Newsletter del 13 luglio amiciperilcarcere

Mi è arrivata questa Newsletter da parte degli Amici per il  Carcere, a cura di Alberta Cariboni, una bella iniziativa e, come tale, ho pensato che valesse la pena inserirla nel blog, insieme ad altri momenti di riflessione sul 13 luglio. Giovanna

Presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”

Scrivo da parte di don Mario per alcuni avvisi veramente importanti.

1 – Venerdì 13 luglio, presso l’oratorio di Pescarenico, alle ore 21, all’interno della Sagra de Pescarenech 2018, presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere” di Giovanna Rotondo. Interverranno l’autrice, la direttrice del carcere di Lecco Dott.ssa Antonina D’Onofrio e il Direttore Generale dell’esecuzione penale del Ministero di Grazia e Giustizia Dott.ssa Lucia Castellano.

“OFFERTO ALLA CITTADINANZA”
, un’occasione davvero speciale, forse unica per stimolare la cittadinanza a riflettere sull’argomento “carcere”.

2 – Questo evento sarà preceduto, nel pomeriggio dello stesso giorno, da una edizione ridotta all’interno del carcere, alla quale sarà possibile partecipare secondo le indicazioni presenti nell’invito riportato qui sotto, che mi è pervenuto dalla scrittrice stessa Giovanna Rotondo

DIREZIONE CASA CIRCONDARIALE LECCO:

Siamo lieti di invitare le S.V. alla presentazione del libro “QUANDO LAVORARE E’ BELLO. LETTERE DAL CARCERE” della scrittrice GIOVANNA ROTONDO che avrà luogo in data 13.07.2018 alle ore 17:30 all’interno della Casa Circondariale di Lecco. In occasione dell’evento sarà ospite la Dr.ssa Lucia Castellano, Dirigente Generale dell’Esecuzione Penale Estrerna e di messa alla prova del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, che per diversi anni ha rivestito l’incarico di Direttore della II° Casa di Reclusionedi Milano-Bollate. Nella circostanza alcuni brani del libro verranno letti dalle persone detenute di questa Casa Circondariale. F.to Il Direttore in missione Dr.ssa Antonina D’ONOFRIO Trasmette Uff. Segreteria Si resta in attesa di conferme di partecipazione al numero di tel. 0341 22821 e/o e-mail cc.lecco@giustizia.it

3 – Per non sovraccaricarci di impegni e per favorire la partecipazione all’evento (agli eventi) di cui sopra, si sta prendendo in esame di annullare il nostro incontro di dopodomani, giovedì 5 luglio (?). Voi cosa ne pensate? Qualcuno, che fosse impossibilitato ad essere presente il 13, vorrebbe che ci incontrassimo comunque giovedì per confrontarci? Resto in attesa di risposta entro domani, mercoledì 4 luglio, ore 21

Cordiali  saluti, Alberta

Carissimi tutti,
eccomi a relazionarvi sugli eventi del 13 luglio. Ringrazio tutti quelli che, presenti ad uno o ad entrambi gli eventi, hanno accolto la mia richiesta di scrivere qualche riga in merito e hanno risposto con generosità.  Ecco, un po’ per volta, i contributi.
Il primo scritto è di Maria Renata che, proprio dall’interno del carcere, ha preparato e coordinato gli interventi dei “nostri ragazzi” della casa circondariale.

Presentazione del libro   “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”

di Giovanna Rotondo

Carcere di Pescarenico di Lecco- Venerdì 13 luglio 2018

La presentazione del libro di Giovanna Rotondo riguardante il carcere di Monza ha indotto a pensare come i detenuti di Lecco potessero, tramite la conoscenza del libro, avere una parte attiva nell’ evento, e come potessero avere l’opportunità di dare visibilità al risultato delle attività che qui a Lecco vengono svolte.

Grazie alla gentile e simpatica collaborazione dell’autrice dal libro sono stati estrapolati alcune lettere e poesie significative che cinque detenuti hanno letto con molto entusiasmo e impegno.

Le letture sono state accompagnate da un sottofondo musicale composto interamente ed eseguito da uno di loro.

Nel programma è stata inserita pure la lettura della poesia” di Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo se sognato”, per il suo forte significato.

La sorpresa del finale ha visto l’esecuzione corale dei cinque detenuti di una canzone inserita nel libro, anche questa armonizzata ed eseguita alla chitarra da uno di loro.

Il coinvolgimento emotivo dei presenti è stato grande: ora  facciamo nostre le parole della poesia di Danilo Dolci perché fin che li sogniamo ciascuno di loro crescerà!

Lecco, 19 luglio 2018                            Maria Renata Gianola

Ciascuno cresce solo se sognato

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.



C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Danilo Dolci

Ma ecco, in una breve intervista, soprattutto per chi non l’ha potuta conoscere, cosa ha da dire Giovanna Rotondo in merito alla sua esperienza di carcere….
….I PENSIERI DI DUE PERSONE CHE HANNO PARTECIPATO ALL’ INCONTRO DENTRO AL CARCERE … ( la dottoressa Lucia Castellano non ha potuto essere presente per problemi personali)
Sono Marialuisa Reatti e faccio parte del Direttivo di Appello x Lecco e per tale ruolo (oltre che x amicizia con Giovanna Rotondo) ero a conoscenza degli eventi di venerdì 13 cm sia nella Casa Circondariale di Pescarenico nel pomeriggio, che nella sala riunioni dell’ oratorio (sempre di Pescarenico) alla sera e ho partecipato ad entrambi.
Riguardo alla Casa Circondariale avevo avuto un precedente ai tempi del liceo, avendo avuto come insegnante di religione don Guido Stucchi, allora cappellano e grande persona. Ed anche per questo che dei due, è stato il momento a cui ho voluto con maggior determinazione partecipare.
Come sempre io arrivo per tempo e mi son seduta in seconda fila e mi son ritrovata ad un certo punto coi ragazzi (anzi giovanotti) detenuti che avrebbero dato “corpo” all’evento, seduti dinanzi a me. Anagraficamente, diciamolo pure, avrebbero potuto essere miei figli.
E da lì per me, ancor prima dell’inizio e per tutta la durata dell’evento, si è concretizzata ed ho beneficiato di una grande “boccata di ossigeno” a livello umano .
Ho visto dei ragazzi emozionati, ansiosi di “essere all’altezza”, che si davano incoraggiamento e carica a vicenda e ripassavano di continuo ciò che avrebbero dovuto leggere. Desiderosi di fare bella figura, loro stessi, ma soprattutto per le volontarie (insegnanti e no) che con loro ogni giorno affrontano e percorrono un cammino per un futuro non solo dignitoso, ma costruttivo e propositivo. La loro esperienza di vita e la scoperta o rivalutazione di loro potenzialità a beneficio, a supporto della società (di cui fanno parte!) sia nella loro attuale condizione che un domani”fuori”.
Con il loro spirito di gruppo, il loro impegno grintoso e composto nello stesso tempo, la capacità  di ascoltare gli intervenuti e l’educato rispetto dimostrato a Giovanna come persona “vissuta” e socialmente impegnata, hanno dato una grande lezione ai presenti. Un “bagno d’umiltà ” di cui avrei voluto in tanti “qua fuori” avessero preso esempio.
Li ringrazio per questo ed anche per la loro gioia che alla fine ha preso il posto della tensione iniziale e che ha contagiato anche noi ed alla loro premurosa ospitalità.
E poi bravi!!!!!!!
Spero ci sia la possibilità  di un video da poter condividere (naturalmente col loro consenso e con quello delle Autorità competenti) e di altre opportunità  di incontro .
Ringrazio anche la Direttrice dr.ssa Antonina D’Onofrio e tutto il personale carcerario per il loro lavoro e dedizione ed un abbraccio ai volontari.
Un caro saluto
Marialuisa Reatti
…UN VOLONTARIO POETA ….

Ciao Alberta,

mi hai chiesto di scrivere qualcosa sugli incontri che ho vissuto prima in carcere poi a Pescarenico e mi viene in mente l’immagine di un salvadanaio. Già, perché sono stati momenti che mi hanno offerto alcuni beni preziosi che mi pare necessario custodire nella mente per poterne godere nei momenti inevitabili della mia aridità.

C’è una frase, nel libro di Giovanna Rotondo, che riassume le mie emozioni. Eccola: Spero tanto che tu stia bene, così posso farti sapere di me. Racchiude dieci parole che so essere d’aiuto ai miei momenti in carcere.

Spero. È il verbo che fa correre l’animo verso un bene futuro. Mi pare che siano state pronunciate parole di speranza da ciascuno, però non per un futuro migliore piuttosto perché già pregustano un cambiamento di prospettiva tale che li porta a raccontare storie di trasformazione. Detenuti che si mettono in gioco per rendere migliore il loro cuore, dirigenti capaci di giudicare la situazione carceraria con il sorriso sulle labbra che tradisce la bellezza del loro compito, Giovanna Rotondo che sottovoce grida la sua straordinaria scoperta che tutti siamo esattamente le stesse persone, gli applausi soddisfatti di tutti che hanno sostituito parole di ringraziamento per aver abbattuto il muro dei pregiudizi ben più invalicabile di quello fisico di un carcere.

Tanto. È l’avverbio della grandezza. Sì, perché è stato tanto quello che ho imparato, vissuto e trattenuto. La grandezza dell’umanità che sa rimettersi in piedi dopo ogni inevitabile caduta di vita.

Che. Una parolina semplice che dice congiunzione. É davvero il motivo che può farci scavalcare il muro delle carceri. È il rapporto che deve costruirsi tra dentro e fuori, tra istituzione e società.

Tu. Che tutti usiamo per rivolgerci alle persone con cui abbiamo un bel rapporto. Che dire di più? Tutti siamo persone belle che hanno il bisogno di raccontarsi a parole, a gesti, con disegni, con esperienze vissute, con i silenzi espressivi, con una presenza sincera.

Stia bene. Stare vuol dire essere fermo, orgogliosamente capace di stare fisso in piedi dinanzi agli scoramenti degli errori. É il verbo che traduce plasticamente l’esperienza della risurrezione. Ecco, ho trovato persone salde nel proposito di stare nel bene. Perché solo così è trasmissibile.

Così. È un avverbio di modo. È il modo di ciò che si vede. Ed io ho visto, più che sentito. Persone, esperienze, situazioni, emozioni… che sanno mostrarsi perché vissute con passione.

Posso. È un’opportunità di essere. Questi incontri sono inizio di un cammino che, anche se non sarà facile, ha la possibilità di smuovere la nostra cittadinanza, o meglio, di farle muovere i passi verso Pescarenico, piccola comunità di persone esattamente simili alle persone del quartiere, della città.

Farti. Fare è sinonimo di produrre. Questi incontri fatti hanno prodotto curiosità, emozione, giudizio, impegno. Me ne sono tornato a casa con il proposito di non mollare.

Sapere. Rendere salato. Il sale guarisce le ferite di chi ha sbagliato, brucia i miei pregiudizi, conserva nel cuore di tutti le lacrime di chi si è allontanato forzatamente dai propri amori. E ancora piango gocce salate di gratitudine per essere stato presente a questi momenti di sguardo reciproco.

Di me. È la posta più alta in gioco. Non ho sentito raccontare di altri, piuttosto ho assaporato le voci di chi si è messo in gioco in prima persone. Ed io ho molto da imparare.

Ecco Alberta. Solo piccoli pensieri, ma mi è difficile esprimere bene così tanto bene che ho portato a casa.

Roberto

 

Veniamo ora alla presentazione del libro che è stata offerta alla cittadinanza all’interno della sagra di Pescarenico. Preciso che la dottoressa Castellano non è potuta intervenire per problemi familiari ed è stata sostituita dal dr. Massimo Parisi, il direttore della Casa Circondariale di Bollate.  L’articolo della testata Lecconline riassume in linea generale gli interventi e le foto aiutano a farsi un’idea della partecipazione dei cittadini. Un paio di imprecisioni: il libro fa riferimento al carcere di Monza (e non di Lecco come scritto nell’articolo) e l’ultima frase di don Mario è riportata in un modo che si presta ad essere travisata… da chi non lo conosce.
“Spesso il carcere è un luogo che non si vuole conoscere, ma in realtà vi posso assicurare, per esperienza personale, che LA CONOSCENZA ( intesa come informazione, avvicinamento, prossimità, comprensione, compassione, empatia, familiarità…) è l’unica vera medicina per chi ha rotto il patto sociale”. La non conoscenza “fissa” l’altro nelle sue azioni passate; solamente la CONOSCENZA permette di superare i pregiudizi, di rendersi conto che le persone “dentro” sono esattamente come quelle “fuori”. La relazione che nasce dalla conoscenza può innescare il desiderio di emancipazione e di riscatto dai propri errori; non certo l’esclusione sociale e l’afflizione, che sono le declinazioni della reclusione.
Pensieri sulla serata: alcuni “figli” del disorientamento, della “novità”, altri propositivi; alcuni spontanei ed immediati, “in punta di piedi”, incuriositi, altri più meditati. C’è desiderio di sapere di più, di poter contribuire, di speranza,….

La partecipazione all’incontro di venerdì 13 luglio mi è molto piaciuta. Sapevo che fosse legata alla presentazione del libro, ma mi ha sorpreso vedere quanto interesse e attenzione ci siano sulla “questione” carceri. Ancor di più mi è piaciuto sentire che innanzitutto bisogna pensare alle persone che sono nel carcere, al loro bisogno di normalità, quotidianità, incontri, rapporti veri. Bisogni che sono di ciascuno. Vedo nel poter partecipare con voi a quanto sarà chiesto di fare, una possibilità innanzitutto per me di dare valore al tempo che mi è donato.
Grazie. C.

Ciao Alberta ho partecipato alla presentazione del libro “Quando lavorare è bello” di Giovanna Rotondo alla Sagra Pescarenico alle 21.  A marzo di quest’ anno ho avuto la possibilità di visitare il carcere femminile di Como, le “detenute” ragazze molto giovani. Ho partecipato per capire e provare a conoscere la realtà carceraria. Durante la serata, la lettura di lettere di detenuti, mi ha fatto pensare alle famiglie degli stessi. Pensieri sciolti: la gratitudine per chi li accompagna nel percorso di detenzione per il reato commesso, e il reinserimento nella società, che incontra difficoltà…. Grazie. Daniela

Piccolo  e umile contributo.

Sono capitato li nel ruolo di cittadino che si informa, ma anche sollecitato dal tuo invito.

Qualche tempo fa ho partecipato, con funzione di manovalanza, all’allestimento di uno spettacolo teatrale  nella casa circondariale di Pescarenico dal titolo:” Destinatario sconosciuto”.

Quella è stata la prima volta che ho varcato la soglia di tale esperienza.

Mi sono trovato bene ad interagire con alcuni ospiti della casa.

Tornando al tema della serata, ho ascoltato dall’autrice la presentazione del libro , lettere e poesia lette da G. Scotti.

Una esposizione ricca di vissuto e tanti sentimenti.

Ciò che ha attratto maggiormente la mia attenzione sono stati gli interventi del dott. Parisi e della dott.sa  D’Onofrio. Interventi chiari e concreti, figli di una lunga e maturata esperienza sul campo.

Sono fermamente convinto che la rinascita dell’individuo passi necessariamente attraverso la relazione, collaborazione con soggetti impegnati nella vita quotidiana in tutti i suoi aspetti.

Se il pensiero di chi dirige queste esperienze è  allineato con quello dei relatori ascoltati alla presentazione del libro mi fa ben sperare per un buon futuro di tanti sfortunati.

Buon lavoro, buona fortuna e buoni mezzi a tutti.

Ciao Alberta! Mi è un po’ difficile scrivere…ma ci provo…giusto due righe (di getto….quello che mi viene…) !!! Sinceramente sono venuta all’incontro perché inserito nella “mia festa”, festa della “mia” Pescarenico. La realtà del carcere “mi è un po’ lontana”….nonostante i tuoi racconti….

Mi ha fatto piacere conoscere i numeri (non avevo neppure idea di quanto fosse grande) e le realtà esistenti, con la sottolineatura all’attenzione alle relazioni e ai bisogni …”noi” così pronti solo a giudicare. Ho apprezzato le lettere perché era proprio un salto in quella realtà…. Sinceramente speravo fosse più “pratico”…cosa fanno i volontari,… come lo si diventa….se ci sono dei corsi che ti possono aiutare…e cosa possiamo fare noi..anche se  (me compresa) si ha un po’ di timore anche solo a parlarne e che, magari, non entreremo mai ….ma che da fuori possiamo comunque contribuire (es raccolta libri, ricavato di una vendita torte per bisogni speciali)…

Meno male però che almeno se ne parla….e che si sta aprendo alla città! L.

L.  CHIEDEVA COSA FANNO I VOLONTARI … E’ STATO AUGURATO “BUONI MEZZI” … NEL SUO RICCO E APPASSIONATO CONTRIBUTO MARIA TERESA CI RACCONTA …

Facendo volontariato anche al Centro di Ascolto e al Guardaroba della Caritas e, nel periodo invernale, avendo trascorso qualche domenica sera al Rifugio notturno per i “senza fissa dimora”, ho la possibilità, se non il privilegio, di conoscere e di incrociare persone che utilizzano i principali servizi messi a disposizione dalla Caritas di Lecco (mensa, docce, guardaroba, posto letto).

Può succedere di ritrovare in Caritas ex detenuti, usciti da poco, oppure anche dopo lunghi periodi dalla loro scarcerazione.

Così come non è infrequente rivedere in carcere utenti passati dal Centro di Ascolto.

Succede anche che questi interscambi tra l’esterno e il ristretto del carcere vengano ripetuti più di una volta dallo stesso utente.

La recidiva, purtroppo, si può così vedere e toccare in modo reale e concreto. Non rappresenta, per noi volontari, soltanto un astratto dato statistico. Per alcuni detenuti fa parte addirittura delle regole del gioco, non è un fatto straordinario.

Chi, fuori dal carcere, non ha l’opportunità di essere accolto in una Comunità o di essere inserito in un progetto e seguito in un percorso che preveda, ad esempio, una borsa lavoro, una dimora anche solo provvisoria, magari inizialmente in un Centro di prima accoglienza, senza un minimo di relazioni personali, si ritrova più solo e disperato di prima. In particolare, se straniero, e con i documenti (permesso di soggiorno) non in regola. Senza una residenza ed irregolari, risulta impossibile trovare un lavoro ed è altrettanto vero che senza un lavoro è impossibile ottenere una casa.

Non aiutano i tempi lunghi della burocrazia, gli appuntamenti continuamente rinviati dalla Questura per l’eventuale rinnovo del permesso di soggiorno, la difficoltà di conoscere e rispettare le regole.

Diventa così meno assurda ed incomprensibile la frase “è meglio il carcere” che mi ha detto V.B., ritrovato recentemente in Caritas, alla mensa e al guardaroba, uscito da Pescarenico già da qualche anno, sessantenne, con problemi di salute e di dipendenze, senza fissa dimora.

Mi collego, condividendolo, all’intervento del dott. Parisi, direttore del carcere di Bollate, in merito ai percorsi da creare, all’interno del carcere, in preparazione della scarcerazione, ed in collaborazione con le istituzioni, i sevizi sociali e la società civile.

Progetti indispensabili e auspicabili, in numero sempre maggiore, anche per la realtà carceraria lecchese.

Fondi permettendo.

Fondi che, purtroppo, non consentono nemmeno una permanenza dignitosa all’interno del carcere, soprattutto per i detenuti stranieri, che non hanno la possibilità di avere colloqui con i familiari e non hanno alcuna disponibilità economica, che permetterebbe loro di fare piccoli acquisti, non solo alimentari. Ed anche per gli italiani che non hanno più contatti con la famiglia o non possono gravare su di essa.

Ed ecco che subentriamo noi, il martedì mattina, cercando di fare il possibile per esaudire le loro necessità. Grazie ai contributi della Caritas e al nostro Don Mario.

Dai prodotti per l’igiene personale (bagno schiuma, lamette, carta igienica, dentifricio, spazzolino), all’abbigliamento (pantaloni lunghi e corti, magliette, camicie, felpe, piumini), all’intimo (mutande, calze), alle ciabatte per la doccia, alle tanto richieste scarpe da ginnastica, al tabacco, ai francobolli, alle penne-matite-quaderni-fogli, alle palline da ping pong, ai kit con ago e filo, alle pile per il telecomando e la radiolina. Di tutto e di più. E’ di questi giorni, ad esempio, la nostra ricerca per una fascia elastica contenitiva del menisco, prescritta in infermeria.

Diversi detenuti hanno all’attivo sul proprio conto cifre addirittura di pochi centesimi o al massimo di qualche euro che non arriva alla decina. E’ evidente l’impossibilità di comunicare con l’esterno acquistando anche solo una scheda telefonica di pochi euro. Una volta al mese circa, riusciamo a versare sul loro conto un contributo minimo e modesto.

Ma non sono soltanto i beni di prima necessità che mancano loro, bensì le relazioni personali.

Di volta in volta, tra la richiesta di un bagno schiuma e un rotolo di carta igienica o di un biglietto di auguri per il compleanno del proprio figlio, ci si conosce. Ed anche la persona più chiusa, più problematica, più arrabbiata, dapprima più diffidente, lascia il posto alla confidenza, al sorriso, ad una maggiore apertura e fiducia.

Come ha detto la scrittrice Giovanna Rotondo le persone all’interno sono le stesse dell’esterno.

M.F., in attesa di uscire a breve, mi ha scritto recentemente alcuni pensieri, tra questi: “Ho il privilegio di lavorare fianco a fianco con i volontari, anche se solo per poche ore al mese. Poche ore che però mi consentono di capire quanto possa fare bene, ad ognuno di noi, ricevere aiuti e sorrisi sinceri. Un’opera senza privilegi né distinzioni, perché il peso di questo nostro disagio ha il potere di renderci tutti uguali. Il venire tra noi, già questo, è un gran gesto ed ha la sua bellezza. Con la loro presenza ci fanno capire che siamo ancora qualcuno, e non solo per parenti e amici. Sorridere è

il modo migliore di presentarsi e loro lo fanno. Mia madre mi ricordava sempre che un solo sorriso rende la vita degna di essere vissuta. Nelle carceri dove sono stato in precedenza non ho mai visto un rapporto così ravvicinato con i volontari. Qui, invece, ci si parla, ci si guarda negli occhi e non è una cosa di poco conto, perché diventi consapevole di non essere solo un nome ed un cognome, scritti sopra una domandina…”

Restano, comunque, tante domande: sui fondi che l’Amministrazione penitenziaria e, quindi, lo Stato, non mettono a disposizione, nemmeno per i beni primari, sull’ansia che buona parte dei detenuti vive all’approssimarsi della scarcerazione, sulla salute psico-fisica, sull’uso ed abuso di farmaci, sui tentativi di suicidio, sulla mentalità giustizialista diffusa nell’opinione pubblica, sulle decisioni della politica.

Maria Teresa

 ANCORA ALCUNI CONTRIBUTI SULLA SERATA A PESCARENICO E CONCLUSIONI

Parole che mi hanno dato da pensare.

Massimo Parisi (direttore del carcere di Bollate) pone una domanda: la “nostra” intenzione, nei confronti di persone che hanno trasgredito alle regole sociali, è quella di affliggere o recuperare?

Rifletto. In altre parole, affliggere sta per aggiungere percosse, tormentare, far provare sofferenza, abbattere fisicamente e moralmente; recuperare sta per trarre in salvo qualcuno sottraendolo a un pericolo, risanare, riabilitare (rendere di nuovo abile, capace), rimediare a una situazione compromessa nel tempo, rimediare rispetto ad uno svantaggio …

… uno svantaggio … Don Mario ha constatato e afferma che in carcere si trovano persone che pagano per una fragilità del sistema educativo.

Rifletto. E’ possibile che la trasgressione sia, per una certa parte, la conseguenza di un “malfunzionamento” nel sistema educativo, di un disagio non riconosciuto e/o non adeguatamente affrontato durante il percorso formativo dell’individuo?

Marco Bottaro, dei servizi sociali, sottolinea la complessità delle storie personali, nelle quali è compromessa la dimensione esistenziale.

Rifletto. Quali spazi ha oggi, nell’ambito educativo, la dimensione esistenziale dell’individuo? Ma anche nell’ambito sociale, relazionale, culturale …

Giovanna Rotondo, nel discorso introduttivo, ha detto di avere incontrato persone alle quali sarebbe bastato poco per uscire facilmente da un periodo di sbandamento e invita ad avere più attenzione a chi abbiamo accanto.

Rifletto. Può essere, l’attenzione a chi abbiamo accanto, punto di partenza e/o elemento di prevenzione e cura per il disagio sociale e/o esistenziale?

Alberta

UN BILANCIO POSITIVO E, COME STIMOLO AD ESSERE OPERATIVI, UNA DOMANDA CHE DIVENTA PROPOSITO..

La possibilita’ di fermarci a riflettere su un tema cosi’ denso, significativo e complesso come quello della detenzione carceraria e ai relativi percorsi di re-integrazione sociale non è cosa da poco. Farlo dentro una coralita’ capace di dare voce ai tanti attori del nostro tessuto  sociale e civile ( istituzioni , mondo del volontariato, mondo  cooperativistico, enti ecclesiali ecc ) ha dato  un respiro ancora piu’ ampio, mettendo in circolo energie nuove e valorizzando quelle gia’ esistenti .

Questo ha significato per me la serata di venerdì 13 luglio , dalla quale mi sono portata a casa un interrogativo che mi piacerebbe diventasse stile e impegno personale: quali azioni di prossimita’ , o per usare un termine caro al nostro Arcivescovo, “di buon vicinato “ posso mettere in campo per aiutare una persona che termina il percorso in carcere a sentirsi accolta, accompagnata, custodita nel delicato passaggio delle dimissioni dentro scambi relazionali semplici ma autentici?

Un territorio, una citta’, una realta’ aggregativa diventano luoghi abitabili nella misura in cui tutte le persone che le compongono possono avere la possibilita’ di sentirsi riconosciuti come persone portatrici di un valore e di risorse e sperimentare il senso di appartenenza .

Una sfida non facile, a cui mi piacerebbe nel mio piccolo e sempre in rete e sinergia con chi già opera, cercare di dare delle risposte. Laura S.

 
INFINE IL PUNTO DI VISTA DI UN NOSTRO AMICO CHE E’ STATO DETENUTO “QUI” A PESCARENICO E CHE, ACCOMPAGNATO DAI SERVIZI SOCIALI, STA RECUPERANDO LA SUA VITA
 
Mi ha fatto piacere vedere molte persone con le quali ho intrattenuto momenti “lavorativi”, dalle letture al Giglio,…il comandante del carcere, don Mario, don Marco, le volontarie… Insomma mi sembra sia una direzione positiva quella intrapresa da più parti, quella di avvicinare i detenuti e la società. Mi ha colpito in particolar modo il direttore di Bollate…..”ogni detenuto ha una sua storia e comunque potenzialità inespresse da tirare fuori e bisogna impegnarsi per trovare occupazioni all’interno che possano proseguire poi fuori”. F.
 
NON HO POTUTO CHIEDERE AI RAGAZZI DEL CARCERE COME SI SONO SENTITI QUANDO HANNO LETTO I BRANI SCELTI DAL LIBRO “QUANDO LAVORARE E’ BELLO”. PERO’ F., DURANTE LA DETENZIONE, AVEVA PARTECIPATO COME ATTORE AD UNA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE ALLA QUALE AVEVANO ASSISTITO ANCHE PERSONE ESTERNE; SI E’ TRATTATO QUINDI DI UN EVENTO SIMILE A QUELLO AVVENUTO LO SCORSO 13 LUGLIO. ECCO COSA MI AVEVA SCRITTO IN RIFERIMENTO A QUELL’ESPERIENZA:
 
“… teatro, evento eccezionale che mi ha suscitato un alto coinvolgimento emotivo . Prima volta un’esperienza del genere.  Mi sono reso conto di come abbiamo coinvolto il pubblico, alle emozioni che siamo stai capaci di trasmettere e soprattutto quanto sia importante per noi essere considerati per una cosa positiva e non come/per i “fatti di cronaca” … mi ha emozionato vedere cosa siamo riusciti a trasmettere alle persone, per una volta non considerati come carcerati ma esseri umani che possono dare altro.
 
Per tutti coloro che sono interessati ad approfondire e a condividere il prossimo incontro sarà:
Venerdì 5 ottobre
alle ore 20.45
presso l’oratorio della parrocchia di Bonacina
via Galileo Galilei 32
Lecco
 
 
Alberta
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Quando Lavorare è bello. Lettere dal carcere

Alle 17.30  ci sarà un incontro al carcere e le persone detenute leggeranno brani del libro e poi questo alle 21. Sono emozionata, pur non essendo la prima volta che faccio qualcosa di questo tipo. Giovanna

articolo da il cittadino di Monza      Il cittadino

https-//www.youtube.com/watch?v=EIvktfUIeVA

direzione Casa Circondariale Lecco.jpg

pescarenico.jpg

“Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”: venerdì la presentazione del libro

L’incontro si terrà venerdì sera alle 21 nella sala riunioni dell’oratorio di Pescarenico di via Guado,

Trova spazio all’interno della 34^ edizione della Sagra de Pescarenech la presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere” di Giovanna Rotondo.

L’incontro si terrà venerdì sera alle 21 nella sala riunioni dell’oratorio di Pescarenico di via Guado, 10 a Lecco e sarà un’occasione per dibattere sulle attività di reinserimento e socializzazione dei detenuti della casa circondariale di Pescarenico, anche a partire dagli interventi dei referenti del servizio famiglia e territorio del Comune di Lecco Luca Longoni, dello Spazio Giglio Beatrice Civillini e del progetto Porte Aperte 2.0 Marco Bottaro.

Alla serata, moderata da don Mario Proserpio, interverranno il sindaco di Lecco Virginio Brivio e Monsignor Franco Cecchin, già prevosto di Lecco, insieme naturalmente all’autrice del libro, Giovanna Rotondo, al direttore della Casa Circondariale di Lecco Antonina D’Onofrio e al direttore generale per l’esecuzione penale esterna del Ministero Giustizia Lucia Castellano.

“La serata, programmata nell’ambito di una festa che sempre di più si è aperta a esperienze di vita del rione, grazie alle collaborazioni con il centro comunale Il Giglio, le connessioni con il circolo Il Campaniletto e il coinvolgimento delle guide manzoniane, aggiunge un ulteriore tassello a questa sinergia, rivolgendo la sua attenzione proprio alla Casa circondariale di Pescarenico, che non può essere vissuta come un semplice corpo estraneo, ma piuttosto come un organo funzionante del quartiere – spiega il Sindaco di Lecco Virginio Brivio -. L’obiettivo della discussione che seguirà la presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere” sarà quello spostare l’attenzione proprio sulle attività di reinserimento e socializzazione dei detenuti, a fronte anche del racconto delle esperienze concrete di riscatto dei carcerati, contenute nel volume di Giovanna Rotondo”.

 

Venerdì la presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettera dal carcere” di Giovanna Rotondo

Un momento di confronto con la realtà lecchese.

La presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettera dal carcere” di Giovanna Rotondo si terrà venerdì 13 luglio a partire dalle 21 alla Sagra de Pescarenech.

Giovanna Rotondo presenta il suo libro

L’incontro si svolgerà nella sala riunioni al 1° piano dell’oratorio di Pescarenico. La serata rappresenterà anche un’occasione per dibattere sulle attività di reinserimento e di socializzazione dei detenuti della Casa Circondariale di Pescarenico, a partire dagli interventi dei referenti del Servizio Famiglia e Territorio del Comune di Lecco Luca Longoni, dello Spazio Giglio Beatrice Civillini, del progetto Porte Aperte 2.0 Marco Bottaro.

Gli interventi della serata

Durante la serata, moderata dal Cappellano della Casa Circondariale di Lecco Don Mario Proserpio ed introdotta dal sindaco di Lecco Virginio Brivio e dal Prevosto di Lecco, Mons. Franco Cecchin, interverranno: l’autrice del libro a Giovanna Rotondo, il direttore della Casa Circondariale di Lecco Antonina D’Onofrio direttore della Casa Circondariale di Lecco e il Direttore Generale per l’Esecuzione Penale Esterna – Ministero della Giustizia Lucia Castellano.

 

lettere dal carcere

LETTERE DAL CARCERE PER RIFLETTERE

Lecco, 12 luglio. All’interno della tradizionale Sagra de Pescarenech, che si svolge in città fino al 15 luglio, trova spazio la presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”, di Giovanna Rotondo. Sarà, infatti, l’oratorio di Pescarenico a ospitare la serata, venerdì 13, alle ore 21, alla quale, oltre all’autrice, parteciperanno anche le personalità della città, dal sindaco, Virginio Brivio, a monsignor Franco Cecchin, che interverranno con un loro commento. Presenti, inoltre, il direttore della Casa circondariale di Lecco, Antonina D’Onofrio e il direttore generale per l’esecuzione penale esterna del Ministero di Giustizia, Lucia Castellano.

L’incontro rappresenta un’occasione per dibattere sulle attività di reinserimento e socializzazione dei detenuti della casa circondariale di Pescarenico, anche partendo dalle parole di Luca Longoni – referente del Servizio famiglia e territorio del comune di Lecco, di Beatrice Civillini – referente di Spazio Giglio e di Marco Bottaro – referente del progetto Porte aperte 2.0.

“La serata, programmata nell’ambito di una festa che sempre di più si è aperta a esperienze di vita del rione, grazie alle collaborazioni con il centro comunale Il Giglio, le connessioni con il circolo Il Campaniletto e il coinvolgimento delle guide manzoniane, aggiunge un ulteriore tassello a questa sinergia, rivolgendo la sua attenzione proprio alla Casa circondariale di Pescarenico, che non può essere vissuta come un semplice corpo estraneo, ma piuttosto come un organo funzionante del quartiere – spiega il Sindaco di Lecco Virginio Brivio -. L’obiettivo della discussione che seguirà la presentazione del libro “Quando lavorare è bello. Lettere dal carcere”  sarà quello di spostare l’attenzione proprio sulle attività di reinserimento e socializzazione dei detenuti, a fronte anche del racconto delle esperienze concrete di riscatto dei carcerati, contenute nel volume di Giovanna Rotondo”.

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Orlando Sora

 

Orlando Sora

L’artista che abbiamo amato

Copia di autoritratto 1937

 

di Giovanna Rotondo

Orlando Sora, con quel viso tagliato nella pietra, i capelli neri, ricci ricci, un fisico asciutto, aveva mantenuto un certo fascino anche in là con gli anni. 

Quando l’avevo conosciuto, aveva superato da poco la cinquantina, non aveva nulla dell’uomo di quell’età, i suoi capelli erano ancora ricci e neri e gli capitava di  arrossire spesso nonostante gli anni. La timidezza era il suo cruccio, mi raccontava spesso della fatica per superarla, soprattutto in eventi come i concerti, poiché era un appassionato musicista e suonava in pubblico.  

Mi aveva fermato un giorno che l’avevo incontrato insieme a suo figlio Riccardo e, con un’aria quasi da ragazzo, mi aveva avvicinato e chiesto se potesse farmi il ritratto: “Sono Orlando Sora e questo è mio figlio Riccardo, volevo chiederti se posso farti il ritratto, sono un pittore”. Io non avevo capito subito, ero una ragazzina piuttosto sprovveduta, arrivata dal sud con la valigia di cartone insieme alla mia famiglia, qualche anno prima, e mi sentivo ancora spaesata. Lui mi aveva ripetuto l’offerta e mi aveva detto di chiedere il permesso ai miei genitori. Era stato l’inizio di una bella storia tra il pittore e la sua modella.

Non ho mai dimenticato la sensazione che ho avuto la prima volta, entrando  nello studio di Via Appiani e guardando i suoi dipinti: mi ero sentita come Alice nel paese delle meraviglie… li avevo amati! L’intuizione confusa  di trovarmi davanti a qualcosa di grande era diventata, con il tempo, una certezza.

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Lo studio, uno stanzone luminoso con due ampie finestre che arrivavano al soffitto, un pavimento di vecchi listoni di legno divenuti grigiastri e polverosi per l’uso, aveva un’atmosfera  affascinante. C’erano cavalletti di diverse misure ai lati e quadri dappertutto: appoggiati al muro della parete in fondo, per terra, messi uno sopra l’altro, appesi. Tantissimi. Il tutto poteva appariva  disordinato, ma ogni oggetto aveva la giusta collocazione. Sora lavorava sul cavalletto posto al centro, con accanto il tavolino dove impastava le terre  e creava i suoi colori, e, dietro, la pedana per i ritratti.

E’ stato bello posare, mi sentivo parte di qualcosa, veder realizzato un dipinto  a cui avevo contribuito con la mia presenza, mi sembrava un sogno: oltre alla ragazzina scontrosa qual ero, ce n’era un’altra che lui aveva intravisto e dipingeva.

Ho avuto il privilegio di veder nascere uno dei miei dipinti preferiti: “Il paesaggio con la luna”. Ricordo che me ne stavo seduta in un angolo dello studio, immobile come uno dei tanti quadri intorno a me, attenta a non distoglierlo dalla sua ispirazione mentre lavorava. Lui dipingeva assorto, arretrando di tanto in tanto, gli occhi socchiusi per meglio mettere a fuoco la sua opera, dimentico della mia presenza e da tutto quanto lo circondava.

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“Il paesaggio con la luna” una composizione con in primo piano una figura solitaria, in piedi contro la montagna dove si appoggia una luna gialla e, vicino, un cavallo bianco. Un’opera che dà la percezione dell’infinito e da cui traspare una grande spiritualità. Due creature a contatto con la natura, nel silenzio. Mi sono sentita come se fossi quella figura solitaria del dipinto, e, ancora oggi, ogni volta che lo guardo, avverto la stessa emozione.

Un giorno gli avevo detto: “Mi piacerebbe descriverti mentre dipingi”.

Sora, un artista che guardava al Rinascimento… Il desiderio di poter realizzare un’opera di pittura murale come l’affresco,  diventava, per lui, una necessità: “Il libro dell’Arte” di Cennino Cennini” era il suo riferimento. Un manuale che parla di pigmenti, pennelli,  tecniche d’affresco e molto altro;  un testo da cui non si può prescindere, se si è artista a tutto tondo. 

Mi permetteva, talvolta, di aiutarlo a bucare con un punteruolo gli “spolveri”, i cartoni con i disegni degli affreschi da appoggiare sulla parete da affrescare, in seguito li avrebbe tamponati con un sacchetto di tela riempito di carboncino, per tracciare i contorni sull’intonaco fresco. Arte e mestiere. 

Ci ha lasciato opere di eccezionale bellezza come “Il Giorno del Giudizio” l’affresco  della Chiesa di San Giuseppe al Caleotto, degna di Giotto e Masaccio, i suoi Maestri. 

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Alcuni suoi ritratti sono autentici capolavori. Ce n’era uno che a me piaceva molto per l’espressione profonda e malinconica che vi traspariva, una piccola testa che mi raffigurava. L’ammiravo sempre, sapevo  che se gliel’avessi chiesta  me l’avrebbe donata. Ma non avevo mai osato, ora non so dove sia. 

Un altro ritratto che trovavo più che bello era quello di sua figlia Vanna che studiava: una bimbetta con le trecce castane, in posa di tre quarti, avvolta in sfumature di luce dalle tonalità pastello  con qualche lieve tocco bianco/azzurro. Uno dei più intensi e particolari: si trova a Villa Manzoni,  nelle Sale dedicate alle opere di Sora.

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C’erano quasi trent’anni di differenza tra il “Paesaggio con la luna” il mio ritratto e “La figlia di Orlando Sora”. Quest’ultimo appartiene al periodo degli Anni Trenta, un tempo in cui aveva dipinto molto con la sua famiglia, i suoi figli: un periodo amorevole, dai toni chiari e luminosi. L’altro, agli Anni Sessanta, un momento altrettanto bello, come ogni tempo della sua pittura.

Emozioni simili si possono percepire in molte delle opere di Orlando Sora. Trovo che lui avesse la capacità di cogliere l’aspetto più intimo della personalità di chi gli stava di fronte, soprattutto quando si sentiva in sintonia, e, nelle composizioni, di esprimere la spiritualità dell’essere umano. 

Al pomeriggio, quando finiva di dipingere o disegnare, dopo aver lavato i pennelli, suonava e studiava la chitarra classica fino all’ora di cena. La chitarra classica, uno strumento dal suono limpido e forte, era l’altro grande amore della sua vita dopo la pittura e la sua famiglia: aveva le più belle chitarre che si potessero trovare!  A quell’epoca Sora era considerato  uno dei migliori chitarristi classici e aveva suonato spesso con Segovia del quale era amico. La musica l’appassionava tanto quanto la pittura: ha suonato come solista per la Gioventù Musicale, ha accompagnato la Corale di Lecco nei sui concerti, ha studiato contrappunto e l’ha fatto da solo, come da solo eseguiva le trascrizioni dal liuto alla chitarra classica e componeva musica senza scriverla, per puro piacere. 

Un solitario, un autodidatta di straordinario talento! 

Mi diceva: 

“Leggere una pagina di musica è come leggere un racconto in un libro, con la differenza che qui la storia è scritta con segni diversi e le si può dare un suono con uno strumento”.

Giovanna Rotondo

Fabiano…

Fabiano, un bambino adorabile e sensibile la cui vivacità si deve confrontare spesso con   la pazienza degli adulti. Due pensieri scritti in due momenti diversi, uno all’inizio dei suoi sette anni e l’altro verso la fine. Tutt’ e due le note fanno riferimento a un luogo che a lui è rimasto impresso perché si è divertito ma, soprattutto, per la stranezza del nome: “I coglioni del nonno”, una trattoria dove l’ha portato il nonno insieme a suo fratello e alla sua mamma. Non ci sono mai andata, penso si trovi in Valsassina e si possono trovare, in versione italiana,  le Hamburger.

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Che meraviglia, i bambini! E se trovassimo più tempo da dedicargli?