La pittura sociale

di Giovanna Rotondo Stuart

I primi segni di pittura sociale si hanno con il romanticismo e il naturalismo verso la prima metà dell’800: il periodo in cui lo scrittore Victor Hugo ambienta il suo “I Miserabili” – uno dei romanzi più letti del XIX secolo – e Emile Zola denuncia, nei suoi trattati, lo sfruttamento sul lavoro e le terribili condizioni di vita nelle periferie urbane. Tuttavia è con il Realismo che la pittura muove i primi passi verso altre espressioni, liberandosi dai condizionamenti e dagli stereotipi della cultura accademica e dagli eccessi del romanticismo. Il Realismo osserva e racconta la vita della persone in modo oggettivo e concreto: così com’è nella realtà. Lo ha fatto Van Gogh nel suo celebre dipinto “I mangiatori di patate”.
Il termine realismo viene usato la prima volta da Gustave Courbet per la sua esposizione del 1855 chiamata: Pavillion du Réalisme.
Il movimento realista nasce in Francia, con l’affermazione della Seconda Repubblica, nel 1848, in un momento di grandi cambiamenti sociali e culturali.
Tra i suoi interpreti più significativi ricordiamo Jean François Millet, Gustave Courbet e Honoré Daumier. Millet racconta la fatica della vita dei campi con grande sensibilità e lirismo, Corot e Daumier la durezza del lavoro nelle fabbriche, l’estrema povertà delle grandi periferie urbane: cercano la bellezza nella realizzazione di ciò che vedono. L’Arte diventa denuncia delle condizioni di vita dei più sfortunati e sfruttati.

Eugène Delacroix 1789-1863
“La Libertà che guida il popolo” del 1830, in seguito ai tre giorni di rivolta contro Carlo X, può essere considerato uno dei primi dipinti di pittura sociale: il pittore interpreta il desiderio di cambiamento del popolo che si ribella. Eugène Delacroix, uno tra i più importanti pittori del romanticismo, nato in una famiglia agiata e ben inserito nella buona borghesia, raffigura, in questo dipinto, tutte le categorie sociali che marciano insieme verso la conquista della libertà e si schiera con gli oppressi.

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“La libertà che guida il popolo”, 1830

Jean François Millet 1814-1875
Jean François Millet nasce in una famiglia di origine contadina di condizioni molto modeste. Dipinge la vita e la fatica degli umili con poesia e religiosità; a lui si ispirano molti pittori tra cui Van Gogh e Segantini. Nel 1849 si unisce agli artisti della Scuola di Barbizon, nella foresta di Fontaineblau, e ci rimane per il resto della sua vita. E’ un grande pittore!

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Le lavandaie, 1853/55, olio su tela, cm42x52, Museum of Fine Arts Boston

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Le spigolatrici, olio su tela, 1857 circa, cm 55,5×66, Musée d’Orsay, Parigi

Gustave Courbet 1819-1877
Gustave Courbet si definisce uno spirito libero da qualsiasi condizionamento religioso, accademico o politico e, in effetti, lo è. Autodidatta, nei suoi quadri dipinge la dura realtà del popolo mostrando le condizioni estreme in cui lavora e vive. Significativa la sua opera “Gli spaccapietre”, poi andata distrutta durante i bombardamenti di Dresda nella seconda guerra mondiale. Un pittore che non piace alla borghesia per i suoi soggetti troppo realisti. I suoi dipinti non saranno mai accettate nelle mostre ufficiali.

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Le vagliatrici di grano, olio su tela, 1853 , cm 1,31×1,67, Musée des beaux-arts, Parigi

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Gli spaccapietre, olio su tela, 1849, cm 1,65×2,57, già esposta al museo di Dresda

Honoré Daumier 1808-1879
Una mente vivace, pronta a cogliere cause ed effetti di ciò che lo circonda. Osservatore attento dipinge la disperazione e le terribili disuguaglianze sociali. Di famiglia povera incomincia a lavorare presto e, pur avendo frequentato per qualche tempo l’accademia, è essenzialmente un autodidatta. Partecipa alla Rivoluzione del 1830 e in seguito lavora come disegnatore satirico a una delle maggiori riviste di opposizione .
Con Daumier la pittura sociale diventa denuncia. Daumier interpreta le condizioni di totale indigenza in cui vive il proletariato urbano. Inoltre, nelle sue caricature di satira politica denuncia la totale inaffidabilità e incapacità della classe politica, nonché la sua voracità: è un grande! La sua attività gli costerà processi e una condanna a sei mesi di carcere, nel 1832, per attività sediziosa, nonché la chiusura del giornale presso cui lavora. Regna Luigi Filippo succeduto a Carlo X dopo le tre giornate di Parigi del 1930 in cui Delacroix dipinge “La Libertà che guida il popolo.

Incredibile la bellezza del suo dipinto “La difficoltà”; un dipinto in movimento in cui si legge tutta la fatica, l’ansia, e l’affanno per la sopravvivenza.

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Incitamento allo sciopero, olio su tela, 1840 circa, cm 87,6×113, The Philippe Collection, Washington, DC

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Saltimbanchi nomadi, olio su legno,1847 circa, cm 32,6x 24,8, The National Gallery of Art, Washington, D.C.

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La difficoltà o La lavandaia 1850/1853 cm130x98? olio su tela, The Hermitage, SanPietroburgo

Telemaco Signorini 1835-1901
Signorini, ben inserito nell’ambiente benestante, suo padre è pittore presso la corte del Granduca di Toscana, frequenta la Scuola di Belle Arti di Firenze. A Firenze diviene un assiduo frequentatore del Caffè Michelangelo, all’epoca luogo di ritrovo di artisti e critici d’arte come Diego Martelli. Inizia, con Silvestro Lega ed altri, lo studio sulla ricerca del contrasto cromatico: luce e ombra, chiaro e scuro, la pittura a macchia e da qui il termine “macchiaioli”. Le sue ricerche sulla luce non gli impediscono di dedicarsi alla pittura impegnata e nel suo dipinto, “La sala delle agitate”, affronta e raffigura la realtà come vuole la migliore scuola naturalista, ovvero senza sentimentalismi. Viaggia e studia molto, in Francia incontra Corot e altri artisti della scuola di Barbizon. Fonderà, con Diego Martelli, una rivista letteraria: “Il Gazzettino delle Arti e del disegno”, di cui sarà un attivo collaboratore, in seguito si occuperà di critica e satira.

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La sala delle agitate, olio su tela, 1865, cm 66×59, Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro, Venezia

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L’alzaia, olio su tela, 1864, cm58,4×173,2, Collezione privata

Angelo Morbelli 1853–1919
Angelo Morbelli avrebbe intrapreso la carriera musicale, ma una progressiva sordità glielo impedirà e diviene pittore. Un pittore estremamente realista per i soggetti che dipinge: in “Venduta” e “Derelitta” denuncia la prostituzione minorile. Compassione e denuncia per la solitudine degli anziani nella serie di dipinti sul Pio Albergo Trivulzio e per il duro lavoro delle mondine nelle risaie.
Verso il 1890 s’interessa alla pittura divisionista e adotta la tecnica della scomposizione del colore. Diviene amico di Pellizza da Volpedo.
Nel 1897 vince la medaglia d’oro a Dresda con “Per ottanta centesimi” in cui racconta il duro lavoro delle mondine e “S’avanza”, un tondo dai toni luminosi. Nel 1900 viene premiato con la medaglia d’oro dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900 con “Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio”.

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Per ottanta centesimi, olio su tela, 1895 , cm 124,5×169 , Museo Francesco Borgogna, Vercelli

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Venduta, olio su tela, 1897, cm 67×107, collezione privata

Emilio Longoni, 1859-1932
Figlio di un fabbro e quarto di dodici figli, ha un’infanzia povera e difficile, ma riesce a frequentare l’Accademia di Brera con ottimi riconoscimenti. Sarà un grande amico di Giovanni Segantini e dei fratelli Grubicy, pittori, galleristi e mercanti d’arte attivi nella ricerca di giovani artisti. Longoni, come Segantini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, è attratto dallo stile divisionista, la ricerca della luce e la scomposizione del colore sono alla base del movimento. Per il suo impegno sociale viene coinvolto in tumulti politici e sorvegliato dalla polizia che lo considera il pittore degli anarchici. L’opera”Riflessioni di un affamato” gli costa una denuncia per “istigazione alla lotta di classe”.

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L’oratore dello sciopero, 1890/92, Banca di Credito Cooperativo, Barlassina

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Riflessioni di un affamato, 1894, Museo del territorio biellese, Biella

Giovanni Sottocornola, 1855 1917
Amico di Emilio Longoni, Andrea Previati, Giovanni Segantini e altri pittori del movimento divisionista che incontrerà all’Accademia di Belle Arti di Brera, Giovanni Sottocornola nasce in una famiglia di umili origini e dovrà impiegarsi come garzone per aiutare la famiglia a causa della precoce morte del padre. A vent’anni riesce a iscriversi all’Accademia di Brera che frequenterà per qualche anno. La sua produzione varia tra realismo sociale e realismo paesaggistico. E’ anche un abile pastellista. Tra le sue produzioni di pittura sociale troviamo L’alba dell’operaio e Frutera.

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L’alba dell’operaio, olio su tela, 1897 cm 141×253, Galleria d’Arte Moderna, Milano

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Le operaie, 1897 matita sanguigna, cm.54×56

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Frutera, 1886, olio su tele, cm78,5×48,5, Gallerie di Piazza Scala

Plinio Nomellini, 1866-1943

Nel 1885 Plinio Nomellini ottiene una borsa di studio per l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove ha la fortuna d’incontrare Giovanni Fattori che sarà suo maestro e diventerà l’amico di un’intera vita. Oltre a frequentare i macchiaioli Telemaco Signorini e Silvestro Lega, Nomellini diventerà con Angelo Morbelli e Pellizza da Volpedo uno dei maggiori pittori divisionisti con attenzione verso le tematiche sociali, come è proprio del movimento divisionista. Nomellini si trasferisce a Genova nel 1890 dove insieme a un gruppo di artisti fonda “Il gruppo di Albaro” che dà impulso alla vita artistica genovese. Nel 1894 sarà arrestato e imprigionato con l’accusa di partecipare a riunioni anarchiche e di essere amico di attivisti anarchici. Giovanni Fattori, Il critico d’Arte Diego Martelli e Telemaco Signorini si batteranno per la sua innocenza e liberazione. Signorini lo difenderà strenuamente durante il processo.

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Lo sciopero, olio su tela, 1889, cm 29,5×40,5 Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

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Piazza caricamento, olio su tela, 1891, cm 120×160 Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

 

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Il mattino in officina, 1893, olio su tela, cm21,2×31,5, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

 

Angelo Tommasi, 1858-1923

fratello e cugino di Ludovico e Adolfo Tommasi, entrambi pittori, frequenta la scuola di Belle Arti di Firenze. Diventa allievo di Silvestro Lega, uno dei più significativi pittori Macchiaioli dell’epoca a cui s’ispira nei primi anni del suo percorso artistico. Nel 1989 un suo dipinto, Le bagnanti, viene accettato all’Esposizione Universale di Parigi. E dieci anni dopo partecipa alla biennale di Venezia. Viaggia lungamente in Sud America ed espone con successo a Buenos Aires.  Al suo ritorno in Italia si stabilisce a Torre del lago dove fa gruppo con il Club la Boheme a cui fa capo il musicista Giacomo Puccini e frequenta i pittori Plinio Nomellini, Ferruccio Pagni e Francesco Fanelli, gli impressionisti livornesi. Il Museo civico Giovanni Fattori di Livorno espone alcune opere di Angelo Tommasi.

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Gli emigranti, 1895

 

Raffaello Gambogi, 1874-1943

Nel 1892 si iscrive  all’Accademia di Belle Arti di Firenze di cui diviene, in seguito, professore onorario e viene in contatto con Giovanni Fattori, uno dei principali esponenti della pittura macchiaiola. Me è a Torre del Lago, dove si trasferisce con sua moglie, Elin Danielson, pittrice finlandese, che esprime il periodo migliore della sua pittura, una pittura realistica. A Torre del Lago fa parte del gruppo Il Club la Boheme: Tommasi, Pagni, Fanelli, Nomellini. Ammira molto lo stile di Angelo Tommasi. Dopo la morte della moglie, le sue condizioni di salute peggiorano, trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in solitudine e isolamento. 

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Emigranti, 1894

Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1868 -1907, e la questione sociale

La questione sociale aveva sempre appassionato Giuseppe Pellizza. Lui, di famiglia agiata, osservava con scoramento la fatica dei lavoratori della terra nelle campagne e degli operai nelle fabbriche. Non è certo stato il primo ad occuparsi del problema sociale, ma i suoi quadri, da Ambasciatori della fame a La fiumana a Il cammino dei lavoratori, divenuto poi Il quarto stato, mostrano la passione e l’evoluzione del suo pensiero. Lui ci credeva nel cammino dei lavoratori e si era impegnato con il cuore e con la mente a dare un contributo a quel cammino. Un contributo non solo pittorico, che tuttavia rimase la parte più significativa della sua partecipazione, ma anche di consiglio e supporto alle loro rivendicazioni.

Incominciò il progetto nel 1891 con Ambasciatori della fame, proseguì con Fiumana e terminò, intorno al 1900 con Il cammino dei lavoratori che divenne poi Il Quarto Stato nel 1901. E’ interessante vedere, negli anni, la realizzazione di un’intuizione che lo porterà, nella sua opera finale, a rappresentare L’Umanità in cammino. Guardando “Il quarto stato” si ha l’impressione fisica dell’Umanità che avanza. Ed è interessante vedere il percorso del suo lavoro: dal primo bozzetto, molto piccolo, su una tavoletta, fino alla realizzazione finale de “Il quarto stato”, di notevoli dimensioni.
Nonostante sia conosciuto principalmente per le sue opere di impegno sociale, Pellizza da Volpedo rimane un grande pittore del divisionismo italiano, con composizioni di una sensibilità e poesia incredibili.

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Ambasciatori della fame, 1891, olio su tavola cm 25×37

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Ambasciatori della fame, 1892, olio su tela cm 51,5×73 collezione privata

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Ambasciatori della fame bozzetto 1893/94, carboncino e gessi su carta cm 159,5×19

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La fiumana, 1895-97, olio su tela, cm255×438, Pinacoteca di Brera, Milano

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Il cammino dei lavoratori, 1898, olio su tela, cm66x116

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Il quarto stato, 1898-1902, olio su tela, cm283x550 Museo del Novecento, Milano

Pellizza da Volpedo ha studiato dal vero i personaggi de “Il quarto stato” ambientato nella piazza di Volpedo, dove l’artista si univa alle rivendicazioni dei contadini che chiedevano condizioni di vita meno terribili. Sia abitanti del luogo sia persone della sua famiglia hanno posato per la realizzazione dell’opera. Il disegno e il particolare del dipinto raffigurano la moglie dell’artista, Teresa.

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Foto a cui Pellizza da Volpedo si deve essere ispirato per le sue composizioni

 

 

 

 

 

 

 

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Omaggio a Ipazia

di Giovanna Rotondo

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Ipazia D’Alessandria, Raffaello, Musei Vaticani,1510

Ipazia: verso il cielo è rivolto ogni tuo atto! (Pallada, poeta greco)
Se potessi essere qualcuno nel passato,  sceglierei lei, Ipazia! Ho sempre avuto una grande ammirazione per questa donna  scienziata/filosofa sulla quale molto è stato scritto e detto.
Mi ricorda the “All Round Man” l’uomo universale del Rinascimento, solo che è una donna vissuta molti secoli prima!
Ipazia nasce ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 e viene  barbaramente uccisa nel 415, per compiacere il Vescovo Cirillo, o su suo mandato, non è dato di sapere con certezza, anche se  alcuni storici lo ritengono responsabile di quell’assassinio efferato.
Questo è quanto scrive Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica Libro VII, cap 15, pg 67 col 769:
“Tale fatto comportò una non piccola ignominia sia a Cirillo, sia alla Chiesa alessandrina. Infatti dalle istituzioni dei cristiani sono totalmente estranee le stragi e le lotte e tutte le cose di tal fatta”.
La Chiesa non si è mai pronunciata al riguardo e il vescovo Cirillo verrà fatto Santo qualche secolo dopo. Gli esecutori, di cui si conosceva l’identità, non sono mai stati puniti. Perché? A causa del fatto che Ipazia fosse una donna, una scienziata e per di più pagana? E come tale non degna, secondo i fanatici del tempo, di adeguata giustizia?
Anni fa avevo scritto delle poesie su Ipazia giovane. La immaginavo come me: occhi e capelli scuri, figura aggraziata. Me la raffiguravo che leggeva sempre, molto seria e, quando raramente sorrideva, il suo viso si illuminava.
Avrei voluto essere una detective o una storica per indagare su di lei, alcuni ci hanno provato, non so con quali risultati: so che è stato girato un film a nome Agorà, sulla sua vita. Non  lo vedrò, non voglio perdere l’immagine che mi sono creata di questa bella figura femminile.
Ogni donna che abbia dato un contributo alle arti o alle scienze, ogni pensatrice, merita la nostra più grande stima e ammirazione, sia per il coraggio che ha dimostrato nel manifestare se stessa, sia  per le difficoltà che, senza dubbio, avrà incontrato lungo il cammino.
Mi sono chiesta come mai, per millenni, le donne sono state relegate a ruoli inferiori.
C’è voluta la maternità, la cura dei figli, il lavoro e l’organizzazione solitaria del menage familiare e lavorativo, per farmi comprendere le difficoltà di funzioni multiple! E questo in un mondo in cui la condizione femminile si va affermando, seppur con fatica e solo in una parte di esso!
Ovviamente è stato facile per gli uomini emarginare le donne a figure subalterne, con qualche bieca dissertazione sulla loro intelligenza, impurità o altro, giustificati da motivi religiosi immaginati da visionari per desiderio di dominio e da pazzi e ignoranti. E lo è tutt’ora.
Ipazia viene introdotta alle materie scientifiche da suo padre, Teone, Matematico e Filosofo. Lui stesso scrive, nell’intestazione del III libro del suo commento al sistema matematico di Tolomeo: “Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”.
Lei non è solo filosofa, ma anche  astronoma e letterata. Un suo testo, pubblicato all’epoca, sul moto degli astri: Canone Astronomico, viene accolto dalla Comunità Scientifica con grande ammirazione.
Altre sue opere vanno distrutte nell’incendio appiccato dai cristiani alla più prestigiosa biblioteca del mondo antico, quella di Alessandria d’Egitto. La biblioteca conteneva dai 500.000 agli 800.000 volumi. Molti di essi, pregevoli ed unici, saranno persi per sempre!
Oltreché astronoma di grandi capacità,  Ipazia è molto apprezzata nello studio della filosofia.
Si è guadagnata la cattedra del padre e ha molti seguaci e sostenitori che vengono da paesi lontani pur di assistere alle sue lezioni, tanto grande è la sua fama e la sua bravura.
Ci sono testimonianze di un grande filosofo cristiano, suo contemporaneo, Socrate Scolastico, che parla e scrive  di lei come la terza Caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino.
A quanto mi risulta, non era sposata, né siamo a conoscenza di suoi eventuali amori. Il rigore della mente  era la guida alla sua esistenza, in un epoca in cui una donna poteva essere uccisa, o accusata di stregoneria perché colta, intelligente o scienziata.
Mi piace fantasticare che in alcuni momenti della sua vita, quando guardava il cielo per studiare le stelle o coltivava la bellezza del pensiero, Ipazia  abbia, per qualche istante,  palpitato per  uno dei suoi discepoli e composto dei versi per lui: “Studieremo insieme/le vie del cielo/Noi due/Tenendoci per mano”.
Tuttavia non era quella la sua strada, né i tempi le avrebbero permesso di percorrerla ma è bello pensarlo.
Sinosio, che diviene in seguito vescovo di Cirene, le scrive lettere in cui si rivolge a Lei come alla luce della sua vita, madre, sorella, amica, maestra… e che cos’era questo se non un grande amore?
Un amore in incognito, mascherato da un’infinità di parole da cui traspare il grande desiderio di viverle accanto. In un altro periodo storico, forse sarebbero vissuti insieme, avrebbero potuto lavorare insieme.
Ipazia è una donna pubblica: divide il suo sapere con tutti coloro che sono interessati ad apprendere. Una donna democratica.  L’Alessandria d’Egitto in cui si muove  è considerata la culla del sapere d’Oriente, ma i tempi stanno cambiando.
Il cristianesimo,  diventato la religione di stato, porta con sé tutte le contraddizioni e il potere che avrebbe poi mantenuto per secoli.
E se nella colta Alessandria pagana c’è qualche timida apertura verso le donne, soprattutto grazie a Ipazia, non così tra il nuovo che avanza, in guerra feroce contro qualsiasi altra forma di religione o di conoscenza.
E’ del 391 l’editto di Teodosio che incita i cristiani alle persecuzioni anti pagane.
Lei non può suscitare ammirazione per la sua bellezza fisica, ma solo per la grandezza del suo intelletto! La sua uccisione, barbara per il modo in cui avviene e barbara per il semplice motivo che avviene, indigna.
Cirillo, divenuto Vescovo di Alessandria nel 412, si sente minacciato da questa fulgida creatura che professa la filosofia e il pensiero razionale, l’opposto della fede. Non può né permetterlo né accettarlo! L’invidia per la grandezza di Ipazia lo rode e, forte dell’Editto Teodosiano, si circonda di masnade di monaci; i famigerati  Parabolani, di fatto una sua milizia privata: bigotti, ignoranti e violenti che mettono la città a ferro e fuoco.
La fragilità umana difende con crudeltà e fanatismo qualsiasi credo, spesso con l’alibi di una vita meno sofferente, ma di fatto come atto di potere e di controllo!
Dopo che Ipazia viene uccisa, la città perde la sua tradizione di centro della cultura, per sempre. Sono convinta che sia l’assassinio di Ipazia, sia l’incendio alla Biblioteca di Alessandria, abbia rimandato l’Umanità indietro di mille anni e l’abbia relegata in un lungo medioevo da cui, forse, non è ancora uscita.
A tutt’oggi siamo testimoni di grandi manifestazioni di potere, intolleranza e fondamentalismo: la distruzione di opere d’arte, come i Buddha millenari della valle di Bamyan; i crolli di Pompei, per incuria e corruzione; le razzie compiute nelle biblioteche a scopo di lucro e molto altro.
Per non parlare  delle grandi disuguaglianze sociali che  si continuano a perpetrare nel mondo!
Nella ricerca del potere, mantenere nell’ignoranza i popoli, a incominciare dalle donne, sono certamente disegni voluti e premeditati.
Ipazia è la prima martire laica conosciuta: non appartiene a nessuna dottrina, ma alla  bellezza del pensiero umano e non c’è nulla di più grande!
L’unica speranza è il futuro: ci vorrà ancora tempo per entrare in un mondo diverso, in cui l’uguaglianza di genere e non solo, divenga realtà.
Un mondo in  cui le religioni siano amorevoli e misericordiose e vissute come un fatto privato; dove il potere serva per colmare i bisogni e le necessità dei popoli e non sia un mero esercizio di prevaricazione e arricchimento.
Abbiamo oltrepassato la soglia di “1984”, siamo oltre “Brave new world”. Indubbiamente varcheremo altri orizzonti, con molte  sorprese, speriamo positive,  per tutta l’umanità.

Giovanna Rotondo Stuart

amiciperilcarcere

Continuo con la Newsletter amiciperilcarcere, è notevole il lavoro che il gruppo porta avanti e mi sembra giusto leggerli e capire.
Ancora don Mario: “Anche in merito al foglio “Il Muro, tensione tra sicurezza e insicurezza”, cosa pensate? Quali riflessioni vi ha suscitato? Vorrei vedervi camminare in autonomia, senza il mio stimolo continuo.”
Le domande di don Mario provocano e suscitano considerazioni e nuove domande di vario tipo:
Quando una persona entra in carcere, in carcere “entra” anche la sua famiglia, nel senso che tutta la dinamica relazionale viene sconvolta.  E quale sostegno viene offerto alle famiglie?
La carcerazione è espressione di un bisogno della società di contenere chi trasgredisce ma nell’immaginario collettivo questa contenzione assume molteplici aspetti:
– sospende forzatamente la reiterazione della trasgressione;
– protegge le vittime, effettive e potenziali;
– priva il recluso dalle relazioni “buone”, affettive, familiari, di sostegno…;
– allontana il recluso da ambienti e relazioni “devianti” (malavita…);
– esclude dalla vita sociale e lavorativa (con grande difficoltà di reinserimento !!!);
– come momento di solitudine, di silenzio, può diventare opportunità di ascolto di sé, di riflessione, di meditazione e ricerca interiore, soprattutto grazie all’incontro con persone “speciali” (pensiamo a don Mario stesso … ma anche altri sacerdoti o alcune guardie carcerarie che, al di là della loro “veste” e del loro ruolo, hanno messo in gioco delle qualità umane….);
E tu cosa pensi in merito a tutto questo?
Dal foglio “IL MURO”:  “E’ più comodo ritagliare uno spazio facile da gestire, in cui controllare gli incontrollabili …”
Questa del resto è una modalità che ritroviamo anche nella scuola, negli ospedali, nei piccoli mondi che sono le parrocchie, ognuna col suo MURO: all’interno i protetti/reclusi (studenti, malati, fedeli), che sono soggetti a regole, a pratiche, che si identificano con quel luogo/gruppo di appartenenza, e all’esterno gli “altri”. Anche nelle famiglie può succedere che i genitori assumano “inconsapevolmente” e incoscientemente il ruolo di secondini, che facciano delle mura della casa una “prigione”, che protegge e allo stesso tempo contiene e limita. Siamo capaci di vedere questi muri? E di vedere quanto a volte ci fanno comodo, a volte sono utili, a volte sono opprimenti?
Don Mario ci fa notare che noi volontari, quando andiamo “a trovare” il detenuto e a lui riserviamo uno spazio ed un tempo limitato della nostra vita, rischiamo di compiere questo gesto con un atteggiamento tale che, in un certo senso, lo incarceriamo ancora di più.    E ancora, anche il carcere è, a suo modo, una parrocchia; come consideriamo l’appartenenza a questa parrocchia? Con quale fedeltà, con quale grado di priorità?
Ricordo l’appuntamento (concordato con chi era presente il 5 ottobre) per:

 

sabato 1 dicembre
ore 16 (fino alle 17.30 circa)
Parrocchia di Bonacina
v. Galileo Galilei 32 Lecco
… e continuo con le riflessioni.
Roberto si dice stanco di vedere le cose in maniera negativa. Il muro c’è, i muri ci sono. Alcuni propongono di abbattere i muri senza pensare che ogni volta che si abbatte qualcosa restano delle macerie, macerie nelle quali si potrebbe anche rimanere intrappolati, macerie che sono di ostacolo al muoversi, al camminare, al vivere, che lasciano un senso di devastazione, macerie tra le quali è difficile orientarsi, sulle quali è impossibile ricostruire altro… Il suo invito è quello di porsi a cavalcioni del muro e da questo nuovo punto di vista considerare aspetti non negativi o positivi ma semplicemente diversi, non scandalizzarsi di quello che c’è, che c’è anche “in me”. Da lì, attraverso l’esperienza del volontariato, vedere come il carcere mette a nudo l’UOMO: le paure di chi è recluso sono le stesse “mie” paure, il suo desiderio di star bene è lo stesso “mio” desiderio, i suoi conflitti interiori sono i “miei” conflitti interiori.
Don Marco ci fornisce preziose informazioni su iniziative e progetti che si stanno attivando sul territorio, dal Tavolo per la Giustizia Riparativa alla nascita del GOR, il “Gruppo ad Orientamento Riparativo”, ovvero un percorso esperienziale che offre a rei e vittime, in separata sede, di confrontarsi con membri della comunità – cittadini qualunque, per quanto attenti, sensibili – con l’aiuto di un paio di facilitatori.
(mia nota: per chi vuole approfondire ho trovato questo articolo   https://progettocontatto.com/gruppi-a-orientamento-riparativo/  )
Fabrizio ci regala il suo vissuto, o direi piuttosto il suo “vivente”: dal “dentro” al “fuori” servono, concretamente e con una certa urgenza, LAVORO (drammatico per chi non ha competenze), CASA, COMPAGNIA (mia nota: qualcuno che sia “partecipe dello stesso pane”). Solo chi può avere questo tipo di supporto ce la può fare.
Per rimanere nel concreto e offrire un’opportunità, a chi volesse, di dare un contributo fattivo, don Mario ci mette a conoscenza, per chi ancora non lo sapesse, dell’esistenza di una cassa Caritas che sopperisce ad alcuni bisogni dei detenuti:

ASSOCIAZIONE  VOLONTARI  CARITAS  LECCO  Gruppo Carcere

RIEPILOGO  ENTRATE / USCITE – anno 2018

Saldo al 1° Gennaio 2018   Euro                    1.410,38

ENTRATE

•  Caritas Ambrosiana Milano        2.000,00
•  Caritas Decanale Lecco                500,00
•  don Mario                                   1.000,00
•  N.N. per Famiglia Cristiana           100,00  =  3.600,00

USCITE

•  Versamenti individuali                 1.780,00
•  Intimo e pulizia personale           1.313,00

Intimo – Calze – Shampoo – Saponette

Dentifrici e spazzolini –  Ciabatte

Lamette da barba

•  Francobolli                                     144,00
•  Cancelleria e bricolage                  122,39
•  Varie                                            1.496,15  =  4.855,544

Tabacco – Farmacia varia – Ortopedia

Tagliacapelli – Racchette e palline ping-pong

Pile AA / AAA – Scarpe – Batterie per orologio

Occhiali – Carte da gioco – Rinfreschi vari

Famiglia Cristiana

Competenze di chiusura e Imposta di bollo

Saldo al 31 Ottobre 2018                                                           Euro 154,84

(…continua)

Come proposta per il prossimo incontro vorrei proporvi un atteggiamento fondamentale da imparare che e il

DISCERNIMENTO SU QUESTA PROBLEMATICA DEL CARCERE

Manca poco al nostro prossimo incontro, ma già siamo nel clima delle corse natalizie che rischiano di impedirci di sostare un po’ sulle nostre scelte. Sì, perché scegliere è non solo scegliere di fare qualcosa, ma molto di più, scegliere di essere responsabili delle nostre azioni.

E i nostri incontri, che si snodano sulla riflessione dei contenuti delle nostre esperienze di vita carceraria, hanno l’obiettivo di costringerci ad una sosta di DISCERNIMENTO, atteggiamento fondamentale da imparare perché, in dialogo con tutti quelli che in un modo o nell’altro partecipano a rendere vivace la vita in carcere, emerga una lettura più o meno condivisa, evitando distruttive scelte arbitrarie.

“Nessuno ha in mano tutto, ognuno pone con umiltà la propria tessera”.

Non è facile resistere alla TENTAZIONE DELL’OPERATIVITÀ, ma il nostro gruppo vuole interrogarsi sui CRITERI DI PRIORITÀ che alimentano la nostra ispirazione cristiana quale lente attraverso la quale sapere leggere la realtà alla luce dei nostri momenti personali passati in carcere.

Occorre, tutto sommato, imparare a fare gruppo tra di noi, cercando di oltrepassare i muri delle nostre appartenenze. La nostra specificità non è quella di imparare una tecnica nuova ed originale o processi personali di crescita, attraverso una capacità di discernere al meglio, ma desideriamo che il GRUPPO  si riconosca come SOGGETTO COLLETTIVO, dotato di una propria identità, al cui interno tutti trovino il loro posto, nel piacere di essere insieme, non come individui.
Nella prospettiva di dare origine ad un gruppo in uscita sul territorio.

Nello specifico occorre arrivare a sentire l’esigenza di vivere un CLIMA COLLETTIVO che parte dall’ascolto sincero e dalla condivisione umile di esperienze concrete oltre le proprie emozioni. Non è facile, ma non ci piace correre saltando gli ostacoli dei “perché?”. Perché solo sostando possiamo arrivare a vivere la CONCORDIA sul fine comune.

In questo processo di DISCERNIMENTO IN COMUNE  è cruciale la presenza di una ”leadership”, capace di far avanzare il confronto a partire da un ascolto profondo che valorizzi tutte le posizioni espresse, interpretando ciò che il gruppo sta vivendo, le sue parole e le sue emozioni collettive.
Che abbia insomma quella capacità di coordinare, nella prospettiva di una visione di futuro e di progettazione.

DON MARIO

Non vi azzardate a chiamarlo “gioco lecito” lettera ai politici. Vegana e altre storie

Un titolo lunghissimo! E infatti il mio Editore, Gerardo Mastrullo, ne ha eliminato una parte. E mi manca. Parlo dell’ultimo libro edito qualche mese fa dalla Casa Editrice La Vita Felice. Tutte le storie che si trovano in questo blog e forse qualcuna nuova.

L’abbiamo presentato al Libraccio di Lecco, per la prima volta, una settimana fa. Una presentazione simpatica, tra amici, con Giuseppe Leone che ne ha parlato con quella  grande capacità di sintesi che gli è propria e Gianfranco Scotti che ha letto dei brani del libro con la bravura di sempre, mentre l’ascoltavo mi sembrava bello ciò che leggeva. Chissà!

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Giuseppe Leone, Gianfranco Scotti, Giovanna Rotondo

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E per finire un bell’articolo di Marta Colombo apparso su Leccoonline.  Grazie a tutti! Giovanna

http://www.leccoonline.com/articolo.php?idd=40298&origine=1&t=Lecco%3A+la+scrittrice+Giovanna+Rotondo+presenta+il+suo+libro+sul+gioco+d%26rsquo%3Bazzardo+e+altre+storie