Le dimissioni dell’ultimo papa

Un articolo di Giuseppe Leone al libro di Marco Vannini. Una recensione interessante che vi raccomando di leggere. Vi farà riflettere.

SILONE, MARCO VANNINI
e le dimissioni dell’Ultimo Papa

Marco Vannini, filosofo studioso di mistica, nel prologo del suo scritto All’ultimo Papa, Lettere sull’amore, la grazia e la libertà, Il Saggiatore 2015, indirizzate a Papa Benedetto XVI all’indomani delle sue dimissioni dal soglio di San Pietro nel 2013, scrive che “le dimissioni di Celestino V nel 1294 furono una cosa ben diversa” (12). Non v’è dubbio che eventi di questo genere, per di più se capitati a distanza di secoli l’uno dall’altro e per l’unicità che li distingue, perdano il nome di storia e con esso anche il diritto alla comparazione.
Non so se furono una cosa ben diversa anche nella rivisitazione che ne fece Ignazio Silone nel 1968, in pieno clima conciliare, dedicando all’umile frate francescano L’avventura d’un povero cristiano, un romanzo adattato per le scene pochi mesi dopo con la regia di Valerio Zurlini.
E sempre Vannini, ancora nel prologo, cercando fra le questioni vecchie e nuove della Chiesa quelle che più plausibilmente avrebbero convinto Benedetto XVI a lasciare il vertice della Santa Istituzione, esclude che siano state “le beghe e gli intrighi curiali”, che poi del resto, sono fastidi presenti da sempre e per nulla nuovi; o la vicenda della pedofilia, neppure essa meritevole della palma delle novità, perché ecclesiastici donnaioli – scrive – pedofili, sodomiti ci sono sempre stati e la letteratura di ogni tempo ha puntualmente informato i suoi lettori, talvolta anche dilettandoli. Ma neanche l’episodio delle carte trafugate dal segretario-maggiordomo è stato un evento tale da scuotere una navicella che ha corso ben altri mari e affrontato ben altre tempeste. E anche altri problemi più seri, come quello del celibato dei preti o del sacerdozio femminile, non sono nuovi, né tali da turbare più di tanto un’istituzione abituata a pensare in termini di secoli, se non di millenni (12-13).
Non esclude, invece, dopo aver anche ricordato che “la principale fatica intellettuale di Benedetto XVI negli anni del suo pontificato è stata la redazione di una vita di Gesù, il cui ultimo volume precede, non casualmente, di pochi mesi le sue dimissioni”, che “il vero dramma di Ratzinger riguardi il venir meno dei fondamenti storici della fede”, se è vero che “il pontefice, di cui sono ben noti i risultati della ricerca scientifica, non poteva onestamente credere alle storie bibliche, sa benissimo che sono invenzioni la Genesi, le storie dei Patriarchi, l’Esodo … la nascita di Gesù, il concepimento verginale, così come buona parte dei miracoli evangelici, ivi compresa la stessa resurrezione” (13).
Per cui “far passare il cristianesimo da mitologia a conoscenza dello spirito nello spirito deve essergli apparso un compito quasi impossibile, o tale comunque da richiedere forze molto superiori a quelle di un vecchio papa” (13).
La Chiesa, secondo il filosofo, parla di umanesimo solo perché … non sa più parlare di Cristo come Dio … Essa non capisce che la divinità di Cristo significhi la divinità dell’uomo; non lo capisce perché non ha l’esperienza che dà senso a questa affermazione: la morte dell’anima e la scoperta dello spirito. La chiesa ha ridotto Gesù a un rabbi, a un profeta, dissolvendo così il cristianesimo nell’ebraismo e distruggendolo in quanto tale (199).
Ratzinger – conclude il filosofo – non ha ceduto all’Anticristo, né ha predicato un Cristo uomo, profeta di una religione sociale … Seguace di Agostino, non ha mai abbandonato il cammino dell’interiorità per quello dell’esteriorità e per non scandalizzare il gregge, di cui era pastore, ha preferito ritirarsi, in silenzio, come il “solo che va verso il solo” (199-200).
E come se tutte queste argomentazioni non bastassero ancora per rendere chiara la posizione di Benedetto XVI, Vannini ricorda anche il discorso che il Papa pronunciò a Ratisbona il 12 settembre 2006, col quale difendeva appassionatamente l’eredità filosofica greca, il Logos, in un momento in cui il biblicismo sempre più predominante nella chiesa annulla il cristianesimo come religione della ragione, riducendolo così a una variante debole dell’ebraismo (14).
Dunque, secondo Marco Vannini, il professor Ratzinger “non è stato messo fuori servizio”, ma si è ritirato volontariamente per non partecipare a “feste dell’asino di nessun tipo”, un motivo di più per cui qui il filosofo si rivolge a lui come all’ “ultimo papa”, in un senso nobile, con profondo rispetto” (15).
Anche “Silone”, interessandosi a Celestino V, “postula”, per dirla con Claudio Marabini, “un cristianesimo demitizzato e sciolto dai legami temporali, frusta le gerarchie, afferma che l’utopia è il rimorso della chiesa, indica nella Storia e nella Profezia la sua natura “bipolare”. Celestino è il campione di una forza genuina, che sgorga dalla parola stessa di Gesù. E la chiesa, com’è dipinta nel dramma e com’è incarnata in certi cardinali e particolarmente in Bonifacio, è l’esatto pendant ideologico del partito politico, è un partito essa stessa, che chiede ai suoi seguaci il prezzo altissimo dell’anima” (VIII).
Autodefinendosi socialista senza partito e cristiano senza chiesa, Ignazio Silone ammetterà quanto dell’utopia e del gesto di Celestino riviva nella sua esperienza di “uomo onesto, solitario, che disse no alla storia”, proponendosi di combatterla in nome della coscienza, come Celestino V che ha imparato a sue spese che è difficile essere papa e rimanere un buon cristiano (137), fino a preannunciare così il suo abbandono: “Io Celestino, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale, e per obbligo dì coscienza, come pure per indebolimento fisico, per difetto di dottrina e per la cattiveria del mondo … con tutto l’animo e liberamente mi dimetto dal Pontificato …” (153).
Non si può, da queste parole, non riconoscere che alla base delle dimissioni di questo Celestino V siloniano e di questo Benedetto XVI di Vannini vi sia un “caso” di coscienza. Come Celestino V, per lo scrittore abruzzese, si dimette per difendere la purezza evangelica del cristianesimo delle origini, così Benedetto XVI si ritira per non tradire i suoi principi agostiniani e la tradizione greca. E ancora, come Celestino è stato messo alle strette dalla sua coscienza, che non poteva sopportare “le infami denominazioni di eserciti cristiani, guerre cristiane, persecuzioni cristiane e altre ignominie del genere” (202), così anche Benedetto – e lo riconosce lo stesso Vannini – si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto per le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito (14).
Vannini non lo dice espressamente, ma riesce ugualmente a far intendere che la Chiesa di Papa Francesco è proprio la Chiesa che Ratzinger ha rifiutato di dirigere.

Giuseppe Leone

L’articolo è stato pubblicato sul numero di agosto della rivista letteraria Issuu 

Marco Vannini
All’ultimo Papa.
Lettere sull’amore, la grazia e la libertà.
Il Saggiatore, Milano 2015.
Euro 17.00. Pp. 208.

Ignazio Silone
L’avventura d’un povero cristiano.
Mondadori, Milano 2010.
Euro 9.00. Pp. 236.

image1                 image2

Cristina Trivulzio di Belgioioso

La storia di una bella persona generosa e colta e dallo spirito indomito. Ringrazio Alessia Ghisi Migliari per questa opportunità: Cristina di Belgioioso  appartiene alla nostra storia.

 

LA PRINCIPESSA DIMENTICATA. Intelligentissima, colta, ma donna: Cristina Trivulzio di Belgioioso, eroina persa del risorgimento

CRISTINA+TRIVULZIO.png

di Alessia Ghisi Migliari

Dedicato ai miei genitori, Massimo e Mara.

Dedicato a Sandro Fortunati, mio “supervisore”, grazie al quale ho scoperto molto di Cristina, e che pazientemente ha risposto alle mie domande.

DEL GIORNO IN CUI HO CONOSCIUTO CRISTINA

Esistono volti che entrano nella tua esistenza – e non la lasciano più.

Nell’ umana ricerca di qualcuno da ammirare, di solito non è necessario percorrere grandi distanze, nè nel tempo, nè nello spazio.

Invece io ho fatto qualche passo in più, indietro, fino al Risorgimento.

E lì l’ho trovata.

Malgrado il sottotitolo, questo saggio non desidera essere un trattato di una pseudo-femminista arrivata in ritardo – non lo sono.

Vuole semplicemente divenire un contributo minuscolo e orgoglioso che faccia conoscere una personalità rarissima dai vasti potenziali, che ha fatto della sua vita un romanzo tenace.

E che, ancora oggi, Anno Domini 2006, è per lo più sconosciuta, mentre suoi contemporanei non altrettanto attivi e nobili (nobili dentro) sono ancora tra noi, in versione di statue e pagine da studiare sui banchi di scuola.

Ogni era ha i suoi protagonisti svalutati, ma qui io affermo che questa creatrice dei propri giorni, con le sue caratteristiche e le sue azioni, mai sarebbe scivolata nel nulla, via dalla memoria dei fatti, se fosse stata uomo.

Nel mio amore per la narrativa, so di avere un linguaggio poco ‘scientifico’, ma non per questo meno lucido o incapace di argomentare con attenzione : ho conosciuto Cristina da una biografia, poi l’ho trovata in un ritratto di Hayez e in qualche sito internet.

Da lì, ho capito che anche io avevo finalmente trovato la mia eroina – così lontana, così vicina.

E, questa che segue, troppo breve da rendere in qualche foglio, è la sua storia.

BIOGRAFIA

cristina+trivulzio1.png

Dodici nomi fammo volume – ma usava così, nell’aristrocrazia dell’epoca : Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura.

Cognome, Trivulzio – una piccola marchesa, nata a Milano il 28 giugno 1808, nel palazzo di famiglia, da Gerolamo e Vittoria Gherardini.

Non era un momento di poco conto, per la città e l’Europa tutta.

Napoleone non aveva ancora preso la via di alcun esilio, e aveva degnato il padre di Cristinetta, come veniva chiamata, del titolo di Conte della Corona Ferrea, per poi affiancarlo al proprio figliastro Eugenio, noto per essere stato Viceré d’Italia.

Di lei bimba ci rimane una descrizione di proprio pugno in cui non appare certo un’infanzia infelice, ma nemmeno particolarmente gioiosa.

Del resto, sua madre rimane vedova che la marchesina ha quattro anni, mamma sì ma assai giovane, non si può pretendere che vesta di nero per il resto del proprio futuro.

Dalle testimonianze rimaste, Vittoria ci appare seducente, bella, civetta, amante del divertimento ed estremamente vitale.

Si risposa con Alessandro Visconti d’Aragona, e gli dà quattro figli : per la Trivulzio significa entrare in una famiglia che non è pienamente propria, anche se avrà la fortuna di ritrovarsi un patrigno colto, che stimolerà la sua curiosità e il suo ingegno.

Nell’ondeggiare continuo dalla città al suo feudo presso Locate, paesino nei pressi di Milano, cresce questa donnina che si definisce piuttosto seria, sempre appresso al fratellastro, a curarlo e divertirlo, a starsene in disparte – ben diversa da ciò che sarebbe diventata.

Per quanto provenisse da un casato che da secoli regalava al mondo personaggi illustri ed eterogenei, nei suoi primi anni nulla pare emergere di sorprendente nelle inclinazioni : è, come è giusto sia, una bambina come tante.

Le ragazze della nobiltà non avevano da essere enciclopedie – nessuno lo pretendeva, ben pochi l’avrebbero apprezzato.

Il cantare, il suonare, il dipingere, il sacro francese, la piacevolezza nella conversazione senza coltivare chissà che profondità – poteva ampiamente bastare.

E proprio nelle lezioni di disegno, senza poterlo immaginare, Cristina avrebbe trovato una futura fonte di sostentamento e un’amicizia duratura e intensa, quella con la sua maestra di matita, Ernesta Bisi, donna liberale e di carattere.

Nella villa di Affori, sempre nel capoluogo lombardo, dove la famiglia ‘allargata’ Visconti d’Aragona vive, la serenità scivola via quando il patrigno di Cristina finisce per essere arrestato, non avendo il talento del cospiratore.

Metternich non ama i moti di ribellione verso l’Austria, lapalissiano, e quando il gentiluomo Alessandro tenta, nel 1821, di divenire eroe dai grandi ideali, si ritrova in carcere.

Per quanto riesca a riottenere la propria libertà, rimane psicologicamente segnato, e neanche qui l’ancora avvenente Vittoria è presa da istinti da infermiera : ha la gaia dote di consolarsi in fretta, e stavolta è il turno di un grazioso conte.

La sua primogenita, invece, che ha ricevuto ben altra cultura rispetto alle coetanee, inizia a mostrare un fascino per nulla banale.

Abbiamo tutti presenti i quadri ottocenteschi, i canoni di bellezza in auge.

Stiamo parlando di donne morbide, dalle forme floride, la bocca piccolina e leziosa, le braccia ben tornite, il collo e le spalle dalla linea delicata, il colorito roseo.

Le modelle anoressiche non rientravano esattamente nell’immaginario maschile, ma – c’è un ma – non dobbiamo trascurare il movimento Romantico.

Nel Romanticismo si crea anche un nuovo tipo di estetica, più eterea, delicata, lunare.

E così fu Cristina.

Oggi credo si potrebbe tranquillamente definire bella, o comunque molto carina : era più alta della media e magra, con un lungo collo e mani dalle dita sottilissime. Il suo viso era regolare nei lineamenti, le labbra minuscole, a quanto pare aveva ammiratissime fossette, quando sorrideva, e anche un’altra più piccola, sul mento. Ma gli occhi, soprattutto.

Occhi tondi, grandi, scurissimi, segnati con forza dalle sopracciglia.
Non era una beltà classica, per nulla : chiome corvine e pallidissima, fino ad essere inquietante, non poteva passare inosservata.
E persino quando le sue attrattive fisiche sbiadirono (e avvenne in fretta, con la sua mente frenetica e la sua esistenza inquieta), quello sguardo diretto e senza sosta la rendeva riconoscibile ovunque .
Di lei, oltre a un Hayez, rimane un Lehmann, un Vidal, un Chasseriau, un disegno di Chiappori, qualche ignoto, un busto in marmo.

Non è per curiosità femminile, che descrivo il suo aspetto.

E’ perchè bisogna darle una faccia, e quella giusta, perchè se persona significa maschera, il personaggio che emerge da quella donna dipende anche dall’impressione ostinata che lascia impressa negli altri, al suo passaggio.

Sa vestirsi in maniera difficilmente ignorabile, ama sorprendere e lo sa fare bene.

E’ consapevole – della coscienza delle anime brillanti – di sè, del suo essere affascinante, e le piace civettare.

E’ molto femminile, anche se si occuperà di cose reputate poco adatte a delicate pulzelle.

E poi arriva lui – in tutte le storie, prima o poi, arriva.

In questa si chiama Emilio Barbiano di Belgiojoso.

Qui non c’è da scomodare la relatività : bello lo è, e parecchio..

E con una voce che gli consentirebbe tranquillamente una carriera di cantante nei migliori teatri.

E’ principe, gaudente, ammirato e amato, per nulla fedele.

I primi amori hanno sempre un che di masochistico – comunque di devastante.

Quando si sposano, Cristina ha sedici anni e probabilmente, malgrado sia stata allertata, non comprende bene con chi dividerà patrimonio e letto.In seguito sarà comunque assai benevola con lui, per quanto ci siano non pochi motivi per evitare di fargli qualunque favore – i primi amori hanno un che di persistente, oltre che di devastante.

Non è una poesia profonda e dura proprio poco.

La sposa porta una dote notevolissima, che deve pesare non poco allo sguardo del magnetico Emilio.

Da parte sua, pare proprio – i dubbi sono, se non completamente dissippati, piuttosto sottili – che il principe non le abbia donato solo un ulteriore titolo, ma anche un ben poco gradevole regalo di nozze.

La Trivulzio non ha mai goduto di buona salute – si legge persino di una leggera forma di epilessia.

Ma, a quanto pare (e ciò spiegherebbe anche molto di quella che sarebbe stato il suo modo di vivere i sentimenti e la sessualità), dopo esser divenuta Belgiojoso, viene infettata da una di quelle infezioni che rientravano nel termine sifilide.

Molti dei sintomi che l’avrebbero accompagnata per sempre, rientrano in quelle manifestazioni di malattie veneree allora tanto in ‘voga’ – in alcune biografie il fatto viene dato per certo, malgrado si possa ipotizzare un velo di vergogna e ritrosia che abbia coperto gli effettivi sviluppi della situazione. Se, a questo, si aggiungono i numerosi tradimenti del consorte, non è difficile immaginare che l’unione vacilli. Cristina, poco solidale coi compromessi, vuole dividersi – uno scandalo non da poco, che le costa, anche, in termini economici : sarà lei a saldare i debiti del marito, malgrado si sia per lo meno tenuta la magnifica carrozza appartenuta a lord Byron, oggettino che al byroniano Emilio piace, poichè è una vera alcova viaggiante.

Da questa libertà conquistata nel clamore, appena ventenne, nasce la principessa di Belgiojoso.

E, anche se oggi giorno impolverata e spesso ignota, non morirà più.

Ad avere sottomano una piantina d’Europa, c’è da farsi venire un’emicrania, e seguire gli spostamenti di Cristina, in un’epoca in cui, per quanto ricchi, il viaggiare non è celere e facile come oggi.

In più la nostra amica ha alla calcagna il capo della polizia, il solerte e inviperito Carlo Giusto Torresani, al soldo dei padroni austriaci.

Per quanto si chiuda qualche occhio sulle idee rivoluzionarie dei ricchi, il nostro uomo si mette alle calcagna della principessa con particolare foga – c’è da dubitare che sarà ciò che oggi chiameremmo ‘un appassionante hobby’ (anche se è semplicistico, pare che l’astio nasca quando Cristina, consapevole del proprio rango, non domanda il permesso di viaggio all’uomo di legge, come sarebbe stata prassi, ignorandolo totalmente e rifacendosi alle proprie conoscenze).

Cristina non sta bene, deve andare in un luogo di mare, e non è una scusa, i vari accenni testimoniano una sempre più fragile condizione fisica.

Così chiede il passaporto, non sempre rilasciato con facilità, visto che i gorgheggi rivoluzionari sono ovunque, e dunque è meglio non lasciare andare in giro l’aristocrazia, così disposta ai rapporti con gente poco raccomandabile, per usare un eufemismo.

Sistemata la burocrazia, già allora inquietante, si dirige alla volta di Genova, perla del Regno di Sardegna, luogo ideale, vibrante di vita e aria sana, e qui scopre, malgrado il corpo debilitato, un ambiente positivo e stimolante. Intenzionata a riprendersi ancora meglio si sposta poi ad Ischia (non male, la vita degli abbienti dell’epoca), fermandosi prima a Roma, dove fa le solite “frizioni mercuriali” e frequenta l’ex regina d’Olanda, Ortensia, figliastra di Napoleone.

Siamo in un momento storico di complotti e cospirazioni di ogni genere – per recuperare posizioni prestigiose, disfare regni, creare repubbliche, cacciare invasori e così via – e Cristina diviene confidente del figlio secondogenito della decaduta sovrana, Luigi Napoleone, futuro Napoleone III.

Ed è forse qui, nella Città Eterna, che si può iniziare a parlare di una principessa Belgiojoso ‘politica’.

Le supposizioni sono varie : che lei nutrisse interessi sovversivi sin da giovane, grazie al contatto con la Bisi, che questo impeto dipendesse dal patrigno, che

Ma è verosimilmente un concatenarsi di cause – sarebbe plausibile.

A questo punto, comunque, possiamo inserire la sua appartenenza alla Carboneria, nella veste di Giardiniera , ed è quindi ormai innegabile che inizi a coltivare amicizie sovversive e ribelli.

Ma non si ferma.

I suoi viaggi, per la salute, per quel dinamismo interiore che non le dà pace, per gli scopi che ormai occupano i suoi pensieri – i viaggi, appunto, continuano.   Soggiorna in Toscana, arriva in Svizzera, dove il Canton Ticino – siamo nel 1830 – si regala una Costituzione che la rende piuttosto democratica, cosa che fa inorridire gli austriaci, e anche Torresani, che viene a sapere che la stravagante Cristina ha dato una festa in onore della conquista elevtica.

E’ ormai ampiamente sospetta, e in più non ritorna nel milanese, come le viene ordinato : Metternich sta perdendo la pazienza, Torresani non l’ha mai avuta.

Può parere strano tanta attenzione per un singolo, una ragazza privilegiata, ma non certo una pericolosa criminale.

In verità si percepisce che il giogo di sapore teutonico è sempre più malvisto, dagli italiani, e una principessa dai grandi capitali e troppo mobile può dare fastidio. Quando quindi si reca nuovamente a Genova, la posizione di Cristina si fa fragile : stanno iniziando ad arrestare nomi illustri, tra cui Mazzini. Qualche anima pia la mette in guardia : meglio andarsene, e di nascosto, perchè nessuno le darebbe il visto per allontanarsi, presto sarà il suo turno.

E quindi fugge, di notte.

Senza soldi e con la sua ironia sempre in tasca – di notte, di fronte a un fiume freddo, che deve affrettarsi ad attraversare a piedi, Arrigo Petacco riporta le sua parole : “Questo è il mio Rubicone. Ma Cesare lo attraversò a cavallo”.

Augustin Thierry è già noto, anche se ancora giovane.

E’ uno storico arguto e sfortunato che sta diventando cieco e paralizzato, ed è una figura importantissima nella vita di Cristina.

Si incontrarono quando lei arriva in Provenza, terra tranquilla e sicura, per poter seguire le cure di un noto medico.

La loro profonda intesa, l’amicizia che li unisce, non li avrebbe più lasciati, malgrado Thierry fosse innamorato (non ricambiato) della principessa – è un’affermazione che verrà fatta per un notevole numero di altre persone, il che ha un che di stridente, se si considera che questo fascino che tanto attira gli uomini, è il medesimo che la fa percepire come “stravagante” e seccante.

Condividere tempo con un uomo come Augustin le insegna molto – è lui a farle comprendere che il giornalismo può essere un’arma potente, e nel condividere sperenze per i propri Paesi afflitti di certo non esauriscono mai gli argomenti, e mai li esauriranno.

Molti esuli italiani si trovano all’epoca in Francia, e quando la Trivulzio arriva a Marsiglia trova un fermento unico ed esaltante. E’ considerata egocentrica e un pò fuori dagli schemi, in effetti c’è di che guardarla con diffidenza, per via di quelle pose da intellettuale che, in realtà, può ben permettersi – e lo dimostrerà nei propri scritti seguenti. All’interno però di tanto patriotico entusiasmo, le posizioni differiscono, e Cristina non ama gli esagitati che disprezzano le sagge mezze misure : lei propende per una federazione italiana, sotto il controllo del re. E per questa causa spende molta parte del patrimonio, finanziando eroi che poi si scorderanno bellamente quel valore raro che è la gratitudine. Tutto è dovuto, ai martiri d’Italia.

Ma, per sua stessa ammissione, i denari iniziano a scarseggiare.

Il suo non ritorno a Milano potrebbe portarla alla totale rovina economica, con la confisca dei suoi enormi beni, e quindi tenta di salvare quanto possibile intestandolo alle sorellastre e, chissà perchè, al marito.

Nel 1831 i tempi si consideravano più maturi : si parte alla volta della Savoia con l’intenzione di porre al potere Carlo Alberto, regnante che poi sarà condottiero verso la Lombardia, vittorioso. A capo dello stravolgimento, Carlo Pisani.

E si è ottimisti, perchè appoggiati da una Francia che preferisce che i suoi vicini siano senza padrone straniero e democratici.

Ma se il vecchio La Fayette appoggia pienamente il progetto, il re di Francia, spaventato dalle ire di Metternich, preferisce cambiare idea.

Questo tipico voltagabbana costa non poche vite : gran parte della penisola italica è squassata da ribellioni, e perdere un così caro alleato rende l’Austria assai contenta : può ben mettere in carcere o alla forca senza ormai troppi problemi – e in effetti di problemi non se ne fa.

Cristina arriva a Parigi senza più soldi – il fallimento dell’impresa ha reso impossibile il recupero dei propri beni – preoccupata per i prigionieri suoi compagni, con solo una lettera di raccomandazione di Thierry per un uomo, François Mignet, che avrà, anche lui, un ruolo ambiguo ma importante.

Uomo celebre e cerebrale, come la Trivulzio, ma non dotato degli stessi impeti, si dice abbia un che di compassato ed eccessivamente pacato.

Tra loro nasce una storia sentimental-intellettuale (pare, anche qui, senza coinvolgimenti fisici), che a lungo li farà sembrare una vera e propria coppia collaudata.

E’ finita l’era in cui gli scritti veementi di lui compaiono su Le National, ma le sue parole contano ancora molto, a Parigi.

“Ce la farò da sola”, scrive lei, e così sarà.

Alloggiata in un appartamentino squallido, per la prima volta alle prese con la vita pratica del quotidiano, si mette a ritrarre i deputati, per raccimolare qualche moneta.

Ma non è sola : intriga, l’avventura di questa nobile patriota avversata da Metternich.

E, fra tutti i curiosi, trova un ammiratore paterno e grandioso : proprio La Fayette, che si preoccupa teneramente di lei.

Ma i personaggi che la circondavano sono molti, e lei diviene attrazione prima, e padrona di un salotto che farebbe invidia a chiunque : artisti e nomi di politica, cospiratori e quanto altro.

Federico Confalonieri,Liszt, Heine, Balzac, de Musset, Piero Maroncelli, forse George Sand e molti altri, fanno non solo la Storia, in campi diversi, ma dipingono anche la sua storia. Quando infine la situazione economica si risolve – recupera parte di quanto le appartiene – la principessa si trasferisce in un appartamento elegante, sempre in quel di Parigi, e acquista anche l’abitazione vicino, in cui si stabilirà, in periodi altalenanti, niente meno che il marito fedifrago – eccentrica Cristina lo è sine dubio. Ed eccentrica è anche quella città, dove tanto veleno e tanta ammirazione riceve l’italiana, presa da una fitta rete di interessi e attività culturali senza per questo dimenticare il piacere della civetteria e della leggerezza, che tanto sa recitare bene – ha un talento particolare nel ferire i giovani attraenti che le sospirano alle spalle, tra cui Alfred de Musset, che, illuso e abbandonato, scrive e pubblica una poesia per lei , assai feroce, e in seguito ritrattata con pentimento e scuse – per quanto streghetta nelle sue malie, la principessa non è per nulla permalosa. Del resto, ha altro su cui concentrarsi : scrive sul National a favore del suo Paese, organizza eventi per raccogliere fondi e attenzione per i propri compatrioti mai arresi, e ospita chiunque passi per la capitale francese, se può essere importante per la causa – uno su tutti, Cavour.

Le preoccupazioni non mancano : la morte di La Fayette – cui rimane accanto sino alla fine – sarà come perdere un padre.

E oltre a ciò, ha il pensiero della propria stessa salute, dei suoi dolori cronici, anche se continua nelle occupazioni mondane, nello scrivere su quotidiani e nel partecipare a incontri politici : non si capisce se gli impegni più fatui siano schermo per quelli più delicati e profondi, o se si tratti invece, più semplicemente, di una persona con molte sfumature, dentro di sè – Cristina non è una riposante persona monocromatica, ammesso che ne esistano.

Fra gli amici dell’epoca si aggiungono Niccolò Tommaseo e Vincenzo Bellini, biondo e fragile, anche lui alquanto preso dalla principessa, e per questo coinvolto in una ‘disputa’ col più pungente ammiratore Heine – ma anche il povero Bellini muore giovane.

Il 1838 è misterioso.

A dicembre Cristina diventa madre di Maria Cristina Vittoria Valentina, futura Maria Trotti Bentivoglio.

Ma come, lei che provoca e si ritrae?

Sull’avvenimento, ancora oggi c’è mistero – le teorie si sprecano.

Che sia l’improbabile frutto di un fugace ritorno col marito?

Che sia figlia dell’intellettuale Mignet?
O se invece è stata letteralmente ‘comprata’ dai suoi veri genitori, i signori Bolognini, ossia il segretario di Cristina?
Quale che fosse e sia la verità, un’amnistia le permette il ritorno a Milano, e più precisamente nel suo feudo di Locate.
Come ogni madre, per quanto scandalosa – e scandalosa lo è, una che non dice di chi sia la sua bimba – il nuovo ruolo dà altri ritmi alla sua vita.
Ciò che è certo è che inizia una ventennale battaglia legale, affinchè la piccola sia riconosciuta come Belgiojoso, e alla fine l’avrà vinta.
Ciò che desidera la principessa è che la giovane non sia marchiata con un titolo che, se a lei poco importa, sarebbe la sfortuna dell’esistenza di Maria.
E’ una vittoria costosa : per avere questo benedetto illustre e preciso cognome per la sua creatura, deve rinunciare a qualunque pretesa ereditaria sui Belgiojoso. Peccato che parte di questo patrimonio venga proprio dalle tasche generose di Cristina.

A Locate, piccola realtà arroccata ai piedi di Milano, è una riformatrice senza eguali.

Circa trentenne, fino a quando fu quasi quarantenne, si dedica agli scritti e a migliorare le condizioni di vita dei suoi contadini.

Le sue serate sono ormai tranquille, ma i giorni restano colmi di progetti ambiziosi, che puntualmente arrivavano a buon termine : apre a sue spese un asilo per i bambini di chi lavora nei campi, fonda scuole elementari, anche per femmine, ‘corsi professionali’, per dar retta “al mio cuore sanguinante nel vedere che tanti giovani intelligenti non avevano altra alternativa che tessere o zappare la terra”.

Si occupa anche di lezioni per giovani fanciulle, per insegnare l’igiene e altre regole che nella povertà dei luoghi non si possono dare per scontate.

A questo aggiunge lezioni per canto e ballo e pittura, non certo per creare piccole finte madamigelle, ma per allargare gli orizzonti e dare sollievo.

Crea un locale per stampare e il celebre “scaldatoio”, ossia la più grande stanza del suo castello, che è adibita a camera dove i piccoli e le donne possono ripararsi dal freddo e riposarsi a qualunque ora.
Sempre nella sua dimora, una cucina per i pasti a prezzo bassissimo, e medicine e assistenza sanitaria gratuita : cose pratiche che hanno dato molto a persone che mai nulla hanno avuto.
E i suoi pari non si sono espressi in maniera gentile, di fronte a cotanta solerzia.
In un qual modo, il dissenso si può capire immaginando la forma mentis del tempo, e di chi vive di privilegi.
Ma risulta fastidiosa, in un’animuccia che va in giro spacciandosi come cristianamente caritatevole e amante degli uomini, l’asserzione : “…la mania di quella signora di diffondere l’istruzione fra i suoi contadini…ma quando quelli saranno tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?” – ragionamento cinico, ma pratico, peccato che venga dall’ illustre Alessandro Manzoni.
Nella biografia di Petacco, mio importante riferimento, viene riprodotta la lettera che la principessa invia nel 1842 a tutti i proprietari di terre della regione, che ovviamente la accolgono ridendoci sopra con sprezzo :
”Signore, il mio soggiorno in quella negletta parte del nostro Paese che porta il nome di Bassa, mi ha messo in grado di conoscere lo stato misero degli abitanti di questa contrada, il danno che da quella sventura si riversa sui padroni medesimi e i rimedi che gioverebbero a scemarli. La frequenza dei matrimoni, l’insalubrità dell’aria e la qualità dei lavori fanno sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore che altrove. Affidati alla malsicura custodia dei parenti e qualche volta di estranei, adoperati agli impieghi più fastidiosi, maltrattati, mal nutriti, male allevati, essi formano una popolazione inferma e oziosa che consuma oltre il guadagno e ricade a carico dei padroni, o dei fittabili, o dei benestanti diminuendo così la proprietà di cui quei paesi potrebbero godere. Ho pensato perciò di proporre ai signori che da quelle terre ricevono le maggiori loro ricchezze, di consumarne una menoma parte per riparare quei mali, persuasa che non solo la carità loro, ma la cura dei loro interessi li animerà a ciò fare. Un ospizio per gli orfani nel capoluogo di Locate in cui i fanciulli privi di madre e di padre sarebbero accolti, mantenuti e istruiti fino all’età di sedici anni potrebbe fornire alle nostre campagne lavoratori assidui, robusti e onesti. Non credo di abusare della benificienza dei miei compadroni proponendo loro di sottoscrivere per un’offerta annua di cento lire austriache, o più se così a loro piacesse. Tosto di poter disporre di qualche somma muoverò i necessari passi presso le autorità competenti, eccetera eccetera”.
Astuta, non evidenzia solo l’aspetto umanitario : sottolinea l’importanza stessa di queste azioni per il rendimento delle terre – non che a lei non importi, ma di certo le sue motivazioni sono ben altre, vista la generosità con cui dona i suoi soldi.
Il parroco che l’ha sposata, don Giulio Ratti, ha anche stampato un pungente libretto, Le illusioni della pubblica carità, ove attacca le iniziative benefiche di Cristina. Ed è proprio il prelato che Manzoni invia quando la Belgiojoso, desiderosa di salutare la morente Giulia Beccaria , si reca alla porta dello scrittore.
Don Giulio, da ordini ricevuti, non la lascia entrare.

Non è solo giornalista, Cristina, è una penna ricamata di cultura, prima di tutto, e purtroppo non ha voglia di parlare degli abiti e delle ultime mode del momento.

Tra il 1842 e il 1843 vengono pubblicati nella capitale francese, in francese direttamente scritti, i volumi di Essai sur la formation du dogme catholique.

All’inizio non firmati, si scopre in seguito essere frutto del lavoro della Belgiojoso, che introduce questo ponderoso lavoro specificando di essere consapevole delle falle potenziali presenti, ma che prosegue in una trattazione ampiamente composta di biografie, osservazioni, considerazioni.

Sono anche ironiche, quando si riesce, quelle pagine – irrimediabilmente ironica ne è l’autrice, del resto.

Il libero arbitrio, un tema principale : Cristina è fortemente religiosa, ma in maniera critica e lucidissima, e proprio per questo sa che la sua iniziativa sarà ampiamente contestata – molte le considerazioni legate all’incapacità di una donna di occuparsi di teologia.

Alcuni giudizi probabilmente sono ben ponderati e capaci di cogliere giuste critiche, ma i più trovavano assurda l’idea, l’idea di una femmina in tali occupazioni.
Di seguito, traduce e diffonde in Francia la Scienza Nuova di Vico, iniziativa che persino Bendetto Croce loda – non tutti sono infastiditi dalla donnicciola “stravagante”.
E, tanto che è immersa nell cultura d’ oltralpe, fonda un giornale, La Gazzetta Italiana, in seguito Ausonio, unica testata francese riguardante la nostra Penisola.
Fa quasi tutto da sè, dalla stesura dei ‘pezzi’ alla redazione : agli altri esuli lì attorno, per loro medesima e netta ammissione, scomodare inchiostro per dei fogli diretti da una donna fa abbastanza ribrezzo.
Nel 1846 esce l’ Historie de la Lombardie, nella quale attacca, con capacità e impeto, personaggi usualmente amati – soprattutto il conte Confalonieri : capisce che non c’è bisogno di eroi sovraumani, ma di iniziative e riforme pragmatiche per il popolo, affinchè la causa italiana diventi anche della gente – non è aleatoria nè aulica.
Lei è vera.
E questo le costa una certa solitudine, come confida nell’ampia corrispondenza con Thierry, cui non fa mancare mai il proprio appoggio – lo storico, oltre a essere sempre più in precarie condizioni fisiche, ha anche perso la giovane moglie.

E proprio in questa stagione di cultura scopre l’amore, quello impetuoso – senza addentrarci nei soliti dubbi sulla sessualità della Trivulzio, visto che in realtà poco importa.

Lui è giovane, viene da Locate, è colto, attento e tisico : insomma, tutto ciò che lei adora.

Gaetano Stelzi è il suo segretario, il suo infaticabile e leale collaboratore, principalmente.

Il resto verrà col tempo.

Sale al soglio Pontificio Pio IX : siamo nel 1846.

Un Papa che si può definire liberale – e l’esultanza prende lo Stivale tutto.

Un Papa Liberale!, non c’è più religione!

Pio IX e Carlo Alberto, detto “re Tentenna”, sono la grande speranza, malgrado il nomignolo dato al sovrano non prometta bene. Infatti, entrambi succubi di pressioni dall’alto, iniziano a vacillare nei loro sogni gloriosi.
Il Pontefice approva quando il governo romano proprone la formazione di una Federazione nazionale con escluso il Lombardo-Veneto e di fronte al caos, Metternich è costretto a dimettersi – a Napoli, il regnante Ferdinando si trova obbligato a a concedere la Costituzione.
Inizia il famosissimo 1848, Cristina vive a Roma con la figlia, Stelzi e Miss Parker, che si occupa di Maria. E’ in auge, la Belgiojoso, non più strega, ma eroina della libertà : lei ne è inebriata, dopo una vita fatta di giudizi spietati e spesso gratuiti.
A Milano avvengono dei disordini, ci sono morti : vorrebbe partire e raggiungere la sua terra, ma il solito Torresani è pronto ad arrestarla appena in zona.
Non le rimane che vestirsi a lutto e, per la salute di Gaetano, trasferirsi a Napoli, dove ancora più sentita è la moda per quella strana nobildonna del nord.
Ai primi di marzo, ecco Il Nazionale : il giornalismo non la abbandona mai.
Ma in quel mese accade ben altro : le Cinque Giornate di Milano, i suoi concittadini vincono sugli austriaci.
Non si può resistere : può tornare, e siccome in molti vogliono seguirla, noleggia una nave.
Arriva nel milanese, e si sosterrà che la sua truppa di napoletani è composta da poco di buono.
Ci sono senza dubbio episodi sgradevoli : ma tanta parte di quell’esercito volontario è composto da giovani di buona famiglia, infervorati dal momento, e un numero non esiguò morirà in alcune celebri battaglie.
Nell’atmosfera, neanche qui si sfugge : si fonda un altra rivista, Il Crociato – diventa quasi una compulsione per lei.
Ne Il Crociato la Belgiojoso sostiene che la monarchia è il mezzo per raggiungere la Repubblica – cambiamenti a piccoli passi.

Gli austriaci non sono ovviamente sconfitti.

E Carlo Alberto, appunto, tentenna alla richiesta dei milanesi di stare dalla loro parte, di difenderli.

I repubblicani da soli non possono miracoli, e il re balbettante alla fine ridà Milano all’Austria – l’eroismo non è un obbligo e le promesse non sono eterne, si deve essere raccontato.

Nel 1848, un fatto personale getta però un’ombra enorme su Cristina, e senza dubbio le costruisce dentro un altro dolore.

Stelzi, minato dalla tisi, muore.

E da qui le leggende – nemmeno una sola, ma tante.

Quando Cristina deve riparare in Francia, col ritorno degli austriaci nel milanese, il suo palazzo di Locate viene occupato senza tanti riguardi.

E all’interno dell’abitazione viene trovato il cadavere imbalsamato di Gaetano, vestito di tutto punto.

Trama da Mary Shelley, a dir poco.
In realtà, l’imbalsamazione non è pratica rara, all’epoca, nelle famiglia altolocate.
Nè si ha l’abitudine di seppellire i propri morti coperti solo di un semplice telo, come avviene per i contadini.
Può darsi che sia un’azione particolarmente “stravagante”, ma senza dubbio non si tratta di una qualche forma di perversa idolatria di una salma.
Più probabile è che, mentre si attende la preparazione, nel giardino di Locate, di una tomba idonea, la Belgiojoso debba fuggire per il ritorno degli austriaci, senza completare il monumento funebre e potervi collocare l’amato.

Mazzini e altri due triumviri governano nel 1849 Roma, una repubblica, un caso quasi unico.

Ma anche nella Città Eterna non si sta tanto tranquilli : Luigi Napoleone, amico di giovinezza di Cristina, nipote di Bonaparte, un tempo tanto dedito alla causa italiana, adesso ha potere, e non può più fare il ragazzo idealista.

Di certo non appoggia Vienna, ma deve almeno stare dalla parte di Pio IX, rifugiato a Gaeta – ha da restituirgli Roma.

Garibaldi è l’eroe del momento, da ogni dove arrivano coloro che vogliono ‘fare l’Italia’, e a Mazzini viene in mente un compito adatto a una donna – e perfetto per la capacità organizzativa di Cristina : direttrice degli ospedali di Roma.

Ad affiancarla, alcune signore di grande personalità, fra cui l’americana Margaret Fuller : in due giorni si rendono funzionanti dodici ospedali.

E chiunque vi entri trova silenzio, tranquillità e pulizia.
Le rivolte provocano molti morti e feriti, e lì ne arriveranno a migliaia.
E, qualche anno prima di Florence Nightingale, la Belgiojoso chiama a sè le romane di ogni ceto, selezionando lei stessa quelle adatte a lavorare a contatto con tanti drammi e tanti avvenimenti senza sosta.
Quando viene criticata per aver preso donne non esattamente irreprensibili, magari dal popolo, risponde sottolineando l’abnegazione e l’umanità di queste sconosciute eroine nell’accudire i feriti, anche quelli più impressionanti e dilaniati.
Fra le braccia di Cristina muore anche un uomo poco più che ragazzo, tale Mameli, famoso per il nostro inno nazionale.
Anche i feriti francesi, vengono curati – col dolore c’è poco da discutere.
Ma i tre triumviri sono sostituiti da tre cardinali, ringalluzziti e in attesa del ritorno del Papa, e pronti a eliminare dalla città tante anime disobbedienti.
Cristina è stata a capo della gestione di quei reparti, di quel sistema ospedaliero; ha fatto l’infermiera, i compiti più ripugnanti e umili, è stata accanto a chi salutava il mondo.
Ora è tempo di andarsene.

Punta verso l’Oriente : vuole stare tranquilla.

Causa non poca antipatia in Grecia, dove sostiene, in maniera onestamente snob, che il fatto che lì non si conosca Liszt è indice di un popolo ben poco civile : uno scivolone raro, ma proprio per questo degno di nota – la perfezione non è umana, nessuno qui lo vuole sostenere.

Nel suo viaggiare esotico finisce per acquistare un villaggio con latifondo in Anatolia : la Turchia le piace e le fa bene alla salute.

Ha voglia di quiete, dopo tanto battagliare – ma il dinamismo interiore non lo fermi stando in fattoria.

Nel 1852, con appresso la figlia ormai adolescente, inizia un viaggio che la porta a Gerusalemme, dove Maria riceverà la comunione : attraversa la Siria e molte altre nazioni attuali, nel deserto, affaticata ma affascinata, ed è prontissima a mettere su carta le sue considerazioni da quasi sociologa, soprattutto sugli harem, ben meno poetici di quanto ci si aspetti.

Non potrebbe più condurre una vita serena ed economicamente florida in Europa, e i nuovi luoghi le sono congeniali.
Gli scritti di quel peregrinare vengono pubblicati e tradotti in molte lingue, in italiano per ultimo, nel Vecchio Continente e anche a New York.
Quando nel 1853 Mazzini ritenta un rivoluzione nel milanese, per quanto la Belgiojoso ne sia del tutto estranea, finisce nella spirale : i suoi beni furono sequestrati una volta per tutte. Non si scompone molto, solo un commento sul fatto che l’italico guerriero pare proprio non volere imparare dal passato.

Nel suo piccolo regno turco, tutti le sono affezionati – è una stramba e generosa regina.

Nel luglio 1853 tale Lorenzoni, che lavora per Cristina, l’accoltella ripetutamente.

Pare che questi abbia avuto una tresca con Miss Parker, e che, terminata per l’indole non tenerissima dell’uomo, l’istitutrice abbia chiesto aiuto alla Trivulzio, che ha detto chiaramente al suo dipendente di lasciare in pace l’amica e collaboratrice.

La reazione è dunque violentissima, ma non fatale.

Oggettivamente temeraria, si stende a letto e, forte della sua esperienza, fa chiamare il farmacista. Con uno specchietto vuole controllare da sè la ferita alla mammella, attenta nel cercare i segni di un perforamento del polmone, cosa che fortunatamente non è.

Si fa salassare, si medica da sè.  Pare però che non guarisca perfettamente : forse uno dei fendenti lede irrimediabilmente tendini e muscoli. Solo quarantacinquenne, e fino alla fine, si dice che la sua testa sia rimasta reclinata, di lato, sulla spalla, incapace di alzarsi verso niente e nessuno.

Ormai non ha più nulla, sua figlia ha bisogno di un ambiente adatto a una giovane donna : deve riprendere la vecchia via.

E dichiararsi sconfitta, in un certo senso, visto che i suoi avvocati hanno trovato un accordo con l’Austria.

Un compromesso non tanto per il proprio futuro, ma soprattutto per Maria.

Torna a Milano, che sta vivendo una relativa tranquillità grazie alla maggiore moderazione di Massimiliano d’Asburgo.

Nessuno pare riconoscere la principessa : è invecchiata velocemente, dimostra più anni, solo lo sguardo è sempre quello.

Il marito, dopo un ultimo intenso amore con una giovane bellezza, è morto e molti suoi amici sono malinconicamente venuti meno, mentre a Parigi ormai furoreggia ben altra italiana : la contessa di Castiglione.

Cristina non ne è abbattuta – non è nella sua natura.

Logicamente, però, guarda con crudele chiarezza ciò che è stato raggiunto, e ciò che invece non si è ottenuto.

Nel 1860 finalmente, almeno, la legittimazione di Maria.

Ciò che Cristina ha tanto desiderato si avvera, in quegli anni.

Lei non ne è più protoganista – nella gloria ci sono altri.

Nel marzo 1861, ecco la costituzione del Regno d’Italia.

Non che non partecipi: quando è il momento, ovviamente, si precipita negli ospedali milanesi.

Ma fa parte di ieri, lei, con le sue idee atipiche, le sue puntualizzazioni argute e senza diplomazia, le sue strane manie di riformatrice.

E’ stata troppo ingombrante e saccente, e non è più il suo tempo.

Dopo tutto ciò per cui ha combattuto, non viene invitata, lei sola nell’aristocrazia, al ricevimento indetto da Vittorio Emanuele II – ne ha un’amarezza immensa.

Viene derisa, anche con sarcasmo, per quel “rudere” che è diventato – stiamo parlando di aspetto fisico, sia ben chiaro.

E’ stata troppo ingombrante e saccente, e non è più il suo tempo.
Dopo tutto ciò per cui ha combattuto, non viene invitata, lei sola nell’aristocrazia, al ricevimento indetto da Vittorio Emanuele II – ne ha un’amarezza immensa.
Viene derisa, anche con sarcasmo, per quel “rudere” che è diventato – stiamo parlando di aspetto fisico, sia ben chiaro.
Ma non si può frenare l’indole indomabile.
Caso unico, fonda un giornale bilingue, L’Italie per l’Europa, e L’Italia per la sua Patria.
Nel suo passare dal desiderare la monarchia, poi la repubblica, e infine ritorno, ha sempre avuto un solo grande desiderio : la libertà del suo Paese.
Quando poi sua figlia diviene marchesa Trotti Bentivoglio, come già accennato, può dopo poco dedicarsi al dolce mestiere di nonna, con una nipotina che si chiama – non ci vuole fantasia – Cristina.
La sua scrittura non si ferma : Storia della casa di Savoia, Sulla moderna politica internazionale, L’attuale stato dell’Italia e il suo avvenire, sono alcuni dei suoi maggiori titoli : sono studi acuti e precisi, non esenti dal solito umorismo aguzzo.
E, ma questo merita qualche riga in più, poco più avanti, un saggio apparso nel 1861 nella Nuova Antologia.

Il 5 luglio 1871, sessantatreenne, a quanto pare per ipertrofia del fegato, Cristina muore.

Negli ultimi anni i dolori sono andati aumentando, dentro e fuori, e l’ abitudine acquisita in Oriente di utilizzare il narghilè per trovare un pò di conforto è divenuta una dipendenza fisica ormai ben collaudata.

Nessun personaggio importante al suo funerale.

E decenni dopo si scopre che la tomba di Locate nella quale doveva essere il suo corpo è vuoto, lei si trova là, nella parte ignota del camposanto, dove ci sono i poveri.

Quelli che le sono stati grati e l’hanno apprezzata, davvero.

Sono stata a visitarla.

E’ lì, all’ingresso del cimitero, marmo in rovina.

Son sempre molti, i costi di un piccolo comune – e non è colpa di nessuno, se la si è dimenticata.

Di certo Locate non può compiere miracoli, sulla memoria storica.

Solo un piccolo cartello all’esterno, per ricordare chi lì è sepolto.

Nulla altro.

Lei voleva essere fra la sua gente, quindi giusto così.

Ma poi vengono in mente il sarcofago del Manzoni, quelli degli eroi d’Italia, di altri.

Per lei, solo nebbia.

E per quanto concerne il brillante pezzo pubblicato nella Nuova Antologia, ha forse il merito di farla designare da Terenzio Mamiani come “la prima scrittrice d’Italia”.

Si intitola Della presente condizione delle donne e del loro avvenire.

E ci lascia un affresco preciso e disincantato, che merita di essere parzialmente riportato.

“Perchè il vile è sprezzato e scornato poichè dall’uomo si pretende il coraggio, ma questa virtù non è permessa alla donna che ricerca l’ammirazione dell’uomo?
(…)
Perchè nulla è più antipatico dell’intelligenza, della forza e del coraggio femminile? Perchè gli uomini sapienti godono dell’universale rispetto e gli ignoranti sono derisi, mentre dalla donna si pretende la più perfetta ignoranza e le intellettuali sono ridicolizzate?
(…)
Perchè in una società così ansiosa di abbattere tutte le tirannidi e di aiutare gli oppressi, ci si dimentica che in tutte le case e in ogni famiglia vi sono delle vittime rassegnate…
(…)
…le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose debbono armarsi di pazienza e di abnegazione contentandosi di preparare il terreno e non di raccoglierne le messi”.
E termina, con una richiesta minuscola :
“Vogliano le donne felici dei tempi avvenire rivolgere il pensiero alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità”.

Non era, come potrebbe sembrare, una femminista sfrenata e in anticipo.

Era solo e semplicemente una grande donna che chiedeva un pò di riconoscenza.

E non l’ha avuta.

LE PAROLE SUE E DI CHI ERA NEI SUOI GIORNI

Titoli ne ebbe molti, e non sto parlando di nobiltà.

Fu definita in parecchi e suggestivi modi : Princesse Malheureuse (“sfortunata”), Marquise Romantique (sarcasticamente), Princesse Ruinée (romanticamente), Princesse en ruine (crudelmente, per riprendere il precedente, ma per evidenziare il suo invecchiamento), Princesse Révolutionnaire (quasi guerresca), Principessa Socialista (politica) – sono solo alcuni.

Oggi, direi Principessa Dimenticata.

Eppure, un tale personaggio ha incrociato e vissuto un’epoca colma di grandi nomi.

E, in maniere molto differenti, questi personaggi ci hanno lasciato di lei più di quanto forse avrebbero voluto.

Riporto qui alcune osservazioni ovviamente estrapolate dai vari carteggi.

Per quanto non abbiamo funzione “scientifica”, essendo al di fuori del loro contesto, permettono comunque di dare un valore aforistico, in grado di mostrare quanto fossero eterogenee le considerazioni di lei e su di lei.

CRISTINA:

“Sono destinata a vivere sola” (concetto espresso in più occasioni)
“Ce la farò da sola” (una volta trovatasi in povertà)
“Ma perchè l’originalità deve essere una virtù per l’uomo e un difetto per la donna?”
“So che la mia condizione è tale da ispirare a prima vista una sfavorevole impressione. Ma siccome riconosco, non dirò la giustizia, ma le ragioni che rendono scusabile questa prevenzione, so rassegnarmi con coraggio e buon umore” (scritto al momento del suo viaggio a Genova, dopo la separazione dal marito)
“Fra le tante virtù onde è adornata quella famiglia credetti sempre di ravvisare anche l’indulgenza, nè crederei di meritare che dessa si smentisse al mio riguardo. Ma così sia. Una donna divisa dal marito non merita, probabilmente, di serbare un posto nella memoria di persone irreprobabili, come lo sono i Manzoni…Io rispetto il loro modo di vedere, ma in questo caso sono fiera del mio” (ironia a seguito dell’inospitalità e della durezza con cui fu trattata dal Manzoni)
“Il mio castello è grande come una piccola città e quasi tutti gli edifici sono occupati dai lavoratori. Se voi vedeste questa piccola falange dei due sessi fatichereste a crederla formata da poveri contadini. Sono puliti, i loro volti intelligenti e aperti…la mia idea era stata accolta con un’alzata di spalle da qualche ‘civilizzato’. Mi dicevano che i contadini amavano il putridume delle loro stalle…”
“Ero dunque a Parigi, senza casa, senza tetto, senza cassa e senza letto…(…) Senza appoggi, la mia condizione duplice di principessa e di rifugiata serviva a puntino a darmi arie da eroina da commedia. (…) Potevo dipingere, cantare, suonare il pianoforte, ma non avrei saputo fare l’orlo a un fazzoletto, cuocere un uovo sodo od ordinare un pasto. (…) Bisogna essere passati rapidamente da una vita splendida, sempre circondata da amici e servitori, a uno stato di isolamento assoluto per sperimentare un senso di angustia così opprimente” (al suo trovarsi indigente a Parigi)
“La condizione della donna non è tollerabile se non nella gioventù”
“…le poche voci femminili che si levano per chiedere agli uomini il riconoscimento della loro uguaglianza hanno una maggioranza di avversari femminili anche più grande di quella maschile”

“Ora indossi un abito che ti obbliga a essere un santo o un impostore, un oggetto di scandalo per le anime pie e di trionfo per i nemici della religione.

(…)Permettimi che ti faccia un’osservazione, perchè la verità, qualunque essa sia, uscirà sempre incontaminata dalle mie labbra. Nella penultima tua mi parli con sdegno e disprezzo di coloro che non credono e che mettono in ridicolo ciò in cui noi crediamo. Questi tuoi sentimenti naturali, ma non giusti, non legittimi, sono espressi con quel fuoco, con quella intolleranza che, in grado più avanzato e in un secolo meno illuminato, dettava la condanna del Santo Uffizio e accendeva i roghi per quegli infelici che forse altro non meritavano che compassione. Ma chi sei tu per giudicare, per condannare, per isdegnarti contro coloro che non sono d’accordo con te? Il ‘santo sdegno’, credimi, non esiste. E tu invece ti sdegni e dimentichi quella dolcezza evangelica tanto necessaria. Perdonami, ma è questa quell’intolleranza di cui noi cattolici siamo purtroppo giustamente accusati” (da alcune missive ad un amico prete)

“Ma io che penso che con la volontà si può fare tutto, ho persistito dunque a insegnare alle ragazze che non sapevano una nota di musica”
“Anche se ho sempre il sembiante di cera”
“Vive il genio, il cuore è spento” (riferendosi al Manzoni )
“…ho abbandonato la fede cieca per ricevere dalla conoscenza una fede non meno completa”
“Non posso rassegnarmi a dire che è vero ciò che ritengo falso”
“Noi non siamo i primi d’Europa, ma gli ultimi”
“Una repubblica ai miei occhi è invece la più perfetta forma di governo, ma siamo monarchici perchè una nazione in cui la repubblica viene introdotta dovrebbe essere arrivata a un livello di civiltà non facilmente raggiungibile”
“Se fallisco verrò a Parigi, mi presenterò alle Camere, nei distretti popolari se necessario, ma porterò dei salvatori al mio povero paese”
“Mentre la morte si aggira per le nostre strade, la maggior parte degli uomini che abbiamo nominato badava a spartirsi le cariche e ad assicurarsi la sua parte di potere”
“Sappiate che non cambierei la mia coscienza con la vostra, perchè se ho grandi colpe, posso almeno dire che non ho mai mancato quando si è trattato di amicizia…” (a Mignet)
“Vent’anni di pietosa, sanguinosa esperienza non gli hanno dunque insegnato niente” (scrivendo di Mazzini)
“Avevo l’impressione di uscire da un incubo, e mi sembrava che la mia forza e la mia intelligenza fossero triplicate e che niente fosse impossibile per me in quel momento” (subito dopo l’attentato che subì)
“Gino abbiamo buone nuove sull’Italia?” (domanda fatta poco prima di morire)
AUGUSTIN THIERRY (1795-1856, storico) :
“Conto su di te per assolvere il mio debito di gratitudine verso una donna che mi ha profuso la sua amicizia…Madame la princesse Belgioioso, milanese, emigrata volontaria, ha contribuito con i suoi beni e con la sua attività alla rivoluzione italiana…Ella ora si dispera, si amareggia e accusa, ed è noi che accusa, che un’intensità che io comprendo, ma che mi addolora. Non ti parlo del suo fascino e del suo acume. Giudicherai da te e, dopo avere parlato con lei non sarà più per amor mio che desidererai offrirle, tutti i buoni uffici in tuo potere” (a Mignet)
“Organizzò i servizi ospedalieri con l’abilità di un bravo comandante, emanando regole severissime, imponendo ovunque ordine e disciplina. Dimostrò l’abnegazione più assoluta”
MARCHESE DE LA FAYETTE (1757-1834, generale “eroe dei due mondi”) :
“Non rimpiango di essermi abbandonato con tutto l’ardore di un giovanotto e la tenacia del vegliardo a questo affetto appassionato che avrà tanta influenza sul resto della mia vita”
ALFRED DE MUSSET (1810-1857, poeta e autore) :
“Con mille astuzie mi conduceva per mano sulla soglia del suo giardino segreto. Poi mi chiudeva il cancello in faccia”
GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872, politico e rivoluzionario) :
“E’ una donna che per patrio zelo, per doti d’intelletto, per sincerità di opinioni proprie, per tolleranza delle altrui, merita, dov’anche si dissenta, molta stima e molto affetto”
“Un vero tormento”
“Alla testa dell’impresa c’è la principessa di Belgioioso : il Leopardi è il di lei uomo d’affari, il Massari ne è l’amante e così via…”
(con MAMIANI) : “…sarebbe stata stata un’ignominia scrivere su un giornale diretto da una donna”
LADY GRANVILLE (moglie dell’ambasciatore inglese Leveson-Gower) :
“Ieri sono stata dalla principessa Belgioioso, è snella, distinta, pallida, occhi grandi come piattini, mani sottilissime, modi nobili e aggraziati, estremamente intelligente e de l’esprit comme un démon”
CONTE RUDOLF APPONYI (1812-1876, diplomatico) :
“La principessa di Belgioioso a parte la sua pretesa di essere una seconda Saffo o una seconda Corinna, trova piacere ad assomigliare a un fantasma : ha un pallore spettrale, porta turbanti e acconciature di stile insolito, abiti così eccessivamente scollati e singolarmente vaporosi, con drappeggi così bizzarri da far immaginare che un pugnale si nasconda tra le loro pieghe. Gli occhi neri le escono dalla testa. Ero talmente stupito da tutte quelle stravaganze che mi circondavano (…) che a stento mi riuscì di avviare una conversazione”
CONTESSA MARIA D’AGOULT (1805-1876, scrittrice) :
“Mai una donna seppe recitare l’arte dell’effetto quanto la principessa di Belgioioso. (…) Pallida, magra, ossuta, con gli occhi fiammeggianti, ella giocava agli effetti di spettro e di fantasma”
“La commediante esce di qui e mi affretto a dirvi le mie impressioni senza reticenza e diplomazia. L’ho trovata con un viso devastato, quasi brutta, d’apparenza magra ed emaciata, nient’affatto gran signora, meno intellettuale di quanto pensavo. E’ rimasta un ora e non ha detto una parola poco significativa, ruota gli occhi in un modo affettato e poco gradevole e oltre a tutto diffonde intorno a sé non so quale impressione di falsità e malignità…”
“Lei posava. Lei voleva a tutti i costi farsi notare”
THEOPILE GAUTIER (1811-1872, scrittore, poeta e critico) :
“Ebbi la sfortuna di affascinarla. Mi arrivò uno sbuffo di letteratura nascosta e guardai l’orlo della veste di lei per vedere se qualche sfumatura azzurra non alterasse il candore delle sue calze. Detesto le donne che fanno il bagno nell’inchiostro blu. Ahimè! Era peggio di una letterata di professione. La marchesa contempla romanzi didattici, poesia sociale, trattati umanitari, e sui suoi tavoli e sedie si vedono tomi solenni con le orecchie alle pagine più noiose”
LOUISE COLET (1810-1876, scrittrice) :
“E’ una di quelle donne che vogliono sentire soprattutto che un uomo è sotto il loro dominio, o per inferiorià morale, o per debolezza fisica, o adirittura per qualche disgrazia di cui hanno scoperto il segreto”
“La princesse en ruine ci passò davanti. Il suo corpo, curvo sotto le pieghe cadenti della sua veste bianca, era orribile a vedersi. La vertebra sporgeva fuori dal collo. La spina dorsale si curvava in modo prominente sotto la pelle simile a pergamena; una bocca sdentata, invidiosa e sinistra sorrideva. Gli occhi fissi, vuoti, ardevano avidi…”
CARLO CATTANEO (1801-1869, politico, patriota, filosofo) :
“La prima donna d’Italia”
HONORE’ DE BALZAC (1799-1850, scrittore) :
“Impenetrabile come una Gioconda”
PROSPER MERIMEE (1803-1870, scrittore, storico e archeologo) :
“Se uno le fa la corte e poi le chiede il permesso di montarla, resta scandalizzata da una simile indecenza e dice che non potrebbe mai amare un uomo con gusti così bassi…”
HEINRICH HEINE (1797-1856, poeta) :
“Sognavo di lei, che non desidero amare, che non devo amare, ma per la quale la mia passione mi dà una grande felicità segreta”
ARSENE HOUSSAYE (1815-1896, letterato) :
“Le due donne più amate da Alfred de Musset [quasi certamente allusione a George Sand e Cristina, nda] erano però nella posizione ideale per ridere delle sue persistenti passioni e per commentare da iniziate i piaceri esasperanti di Saffo…”
“…meravigliosa organizzatrice dei festini dell’amore, ma pronta a eclissarsi al momento di mettersi a tavola”
GIULIA BECCARIA (1762-1841, figlia del giurista Cesare e madre di Alessandro Manzoni) :
“E’ venuta a trovarmi Cristina e si è comportata con me come la più affettuosa delle figlie. Sono stata veramente emozionata dalla sua semplicità e dalla sua tenerezza”
CONTE FEDERICO CONFALONIERI (1785-1846, patriota) :
“Ecco un’altra prova della sua follia” (commento alle riforme attuate a Locate)
ALESSANDRO MANZONI (1785-1873, scrittore e poeta) :
“…la mania di quella signora di diffondere l’istruzione fra i suoi contadini (…) Ma quando quelli sarano tutti dotti, a chi toccherà zappare la terra?”
VICTOR COUSIN (1792-1867, filosofo) :
“Foemina sexu, vir ingenio (sesso femminile, genio maschile)”
FERDINANDO II DI BORBONE (1810-1859, re di Napoli) :
“Finalmente ci siamo liberati di quella scocciatrice!”
PADRE ANTONIO BRESCIANI (1798-1862, gesuita) :
“Femmina sfacciata e impudente”
CONTE TERENZIO MAMIANI (1799-1885, filosofo e politico) :
“La prima scrittrice d’Italia”
UN CRITICO SULLA REVUE DES DEUX MONDES:
“E’ nella conversazione che le donne realizzano in gran parte il loro pensiero. Perciò non possono creare, dato che lo scrivere richiede solitudine. La scrittrice dell’Essai è tuttavia un’eccezione a quest’ordine naturale, ma i difetti del libro non possono non essere attribuiti alle solite lacune femminili…”
UN PRETE :
“Fuggite più presto che potete, un fascicolo che vi riguarda è sul tavolo del cardinale il quale vi ha scritto sopra, di suo pungo : ‘sentimenti irreligiosi’” (durante il soggiorno della principessa a Roma)
UNA SPIA A CARLO GIUSTO TORRESANI DI LANZFELD (direttore generale di polizia) :
“Finalmente, la Principessa di Belgioioso ha dato l’addio a Marsiglia. Ella è partita martedì scorso per Parigi conducendosi seco il di lei drudo Bolognini che viaggia sotto il nome di Bianchi. Il soggiorno di Marsiglia deve esserle costato molto denaro; molti giovanotti ne hanno approfittato : essi hanno celebrato la sua generosità nobilissima e, nello stesso tempo, hanno denigrato la di lei reputazione di moralità proclamandola una Messalina”

UN CONFRONTO : CRISTINA VERSUS VIRGINIA

Non è mia intenzione svilire un personaggio storico per esaltarne un altro.

Ma credo che il confronto fra queste due donne che hanno fatto parte e fatto il Risorgimento, ben spieghi la visione essenzialmente maschilista del concepire il ruolo femminile nella politca dell’epoca.

Cristina versus Virginia, in parte non possibile, per la differenza d’età – la Belgiojoso poteva tranquillamente essere madre della Oldoini (1837-1899) – in parte credibilissimo proprio per il medesimo momento cui hanno partecipato nell’Italia in nascita.

Virginia Oldoini, anche lei figlia di un marchese, diviene col matrimonio, neanche ventenne, contessa di Castiglione.

Adora civettare, avere innamorati, uomini ai suoi piedi, e se lo può ampiamente permettere, perchè è considerata la più bella donna d’Europa : oggi verrebbe spietatamente messa a dieta, ma nell’Ottocento è di una carnosa e sana magnificenza.

Cugina di Cavour, la sua avvenenza diviene arma assai astuta : la conquistatrice instancabile è inviata a Parigi, con una missione diplomatica ben particolare : entrare nelle grazie di Napoleone III – una spia fra le lenzuola.

Ci rimangono molte biografie della dama, una moltitudine di fotografie, e da entrambe emerge una cosa : una vivacità consapevole e instancabile.

Molti i suoi flirt, e prima del potente francese ci sono stati Vittorio Emanuele II, il banchiere Rotschild, l’ambasciatore Nigra e altri.

A quanto pare, il suo contributo presso il nipote di Bonaparte ormai imperatore, è utile : l’appoggio della Francia nella guerra in Crimea (in effetti non sono incontri sporadici, quelli della nobildonna con Napoleone III, ma una vera e propria liason sentimentale).
La sua vecchiaia è in ristrettezze e con molta amarezza per la venustà scomparsa, al punto da coprire gli specchi di casa, per non vedere il disfacimento di quella che è stata la sua più palese dote : il suo corpo, che viene descritto persino come “una statua di carne”.
E’ definita, senza molta eleganza, “la vulva d’oro del Risorgimento”, e qualunque sia stato il suo stile, pare abbia funzionato.
Ma.

Non condivido la tesi diffusa secondo la quale Virginia fosse esclusivamente una bella sciocca.

Può essere che, in maniera più trasversale e sottile, sia stata anche lei vittima di una misoginia dei tempi che furono, per cui non sarebbe azzardato fare attenzione a cogliere spunti estremamente superficiali

Che le piacesse il rituale del corteggiamento e quanto ne segue, non è nulla di male, anzi – ben venga un pò meno ipocrisia.

Nelle biografie sulla Castiglione lette, mi permetto di esprimere però un giudizio in rapporto alla figura di Cristina : non emerge, nella giovane Oldoini, una sventata, ciò è vero, altrimenti, aspetto e sessualità a parte, non avrebbe tenuto avvinto a sè un potente per mesi e mesi.

Ma, onestamente, devo anche affermare che non traspare minimamente una profondità di pensiero o cultura paragonabili a quelle di Cristina.

Nè emerge una forza di carattere, o un’intraprendenza o onestà intellettuali pari a quelle della principessa.
Non era un’appassionata di letture, o scrittura.
Non era così presa, dentro, dagli ideali di unità nazionale, nè era disposta a rischiare la propria persona per perseguire mete sociali, col rischio di essere denigrata e rifiutata.
Non si occupava di riforme, o di diffusione di giornali, nè si sarebbe messa a cuor leggero a medicare ferite in cancrena.
E preciso : tutte queste manchevolezze non sono difetti, sono anzi comprensibilissime – come già scritto, nessuno è obbligato ad essere eroe o eroina, e infatti, quasi nessuno di noi lo è.
Era una giovane che aveva qualcosa da offrire, traendone gloria, prestigio e riconoscimento.
L’ha fatto con delizia e felicità.
Il dolore era altrove.

Queste falle divengono però significative quando svelano che una Virginia viene ricordata non solo per i suoi amori, ma anche come protagonista del Risorgimento, mentre una Belgiojoso si smarrisce nel nulla.

Una si infiltrava nelle corti, nel talamo imperiale, e sapeva essere seducente e convincente, quindi affascinante.

Vulva d’oro è una definizione francamente offensiva.

Eppure, mostra chiaramente quale fosse il compito che si era disposti a riconoscere a una femmina che si impiccia di queste cose : può funzionare sì, può essere considerata, sì – fra le coperte di chi conta, però.

Lì e solo lì.

La Oldoini ebbe una sua grandezza – condivisibile o meno.

La Trivulzio, invece, fu grande.

Ma, ahimè, come notò qualcuno, non si faceva montare.
FIGLIA DI UN TEMPO CHE NESSUNO SA

Cristina era donna, su questo siamo certi no?

E, ribadisco, ciò le è costato un penoso oblio che altrimenti avrebbe reso il suo nome usuale alla nostra memoria.

“Sono d’accordo con lei”, mi scrive Carlotta Sorba, docente di storia contemporanea e storia del Risorgimento all’Università di Padova, “Si tratta di una donna eccezionale e certamente poco ricordata”. Ma, aggiunge, “Molti studi recenti l’hanno in un certo senso ‘riscoperta’ e oggi se ne parla molto di più (tra gli studiosi che si occupano del periodo)”.

Purtroppo, “Questo interesse non è ancora emerso però nei libri scolastici o nei volumi per il grande pubblico”.

La questione della dimenticanza viene poi approfondita da Roberto Pertici, docente di storia contemporanea, del Risorgimento e storia d’Europa del XX secolo all’Università degli studi di Bergamo : “C’è un problema più complessivo : la crisi della memoria risorgimentale. Per una serie di ragioni politico-culturali, nell’ultimo mezzo secolo si è avuto un progressivo appannarsi ed estinguersi dell’eredità risorgimentale, che non viene considerata più un valore da proporre alle giovani generazioni, etc. Questo in conseguenza di quella che è stata chiamata la ‘morte della patria’, cioè la crisi dell’identità italiana e del sentimento di appartenenza nazionale successiva alla seconda guerra mondiale”.

Dunque : figlia di un momento importantissimo delle nostre radici, ma smarrito.

Figlia di se stessa, donna tenace e in primis donna.

E non fra i nomi principali, fra gli attori noti.

L’eclissi della Belgiojoso era annunciata.

EPILOGO

Se anche fosse stata un personaggio “minore”, è innegabile che abbia realizzato molto.

Non lo raccontano solo le sue parole su carta, ma le sue stesse azioni – la sua vita è una confessione magnifica.

Se il Risorgimento è caduto nel dimenticatoio, ciò non impedisce comunque di rendere familiare, alle nostre orecchie, i principali artefici di quella Storia.

Il suo invece è qui, coperto di polvere – come i suoi infiniti fogli.

E la vedo, lì, alla finestra della soffitta parigina, in una arida luce autunnale, nel pieno centro della sua gioventù.

China, con le dita sporche di inchiostro, i pensieri sparpagliati ovunque, i progetti stipati fino al soffitto, il profilo nitido e pallido.

Della sua mente intrepida, della sua intraprendenza seccante, restano pochi libri, forse nemmeno una piazza, in Italia.

E lei lo sapeva – troppo intelligente per illudersi sui riconoscimenti postumi.

Quindi mi metto qui, io pure donna, di un altro tempo, di luoghi simili.

La racconto, e spero che questa immagine – questo dipinto di Hayez, non quello vero, ma quello nella mia testa, di lei assorta – spero che questa immagine entri anche in altri.

O anche un pastello, andrebbe bene, dove la si scorge sulla nave, verso il suo nord, nel momento del bisogno, con un esercito di volontari che la seguono obbedienti.

La mia Cristina – e potrebbe essere di molti.
In fondo, appunto, ha voluto solo (e inutilmente) un po’ di gratitudine.
Ben poco cosa, per una persona come lei.
Come disse Mazzini, “Un vero tormento”.

BIBLIOGRAFIA E RISORSE INTERNET

-Ambrosini F., “Camillo Cavour : il più grande statista della nostra storia”, Edizioni del Capricorno, Torino 2005 ;

-Berenger J., “Storia dell’impero asburgico”, Il Mulino, Bologna 2003 ;

-Della Peruta F., “L’Italia del Risorgimento : problemi, momenti e figure”, Angeli, Milano 1997 ;

-Del Negro P., “Le guerre dei Savoia : 1792-1859”, Giunti, Firenze 1996 ;

-Gattey C. N., “Cristina di Belgiojoso”, Vallecchi, Firenze 1974 ;

-Grillandi M., “La contessa di Castiglione”, Rusconi, Milano 1978 ;
-Habsburg F. M., “Il governatore del Lombardo-Veneto : 1857-1859 – Massimiliano d’Asburgo”, Studio Tesi, Pordenone 1992 ;
-Herre F., “Napoleone III : splendore e miseria del secondo impero”, Mondadori, Milano 1992 ;
-Incisa L., Trivulzio A., “Cristina di Belgiojoso. La principessa romantica”, Rusconi, Milano 1984;
-Monti A., “Il 1848 e le cinque giornate di Milano : dalle memorie inedite dei combattenti sulle barricate”, Frilli, Genova 2004 ;
-Petacco A.,“La principessa del nord. La misteriosa storia della dama del Risorgimento : Cristina di Belgiojoso”, Mondadori, Milano 1994;
-Petacco A., “L’amante dell’imperatore : amori, intrighi e segreti della contessa di Castiglione”, Mondadori, Milano 2000 ;
-Rainero R. (a cura di), “I personaggi della storia del Risorgimento”, Marzorati, Milano 1976 ;
-Spinosa A., “Italiane, il lato segreto del Risorgimento”, Mondadori, Milano 1994;

SCRITTI PRINCIPALI DI CRISTINA

Questo elenco non comprende articoli giornalistici, ma le sue opere complete :

– “Essai sur la formation du dogme catholique”

4 vol. Paris: J. Renouard & C., 1842

– “La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso”

Paris. J. Renouard & C, 1844

– “La Science Nouvelle, Vico et ses ouvres, traduite par M.me Belgiojoso”

Milano,1844

-“ Essai sur Vico par M.me la Princesse B.***”

Milano, chez Charle Turati, 1844

-“Etude sur l’histoire de la Lombardie dans les trente dernières années, ou les causes du défault d’energie chez les Lombards”

Jules Laisné, Paris, 1846

– “Emina”

Paris and Leipzig, 1856

– “Scénes de la vie turque (Emina; Un prince Kurde; Les deux femmes d’Ismail-Bey)”

Paris, 1858

– “Asie Mineure et Syrie, souvenirs de voyage”

Paris, 1858

– “Histoire dé la Maison de Savoie”

Paris, 1860

– “Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e del suo avvenire

Milano”, 1868

– “Reflexions sur l’état actuel de l’Italie et sur son avenir”

Paris, Librarie Internationale, 1869

– “Sulla moderna politica internazionale. Osservazioni”

Vallardi, Milano, 1869.

– “Souvenirs dans l’exil”,

Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1946

(pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice)

Lettera ad Alberto

Caro Alberto, ti abbiamo amato molto e ti ameremo per il tempo che ci è dato di vivere. Ho tante immagini nella mia mente e le vedo quando penso a te, a Clara, ai voi tutti. Uno come te non ci passa vicino senza lasciare un segno. Amavi la natura e amavi esserne parte. Questo tuo modo di affrontare la vita ci affascinava: sono poche le persone che si misurano con il coraggio e la grandezza delle azioni. Tu eri una di quelle. Certo, viverti vicino non deve essere stato facile, hai vissuto quotidianamente come se stessi conquistando la vetta del mondo e volevi che la tua famiglia partecipasse alle tue conquiste.
Vi vedo, nella mia mente, sul gommone per andare in Sardegna tu, Clara e i bambini di notte: mai momento deve essere stato più intenso. E, pur avvertendo i brividi nella schiena al pensiero, avrei voluto esserci. Clara ti ha sempre seguito, a volte in ansia a volta felice di farlo. Ricordo la concentrazione della tua espressione mentre eri al lavoro o ti cimentavi in qualche avventura: mi ha sempre meravigliato la tua capacità di fare tante cose e tutte bene. Un giorno, dentista alle prime armi, mi hai sistemato un dente difficile che si era rotto proprio il giorno di Natale, aprendo lo studio per me, e te ne sono grata ancora oggi. Ci sono tante immagini di te, di voi, che non dimenticherò mai – fanno parte di quelle visioni che ogni persona custodisce dentro di sé – e di ognuna porto nel cuore una frase, un gesto, un’espressione. L’immagine più commovente è quella di due ragazzi, vent’anni Clara, tu quattro di più, felici nel giorno del loro sposalizio mentre ascoltano il prete che dice “la tenerezza di questo amore mi ha commosso”.  Sì, l’avevo vista nei tuoi occhi, Alberto, un giorno che eravamo venuti a trovarti con Clara, alla pizzeria dove lavoravi per l’estate “Grazie per avermi portato Clara” avevi detto, guardandola con grande affetto.
E la tenerezza del vostro amore mi ha stupito sempre, Il tuo desiderio di avere Clara vicino a te in ogni momento della tua vita, anche nel lavoro, l’avevo sentito ancora dopo vent’anni e sei figli. Ricordo la tua solidarietà a lei, giovane mamma a cui tutti volevamo insegnare ad allevare un bimbo, un giorno che ero venuta a trovarvi, quando “ma fa piuttosto caldo questa mattina, non trovi?” avevi esclamato alla mia uscita che forse la bimba non era molto coperta. Ti ricordo alla Scala, a teatro, dove ci hai portato in posti migliori di quelli che ci erano stati assegnati, senza una parola ma con un grande sorriso, felice di poterlo fare. Ed eri proprio bello, con la casacca nera che indossano le maschere della Scala e il medaglione scaligero sul petto, gli occhi come il cielo. Ti vedo fare il bagno nella nostra piscina di tre metri con tutti i bimbi e giocare con loro a spruzzarvi, un pomeriggio trai più simpatici. Tante immagini di te, di voi, a Minoprio con il banchetto del miele di vostra produzione che vendevate tu e Clara, portando con voi i bambini. E quando hai deciso che dovevi osare di più nel lavoro: “ho cinque figli” mi avevi detto, non era ancora nato Maurizio, “e devo fare di più per loro”. Frasi dette in contesti diversi che rappresentavano un intero discorso e tu non eri uno che faceva lunghi discorsi. E hai avuto il coraggio tra figli, lavoro, sport e passioni di diventare odontoiatra, da biologo a odontoiatra un percorso che mi ha sorpreso.
Sei riuscito a volare alto pur nelle difficoltà quotidiane e volavi per davvero, più spesso che potevi, l’aliante era una delle tue passioni e avevi il brevetto di pilota. Quando sono nate le gemelle, Clara ti aveva chiesto di aspettare a fare l’istruttore finché non fossero cresciute. Una vita appassionata, con tante passioni. E come con ricordare la vostra casetta di montagna a Campodolcino, che quasi non ci stavate da quanto era piccola, dove  avete vissuto qualche tempo,  lontani da tutti e tutto ma vicini alla neve e ai boschi. E quella volta, poco dopo l’ora di pranzo, in cui avevi chiesto a Chris di fare una passeggiata là intorno. io e Clara siamo rimaste con i ragazzi e le gemelle che erano ancora piccole. Siete tornati dopo ore, a sera, ed eravamo quasi preoccupate. Ma eri contento di camminare mostrando a Chris sentieri e luoghi che lui non conosceva e il tempo era volato. La montagna e il cielo erano la tua casa, come lo era l’acqua: ti abbiamo osservato mentre lottavi con il vento e le onde del lago con il tuo surf ed eri l’unico che sapesse manovrare la Star, una barca a vela che pochi sanno usare e che io, da sprovveduta, avevo acquistato per Chris, pensando di veleggiare con lui per il lago.
Un paio di anni fa sei venuto alla presentazione di un mio libro e quasi non credevo ai miei occhi, vedendoti tra il pubblico dell’auditorium “complimenti” mi hai detto, quando sono venuta a salutarti: mi ha fatto un piacere immenso. Ci mancherai!

Giovanna

Non ti azzardare a chiamarlo gioco “lecito”

Il gioco come viene definito dall’Enciclopedia Treccani

Esercizio singolo o collettivo a cui si dedicano bambini o adulti, per passatempo, svago, ricreazione, è anche pratica consistente in una competizione fra due o più persone, regolata da norme convenzionali, e il cui esito, legato spesso a una vincita in denaro, dipende in maggiore o minore misura dall’abilità dei contendenti e dalla fortuna.
Un’attività fondamentale per gli esseri viventi.
Ci sono giochi di terra, di aria, di acqua: si gioca a casa, a scuola, con il lego, a calcio, a basket, con gli amici, si gioca a tombola, a carte e molto ancora. Ci sono giochi sportivi per diletto e per professione.

Ma veniamo al nostro gioco: il gioco d’azzardo!
Azzardo viene dall’arabo az-zahr e significa dado. Il gioco con i dadi è la più antica forma di gioco d’azzardo che si conosca ed è legato al caso, la posta in gioco di solito era il denaro, la casa e, qualche volta, la vita stessa… Anche le scommesse sono una parte importante del gioco d’azzardo ed era legale scommettere già nell’antica Roma, ma i romani scommettevano solo nei giorni dedicati alla dea bendata, la dea Fortuna…
Durante i secoli il gioco d’azzardo ha avuto molte trasformazioni e sembianze, a volte osteggiato o proibito, altre ammesso in cambio del pagamento di una gabella o tassa. Nel medioevo veniva circoscritto alle baratterie o taberne, considerati luoghi del malaffare, in seguito sono nati i casinò e le bische, quest’ultime considerate illegali.
Illusione di guadagni facili per i poveri e gli imbroglioni, passatempo per i ricchi, il gioco d’azzardo ha spesso mutato le condizioni delle persone dal benessere alla povertà. La letteratura ci racconta le tragedie di chi non ne controlla gli effetti.
In alcuni giochi di abilità si riesce a barare. I barattieri di buona memoria erano quei gestori del malaffare, bari e truffatori, che Dante colloca all’Inferno.
I bari, quando colti in flagrante, subivano pene severissime e, nell’America del Far West, venivano impiccati. Si può barare nel gioco d’azzardo se in quel gioco è richiesta una certa dose di abilità.
Con le moderne macchine tecnologiche non c’è nessuna possibilità di interazione, persino il calcolo delle percentuali di vincita è incalcolabile: sono regolate da algoritmi! Ovviamente un programma che permette anche di vincere, una vincita ogni tanto consente di guadagnare molto da quell’automa che gioca, un’automa che se ne sta lì seduto straniato davanti alla macchina, le dita sui tasti, gli occhi fissi in attesa … e che, alla fine, perde sempre, nonostante capiti che qualche volta gli si conceda un premio!

Un gioco senza interlocutori: soli contro il banco, soli davanti a una macchina, un gratta e vinci, una lotteria, una scommessa e quant’altro. Un gioco che si paga in anticipo e da cui non si può sfuggire né barare: il gioco delle slot, il gioco delle videolottery, quello delle bische legali e clandestine! il gioco d’azzardo tecnologico!

Benvenuti, o dovremmo dire malvenuti? nel paese del gioco d’azzardo gestito dallo stato.
Pardon, non si dice gioco d’azzardo ma gioco “lecito”. Il gioco “lecito” gestito dallo stato biscazziere è la seconda industria per fatturato di questo paese.
Benvenuti o, dovrei dire, fuggite da quel paese il cui Stato è un Pusher!
Pusher: colui che spinge i soggetti più deboli alla dipendenza.

Mio padre è un pusher, mia madre è una pusher i miei genitori sono pusher Lo Stato, che mi è padre e madre, è il mio pusher.
Sì, lo stato guadagna sulla mia pelle! Mette in gioco la mia vita, mi spinge a giocare. Più io gioco, più lui incassa, le lobbies incassano!
Le lobbies: eminenze grigie del profitto, influenzano i partiti, la vita pubblica, ricevono condoni, regalie, sconti.
I loro profitti mostruosi hanno prelievi modesti negati ad altri lavoratori che muoiono di tasse.

Pure, ci rubano vita, futuro dignità. Creano Zombi

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
perché lo Stato fa il pusher?”
“Lo stato non fa il pusher, lo stato deve risanare il bilancio!”
Lo stato deve risanare il bilancio? E deve farlo sulla mia pelle? Sulla vita dei miei figli? Non si risana il bilancio giocando con la vita altrui, non accadrà… mai! E’ solo un inganno!
Il bilancio dello Stato si risana con il buon governo, si risana con la lotta alla corruzione, eliminando gli sprechi.
Il bilancio dello Stato si risana con la giustizia sociale.
Lei, Voi, non potete far quadrare il bilancio dello Stato giocando d’azzardo con la nostra vita, giocando con la vita di chi subisce la dipendenza.
Voi usate la vita delle famiglie nell’illusione di risanare un bilancio che non potrà mai essere risanato nel modo amorale e abbietto con cui milioni di persone sono spinte a giocare d’azzardo.
Milioni di persone che giocano solitarie stritolate da luci e suoni di macchine mangiasoldi da cui non riescono a staccarsi.
In uno stato le cui leggi dicono di tutelare la dignità dell’individuo… chi ha venduto il diritto alla dignità di milioni di cittadini, per sanare un bilancio che altri hanno dissestato?
Lo paghino loro!

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
Lei sa quante persone soffrono per ogni giocatore patologico?”
Glielo dico: sono tante!
La prima generazione, ma anche la seconda e rimane memoria nella terza. Per ogni giocatore sette persone soffrono e i giocatori sono molti, uno ogni dieci.
Lo stato vuole guadagnare su di noi, sulla nostra pelle, fa il pusher per risanare le casse dello Stato. Uno Stato che non ci ama, che non amministra i beni dei sui figli come un buon padre di famiglia. Uno stato che dilapida le ricchezze dei cittadini. Una paese che viene spinto a giocare d’azzardo. Il paese in cui si gioca di più al mondo, in assoluto!
E se quei soldi fossero spesi in attività meno amorali, più amorevoli alla crescita di un popolo, non sarebbe un guadagno maggiore, un risultato migliore per tutti?
Uno Stato che succhia la linfa vitale dei suoi cittadini più vulnerabili… Il paese in cui si gioca di più al mondo!
Come può esserci una ripresa economica in queste condizioni?
Come può esserci una ripresa economica se tanti soldi, i soldi delle famiglie finiscono giocati nelle Slot, videolottery, gratta e vinci, lotto, superenalotto, lotterie, scommesse, gioco online e via dicendo?
E ci sono persino le slot per ragazzi, ragazzi di ogni età! Gioco “lecito”, c’è scritto, avvertendo che può danneggiare!
Il gioco “lecito”, come lo chiama lo Stato vergognosamente, può danneggiare!
Dov’è finita la tutela alla nostra salute?

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
Chi ha svenduto la tutela alla nostra salute per una bisca?”
Come può esserci una ripresa economica se il gioco d’azzardo, Pardon, il gioco lecito, è diventato la seconda industria di stato?
Come può esserci una crescita economica se i soldi se li prendono le lobbies del gioco? Come può esserci la ripresa se i soldi vanno a finire in corruzione? che cosa rimane alle famiglie? Ah, Le Slot, le slot machines, il gratta e vinci, il lotto, superenalotto, le videolottery…
Macchine sempre più redditizie, scientificamente perfette, esteticamente attraenti, tecnologicamente sicure, studiate per attirare, coinvolgere, schiavizzare, in grado di distruggere, annullare la volontà, ogni sentimento… macchine infernali, veri e propri arnesi di distruzione e distrazione di massa, studiate nei minimi particolari da persone che hanno studiato come fare per attirarti meglio, come fare per renderti più schiavo, più coinvolto.
E ti fanno vincere con percentuali scientifiche per darti la spinta a giocare di più, a grattare di più… E il gratta e vinci? siamo i primi al mondo nella produzione di gratta e vinci, siamo i primi al mondo a stampare gratta e vinci di ogni modalità e prezzo.
Quanti disperati si illudono di colmare la loro solitudine giocando al gratta e vinci? Grattano molto, vincono poco, rimanendo più soli poveri e fregati.

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo perché lo Stato fa il pusher?”
“Lo Stato non fa il pusher, lo Stato ha sottratto il gioco d’azzardo alle Mafie”.
“lo stato si è sostituito alla mafie e ha messo slot e videolottery in ogni bar, a portata di mano di tutti, ragazzi e bambini compresi: il numero maggiore si trova nelle grigie periferie urbane, dove maggiore è il degrado”.
“Si, ma lontano cinquecento metri dalle scuole, dagli oratori dai luoghi frequentati dai minori, dagli ospedali. E le amministrazioni locali possono imporre la chiusura notturna delle bische”.
“Cinquecento metri sono una nullità, una distanza inesistente. La maggior parte dei ragazzi racconta di trovare l’offerta di gioco d’azzardo nelle vicinanze della scuola o della casa in cui abita, oppure on line: molti minori giocano d’azzardo e scommettono su internet, si calcola che sia il 48% dei ragazzi. Lei sa che il gioco d’azzardo tra i minorenni è incredibilmente aumentato?”

Onorevoli politici avete sottratto il gioco alle Mafie Che dire? siete stati bravi! Vi siete sostituiti al gioco d’azzardo clandestino! L’avete portato davanti alla porta di casa, al bar dove prendiamo il caffè mattutino, al supermercato, alle poste, sugli schermi dei nostri computer a portata di mano dei nostri figli. Non dobbiamo più andare a cercarlo, ci viene servito comodo.
Al casinò bisognava andarci e non tutti potevano; il gioco clandestino bisognava cercarlo… oggi, io, tutti, possiamo giocare 24h filate, minori compresi, e morire di gioco lecito in ogni angolo di strada, persino nelle nostre case.
Si trovano bische, slot macchine, videolottery dappertutto e piccoli pusher crescono ovunque, anche a scuola.

Noi chiediamo a tutti voi che ci rappresentate in parlamento, a voi che abbiamo votato a rappresentarci: pensate fosse questo quello a cui ambivamo? Uno stato che istigasse i nostri figli a giocare? a giocare d’azzardo? Molti di voi avranno dei figli: guardateli! Li spingereste a giocare al gioco “lecito” gestito dallo stato? Come potete fingere di pensare che il gioco d’azzardo possa essere in qualche modo “lecito”? Il gioco d’azzardo non è un gioco: è un azzardo!
O si vende gioco d’azzardo per quanto “lecito” possa essere o si tutela lo sviluppo dei giovani, la loro crescita, la loro salute fisica e mentale. O l’una o l’altra…

“Sottosegretario all’economia con delega al gioco d’azzardo ricorda “giovani e gioco -La prima volta-?”
Il monopolio di stato aveva promosso una campagna pubblicitaria “Giovani e gioco” in cui, in uno spot pubblicitario dal titolo: “C’è sempre una prima volta”, un giovane appariva emozionato, non per la sua prima uscita amorosa… ma per la sua prima giocata! Una pubblicità deviante, in seguito ritirata per le ire suscitate. E’ questo il messaggio che si vuole dare?
Com’è possibile conciliare tutto ciò con i principi costituzionali di tutela della salute e il desiderio di crescita armoniosa a cui ogni buon genitore dovrebbe aspirare per i suoi figli?
Il gioco d’azzardo è vietato dal codice penale seppur con legislazione in deroga dalla metà degli anni Novanta! Quale mente ha condannato questo paese a diventare una sterminata bisca?
Si vietano e multano scommesse tra amici ma risultano legali gli oltre 90 miliardi del gioco d’azzardo provenienti da lotterie, slot machines, poker, scommesse, videolottery e varie.
Un’offerta che non risparmia nessuna categoria sociale: pensionati, casalinghe, ragazzi, disoccupati persino bambini. E aumenta senza tregua!
Siamo ostaggio di uno stato che ci spinge a giocare all’estremo, uno stato pusher che gestisce il gioco d’azzardo e fa il biscazziere.
Ma a che gioco giochiamo?

“Sottosegretario all’economia con delega al gioco d’azzardo, ci sono statistiche su quanto i giocatori d’azzardo perdono, giocando al gioco “lecito”?
Ci sono statistiche su dove prendono i soldi? sul loro indebitamento?
Sugli usurai che spremono le loro ultime gocce di sangue? Ci sono statistiche sulla sofferenza delle persone che soffrono di gioco d’azzardo patologico a causa dello Stato pusher? Interessa a qualcuno la sofferenza dei figli o la disperazione dei genitori?
Lei sa che molti giocano soldi che non hanno e finiscono nelle mani degli strozzini, picchiati e minacciati? per non parlare di chi finisce in galera. Sì, in galera!
Lei sa quanti suicidi nascosti ci sono tra i giocatori d’azzardo?
Ha mai pensato che questa non è la via per far quadrare i conti dello stato?”
“Gioco “lecito”, viene chiamato Il gioco d’azzardo, giocando sulle parole, ma non è sufficiente per nascondere la realtà di uno Stato che spinge a giocare d’azzardo: uno stato pusher!
Si trovano macchine da gioco “lecito” persino nelle sale dei centri per famiglie e cartelli che avvertono che il gioco può nuocere: “se finisce male è perché hai esagerato” c’è scritto. E questo è quanto.
Non c’è vergogna! e si finge, con il gioco pubblico, di mistificarne le sembianze.
Il gioco lo troviamo in casa su qualsiasi schermo: “io sono il gioco”, annuncia gioioso e ci invita a giocare, e offre carte di credito per poi dirci con voce impersonale, metallica, veloce che questo gioco può diventare un rischio patologico.
Si gioca la notte soli, nascosti e disperati, quando i figli dormono. Quei figli a cui si ruba il futuro.
Si gioca la notte soli e disperati, quando i genitori dormono. I genitori a cui si ruba la vita.
Nell’anno duemila il prodotto lordo del gioco d’azzardo gestito dallo Stato ammontava a meno di venti miliardi. Troppo, si diceva, bisogna fare qualcosa per limitarlo.
Nell’anno 2016 il prodotto lordo è aumentato a 95 miliardi. Una cifra spaventosa! Una cifra che lascia allibiti pensando a coloro che la subiscono e la pagano. Una cifra che lascia allibiti pensando alle istituzioni che l’hanno promossa come un’industria del benessere. Si rimane allibiti per i cittadini che tollerano tutto e non si ribellano, o fanno finta di non vedere!
Non ci sono investimenti che eguagliano un giro d’affari così cospicuo! Non c’è lavoro ma ci sono le bische, non ci sono case per chi è senza ma ci sono videogiochi dappertutto, non si trovano letti negli ospedali ma si trovano bische agli angoli della strada, non ci sono le turbine per quando nevica ma ci sono una miriade di slot e videolottery di tutti i tipi dove persone di ogni età giocano al cosiddetto gioco “lecito”.
La più proficua industria di Stato! Un industria di morte guidata da un’intera casta.

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo” Lei sa che siamo il primo paese al mondo per il consumo di gratta e vinci e lo siamo in numero ben superiore alla media di altri paesi?
Lei sa che abbiamo il triplo di VLT (videolottery) in più che negli Stati Uniti d’America? Il triplo, sì, ha capito bene, sul suolo nazionale ci sono il triplo di videolottery che può trovare nelle immense distese degli Stati Uniti d’America! Sono macchine d’azzardo di ultima generazione, molto sofisticate. Sì, glielo ripeto, il triplo rispetto al numero esistente negli USA: una disfatta! E deteniamo il 25% mondiale del gioco on line, dove lo stato guadagna ben poco. Noi, un piccolo paese i cui consumi sono al palo, un paese di 60 milioni di abitanti, siamo il maggior consumatore di gioco d’azzardo al mondo, faccia la proporzione! Come se ogni italiano maggiorenne giocasse intorno alle 2000 euro l’anno: uno ogni dieci abitanti di questo paese ha seri problemi di gioco e altri sette soffrono a causa di questo…
La spinta a giocare è devastante, gli italiani spendono in azzardo quasi quanto spendono per mangiare, tre volte di più di quanto spendono per la cultura molto più di quanto lo stato spenda per la scuola! Il consumo della disperazione in un paese disgregato dalla crisi, la speranza dei disperati! L’unico investimento che cresce a velocità incredibile, un paese malato di gioco d’azzardo, senza lavoro né ideali.
La seconda industria di stato!
Un paese da dove chi può, chi ha coraggio, fugge o può, talvolta, uccidersi, spinto da uno stato che ha dimenticato i più elementari diritti dei cittadini; quei cittadini a cui sono riservate briciole insufficienti per vivere.
Un paese in cui molti soldi si perdono, spariscono, finiscono nella corruzione, nelle tangenti, nei benefici e privilegi di pochi, nella costruzione delle tante opere pubbliche decise e mai completate o lasciate andare in rovina. Opere pubbliche giocate con i soldi della gente, tangenti giocate sul futuro dei figli e degli anziani che vivranno di stenti, privilegi dati a scapito del benessere dei cittadini, della scuola, dei malati, della salute.
Chi governa deve farlo guardando alla giustizia sociale non al suo tornaconto.
E non è accaduto in questo paese.

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo
lei è sicuro che il gioco valga la candela?
Sono i più deboli e poveri le prede più facili dello stato biscazziere, il bersaglio dello stato pusher, le vittime della corruzione: i poveri hanno poco ma sono tanti diceva Ettore Petrolini: tassiamo i poveri!
E facciamo giocare i poveri! Non importa se tra loro ci sono tanti ragazzi: peggio per loro se si ammalano di Gioco d’azzardo patologico giocando alle slot o alle videolottery, li manderemo nei Sert a curarsi!
Sì, dopo che sono stati spinti alla dipendenza con promesse allettanti, distrutti dal gioco d’azzardo “lecito” quelli che si ammalano di GAP (gioco d’azzardo patologico) vengono mandati nei Sert a curarsi: un’infamia!
Lo Stato ipocrita ci vende il gioco, ci spinge a giocare, fa il pusher e fa prevenzione su ciò che vende poiché dannoso.
Lo stato ipocrita ci vende gioco in quantità incalcolabili e stanzia fondi e approva leggi per prevenire il danno… la più proficua fabbrica di stato ci vende morte e distruzione, e stanzia fondi per la prevenzione e cura di quanto ci vende!
Le regioni stanziano fondi e approvano leggi per la prevenzione e per la cura delle ludopatie! Il Recupero del danno, viene definito, un danno incalcolabile, incolmabile. Un danno che distrugge vite e famiglie e che nulla potrà mai recuperare!
Lo sanno bene i sindaci di tanti paesi, soprattutto quelli della Lombardia – una delle regioni più colpite da questa apocalisse – i quali si battono per la Riduzione del Danno. Si battono con ordinanze – tra un ricorso e l’altro – che limiti il numero di ore di apertura delle bische, la concentrazione di macchine da gioco in esercizi come bar, tabaccherie, sale gioco e altro e con il divieto di installarle nelle vicinanze dei cosiddetti luoghi sensibili: scuole, centri di ritrovo per bambini e ragazzi, circoli, ospedali. Considerata la catastrofe delle cifre, il tutto sembra avere pochi risultati. (se necessario vedere la legge regionale del 2013 e del 2015).

Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo sa quanto costa tutto questo allo Stato?
Posso informarla, per difetto: i costi sociali e sanitari per la cura del gioco d’azzardo cosiddetto lecito superano i sei miliardi l’anno: una vera epidemia!
Ma ci sono altri costi sociali, non quantificati dalle statistiche, che questo enorme giro d’affari procura alle classi più povere ed emarginate: il peggioramento delle loro condizioni di vita; giocano tutto ciò che hanno: i loro risparmi, gli stipendi, i soldi dei familiari, rubano per giocare. Senza contare il disagio delle tante famiglie distrutte da separazione e divorzi, aiutate, quand’è possibile, dai Servizi Sociali. Può capire la sofferenza di quei figli che vivranno un quotidiano solitario e disperato a causa del gioco d’azzardo “lecito”?

“Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo oltre al danno anche la beffa?
Si dice che il fatturato di questo mostruoso giro d’affari è cresciuto del 400% e gli introiti dello stato, in proporzione, sono diminuiti del 30%? Può spiegarcelo? Di questo passo lo stato andrà in deficit e le mafie aumenteranno sempre di più i loro profitti?
Quel gioco d’azzardo che lo stato voleva controllare per sanare il bilancio dello stato non è, di fatto, controllato dalle mafie?”
E’ nata la ludocrazia di Stato! Un’intera Casta gira intorno al gioco d’azzardo, un’intera Casta vive di gioco d’azzardo, si arricchisce di gioco “lecito” sfruttando milioni di poveri cristi e di ragazzi con il “gioco responsabile” come lo definiscono gli imprenditori del gioco d’azzardo.
Un controllo di massa con case pignorate, bollette da pagare, violenze famigliari. Almeno uno ogni dieci abitanti vive condizioni disperate e le fa vivere alla sua famiglia. Contando i neonati, i soldi giocati superano le 1500 euro pro capite, per sessanta milioni di persone, quanto fa? un costo enorme!
Una macchina videolottery ogni 150 abitanti, una vincita ogni 150.000 giocate, un euro ogni due secondi, mille euro all’ora, infinite soluzioni di gioco d’azzardo “lecito e responsabile” per tutti: grandi, piccini, anziani.
E infine, la grande beffa, lo stato risulta incapace di incassare parte degli introiti di quella grande abbuffata che si consuma sulla pelle dei cittadini, ed è inoltre costretto a stanziare fondi per arginare il disastro che produce: chi incassa?

Sottosegretario all’economia con delega fiscale al gioco d’azzardo, onorevoli politici e governanti chi ha trasformato questo paese in un’immensa disperata sala da gioco d’azzardo cosiddetto “lecito”?

Non viviamo in uno stato democratico, ma in uno stato ludocratico
Non viviamo in una democrazia ma in una Ludocrazia!

Condanniamo questo stato pusher!

Giovanna Rotondo

Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere

A domani! Giovanna

Spero che il libro piaccia, non sono in grado di esprimere giudizi sul mio lavoro, posso solo dire che Silvana Ceruti ha scritto una bellissima prefazione, molto interessante; una prefazione che è diventata parte integrante del libro, cogliendone l’essenza. Ringrazio Silvana.

Giovanna Rotondo 2.jpg

quando-lavorare-e-bello-413270 2.jpeg