Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere

A domani! Giovanna

Spero che il libro piaccia, non sono in grado di esprimere giudizi sul mio lavoro, posso solo dire che Silvana Ceruti ha scritto una bellissima prefazione, molto interessante; una prefazione che è diventata parte integrante del libro, cogliendone l’essenza. Ringrazio Silvana.

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Lettera di Michele

Le parole scritte da Michele nella sua lettera meriterebbero un’attenta valutazione sulle condizioni di estremo disagio in cui molti giovani vivono; ne conosco alcuni fatti lavorare come schiavi, a tutte le ore, senza alcuna tutela e dignità, anzi “devi essere contento che hai un lavoro con i tempi che corrono” anche se questo lavoro non ti consentirà di fare dei progetti né vivere, seppur con semplicità. Quella di Michele è una lettera che non posso dimenticare, rappresenta: “Il furto della felicità” di un’intera generazione, una sconfitta! Una sconfitta per tutti noi. Questo messaggio Michele ha voluto inviarcelo con il sacrificio della sua vita.
Ho deciso di pubblicare la lettera sul mio blog insieme a un articolo di Giuseppe Leone, un’analisi delle parole di Michele e di un gesto drammatico tuttavia estremamente lucido, che necessita di essere approfondito e compreso. Lui era una persona libera e se n’è andato da persona libera; ha esercitato il suo diritto a non vivere in un mondo in cui la politica è insulto e degrado, il rispetto dell’altro un’illusione. Un mondo che non ti permette di scegliere e riserva condizioni di  vita  aspre e senza speranza per  molti. No, lui in un mondo così non ci voleva stare.

Tratto dalla rivista letteraria “Pomezia-Notizie, marzo 2017”.

                  CAMUS, KAFKA E IL SUICIDIO DEL GIOVANE MICHELE

Forse non è stato un suicidio qualunque, quello di Michele, consumato a Udine l’ultimo giorno di gennaio, in casa della nonna. Non lo è stato, probabilmente, anche per il modo come è stata data la notizia attraverso una lettera del suicida pubblicata sulle pagine del Messaggero Veneto per volontà dei genitori, affinché non cada nel vuoto la sua denuncia; e per la quasi totale assenza di commenti da parte di esperti e psicologi.
Un suicidio brandito in segno di riscatto sociale non è cosa di tutti i giorni e, in effetti, leggendo questa lettera di addio, sembrerebbe che il gesto di Michele trovi legittimazione non tanto nei modelli della civiltà presente, quanto nel loro superamento: di un Camus o di un Kafka, per esempio, che al suicidio, unitamente al lavoro, hanno dedicato più di una riflessione e di un approfondimento. Ma cerchiamo di entrare nel merito della lettera.
Il giovane aveva solo trent’anni, ma sapeva già tutto della vita. Ne aveva coscienza della sua miserevole condizione e soprattutto si era fatta l’idea che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza, tanto che era stufo “di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri…  stufo di invidiare, stufo di chieder(s)i cosa si prova a vincere, di dover giustificare la(sua) esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le (proprie), stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illuder(s)i, di essere preso in giro”.
Era stufo di tutto, insomma, perché il mondo che gli girava attorno era assurdo, senza speranza e senza felicità, ma soprattutto perché, per un anticonformista come lui, mancavano le condizioni per imporsi e non aveva i poteri o i mezzi per crearle. In altre parole, Michele avrebbe anche combattuto il mondo, ma non per sopravvivergli.
Ed è a questo punto che il suo gesto sembrerebbe prendere le distanze, tanto da Camus quanto da Kafka, dai loro personaggi s’intende, da Sisifo, come dall’agrimensore K.: dal primo, perché non può ammettere – come lo scrittore transalpino – che l’eroe mitologico sia felice quando, di nuovo ai piedi della montagna, si accinge a riportare il masso sulla cima; dal secondo, perché è “stufo” di stare ad ascoltare le voci del mondo, a differenza di K. che, nel cammino dal villaggio al Castello, nell’attesa di venire assunto come agrimensore, sta sempre in ascolto per decifrare le voci confuse e mescolate, risate vaghe, richiami lontani che egli sente quando telefona al Castello per chiedere notizie della sua assunzione.
Michele, togliendosi la vita, non ha voluto accettare il quotidiano perché a ogni passo vi trovava un fallimento, con buona pace della felicità di Camus e della speranza di Kafka. Non ha accettato questa sottomissione al quotidiano, perché sarebbe diventata un’etica.

Eppure, questa di Michele, poteva anche essere una lettera scritta non per annunciare la propria morte, ma per iniziare un suo prossimo ipotetico romanzo o diario e, in questo caso, avrebbe fatto riudire il grido dell’Ortis dal fondo della laguna veneta (Nord-Est), ma non lo ha fatto, per rimanere fedele alla vita. Ha, invece, preferito uccidere sul nascere, nel momento in cui ha preso coscienza, lo scrittore e il personaggio che avrebbero potuto sopravvivergli. E la sopravvivenza, neanche in questo caso, l’avrebbe sopportata.

Giuseppe Leone

Lettera di Michele

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

Chiacchiericcio di bimbi

Troppo chiasso e movimento, ho bisogno di una pausa. Fuori piove a dirotto da molte ore e dopo costruzioni, disegni, libri e favole raccontate non ci sono molte altre risorse per tenere buoni due bambini vivaci di sei e sette anni. C’è la tv, ma hanno già guardato anche quella:
“Zitti un poco, svegliate la bimba se continuate così… fuori cani e gatti, grazie. Siamo in troppi qui dentro, si soffoca” dico.
“Ma fuori si bagnano…”
“Staranno sotto il portico, se no peggio per loro, non vi sopporto più!”.
“Nonna, lui ha detto una parolaccia, vero che le parolacce non si dicono?”
“Non è vero, e poi le dice anche il papà quando guida e si arrabbia”.
“Ehm, bè, non dovebbe dirle neanche il papà”.
“Io gliel’ho detto che non si dicono” risponde Gabriele.
“E allora, la parolaccia?”
“Nonna, lui dice “casso” mormora Fabiano, con aria complice.
“Casso?” e che cos’è “casso”?”  indago, facendo finta di non capire.
“Io te lo dico, ma non lo dico per dire una parolaccia, solo per farti un esempio, va bene?” la sollecita Fabiano preoccupato.
“Va bene”.
“Vuol dire “cazzo…” mi sussurra all’orecchio timoroso.
“Ah, ma guarda, e tu sai che cosa significa?” gli chiedo.
“No, la mamma dice che è una parola che non si deve dire”.
“Ah, ma va?” continuo, facendo nascere un po’ di curiosità “ e tu Gabriele, lo sai?”
“No, non lo so, non si dice, uffa”, risponde Gabriele, sempre un po’ petulante.
“Va bene, allora… vediamo… vediamo… chi indovina che cosa vuol dire?” giochicchio, avvertendo la loro impazienza “ma allora, non lo sapete proprio? Ve lo dico? “cazzo” è un altro modo per dire “pisello”, voi ce l’avete il pisello, sì o no?”.
I due mi guardano alquanto stralunati:
“Ma pisello non è una brutta parola…” il viso di Fabiano esprime meraviglia.
“Ma nonna, perché “cazzo” è una brutta parola e “pisello” no”?
“Sì è vero e perché il pisello si chiama pisello?” chiede Gabriele.
“Allora, vediamo, “pisello” è il termine familiare, il vostro pisello assomiglia al baccello che contiene i piselli e per questo chiamiamo il pene “pisello”.
“Allora il mio pisello è un casso?” esclama, Fabiano sorpreso.
“Più o meno! Cazzo è un modo di dire abusato e antipatico e si può usare in modo molto volgare, meglio non farlo, anche se ogni tanto ci scappa, va bene?”.
“Nonna, ma la sorellina non ce l’ha il pisello…”
“Bè, anche lei ha una pisellina, ma non si vede, è dentro,  protetta”.
“Vero” dice Fabiano. “Perché se no quando nascono i bambini si fanno male. Vero, Nonna che i bambini nascono nella pancia della mamma e escono dalla pisella? La mamma aveva una panciona quando è nata lei”.
“Sì, non nascono da soli nella pancia della mamma, un aiuto ce lo mette anche il papà con il seme del suo pisello”.
“Ma quello del papà è un pisellone”. E ghignano tutti e due.
“Quando sarete grandi anche voi avrete dei figli e farete i papà”.
“Nonna io non voglio fare il papà, farò lo zio dei bimbi di Fabiano”. dice Gabriele, vergognoso.
“E perché” chiedo.
“Non mi piacciono le bambine”
“Ah, ma va? E come mai?” sorrido divertita “Non ti piace la tua sorellina?”
“Sì, ma io dicevo le bambine”.
“Eh, ma anche lei è una bambina, solo che adesso è piccola piccola”.
“Ci sono gli angeli femmina?” chiede Fabiano di punto in bianco.
“Ti dirò: non lo so, tu che dici?” lui mi guarda dubbioso e fa spallucce senza rispondere.
“Nonna, adesso possiamo guardare Peppa Pig?”