Il figlio di mia madre

S’incontrarono una mattina, dopo parecchi anni che non si vedevano e si salutarono con molte effusioni: 

“Ciao, Gianna, come stai?”

“Bene, dai, non mi lamento proprio, ho visto periodi peggiori, almeno per quanto riguarda la salute, e tu?”. 

“Anch’io, grazie” rispose l’amica. Gianna e Maria non si vedevano da qualche tempo, o, quantomeno, si vedevano sempre di corsa. Quella era una tranquilla mattina di agosto e, libere da impegni, si fermarono a salutarsi: 

“Prendiamo un caffè insieme?”

“Volentieri. Più tardi devo trovarmi con “il figlio di mia madre” disse Maria, sorridendo alla sua frase che aveva virgolettato con il tono della voce, “ma adesso ho tempo”.  

“Ah, Giulio… sai, penso spesso a lui e a tua mamma. Una storia bellissima la loro” mormorò Gianna.

Maria la guardò allibita:

“Non pensavo tu la conoscessi, o te ne ricordassi, dopo tanti anni”.

“Li vedevo quando venivo a trovarti. Mi aveva colpito molto la storia di Giulio e mi aveva colpito il modo semplice con cui tua mamma l’aveva accolto”. disse lei e aggiunse “Non potrei mai dimenticarlo, storie così non si possono dimenticare. Mi chiedo spesso come stia Giulio, come sia la sua vita di oggi”. 

Quella tra Dina e Giulio era stata una storia d’amore tenerissima. Dina aveva oltrepassato i quaranta, probabilmente era più vicina ai cinquanta che ai quaranta, quando la mamma di Giulio morì: era andata in ospedale per fare un semplice intervento e non era più tornata viva. Giulio aveva sei anni e, quando aveva visto la sua mamma morta, si era rifugiato nelle braccia di Dina e lei l’aveva accolto: non si erano più lasciati. Dina abitava al piano di sopra e faceva la sarta. Giulio, appena tornava da scuola, saliva da lei e le si sedeva accanto e chiacchierava, con il tempo aveva imparato a fare tante piccole cose con l’ago e il filo. Lei l’aiutava a fare i compiti e giocavano anche. 

Maria, figlia di Dina e dell’uomo con il quale sua madre aveva sognato di vivere tutta la sua vita,  allora era una giovane maestra elementare.  Sorrise parlando di Giulio:

“Giulio sta bene, è sposato e ha una figlia. Ci vediamo spesso e mi aiuta quando non riesco a fare qualcosa. Suo papà si è risposato quando lui aveva tredici anni, ma il rapporto con mia madre è sempre rimasto profondo e non l’ha mai dimenticata, come non ha mai dimenticato la mamma che l’ha messo al mondo: si chiamava Dina come mia madre”. 

Gianna aveva considerato quell’incontro un segno del destino:

“Sai, non sapevo che anche la mamma di Giulio si chiamasse Dina come la tua, una coincidenza che ha dell’incredibile”.

“Sì,” le fece eco Maria “due mamme con lo stesso nome… A volte, quando giocavamo, la chiamavamo e la invitavamo a giocare con noi”. 

“Tua mamma era una persona eccezionale, riservata e generosa. L’ho sempre ammirata”.  

“Anch’io, e sempre di più” rifletté l’amica, ricordandola: “Lei ha avuto molte difficoltà quando sono nata io. Non era sposata”.

“Non conosco la storia, ma posso immaginare che cosa potesse significare, in quegli anni, avere un figlio fuori dal matrimonio”.  ammise Gianna.

“Lavorava a Firenze, con mio padre, in una sartoria molto conosciuta e tra i due era nato un amore intenso, tuttavia, quando aveva saputo di me, lui l’aveva lasciata sola. Lei si era rifugiata dai miei nonni che ci avevano ospitato e accudito. Io ho avuto un infanzia felice”.

“Non sapevo nulla di tutto questo” commentò Gianna. “Sì a quei tempi era durissima. E in un momento in cui una donna  ha più bisogno di aiuto. Che mondo orribile!”.

“Per fortuna, in alcune cose, siamo diventati più civili. Io avevo scritto figlia di NN sul mio documento d’identità e avevo chiesto a mia madre che cosa volesse dire: Maria X figlia di N.N. e lei mi aveva risposto “Figlia di Nonno e Nonna”.

A Gianna venne in mente il film “La Grande Guerra” di Mario Monicelli, in cui uno dei protagonisti era figlio di NN.

“Ma che bella risposta, Maria!” esclamò. 

“Sì, fantastica! Ma era un marchio infamante negli Anni Quaranta, quando sono nata io. In seguito, mio padre era venuto a cercarci, anzi, aveva inviato qualcuno a parlare con noi, ma era passato troppo tempo. Mia madre era abbastanza in là con gli anni, io lavoravo, ero indipendente e ben inserita nel mio mondo. Abbiamo avuto paura di perdere una serenità e un equilibrio che avevamo conquistato a fatica. Non so, a volte è difficile decidere che cosa sia meglio fare”.

Dina era una donna orgogliosa e decisa, con una grande umanità, nessuno le passava vicino senza ricevere da lei una parola di comprensione, un aiuto, un apprezzamento, era come se ti dicesse: a volte è difficile, ma il sole prima o poi ritorna. Nonostante la sua faticosa quotidianità, era riuscita a rendere positiva la vita delle persone intorno a sé. E quando Giulio si era rifugiato tra le sue braccia, gli aveva dedicato il suo tempo e il suo affetto con estrema semplicità, come può accadere solo a persone sensibili e amorevoli. 

Maria era molto affezionata a Giulio, lui, per lei, era diventato “il figlio di mia madre” e  gli voleva molto bene. Giulio, da adulto, e padre a sua volta, non aveva mai dimenticato Maria, la vedeva almeno una volta la settimana ed era disponibile per qualsiasi necessità.  

“A Giulio piacevano le avventure di Rin Tin Tin, lui e Dina cantavano le canzoncine della serie televisiva” raccontava Maria “e cantavano anche “C’eran tre Tamburin che tornavan dalla guerra. Il più piccin di lor  l’avea una rosa in mano…”

Maria si era commossa nel rievocare la canzone dei tre Tamburini o dei tre soldatini, secondo le varie versioni popolari e la canticchiò per qualche momento. Poi, le parlò delle vacanze al mare, sulla riviera adriatica, tutti e tre insieme, soffermandosi a ricordare alcuni eventi con quel bimbo che il destino aveva portato nella vita sua e di sua madre. Anche Gianna era commossa, era convinta che l’incontro di quella mattina fosse avvenuto per un omaggio a Dina e a tutte le persone come lei: tante persone umili e sconosciute che, con il loro coraggio e le loro azioni quotidiane, rendono più vivibile la vita di altre persone. 

Giovanna Rotondo 

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I sette sogni di Alberto Casiraghy

Giovedì 16 maggio s’inaugurerà la mostra di Alberto Casiraghy a Robbiate: I sette sogni. Un bel titolo. Quali sorprese ci riserverà l’estro poetico di Alberto? Lo scopriremo fra qualche giorno e sarà indubbiamente una sorpresa piacevole. Ed è stato un grande piacere per me scrivere due righe di presentazione per un personaggio come lui. Poi mi sono divertita a mettere insieme un’intervista usando i suoi aforismi come risposte. Si scoprono tante cose leggendo e rileggendo attentamente un brano, una poesia, un aforisma, si arriva a una diversa e più profonda conoscenza del testo e di chi l’ha scritto.    Intendo proseguire la mia esplorazione nel mondo di Alberto: sarà come intraprendere un viaggio di cui non si conosce né inizio né fine.  Giovanna

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Intervista ad Alberto Casiraghy di Giovanna Rotondo

  • Caro, Alberto è una gioia vederti, come va la vita?  
  • Vivo intensamente…
  • Sei un artista con molte idee. 
  • Quando non ho idee, piango. 
  • Non ti mancano certo. Vedo che il tuo nome ha una nuova lettera. 
  • Non tutto ciò che si vede è altro.
  • Una grande verità… E, dimmi, la tua prossima meta?
  • Ormai ho visto tutto, ed è solo l’inizio.
  • Ma se è solo l’inizio, avrai ancora tanto cammino davanti a te.
  • La vita è un grande paesaggio senza limiti di tempo.
  • Che bella immagine, Alberto, spero proprio che sia così.
  • Penso sempre l’Universo come intimo pulsare.
  • Gli artisti hanno questa capacità, che cos’è che fai più volentieri?
  • Sogno tutto ciò che posso.
  • Ti rimane tempo per fare altro?
  • A volte respiro tra un sogno e l’altro.
  • Oltre sognare tutti i sogni che puoi, hai un desiderio?
  • Prima o poi mangerò i cacciatori di balene.
  • Ed io ti aiuterò a farlo! Alberto, c’è qualcosa che ti commuove?
  • Una gallina nuda sa far piangere.
  • Una gallina nuda dovrebbe essere buona da mangiare.
  • Non mangio i miei amici.
  • E neanch’io lo farò, te lo prometto. Che indirizzo darai al tuo prossimo lavoro? 
  • Il poeta è un abisso che vede in tutte l direzioni.
  • Ma da questo abisso, in che direzione andrai?
  • Gli aforismi sono la parte migliore dell’invisibile.
  • Questo è il messaggio. Alberto, posso abbracciarti prima di salutarti?
  • Non mi concedo mai se non sento vibrazioni e riflessi.
  • Giusto. I poeti sono gli eletti della vita.
  • Vivo nel mio destino profondo.
  • Che bel destino!
  • Anche la normalità ha i suoi frutti impossibili.
  • A volte sono solo mediocri, qual è il tuo segreto, Alberto?
  • Raccolgo perché semino in libertà
  • La libertà è una cosa meravigliosa. Sei contento di vivere qui?
  • Sono una foglia che vive nell’Universo.
  • Un abbraccio e a presto.

 

 

 

 

Essere di Fabio Tombari illustrato dai dipinti di Orlando Sora

Sì, il libro è già uscito da qualche mese. Un desiderio che avevo da tempo. Sono contenta di averlo potuto realizzare. Mi è costato molta fatica, per una serie di ragioni e non è ancora finita. Ma sono stata compensata dalla bellezza del lavoro: rileggere un’infinità di volte la lirica e cercare il dipinto più in sintonia con il verso è stata un’esperienza che mi è entrata nel cuore e nella mente. A volte c’era più di un’immagine che sarebbe andata bene e allora la scelta diventava difficile, ma ce l’ho fatta… e mi sento grata per avere avuto questa possibilità. Conoscere due artisti come Fabio Tombari e Orlando Sora, che molto hanno condiviso nella loro vita, non capita tutti i giorni,  tuttavia,  fare un viaggio nella loro arte è un privilegio ancor più grande.

Volevo chiarire le ragioni per cui ho scelto il Giorno del Giudizio per la copertina; oltre a intonarsi alla lirica, la ritengo un’autentica opera d’Arte e mi piace molto. Peraltro, è stata una decisione dell’ultimo momento, in un primo tempo avevo scelto il Paesaggio con la luna. Tuttavia sono contenta di aver “percepito” quest’opera come quella più in sintonia. E’ una precisazione che penso sia giusto fare, dopo aver ascoltato le varie motivazioni che mi sono state attribuite: semplicemente una scelta che mi piaceva, da me compiuta in assoluta solitudine.

Ringrazio Federica Antonelli e Giacomo Panicucci per aver acconsentito alla pubblicazione di alcuni scritti delle loro tesi di laurea: Federica per la sua tesi su Orlando Sora e Giacomo per la sua tesi su Fabio Tombari.

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Presentazione Libreria Cattaneo – Lecco

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Una presentazione molto sentita dalle persone presenti che hanno fatto domande sulla lirica e sui dipinti. Gianfranco Scotti ha letto parte della lirica ed è stato bellissimo ascoltarlo. Inoltre ha letto una storia dal Libro degli animali: “La lucciola” e una da Frusaglia. Ci hanno sbalordito per la loro bellezza e attualità. Ci saranno presto altri momenti. Giovanna.

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Le persone che vengono a visitare il mio blog sono benvenute e mi fa piacere che ci siano, sono la ragione principale del mio lavoro. Chiedo solo, nel caso qualcuno decidesse di usare un mio scritto, una foto o un disegno del blog, la cortesia di citare la fonte. Mi dispiace dover mettere il copyright e non ha senso. E’ bello condividere.  Grazie.