L’autunno

E venne l’autunno,
Un autunno segreto,
amava i colori
la composizione.

S’insinuò pian piano
in ogni albero,
dipingendo foglie
timido e sornione.

Allegra e contenta,
L’estate esitava
a dover lasciare
la bella stagione.

Lui, artista qual era
creò il suo paesaggio
sfumato di rosso,
la sua passione!

Lei si sfilo lieve,
sorrise, tornerò
disse, l’altr’anno.
Oh, mia emozione!

Giovanna

Nella nebbia mattutina, con ancora davanti agli occhi i colori del bosco…

(da rivedere, come sempre)

Wuming Foundation

Considerato l’interesse che l’articolo pubblicato ieri ha suscitato tra gli amici, ve ne propongo un altro, anche questo merita una riflessione. Spero che riusciate a collegarvi al sito. Non sono molto brava con i collegamenti. Ma dovrebbe funzionare. Non intendo abusare di questo sistema, ma a volte leggere qualche buon articolo fa bene alle cellule grigie, alle mie senz’altro.

Bisogna cliccare sulla linea rossa.

La scienza dei dogmi

La martellante sovraesposizione mediatica di notizie legate al Covid-19 è il riflesso di una più profonda ansia collettiva che sta trasformando la scienza in religione.

Claudio Chianese

Scrive Gramsci, nel suo lessico marxista, che dire la verità è un’azione rivoluzionaria perché prepara “la massa all’esercizio del potere”. Ma adesso che Gramsci, e non solo le sue ceneri, l’abbiamo sepolto da un pezzo, c’è rimasto giusto Chesterton: “fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro”. Perché ad essere rivoluzionaria non è più la verità, ma l’ovvietà: al momento, l’ovvietà che il professor Crisanti ha detto a Focus Live. Il più elementare principio di precauzione: prima di assumere un farmaco un cittadino ha il diritto di accedere a tutti i dati necessari per una decisione informata. Davvero, solo questo. E, del resto, non c’è nemmeno bisogno d’essere del mestiere per rendersi conto che enormi interessi politici ed economici spingono per lo sviluppo rapido di un vaccino anti-Covid: ragione sufficiente per un supplemento di prudenza.

Chissà se si aspettava, Crisanti, che la sua prudenza fosse offensiva. Eppure sembra esserla al punto che si è riunita la banda dei virologi e sono partite le mazzate. Sorvoliamo sulla royal rumble fra accademici che va avanti da mesi, smargiassa come il wrestling ma meno divertente, invece cerchiamo di recuperare dal bordo del ring almeno una riflessione interessante. La introduce proprio Crisanti, quando denuncia al Corriere che “i custodi della ortodossia scientifica non ammettono esitazioni o tentennamenti, reclamano un atto di fede a coloro che non hanno accesso a informazioni privilegiate”. Oltre il caso Crisanti, che può passare per bega da cortile universitario, il tribunale dell’Inquisizione è in assise permanente, e non si occupa certo di verità. Questo è il primo errore: pensare che i conflitti fra scienziati riguardino esclusivamente la scienza. Riguardano soprattutto il potere, come ogni interazione umana.
Abbandoniamo, per quanto confortanti siano, due miti contrapposti: uno, quello di una comunità di sapienti votata al progresso dell’umanità; l’altro, il genio ribelle che sconvolge con le sue intuizioni la cricca dei vecchi sclerotici. La realtà, com’è triste abitudine della realtà, appare più scialba: un’accademia pachidermica produce infinite, borgesiane biblioteche di ricerche non particolarmente solide né rilevanti e marginalizza, per disinteresse o corporatismo, le idee più eterodosse – che, però, novantanove volte su cento sono sbagliate. La scienza non si sviluppa grazie alle istituzioni accademiche, ma nonostante: i baroni della generazione precedente muoiono e sulle loro poltrone si siedono successori di vedute più ampie; un’eresia ogni tanto apre una crepa nei paradigmi consolidati, e si comincia a intravedere qualcosa di nuovo. Dal momento che ci troviamo a distruggere miti, ricordiamo en passant come Feyerabend tratta il mito fondativo della scienza moderna, il processo a Galileo: 
Messa a confronto con quei fatti, teorie e standard, l’idea del movimento della Terra era assurda. Uno scienziato moderno non ha alternative in proposito. Non può attenersi ai suoi standard rigorosi e nello stesso tempo lodare Galileo per aver difeso Copernico. […] Gli aristotelici, non diversi in questo dai moderni studiosi che insistono sulla necessità di esaminare vasti campioni statistici o di effettuare «precisi passi sperimentali», chiedevano una chiara conferma empirica, mentre i galileiani si accontentavano di teorie di vasta portata, non dimostrate e parzialmente confutate. […] L’atteggiamento dell’American Medical Association verso i professionisti che non ne fanno parte è rigido come quello della Chiesa verso gli esegeti laici […]. Esperti, o ignoranti che hanno acquisito il riconoscimento formale di una competenza, hanno sempre cercato, spesso con successo, di assicurarsi diritti esclusivi in ambiti particolari. Qualsiasi critica al rigore della Chiesa romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza. […] Il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dalle macchinazioni degli specialisti. Voleva proteggere la gente dall’essere corrotta da un’ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Paul Feyerabend

Quando Locatelli e Bassetti definiscono le parole di Crisanti inopportune, gravissime, da censurare, si stanno, in buona sostanza, preoccupando per la vita armoniosa. Non ci sono i dati, e dunque non c’è nessun dibattito scientifico: solo una parte che dubita e un’altra che rassicura. Si parla, quindi, dell’impatto sociale di certe dichiarazioni: Locatelli e il CTS, proprio come i giudici dell’Inquisizione, hanno paura che la gente perda la fede. Parole loro: 
in un Paese che già di per sé si connota a volte per qualche perplessità, dubbio, o ostilità a considerare le strategie vaccinali è bene ricordare sempre il riverbero a livello mediatico che certe affermazioni possono avere. 
Qui sta la differenza fra il paradossografo greco, il matematico per sfizio, l’aristocratico appassionato di piante esotiche, e lo scienziato moderno: una differenza non di capacità o risultati, ma di potere. Lasciata la torre d’avorio, gli scienziati oggi camminano fra le gente – con le scarpe rialzanti, ma insomma – la proteggono dall’errore, la tranquillizzano, la guidano: insomma esercitano quello che Foucault definisce potere pastorale, lasciato sul terreno dalle istituzioni religiose dopo il Medioevo. La grottesca iperpresenza mediatica di un pugno di medici durante la pandemia non si giustifica solo con la notiziabilità dei pareri autorevoli, ma è il riflesso di una più profonda ansia collettiva. I medici, in tempo di Covid, non fanno solo da medici come ci si aspetterebbe: fanno da preti. Giudicano obliquamente il potere politico, lo legittimano, spacciano teodicea alla gente, cioè la certezza che il mondo, nonostante tutto, sta andando nel verso giusto, le misure restrittive sono necessarie, il vaccino è sicuro. 
Mentre Gramsci parla della verità come di uno sforzo collettivo, “generata spontaneamente dall’esperienza viva e storica”, la verità che arriva dall’alto è sempre fragile, non ha sistema immunitario, e dunque rischia ogni volta che viene messa a dibattito. Così, un certo establishment considera pericolose, e su queste basi ha ragione, le parole di Crisanti. Intendiamoci, non stiamo prendendo una posizione sul contenuto tecnico dello scontro – che è, appunto, quasi inesistente – né dicendo che i medici mentono e i vaccini ci ammazzeranno. Ci sono buone ragioni per il consueto, onesto, scetticismo, ma poche per il catastrofismo. Non è questo il punto, perché il Covid passa ma l’affamata disperazione del mondo moderno resta. Viktor Frankl parla di “vuoto esistenziale” come di un fenomeno caratterizzante del nostro tempo: All’inizio della storia, l’uomo ha perso alcuni degli istinti che definiscono il comportamento animale. Questa sicurezza, come il paradiso, gli è preclusa per sempre; l’uomo deve compiere delle scelte. Per giunta, l’uomo ha sofferto di recente la perdita delle tradizioni. Nessun istinto gli dice cosa deve fare, e nessuna tradizione gli dice cosa è opportuno che faccia; a volte non sa nemmeno cosa vuole fare. Invece, desidera solo fare quello che fanno gli altri – conformismo – o quello che gli altri gli dicono di fare – totalitarismo. – Viktor Frank

Allora, sempre secondo lo psichiatra austriaco, a motivare l’esistenza umana non è la volontà di piacere – che la nostra modernità suscita, soddisfa e suscita di nuovo – ma la volontà di significato. Scomparsa l’educazione collettiva alla religione, relativizzato come esperienza edonistica il significato-nell’amore, attivamente combattuto il significato-nella-sofferenza, la scienza, con la sua promessa di possibilità infinite e infinito potere, almeno rimuove il problema. Solo che la scienza non è una promessa, non è un’istituzione, un partito, uno stile di vita, il club degli intelligenti: è uno strumento. Lo strumento che si usa per costruire modelli approssimativi di fenomeni naturali. Nient’altro. Ci hanno raccontato la scienza con un’infinità di narrative, quando bastava “star zitti e calcolare”. Da una parte, si tratta di ammettere che il rogo degli idoli non può essere selettivo, che non si torna all’infanzia, che la meraviglia e il significato non sono custoditi negli scrigni della natura e non ci salverà trovare le chiavi; dall’altra, di liberare gli scienziati dal ruolo sociale di maestri, dalla ridicola responsabilità di evitare opinioni scomode – quella responsabilità richiesta a Crisanti – e restituirli alla prassi scientifica, che funziona meglio quando le idee si propongono anarchicamente e si indagano analiticamente. Qui sta la differenza fra esperti ed esperti di troppo.

Articolo pubblicato sulla rivista: L’intellettuale dissidente

Un testo che ben si adatta a una profonda riflessione sul periodo che stiamo vivendo. Buona lettura. Giovanna

La valigia

di Marisa Vidulli

Marina teneva in un angolo della casa una valigia. Per tutto l’anno quell’oggetto faceva bella mostra di sé nell’anticamera dell’appartamento dove viveva col marito e i due figli.
L’aveva acquistata  una bella ma fredda  mattina di primavera di alcuni anni prima, con il vento teso e tagliente,  che cosi spesso soffiava nella sua città di mare, a spazzare un cielo azzurro da cui proveniva l’odore del primo sole della stagione.  Anche i rumori  del traffico cittadino che riempivano l’aria tersa erano diversi, come dilatati, dal suono quasi metallico. La città sembrava respirare, così senza ombra di smog, e bersi tutto  quel nitore. 
Pure Marina respirava a pieni polmoni canticchiando tra sé,  mentre camminava svelta svelta per raggiungere la fermata dell’autobus tirandosi dietro la  valigia appena comprata.  

Come l’aveva vista, nella luccicante vetrina del negozio di pelletteria del centro, se n’era subito innamorata e, senza pensarci due volte, l’aveva acquistata, portandosela poi a casa, ingombrante com’era.
Era una bella valigia di tela robusta, di un bel color verde scuro, con le rotelle e spaziosa che ci poteva stare tutto ciò di cui una persona avesse avuto bisogno per un viaggio, anche di lunga durata.
 Una striscia di cuoio ad una delle estremità  permetteva al proprietario di trascinarsela dietro senza fatica. Era insomma una gran bella valigia: solida, grande e comoda, il massimo per viaggiare. Ed a questo pensava Marina, ogni volta che la vedeva, accarezzandola di soppiatto tra una faccenda e l’altra, spolverandola di tanto in tanto, ma senza mai riporla nell’armadio con le altre valigie dove sarebbe stato il suo posto.
 
“Ma perché quella valigia  sempre tra i piedi?”, chiedeva stupito il marito, che più di tanto alla casa non prestava attenzione, ma in quella valigia era già inciampato più volte, perché era sempre lì, nell’angolo più oscuro dell’anticamera, come fosse stata lasciata in quel luogo da un viaggiatore distratto e dimenticata.
“E’ perché non c’è più posto nell’armadio a muro, non so proprio dove metterla!”, rispondeva vaga Marina, quando le veniva posta- di rado a dire il vero, perché in famiglia ognuno andava e veniva badando ai fatti suoi- la domanda. E  tutto finiva lì.
Per lei invece la valigia rappresentava tutto ciò che desiderava di più al mondo, e non avrebbe -chissà- forse mai  avuto. Rappresentava insomma la Libertà.
Non che volesse fuggire ed abbandonare casa ed affetti Marina: no, questo era impensabile, ma partire per un bel lungo viaggio, qualche volta, ah, questo sì! Il solo pensiero l’ estasiava, le infondeva allegria e coraggio, la faceva volare alta con la fantasia, dandole soprattutto la forza di continuare giorno dopo giorno quella noiosa  routine domestica, che odiava in cuor suo, ma a cui sapeva di doversi adattare per il bene dei suoi cari: il marito e i due figli che amava teneramente.
 
Quella valigia era il suo sogno segreto, la sua coperta di Linus, la sua terra di conquista,  la finestra sul mondo insomma, quel mondo che avrebbe voluto vedere tutto, tanto era grande, ma non poteva, perché doveva badare alla famiglia, come era giusto che fosse.
Ma poteva fantasticare, questo sì, questo non glielo poteva togliere nessuno e volare  lontano con la fantasia  abbandonandosi a sogni di ogni genere. Ecco il perché di quella valigia vuota nell’ anticamera, che ogni tanto, di soppiatto, accarezzava.
Aveva già visto le piramidi Marina  con la sua valigia, e le statue dei faraoni, seduti maestosi con le palme  delle mani sulle ginocchia. Aveva risalito la valle del Nilo, respirato l’aria acre del deserto, annusato l’odore dei cammelli, aveva visto i beduini discendere dalle dune all’alba ed i tramonti di fuoco sulla Valle dei Re. Si trattava naturalmente di un viaggio fatto con la fantasia, ispiratole da uno spot pubblicitario televisivo. La prima volta che lo aveva visto, restandone incantata, era andata subito a controllare la sua valigia di tela verde, guardandola come affascinata, mentre si immaginava di riempirla con abiti adatti-  avrebbe fatto caldo? avrebbe fatto freddo?- per andare a visitare l’Egitto e le sue mille meraviglie.
 
Un’altra volta le era successo di vedere un documentario su Londra dove aveva vissuto a lungo da ragazza.
Aveva rivisto il Cambio della Guardia, con i soldati dai grandi colbacchi neri e la giubba rossa, a cui aveva fatto, invano a dire il vero, gli sberleffi con la sua amica, nel tentativo di farli ridere ed abbandonare l’aria serissima che li contraddistingueva.
 Aveva rivisto la National Gallery con i suoi dipinti, che si ricordava ad uno ad uno, anche se tanti anni erano passati. Ricordava in particolare quella fanciulla di Renoir che tanto l’aveva colpita,  ancor più del famoso dipinto di Leonardo da Vinci, da sempre la sua grande passione. Doveva averne ancora la riproduzione, allora acquistata, da qualche parte.
Poi, con un gran tuffo al cuore, aveva rivisto St James’s Park dove aveva passato lunghi, felici, incantati pomeriggi, col  fidanzatino di allora – chissà se c’era ancora sulla corteccia di quell’albero l’incisione coi loro nomi? – e poi, e poi… la cattedrale di St. Paul e l’abbazia di Westminster e il museo di Greenwich con le polene sulle navi, e poi e poi… Gli occhi chiari di Marina in quei momenti sembravano perdersi nella lontananza dei ricordi.
 
Era corsa  allora  dalla sua valigia e, con gli occhi umidi, l’aveva accarezzata a lungo. Avrebbe tanto voluto ritornare in quei luoghi, anche per poco tempo, solo per pochi giorni, durante il Ponte dei Morti, forse  si poteva fare si era illusa per un attimo. “Ma no che non si poteva, sei diventata matta?” le aveva  subito detto  con tono perentorio il marito la sera stessa quando lei timidamente aveva accennato l’argomento e Marina non era  stata proprio capace di imporre la propria volontà, come sempre d’altronde.
Si, forse quella volta era stata la peggiore di tutte. Aveva pianto, silenziosamente, mentre spolverava la sua valigia, controllandone le rotelle nuove, le cerniere luccicanti ed il comodo manico estraibile. Aveva anche provato in cuor suo un moto di ribellione in quell’occasione, sebbene  questo sentimento non facesse parte della sua natura docile e sottomessa, e l’indomani mattina, appena uscito il marito, aveva telefonato all’aeroporto chiedendo dei voli per Londra, con il cuore che le batteva forte nel petto, mentre annotava  gli orari ed i prezzi diligentemente sulla sua agenda. Poi  il sogno vagheggiato  e teneramente nutrito aveva avuto termine, come una bolla di sapone evanescente che vola leggera e colorata nell’aria ed alla fine in essa si dissolve. Aveva volato anche lei come la bolla di sapone, dai mille colori, con la  fantasia per ore e ore, ed infine  il sogno si era silenziosamente dissolto nel nulla. Da quella sera non aveva  più trovato il coraggio di trasmettere al marito i suoi pensieri, per paura di sentirsi ripetere per l’ennesima volta che lui tanto a Londra o a New York o a Parigi c’era già stato e non gli interessava per niente ritornarci.
 
Avrebbe potuto partire da sola Marina o con una amica, o con la figlia già grandicella, ma in fondo in fondo era una codarda, non aveva il coraggio di affrontare una discussione con il marito, che sicuramente non avrebbe gradito quella presa di posizione.
L’indomani però era partita per Milano. Aveva messo lo spazzolino da denti e il pigiama nella grande valigia verde ed aveva preso il treno per la capitale lombarda, dove viveva la sorella.
“Ma quanto hai intenzione di fermarti?”, le aveva chiesto stupita quest’ultima, vedendola arrivare con quel gran valigione.” Non ti preoccupare, riparto domattina.” aveva risposto alla sorella  ancor più meravigliata all’udire quella risposta ed anche un po’  preoccupata per la sua salute mentale. “Ma come,” le aveva detto, “arrivare con una valigia così grande, e vuota per giunta, per una notte sola.”
 
La sera aveva telefonato al marito, per informarlo di quella visita decisa su due piedi, e per rassicurarlo. Il marito infatti era  un brava persona, molto affezionato alla moglie, ma anche estremamente possessivo e tanto, veramente troppo, egoista. Non ammetteva che la moglie potesse viaggiare senza di lui, però lui andava solo dove gli piaceva e solo quando, raramente, il lavoro glielo permetteva. Inoltre era anche geloso perché Marina era bella, bionda e slanciata, con gli occhi azzurri ed una bocca  rosea e morbida,  che, quando sorrideva, il che le capitava sempre più di rado ultimamente, le illuminava il volto. Aveva lavorato come modella prima di accasarsi, ma poi con l’arrivo dei  figli si sa, i sogni bisogna metterli nel cassetto e rimboccarsi le maniche.
L’indomani mattina presto, Marina si era recata a visitare il museo Poldi e Pezzoli, poi, di corsa, con un taxi, si era fatta portare al Museo d’Arte Moderna, dove aveva rivisto tutti i suoi quadri preferiti tra cui quegli impressionisti che tanto l’affascinavano. Infine aveva ripreso il treno ed era ritornata a casa con la sua grande valigia verde, alquanto rasserenata.
 
Negli ultimi tempi, ogni qual volta le capitava di vedere un film girato a New York, città che conosceva bene per esserci stata col marito e con i figli molti anni  addietro, era per lei una vera sofferenza, una tortura per l’anima. Finito il film, spenta la televisione e riordinata con cura la cucina, passava furtiva accanto alla sua valigia e l’accarezzava, chiedendosi se avrebbe resistito ad un viaggio così lungo, intercontinentale- forse non era abbastanza robusta, si sa come trattano i bagagli negli aeroporti- ed intanto mentre apriva e chiudeva le lucide cerniere, provando e riprovando i due lucchetti- uno piccolino vicino al manico, l’altro appena più grande attaccato alla serratura centrale -sognava le Torri Gemelle e quel grande grattacielo, dalla cuspide di foggia barocca, tutta illuminata di notte nel cielo d’inchiostro, di cui non ricordava il nome. E rivedeva con gli occhi della memoria  Central Park ed  il nastro argenteo del fiume Hudson ed il cuore di New York, Manhattan, palpitante di vita ad ogni ora del giorno e della notte, ed il grande e glorioso albergo Plaza. Ecco, si, il Plaza, passare una notte al Plaza con la sua valigia verde: ecco cosa avrebbe voluto fare. E se ne andava a dormire sperando di sognare New York, mentre il marito placidamente russava ed a New York non ci pensava nemmeno di tornare, tanto ci era già stato e di rivederla  nemmeno a parlarne. Voleva vedere posti nuovi lui.
 
 Marina non aveva ancora capito bene come mai il marito amasse rivedere i film che gli erano piaciuti,   due ed anche tre volte – c’era quel  film giapponese sui samurai che rivedeva religiosamente almeno due volte all’anno, e non solo quello – mentre nei posti che pure aveva amato visitare, e tanto anche, non volesse far ritorno. Misteri della psiche umana, pensava Marina, o forse della psiche maschile, chissà. Lei invece amava immensamente tornare nei posti dove era già stata; il piacere  di ritornare le sembrava dilatato a dismisura dall’intensità dell’emozione di rivedere e  ritrovare, quasi  di ritoccare.
 Come a Parigi per esempio. Vi si era recata due volte: la prima tornando da Londra, giovanissima, con la sua  amica  Beba- quella degli sberleffi ai granatieri- ed in quell’occasione si era trattato di una visita frettolosa perché avevano visto solo i luoghi più importanti,quelli che si potevano vedere in soli tre giorni, che poi erano dovute ripartire perché erano finiti i soldi. Si ricordava ancora con emozione quando avevano lanciato dal finestrino del treno in corsa che le riportava in Italia l’ultimo franco  rimasto, tra gran risate e  azzurre volute di  Gauloise.
 
La seconda volta era stata sette anni addietro, quando il marito le aveva annunciato con tono magnanimo “Quest’estate andiamo una settimana a Parigi!”. Marina aveva preparato con cura meticolosa la sua grande valigia di tela verde, col cuore che le balzava in petto dalla felicità. Avrebbe rivisto il Louvre e Notre-Dame e la Tour Eiffel! Poi sarebbe certamente ritornata in Rue de l’Université a cercare quell’alberghetto di terza categoria dove aveva alloggiato vent’anni prima con la sua amica Beba – ma erano poi solo venti gli anni trascorsi? Le sembravano così lontani ora, a volte quasi non  vi si riconosceva più, come spesso succede riguardando certe vecchie,  buffe fotografie, di piccolo formato, in bianco e nero ed  anche un po’ ingiallite dal tempo, e ti sembrano le foto di un’altra persona, mentre una specie di oscura dolorosa intuizione  dell’anima  si ostina a ripeterti che quella persona eri tu.
Quella volta la sfortuna aveva voluto che alla vigilia della partenza  si fosse indisposta ed aveva passato quattro dei sette giorni di vacanza a letto, causa un imprevedibile peggioramento della situazione. Per fortuna  dalla finestra dell’albergo si vedeva la cattedrale di Notre-Dame e, abbassando di poco lo sguardo, si potevano scorgere i vicoletti della Rive Gauche formicolanti di vita; ed  anche, proprio  di fronte ai giardinetti, che s’interponevano tra l’arteria principale che costeggiava la Senna ed il quartiere latino, quale bastione estremo delimitante il centro multicolore del caratteristico quartiere, quell’antico e famoso negozietto di libri chiamato Shakespeare Company, di poche pretese ma fornitissimo di tutte le novità letterarie, dove aveva subito acquistato un libro di poesie.
 Solo il quinto giorno aveva potuto visitare Parigi, ed  allora aveva rivisto, con il cuore che le sobbalzava nel petto per l’emozione e la gran felicità,  le opere più famose esposte al  Louvre, e quella avveniristica galleria d’arte ricavata da una vecchia stazione ferroviaria, dov’erano esposti tutti i suoi amati pittori impressionisti, e poi Montmartre ed i Champs-Élysées, facendo infine una lunga sosta al “Café Les Deux Magots”, dove aveva passato un pomeriggio intero, l’ultimo prima della partenza, assaporando l’odore del sole che si mescolava al forte aroma del caffè.
 
   Tuttavia dopo quel “tour de force”, che in tre giorni miracoli non se ne potevano fare, le era rimasto dentro un gran desiderio di ritornare, di approfondire, ma il marito nemmeno a parlarne. C’erano già stati a Parigi, non se lo ricordava? Ed  allora giù ad accarezzare la valigia,  a fare mille progetti e timidi accenni di ribellione che finivano sempre miseramente nel più silenzioso dei silenzi alla prima occhiataccia del consorte; e in quei momenti un pensiero la sfiorava, come chi ha una pena, uno stato d’animo  che lo perseguita ma non trova  il coraggio di porvi termine accettandone le conseguenze, e si ostina a considerare lo stato in cui si trova come il minore dei mali.
Gli anni passavano, la valigia, sebbene accudita con cura, si incartapecoriva, mentre gli aerei sfrecciavano sempre più numerosi nel cielo, sopra la casa di Marina, che si ritrovava, anche dopo tanti anni che vi abitava, a guardarne le scie luminose svanire lentamente nel cielo, mentre il rumore dei jet, dapprima assordante, si attenuava piano piano fino a svanire.
 
   Ma erano gli aerei della notte, quando tutto intorno taceva, a rallegrarla maggiormente. La assaliva in quelle ore notturne, quando le voci della casa si spegnevano ad una ad una, come un ansito, un fervore, mentre assaporava le tenebre che tutta l’avvolgevano estraniandola dal mondo delle cose banali di cui erano fatte le sue giornate. Amava la notte, la sentiva amica ed a lei congeniale, ne apprezzava il colore ed il silenzio.  In essa ritrovava se stessa, si sentiva  finalmente libera da incombenze e  da doveri, e- perché no- anche dalle persone che pur amava,  libera di sognare e fantasticare a suo piacimento, fino a che il sonno non la vinceva.
 
   Si sedeva nel suo angolo preferito, per terra  accanto alle piante di gerani, a gambe incrociate e con il naso rivolto all’insù. Tra i rami degli ulivi del giardino sottostante apparivano buchi di cielo color inchiostro, un odore di salmastro le solleticava le narici, soprattutto nelle notti in cui il mare poco distante era agitato, e nel  tepore delle notti estive o nel freddo di quelle invernali, pensava. Cos’importava, cos’importava se era tutto frutto della sua insaziabile fantasia, con quel cielo da contemplare dal basso e la notte tutta sua! Allora la gioia di immaginarsi a bordo degli aerei che puntuali apparivano nel cielo  le pareva più grande, e, complice l’ora notturna, poteva abbandonarsi alle fantasticherie più ardite. Probabilmente l’aereo delle ventuno era quello che arrivava da Roma, lo aveva preso una volta il marito e glielo aveva riferito, mentre verso le ventidue sfrecciava sulla sua testa l’aereo proveniente da Londra, il giornaliero, quello che si era annotato diligentemente nella sua agenda. Quello delle ventitre e dieci era sicuramente un quadrigetto, lo si capiva dal sibilo acutissimo, veniva probabilmente da luoghi lontani, chissà, forse da New York o Osaka o Valparaiso. Allora Marina si accendeva una sigaretta e, nel buio della notte, da cui si sentiva coccolata quasi più che protetta, si rannicchiava nel suo angolo tra le piante di gerani e guardando il cielo sognava.
 
   Di giorno gli aerei si udivano meno, non ci si faceva caso, con tutti i rumori che riempivano la casa, ma allora  a solleticarle la fantasia c’erano le navi, che Marina prima  intravvedeva dalla  piccola finestra della cucina, e poi lesta lesta  spostandosi nel soggiorno, le rivedeva dalla grande vetrata, solo per qualche attimo -che lo spicchio di mare era esiguo- maestose passare col loro carico prezioso.
Erano per lo più navi da crociera, il traffico marittimo si era talmente impoverito negli ultimi anni nella città di mare in cui abitava, che quasi tutte le compagnie avevano puntato sul turismo, riconvertendo a questo scopo le loro navi e quando esse passavano emettevano spesso un suono rauco profondo, dai toni bassi, quasi la salutassero e la invitassero a raggiungerle.
Una volta le era persino sembrato di vedere un’affollarsi di teste sul ponte di comando e delle braccia che si allungavano nel gesto festoso di saluto, proprio di chi parte per una vacanza. Naturalmente era tutto frutto della sua immaginazione, che le giocava  a volte dei brutti scherzi: le navi infatti erano troppo lontane per poter scorgerne altro se non la sagoma stagliata contro l’azzurro od il grigio del cielo, a seconda della stagione.
 
Anche il treno era per Marina una fonte di gioia ed uno stimolo per la sua fantasia. Si ricordava  del piacere intenso, quasi fisico che le aveva procurato sin da bambina, la vista od anche solo il rumore di un treno. Ancora adesso quando passava in macchina lungo l’autostrada laddove  si poteva intravvederne la lunga sagoma  che si snodava sfrecciando veloce tra una galleria ed un’altra, Marina si ritrovava ad indicarlo festosa al marito esclamando”Guarda, il treno!”, mentre il consorte si girava a guardarla come se fosse una bambina scema. Eppure Marina si accontentava di poco, le bastava vedere un treno perché le si accendesse di nuovo la fantasia ed un calore, un senso di eccitazione la percossero tutta: anche lo sguardo  diventava diverso, non più triste ed immalinconito, ma allegro, pieno di entusiasmo, giovane insomma.
 
Le stazioni poi la esaltavano col loro perenne andirivieni di viaggiatori, con gli altoparlanti che scandivano forte messaggi, con le voci che si rincorrevano sulle  scale mobili affollate da persone e valigie, con le biglietterie da cui si allungavano lunghe code di gente in attesa di partire.
Si partire, partire… da una stazione, da un aeroporto, da uno scalo  marittimo, partire, partire… pensava Marina, accarezzando la sua preziosa valigia tra una faccenda e l’altra, mentre spostava i mobili per pulirvi bene al di sotto, dove la polvere subdolamente si annidava, o lavava i vetri nel soggiorno ed intanto adocchiava il mare se per caso all’orizzonte fosse spuntata qualche nave.
 
Ma se proprio avesse potuto scegliere, lei con la sua preziosa valigia sarebbe partita da un aeroporto. Era infatti quello il luogo fra i tanti che prediligeva assoluto, quello che la rallegrava di più.
Non poche volte vi si era recata da sola, quasi di nascosto, sottoponendosi a lunghe code estenuanti  e trascorrendovi poi delle ore felici seduta nel bar dalle immense vetrate prospicienti la pista, estasiandosi a guardare i grossi jet atterrare ed ancor più nel vederli partire, quando si proiettavano nel cielo altissimo come grandi uccelli argentei dalle ali spiegate, portandosi via sempre, immancabilmente, un pezzettino del suo cuore. Marina li seguiva con lo sguardo prima avviarsi lentamente sulla pista, poi, sempre più rapidi, prendere velocità ed infine svettare  verso l’alto ed allontanarsi lentamente, con  un gran frastuono  di motori che andava pian piano affievolendosi sino a che non sparivano del tutto oltre il confine dell’orizzonte.
 
Non aveva paura di volare Marina e se appena avesse potuto tutti li avrebbe presi quegli aerei atterrando in paesi lontani e ripartendone, dopo averli visitati, verso altri ancora più lontani, sempre su nuovi aerei, prendendone uno dopo l’altro, che di tanti, tantissimi avrebbe salito e ridisceso la scaletta, o, forse, chissà, sarebbe entrata direttamente nella pancia di uno di essi, da un passaggio interno dell’aeroporto come le aveva  raccontato una volta  una sua amica tornata da Londra.
Per ora, si per ora, si accontentava di guardare, ma un giorno, quando i figli fossero cresciuti e la casa non avesse più richiesto la sua costante e devota presenza, allora sì anche lei sarebbe partita, unendosi a quella folla di viaggiatori sempre in movimento ed in giro per il mondo, divenendo così parte integrante di quel mondo, il mondo dei suoi sogni.

E finalmente, dopo tanto aspettare, venne il giorno della partenza. I figli erano grandi, il marito meno ostinato, la casa non aveva più bisogno di lei e Marina poteva ora  partire.
 
Fece la valigia con cura meticolosa, vi inserì alcuni libri tra quelli che le erano più cari, maglioni pesanti e vestiti leggeri, la valigia era spaziosa e lei sarebbe stata via a lungo, almeno due mesi, per visitare tutti quei luoghi di cui aveva così a lungo sognato.
Si vestì con cura, calzò un paio di  comodi mocassini  senza tacco, perché ormai gli anni, dopo tanto aspettare, non erano più verdi. Chiamò  un taxi che la portasse all’aeroporto e fece per sollevare la sua amata valigia che faceva ancora la sua bella figura, sebbene il colore verde si fosse sbiadito nel corso degli anni. Come lei stessa d’altronde, pensò Marina, con un moto di stizza come sempre le succedeva ultimamente quando pensava alla sua età e soprattutto dopo tutto quel tempo perso ad aspettare pazientemente di poter partire.
 
Di scatto fece per sollevare la valigia e si accorse ad un tratto, con suo  sommo stupore, che era diventata troppo pesante. O lei troppo fragile per tutto quel peso. Sta di fatto che non riuscì a sollevarla nonostante tutti i suoi sforzi. Mentre si accaniva contro l’oggetto dei suoi desideri, che, anche se fornito di rotelle, doveva pur essere sollevato per superare i due gradini della soglia, lo sguardo le cadde nello specchio dell’ingresso. In esso si rifletteva l’immagine di una donna esile, decisamente non più giovane, grigia di capelli e dall’aria incerta e spaurita.
Era lei, Marina, che nell’attesa si era come consumata. Era invecchiata, senza accorgersene, proprio come la sua valigia di tela verde. Aveva lasciato che la  vita le scivolasse accanto, commettendo  l’errore più grave, il  più imperdonabile, quello di limitarsi a sognare come avrebbe potuto essere la sua esistenza anziché viverla, ed ora era troppo tardi.
Ripose la valigia trascinandola lentamente verso l’armadio a muro, dove di posto ce n’era a volontà, come d’altronde ce n’era sempre stato. Poi lentamente, con passo improvvisamente stanco, attraversò la grande casa oramai vuota e si diresse nello studio: estrasse dal cassetto la macchina da scrivere ed iniziò a narrare la sua storia, perché servisse di insegnamento a donne più giovani di lei, che non avessero a commettere il suo stesso tragico errore.

Marisa Vidulli

Un racconto per il weekend, scritto da un’amica ritrovata dopo tantissimi anni. Una storia in cui molte di noi si ritroveranno… buona lettura. Giovanna


 

Democrazia: un termine impegnativo che appartiene alla sfera della volontà.

di Maurizio Mataloni

I grandi ideali di un vero riformismo di sinistra sono solo obiettivi tendenziali per i quali vale il principio di avvicinamento e di direzione. Così è anche per la democrazia, che se viene mitizzata assume un significato retorico e diventa una mistificazione della realtà.


La contrapposizione democrazia-dittatura è spesso usata in modo strumentale. La democrazia è sempre auspicabile ma purtroppo è letteralmente impossibile (è bene ricordarlo per evitare facili critiche), anche se non si può dire che tutto quello che si dovrebbe fare per realizzarla viene fatto. Forse non ha una natura terrena. Cosicché potrebbe apparire più come un santo in paradiso che come una conquista umana possibile, o semplicemente un’idea platonica.


La parola democrazia esprime sia un metodo che un risultato; e questo può consentire anche un’interpretazione formale della stessa. Infatti, così come vengono fatte di solito le elezioni politiche, si potrebbero definire il rito dei falsi dei. Perché senza un’adeguata preparazione (che non viene mai data) le scelte dei cittadini hanno un carattere prevalentemente egoistico e umorale e possono essere facilmente manovrate dalla propaganda.


La nostra è una pessima democrazia senza storia, senza cultura, senza una dimensione etica. E’, per eccellenza, una lobbicrazia (tutte un po’ lo sono), cioè una dittatura nascosta di sette e corporazioni. Nella lobbicrazia chi gestisce il potere, il governo, il parlamento e via via ogni centro di potere, diventa di fatto l’interlocutore e il gestore di tutti gli interessi particolari nel nome del popolo, un’altra idea platonica del mondo politico, un termine molto abusato.
E’ chiaro infine che il potere della democrazia è sempre correlato alla qualità e al carattere del popolo che la detiene (il demos) e che pertanto la democrazia stessa non si può giudicare in astratto e neppure esportare in contesti diversi.


In Italia demagogia e populismo in dosi massive hanno creato una sorta di complicità tra Stato e cittadini, per cui questi ultimi pretendono per così dire la loro parte della “refurtiva” e lasciano allo Stato la facoltà di prendere la sua. Fingono di accusarsi reciprocamente ma fanno di tutto per restare come sono. E’ questo il fenomeno peculiare della nostra “società incivile”, che forse non è ancora maggioritaria ma che è certamente molto più attiva di quella civile e che si sente pienamente legittimata.


In questa cornice l’evasione fiscale non è più un reato ma un impegno sportivo praticato da chiunque sia in grado di praticarlo. Francamente oggigiorno non sembra che gli Italiani possano avvicinare il nobile ideale della democrazia, di una democrazia che possa garantire una vita veramente civile.

Maurizio Mataloni

Ho ritrovato questo articolo di Maurizio Mataloni, scritto, se la memoria non m’inganna, oltre una decina di anni fa. Rileggendolo oggi trovo le sue considerazioni ancora più attuali: mai, come in questi ultimi anni, ci siamo interrogati sui limiti della democrazia, su chi la detiene e come viene praticata. Inoltre, la massiccia entrata in scena dei social, nella pratica politica globale, come strumento tecnico di aggregazione per il potere, non giova certo alle regole democratiche.

Giovanna