanno parte!) sia nella loro attuale condizione che un domani”fuori”.
Con il loro spirito di gruppo, il loro impegno grintoso e composto nello stesso tempo, la capacità  di ascoltare gli intervenuti e l’educato rispetto dimostrato a Giovanna come persona “vissuta” e socialmente impegnata, hanno dato una grande lezione ai presenti. Un “bagno d’umiltà ” di cui avrei voluto in tanti “qua fuori” avessero preso esempio.
Li ringrazio per questo ed anche per la loro gioia che alla fine ha preso il posto della tensione iniziale e che ha contagiato anche noi ed alla loro premurosa ospitalità.
E poi bravi!!!!!!!
Spero ci sia la possibilità  di un video da poter condividere (naturalmente col loro consenso e con quello delle Autorità competenti) e di altre opportunità  di incontro .
Ringrazio anche la Direttrice dr.ssa Antonina D’Onofrio e tutto il personale carcerario per il loro lavoro e dedizione ed un abbraccio ai volontari.
Un caro saluto
Marialuisa Reatti
…UN VOLONTARIO POETA ….

Ciao Alberta,

mi hai chiesto di scrivere qualcosa sugli incontri che ho vissuto prima in carcere poi a Pescarenico e mi viene in mente l’immagine di un salvadanaio. Già, perché sono stati momenti che mi hanno offerto alcuni beni preziosi che mi pare necessario custodire nella mente per poterne godere nei momenti inevitabili della mia aridità.

C’è una frase, nel libro di Giovanna Rotondo, che riassume le mie emozioni. Eccola: Spero tanto che tu stia bene, così posso farti sapere di me. Racchiude dieci parole che so essere d’aiuto ai miei momenti in carcere.

Spero. È il verbo che fa correre l’animo verso un bene futuro. Mi pare che siano state pronunciate parole di speranza da ciascuno, però non per un futuro migliore piuttosto perché già pregustano un cambiamento di prospettiva tale che li porta a raccontare storie di trasformazione. Detenuti che si mettono in gioco per rendere migliore il loro cuore, dirigenti capaci di giudicare la situazione carceraria con il sorriso sulle labbra che tradisce la bellezza del loro compito, Giovanna Rotondo che sottovoce grida la sua straordinaria scoperta che tutti siamo esattamente le stesse persone, gli applausi soddisfatti di tutti che hanno sostituito parole di ringraziamento per aver abbattuto il muro dei pregiudizi ben più invalicabile di quello fisico di un carcere.

Tanto. È l’avverbio della grandezza. Sì, perché è stato tanto quello che ho imparato, vissuto e trattenuto. La grandezza dell’umanità che sa rimettersi in piedi dopo ogni inevitabile caduta di vita.

Che. Una parolina semplice che dice congiunzione. É davvero il motivo che può farci scavalcare il muro delle carceri. È il rapporto che deve costruirsi tra dentro e fuori, tra istituzione e società.

Tu. Che tutti usiamo per rivolgerci alle persone con cui abbiamo un bel rapporto. Che dire di più? Tutti siamo persone belle che hanno il bisogno di raccontarsi a parole, a gesti, con disegni, con esperienze vissute, con i silenzi espressivi, con una presenza sincera.

Stia bene. Stare vuol dire essere fermo, orgogliosamente capace di stare fisso in piedi dinanzi agli scoramenti degli errori. É il verbo che traduce plasticamente l’esperienza della risurrezione. Ecco, ho trovato persone salde nel proposito di stare nel bene. Perché solo così è trasmissibile.

Così. È un avverbio di modo. È il modo di ciò che si vede. Ed io ho visto, più che sentito. Persone, esperienze, situazioni, emozioni… che sanno mostrarsi perché vissute con passione.

Posso. È un’opportunità di essere. Questi incontri sono inizio di un cammino che, anche se non sarà facile, ha la possibilità di smuovere la nostra cittadinanza, o meglio, di farle muovere i passi verso Pescarenico, piccola comunità di persone esattamente simili alle persone del quartiere, della città.

Farti. Fare è sinonimo di produrre. Questi incontri fatti hanno prodotto curiosità, emozione, giudizio, impegno. Me ne sono tornato a casa con il proposito di non mollare.

Sapere. Rendere salato. Il sale guarisce le ferite di chi ha sbagliato, brucia i miei pregiudizi, conserva nel cuore di tutti le lacrime di chi si è allontanato forzatamente dai propri amori. E ancora piango gocce salate di gratitudine per essere stato presente a questi momenti di sguardo reciproco.

Di me. È la posta più alta in gioco. Non ho sentito raccontare di altri, piuttosto ho assaporato le voci di chi si è messo in gioco in prima persone. Ed io ho molto da imparare.

Ecco Alberta. Solo piccoli pensieri, ma mi è difficile esprimere bene così tanto bene che ho portato a casa.

Roberto

 

Veniamo ora alla presentazione del libro che è stata offerta alla cittadinanza all’interno della sagra di Pescarenico. Preciso che la dottoressa Castellano non è potuta intervenire per problemi familiari ed è stata sostituita dal dr. Massimo Parisi, il direttore della Casa Circondariale di Bollate.  L’articolo della testata Lecconline riassume in linea generale gli interventi e le foto aiutano a farsi un’idea della partecipazione dei cittadini. Un paio di imprecisioni: il libro fa riferimento al carcere di Monza (e non di Lecco come scritto nell’articolo) e l’ultima frase di don Mario è riportata in un modo che si presta ad essere travisata… da chi non lo conosce.
“Spesso il carcere è un luogo che non si vuole conoscere, ma in realtà vi posso assicurare, per esperienza personale, che LA CONOSCENZA ( intesa come informazione, avvicinamento, prossimità, comprensione, compassione, empatia, familiarità…) è l’unica vera medicina per chi ha rotto il patto sociale”. La non conoscenza “fissa” l’altro nelle sue azioni passate; solamente la CONOSCENZA permette di superare i pregiudizi, di rendersi conto che le persone “dentro” sono esattamente come quelle “fuori”. La relazione che nasce dalla conoscenza può innescare il desiderio di emancipazione e di riscatto dai propri errori; non certo l’esclusione sociale e l’afflizione, che sono le declinazioni della reclusione.
Pensieri sulla serata: alcuni “figli” del disorientamento, della “novità”, altri propositivi; alcuni spontanei ed immediati, “in punta di piedi”, incuriositi, altri più meditati. C’è desiderio di sapere di più, di poter contribuire, di speranza,….

La partecipazione all’incontro di venerdì 13 luglio mi è molto piaciuta. Sapevo che fosse legata alla presentazione del libro, ma mi ha sorpreso vedere quanto interesse e attenzione ci siano sulla “questione” carceri. Ancor di più mi è piaciuto sentire che innanzitutto bisogna pensare alle persone che sono nel carcere, al loro bisogno di normalità, quotidianità, incontri, rapporti veri. Bisogni che sono di ciascuno. Vedo nel poter partecipare con voi a quanto sarà chiesto di fare, una possibilità innanzitutto per me di dare valore al tempo che mi è donato.
Grazie. C.

Ciao Alberta ho partecipato alla presentazione del libro “Quando lavorare è bello” di Giovanna Rotondo alla Sagra Pescarenico alle 21.  A marzo di quest’ anno ho avuto la possibilità di visitare il carcere femminile di Como, le “detenute” ragazze molto giovani. Ho partecipato per capire e provare a conoscere la realtà carceraria. Durante la serata, la lettura di lettere di detenuti, mi ha fatto pensare alle famiglie degli stessi. Pensieri sciolti: la gratitudine per chi li accompagna nel percorso di detenzione per il reato commesso, e il reinserimento nella società, che incontra difficoltà…. Grazie. Daniela

Piccolo  e umile contributo.

Sono capitato li nel ruolo di cittadino che si informa, ma anche sollecitato dal tuo invito.

Qualche tempo fa ho partecipato, con funzione di manovalanza, all’allestimento di uno spettacolo teatrale  nella casa circondariale di Pescarenico dal titolo:” Destinatario sconosciuto”.

Quella è stata la prima volta che ho varcato la soglia di tale esperienza.

Mi sono trovato bene ad interagire con alcuni ospiti della casa.

Tornando al tema della serata, ho ascoltato dall’autrice la presentazione del libro , lettere e poesia lette da G. Scotti.

Una esposizione ricca di vissuto e tanti sentimenti.

Ciò che ha attratto maggiormente la mia attenzione sono stati gli interventi del dott. Parisi e della dott.sa  D’Onofrio. Interventi chiari e concreti, figli di una lunga e maturata esperienza sul campo.

Sono fermamente convinto che la rinascita dell’individuo passi necessariamente attraverso la relazione, collaborazione con soggetti impegnati nella vita quotidiana in tutti i suoi aspetti.

Se il pensiero di chi dirige queste esperienze è  allineato con quello dei relatori ascoltati alla presentazione del libro mi fa ben sperare per un buon futuro di tanti sfortunati.

Buon lavoro, buona fortuna e buoni mezzi a tutti.

Ciao Alberta! Mi è un po’ difficile scrivere…ma ci provo…giusto due righe (di getto….quello che mi viene…) !!! Sinceramente sono venuta all’incontro perché inserito nella “mia festa”, festa della “mia” Pescarenico. La realtà del carcere “mi è un po’ lontana”….nonostante i tuoi racconti….

Mi ha fatto piacere conoscere i numeri (non avevo neppure idea di quanto fosse grande) e le realtà esistenti, con la sottolineatura all’attenzione alle relazioni e ai bisogni …”noi” così pronti solo a giudicare. Ho apprezzato le lettere perché era proprio un salto in quella realtà…. Sinceramente speravo fosse più “pratico”…cosa fanno i volontari,… come lo si diventa….se ci sono dei corsi che ti possono aiutare…e cosa possiamo fare noi..anche se  (me compresa) si ha un po’ di timore anche solo a parlarne e che, magari, non entreremo mai ….ma che da fuori possiamo comunque contribuire (es raccolta libri, ricavato di una vendita torte per bisogni speciali)…

Meno male però che almeno se ne parla….e che si sta aprendo alla città! L.

L.  CHIEDEVA COSA FANNO I VOLONTARI … E’ STATO AUGURATO “BUONI MEZZI” … NEL SUO RICCO E APPASSIONATO CONTRIBUTO MARIA TERESA CI RACCONTA …

Facendo volontariato anche al Centro di Ascolto e al Guardaroba della Caritas e, nel periodo invernale, avendo trascorso qualche domenica sera al Rifugio notturno per i “senza fissa dimora”, ho la possibilità, se non il privilegio, di conoscere e di incrociare persone che utilizzano i principali servizi messi a disposizione dalla Caritas di Lecco (mensa, docce, guardaroba, posto letto).

Può succedere di ritrovare in Caritas ex detenuti, usciti da poco, oppure anche dopo lunghi periodi dalla loro scarcerazione.

Così come non è infrequente rivedere in carcere utenti passati dal Centro di Ascolto.

Succede anche che questi interscambi tra l’esterno e il ristretto del carcere vengano ripetuti più di una volta dallo stesso utente.

La recidiva, purtroppo, si può così vedere e toccare in modo reale e concreto. Non rappresenta, per noi volontari, soltanto un astratto dato statistico. Per alcuni detenuti fa parte addirittura delle regole del gioco, non è un fatto straordinario.

Chi, fuori dal carcere, non ha l’opportunità di essere accolto in una Comunità o di essere inserito in un progetto e seguito in un percorso che preveda, ad esempio, una borsa lavoro, una dimora anche solo provvisoria, magari inizialmente in un Centro di prima accoglienza, senza un minimo di relazioni personali, si ritrova più solo e disperato di prima. In particolare, se straniero, e con i documenti (permesso di soggiorno) non in regola. Senza una residenza ed irregolari, risulta impossibile trovare un lavoro ed è altrettanto vero che senza un lavoro è impossibile ottenere una casa.

Non aiutano i tempi lunghi della burocrazia, gli appuntamenti continuamente rinviati dalla Questura per l’eventuale rinnovo del permesso di soggiorno, la difficoltà di conoscere e rispettare le regole.

Diventa così meno assurda ed incomprensibile la frase “è meglio il carcere” che mi ha detto V.B., ritrovato recentemente in Caritas, alla mensa e al guardaroba, uscito da Pescarenico già da qualche anno, sessantenne, con problemi di salute e di dipendenze, senza fissa dimora.

Mi collego, condividendolo, all’intervento del dott. Parisi, direttore del carcere di Bollate, in merito ai percorsi da creare, all’interno del carcere, in preparazione della scarcerazione, ed in collaborazione con le istituzioni, i sevizi sociali e la società civile.

Progetti indispensabili e auspicabili, in numero sempre maggiore, anche per la realtà carceraria lecchese.

Fondi permettendo.

Fondi che, purtroppo, non consentono nemmeno una permanenza dignitosa all’interno del carcere, soprattutto per i detenuti stranieri, che non hanno la possibilità di avere colloqui con i familiari e non hanno alcuna disponibilità economica, che permetterebbe loro di fare piccoli acquisti, non solo alimentari. Ed anche per gli italiani che non hanno più contatti con la famiglia o non possono gravare su di essa.

Ed ecco che subentriamo noi, il martedì mattina, cercando di fare il possibile per esaudire le loro necessità. Grazie ai contributi della Caritas e al nostro Don Mario.

Dai prodotti per l’igiene personale (bagno schiuma, lamette, carta igienica, dentifricio, spazzolino), all’abbigliamento (pantaloni lunghi e corti, magliette, camicie, felpe, piumini), all’intimo (mutande, calze), alle ciabatte per la doccia, alle tanto richieste scarpe da ginnastica, al tabacco, ai francobolli, alle penne-matite-quaderni-fogli, alle palline da ping pong, ai kit con ago e filo, alle pile per il telecomando e la radiolina. Di tutto e di più. E’ di questi giorni, ad esempio, la nostra ricerca per una fascia elastica contenitiva del menisco, prescritta in infermeria.

Diversi detenuti hanno all’attivo sul proprio conto cifre addirittura di pochi centesimi o al massimo di qualche euro che non arriva alla decina. E’ evidente l’impossibilità di comunicare con l’esterno acquistando anche solo una scheda telefonica di pochi euro. Una volta al mese circa, riusciamo a versare sul loro conto un contributo minimo e modesto.

Ma non sono soltanto i beni di prima necessità che mancano loro, bensì le relazioni personali.

Di volta in volta, tra la richiesta di un bagno schiuma e un rotolo di carta igienica o di un biglietto di auguri per il compleanno del proprio figlio, ci si conosce. Ed anche la persona più chiusa, più problematica, più arrabbiata, dapprima più diffidente, lascia il posto alla confidenza, al sorriso, ad una maggiore apertura e fiducia.

Come ha detto la scrittrice Giovanna Rotondo le persone all’interno sono le stesse dell’esterno.

M.F., in attesa di uscire a breve, mi ha scritto recentemente alcuni pensieri, tra questi: “Ho il privilegio di lavorare fianco a fianco con i volontari, anche se solo per poche ore al mese. Poche ore che però mi consentono di capire quanto possa fare bene, ad ognuno di noi, ricevere aiuti e sorrisi sinceri. Un’opera senza privilegi né distinzioni, perché il peso di questo nostro disagio ha il potere di renderci tutti uguali. Il venire tra noi, già questo, è un gran gesto ed ha la sua bellezza. Con la loro presenza ci fanno capire che siamo ancora qualcuno, e non solo per parenti e amici. Sorridere è

il modo migliore di presentarsi e loro lo fanno. Mia madre mi ricordava sempre che un solo sorriso rende la vita degna di essere vissuta. Nelle carceri dove sono stato in precedenza non ho mai visto un rapporto così ravvicinato con i volontari. Qui, invece, ci si parla, ci si guarda negli occhi e non è una cosa di poco conto, perché diventi consapevole di non essere solo un nome ed un cognome, scritti sopra una domandina…”

Restano, comunque, tante domande: sui fondi che l’Amministrazione penitenziaria e, quindi, lo Stato, non mettono a disposizione, nemmeno per i beni primari, sull’ansia che buona parte dei detenuti vive all’approssimarsi della scarcerazione, sulla salute psico-fisica, sull’uso ed abuso di farmaci, sui tentativi di suicidio, sulla mentalità giustizialista diffusa nell’opinione pubblica, sulle decisioni della politica.

Maria Teresa

 ANCORA ALCUNI CONTRIBUTI SULLA SERATA A PESCARENICO E CONCLUSIONI

Parole che mi hanno dato da pensare.

Massimo Parisi (direttore del carcere di Bollate) pone una domanda: la “nostra” intenzione, nei confronti di persone che hanno trasgredito alle regole sociali, è quella di affliggere o recuperare?

Rifletto. In altre parole, affliggere sta per aggiungere percosse, tormentare, far provare sofferenza, abbattere fisicamente e moralmente; recuperare sta per trarre in salvo qualcuno sottraendolo a un pericolo, risanare, riabilitare (rendere di nuovo abile, capace), rimediare a una situazione compromessa nel tempo, rimediare rispetto ad uno svantaggio …

… uno svantaggio … Don Mario ha constatato e afferma che in carcere si trovano persone che pagano per una fragilità del sistema educativo.

Rifletto. E’ possibile che la trasgressione sia, per una certa parte, la conseguenza di un “malfunzionamento” nel sistema educativo, di un disagio non riconosciuto e/o non adeguatamente affrontato durante il percorso formativo dell’individuo?

Marco Bottaro, dei servizi sociali, sottolinea la complessità delle storie personali, nelle quali è compromessa la dimensione esistenziale.

Rifletto. Quali spazi ha oggi, nell’ambito educativo, la dimensione esistenziale dell’individuo? Ma anche nell’ambito sociale, relazionale, culturale …

Giovanna Rotondo, nel discorso introduttivo, ha detto di avere incontrato persone alle quali sarebbe bastato poco per uscire facilmente da un periodo di sbandamento e invita ad avere più attenzione a chi abbiamo accanto.

Rifletto. Può essere, l’attenzione a chi abbiamo accanto, punto di partenza e/o elemento di prevenzione e cura per il disagio sociale e/o esistenziale?

Alberta

UN BILANCIO POSITIVO E, COME STIMOLO AD ESSERE OPERATIVI, UNA DOMANDA CHE DIVENTA PROPOSITO..

La possibilita’ di fermarci a riflettere su un tema cosi’ denso, significativo e complesso come quello della detenzione carceraria e ai relativi percorsi di re-integrazione sociale non è cosa da poco. Farlo dentro una coralita’ capace di dare voce ai tanti attori del nostro tessuto  sociale e civile ( istituzioni , mondo del volontariato, mondo  cooperativistico, enti ecclesiali ecc ) ha dato  un respiro ancora piu’ ampio, mettendo in circolo energie nuove e valorizzando quelle gia’ esistenti .

Questo ha significato per me la serata di venerdì 13 luglio , dalla quale mi sono portata a casa un interrogativo che mi piacerebbe diventasse stile e impegno personale: quali azioni di prossimita’ , o per usare un termine caro al nostro Arcivescovo, “di buon vicinato “ posso mettere in campo per aiutare una persona che termina il percorso in carcere a sentirsi accolta, accompagnata, custodita nel delicato passaggio delle dimissioni dentro scambi relazionali semplici ma autentici?

Un territorio, una citta’, una realta’ aggregativa diventano luoghi abitabili nella misura in cui tutte le persone che le compongono possono avere la possibilita’ di sentirsi riconosciuti come persone portatrici di un valore e di risorse e sperimentare il senso di appartenenza .

Una sfida non facile, a cui mi piacerebbe nel mio piccolo e sempre in rete e sinergia con chi già opera, cercare di dare delle risposte. Laura S.

 
INFINE IL PUNTO DI VISTA DI UN NOSTRO AMICO CHE E’ STATO DETENUTO “QUI” A PESCARENICO E CHE, ACCOMPAGNATO DAI SERVIZI SOCIALI, STA RECUPERANDO LA SUA VITA
 
Mi ha fatto piacere vedere molte persone con le quali ho intrattenuto momenti “lavorativi”, dalle letture al Giglio,…il comandante del carcere, don Mario, don Marco, le volontarie… Insomma mi sembra sia una direzione positiva quella intrapresa da più parti, quella di avvicinare i detenuti e la società. Mi ha colpito in particolar modo il direttore di Bollate…..”ogni detenuto ha una sua storia e comunque potenzialità inespresse da tirare fuori e bisogna impegnarsi per trovare occupazioni all’interno che possano proseguire poi fuori”. F.
 
NON HO POTUTO CHIEDERE AI RAGAZZI DEL CARCERE COME SI SONO SENTITI QUANDO HANNO LETTO I BRANI SCELTI DAL LIBRO “QUANDO LAVORARE E’ BELLO”. PERO’ F., DURANTE LA DETENZIONE, AVEVA PARTECIPATO COME ATTORE AD UNA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE ALLA QUALE AVEVANO ASSISTITO ANCHE PERSONE ESTERNE; SI E’ TRATTATO QUINDI DI UN EVENTO SIMILE A QUELLO AVVENUTO LO SCORSO 13 LUGLIO. ECCO COSA MI AVEVA SCRITTO IN RIFERIMENTO A QUELL’ESPERIENZA:
 
“… teatro, evento eccezionale che mi ha suscitato un alto coinvolgimento emotivo . Prima volta un’esperienza del genere.  Mi sono reso conto di come abbiamo coinvolto il pubblico, alle emozioni che siamo stai capaci di trasmettere e soprattutto quanto sia importante per noi essere considerati per una cosa positiva e non come/per i “fatti di cronaca” … mi ha emozionato vedere cosa siamo riusciti a trasmettere alle persone, per una volta non considerati come carcerati ma esseri umani che possono dare altro.
 
Per tutti coloro che sono interessati ad approfondire e a condividere il prossimo incontro sarà:
Venerdì 5 ottobre
alle ore 20.45
presso l’oratorio della parrocchia di Bonacina
via Galileo Galilei 32
Lecco
 
 
Alberta

Non è colpa di Pandora. La zona d’ombra delle dipendenze

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Non ho mai inserito questo libro nel blog, non so perché, forse all’inizio ero piuttosto restia a parlare di me. Ma come diceva qualcuno, “scriviamo affinché ci leggano”. Colgo l’occasione di un articol che ho stampato due volte per fargli posto. E’ un libro che mi ha interessato molto scrivere e non avrei mai pensato di pubblicarlo se il Dott. Vittadini, psichiatra e psicoterapeuta, non avesse insistito affinché lo facessi, dicendo che il testo era scritto in modo semplice e sarebbe stato comprensibile a tutti. Intendeva dire che il libro non era un prodotto giornalistico e non era riservato agli esperti, ma essendo frutto di un’esperienza, avrebbe aiutato le famiglie. Ed era importante che fosse in vendita nei supermercati. Questo non è avvenuto, non sono molto brava a promuovermi e, pur avendolo diffuso, per quanto ho potuto, ricevendo anche riconoscimenti e apprezzamenti, la quantità venduta è stata esigua; l’editore, giustamente, non ha stampato molte copie. Tuttavia, stiamo pensando a una ristampa, ne sono rimaste solo una decina.

 

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La mia prima intervista sul giornale di Lecco

 

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Lecco: presentato il libro sulle dipendenze di Giovanna Rotondo

Scritto Sabato 07 marzo 2015 alle 13:54

Ragazzi che rubano ai loro genitori per comprare la droga, pensionati che depauperano le loro risorse con il gioco d’azzardo, persone che si perdono dentro un bicchiere di vino vinte dai loro fallimenti. E le loro famiglie?

Giovanna Rotondo, lecchese, esperta di disagio giovanile, ha presentato ieri il suo nuovo libro “Non é colpa di Pandora” in un incontro promosso da Appello per Lecco, dove si è parlato di un tema tanto delicato quanto attuale, quello delle dipendenze. Un argomento che l’autrice ha saputo raccontare in modo vivace e coinvolgente in un saggio diviso in racconti.

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Gianfranco Scotti   Corrado Valsecchi   Giovanna Rotondo   Giuseppe Leone

A parlarne alla conferenza di presentazione del libro, insieme all’autrice e al padrone di casa, Corrado Valsecchi di Appello per Lecco, erano presenti Giuseppe Leone, saggista e critico letterario, Gianfranco Scotti che ha letto alcuni brani tratti del libro, l’assessore ai servizi sociali Ivano Donato e la dott.ssa Damaris Rovida del Sert.

Un testo vivo e vivace, che dá voce al disagio e alle fatiche delle persone che sono costrette, loro malgrado, a convivere con la dipendenza di un famigliare” ha commentato Giuseppe Leone. Il libro parla appunto di famigliari che s’incontrano in una terapia di gruppo (Gimof), coordinata da personale specializzato, per essere supportati e aiutati a non fare “il muro di gomma”, in presenza della dipendenza di un figlio, di un genitore o di un familiare.

Il testo, diviso in racconti, alcuni molto dialogati, descrive i diversi personaggi e li accompagna lungo una parte del percorso terapeutico. Si parla di dipendenze con o senza sostanze: alcolismo, gioco d’azzardo e altro. “Non è un’opera specialistica, si rivolge a tutti, con un linguaggio comprensibile e coinvolgente. È un libro che mancava, perchè va a colmare un vuoto” ha spiegato il critico letterario.

Il libro è dunque uno strumento di riflessione, che parla di sofferenza e vittime. Non ci sono colpevoli, le dipendenze sono da considerarsi come vere e proprie malattie. Da qui infatti il titolo del testo: “Non è colpa di Pandora”.

Appello 2

Corrado Valsecchi presenta il programma dell’incontro

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Giovanna Rotondo

Sono molto commossa” ha esordito l’autrice di fronte al numeroso pubblico presente in sala. “Non sono una specialista, né di dipendenze né di sostanze, ma le ho viste usare e talvolta subire. Tuttavia, ho imparato molto. Mi sono chiesta molte volte se fosse possibile uscire dalla dipendenza. Oltre al disagio, c’è sempre una grande sofferenza della famiglia. Anche quando le persone riescono a portare in terapia un famigliare, continuano ad avere bisogno di aiuto, perchè ci vuole tempo, pazienza e fermezza“.

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Emozionata e commossa

Il percorso a cui fa riferimento la scrittrice è il già citato gimof (Gruppo Informativo Motivazionale per i Famigliari). Si tratta di un percorso di terapia di gruppo per aiutare e sostenere i famigliari dei pazienti in cura per sostanze che creano dipendenza. Qui si incontrano persone con problemi simili, e insieme si cercano risposte. “È un percorso duro, ma che dà molto. La disperazione iniziale, piano piano si trasforma in speranza” ha spiegato Giovanna Rotondo.

Il messaggio forse più importante che traspare dalle parole dell’autrice, è quindi quello del recupero del danno: ” i momenti più drammatici si possono recuperare e trasformare in rinascita. Bisogna recuperare qualsiasi cosa faccia soffrire e trasformarla“.

È un testo quindi che offre una serie di riflessioni su tutte quante le dipendenze, sebbene tratti per lo più il tema dell’alcool e della ludopatia, le cosiddette “droghe legali”.

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Gianfranco Scotti legge alcuni brani del libro

Come ricordato anche dagli altri ospiti intervenuti alla conferenza, le dipendenze da alcool, e soprattutto da gioco d’azzardo, sono troppo spesso sottovalutate. “La ludopatia, va trattata come qualsiasi altra dipendenza, in quanto si tratta di una malattia vera e propria. Fortunatamente oggi, questo tipo di problematica può essere curato al Sert, come una qualsiasi dipendenza” ha spiegato la dott.ssa Damaris Rovida del Sert.

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Danaris Rovida, responsabile del Sert di Lecco

Il comune di Lecco” ha infine aggiunto l’assessore Ivano Donato, “è stato uno dei primi comuni ad essersi occupato di ludopatia. Attraverso alcune ordinanze siamo riusciti a limitare l’uso di slot machine, con ottimi risultati“. Questo a dimostrazione del fatto che, come spesso accade, la prevenzione occupa un ruolo fondamentale, soprattutto se fatta attraverso un lavoro di rete, con istituzioni e associazioni.

P.M.

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Il pubblico in sala

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Un intervento di Giuseppe Rota

 

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Firma dei libri

© http://www.leccoonline.com – Il primo network di informazione online della provincia di Lecco

 

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27 febbraio 2015 – ore 21 presso la libreria LiberaMente di via G. Longoni 27/29 Oggiono          GIOVANNA ROTONDO     presenta il libro

Non è colpa di Pandora LA ZONA D’OMBRA DELLE DIPENDENZE Ed. La Vita Felice – Milano 

Mi sono approcciato al libro di Giovanna Rotondo, titubante. Convinto fosse uno dei soliti saggi sulle dipendenze, un testo solo per specialisti o addetti ai lavori. Mi sentivo poco attratto. Poi ho iniziato a leggerlo. Giovanna scrive bene e questo mi ha invogliato a proseguire. Intanto non è un trattato, ma una serie di racconti, di persone, di sesso, origine, età ed estrazione sociale diverse, tutte accomunate da un grande problema: sono i famigliari dei pazienti in trattamento per sostanze che creano dipendenza. In effetti queste persone, spesso sole, rischiano di essere schiacciate dal peso dell’esperienza negativa, alcol, droghe, gioco d’azzardo, in cui i loro cari sono caduti. Anch’esse hanno bisogno di aiuto. Sono malate di riflesso. Quante volte facciamo considerazioni di commiserazione o anche di rispetto per chi con coraggio e abnegazione affronta nella propria famiglia situazioni simili conosciute, che vale anche per chi si ritrova improvvisamente ad accudire, in casa propria, persone con gravi patologie, anziani o con malattie in fase terminale. Ci viene da chiedere come facciano. Qual’é la forza che li spinge ad andare avanti. «Dopo tanto tempo passato a chiederci perché sia toccata a noi, alla nostra famiglia, il doversi confrontare con una situazione di dipendenza, dopo giorni e giorni passati nel tentativo di capire come sia potuto accadere, dove abbiamo sbagliato … oggi veniamo al gimof.» Il libro inizia così, facendoci conoscere una parola nuova, almeno per me. Il gimof (Gruppo Informativo Motivazionale per i Famigliari) è un percorso di terapia di gruppo per aiutare e sostenere i famigliari dei pazienti in cura per sostanze che creano dipendenza. I personaggi si raccontano, o meglio, durante le sedute raccontano, come in un confessionale aperto a tutti gli altri, cosa sta accadendo alla loro vita, con tutte le inevitabili problematiche: i dubbi, le aspettative, le gioie e le possibili delusioni. Davide, Marianna, Francesca, Giuseppe, il dottor V. sono i protagonisti veri, come vere sono le storie che raccontano. «Abbiamo bisogno di risposte, di essere, in qualche modo, se non rassicurati, almeno sostenuti. Di sentirci meno soli. Non sappiamo cosa ci riservi il futuro, non pensiamo al futuro, non pensiamo più al passato: ci concentriamo sul presente con estrema attenzione, impariamo a camminare di nuovo, un passo alla volta».     Giovanni Corti

 

Presentazione Ibis, una presentazione in cui non avevo ancora molta padronanza dell’audience, gli amici interrompevano spesso per chiedermi spiegazioni su qualcosa, senza aspettare di giungere alla fine del discorso, ma è stata una presentazione molto seguita…

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Una bella esperienza a Nardò, una deliziosa cittadina del Salento, curata, pulitissima. Per la prima volta ho parlato senza sentirmi impacciata, pubblico attento e interessato. Mi piace pubblicare le foto…

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Al Centro Polifunzionale di Opera

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E le letture della Compagnia Teatrale Maskere, un adattamento dei dialoghi del libro di Diana Battagia, molto interessante!

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Il sindaco di Opera, Fusco

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Diana Battagia che presenta il libro e il programma della serata

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Giuseppe Leone che illustra la parte letteraria

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Diana Battagia, io, Giuseppe Leone e una psicologa del Sert, ma non ricordo il suo nome

 

LUCA MACIACCHINI PER NON È COLPA DI PANDORA DI GIOVANNA ROTONDO

Non è colpa di Pandora

autori: Giovanna Rotondo
formato: Libro
prezzo: € 11,90 

invece di € 14,00

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“NON E’ COLPA DI PANDORA” di Giovanna Rotondo (ed. La vita felice,2014)

Il sentimento di irritazione e impazienza può essere scatenato da varie ragioni. Non è raro però che una causa scatenante possa essere il fatto di ritrovare negli altri alcune caratteristiche o atteggiamenti che d’istinto respingiamo ma che in certo qual modo sono presenti a livello maggiore o minore , a livello più o meno inconscio, anche in noi stessi. E’ questo il sospetto che emerge limitandoci ad “ascoltare” le sensazioni da noi stessi provate leggendo “Non è colpa di Pandora”, opera della poliedrica Giovanna Rotondo, sul tema delle dipendenze e , come recita  il sottotitolo, delle loro subdole “zone d’ombra”, che logorano persone di estrazione e ruolo sociale fra i più disparati.

L’opera è sostanzialmente un resoconto di alcuni passaggi di terapie di gruppo indicate con le loro inquietanti sigle tecniche come la“Gimof” (che indica il percorso di terapia di gruppo per pazienti in trattamento e i loro familiari). Emergono a tratti sempre più definiti le personalità dei diretti interessati coi loro nomi di battesimo (non si sa se veri o immaginari); ciò che salta all’occhio è lo stile distaccato dell’autrice che si limita a descrivere i duri momenti di tale percorso terapeutico pur mantenendo una palese empatia con le situazioni descritte. Alcol, droga, gioco d’azzardo, sono gli effetti risaputi di problematiche mai risolte o mai volute affrontare. I protagonisti loro malgrado di questa “avventura” si giostrano in quella che potremmo quasi chiamare , parafrasando Hanna Harendt, una sorta di “Banalità del male” dove ognuno sembra preda di qualcuno o qualcosa d’altro; ogni vocabolo, gesto ,sguardo, può venire soppesato e interpretato in molteplici modi e quando di mezzo c’è la psicologia o la psicanalisi ci sono sempre “trappole” in agguato. Qualche volta si cerca di “stemperare” e sdrammatizzare la situazione  con battute di improbabile efficacia (“Da alcolista ad alcologo!”) che però non la spuntano sulle frasi tanto scontate quanto imprescindibili (“E’ un processo lento e faticoso…” “Per aiutare gli altri bisogna prima aiutare se stessi”…e così via). Tra genitori e figli, tra mogli e mariti e amici…la tentazione di scaricare la colpa su altro o altri è sempre forte. Ma la chiave di tutto è forse proprio quella che suggerisce il titolo “Non è colpa di Pandora”; è piuttosto colpa nostra, di ognuno di noi, con le sue “beghe” irrisolte che poi si ripercuotono su chi ci vuole bene veramente e ci è più vicino e non sa come aiutarci. E dunque la persistenza distaccata quasi da referto medico con cui l’autrice si limita a registrare i percorsi dei partecipanti scatena proprio l’effetto forse voluto: pesantezza, irritazione, voglia di dire “MA se davvero lo vuoi ce la puoi fare!”. ma anche consapevolezza ineludibile che “tutto quello che accade fa parte della vita” per dirla con Giorgio Gaber. E lo stile dello scritto è dunque la sua pecca e la sua arma vincente allo stesso tempo. Vincere , o meglio in questo caso “vincersi” si può . Il confronto terapeutico può aiutare ma non basta. Anche il “senso di appartenenza” che la paziente Marianna dice di aver riscoperto alla fine della terapia, nella lettera che chiude il libro, in realtà non tranquillizza il lettore che arrivato alla fine della lettura,  capisce che “domani è un altro giorno” e una ricaduta (peraltro vista nel corso del testo come una opportunità e non un limite) può essere sempre in agguato. Sta alla maturità di ognuno di noi tenere alta la testa e navigare a vista. Ognuno decida, almeno, chi e cosa  vuole essere.

Luca Maciacchini

Questo articolo è stato pubblicato in OCCHIO CRITICO – rubrica di recensioni il 6 maggio 2016.

(su lucamaciacchini.com)